giovedì 4 febbraio 2016

Su Il corpo sottile

AA.VV. Il corpo sottile. Hypokritès Teatro Studio: scena, media e società – Areablu Edizioni, Cava de’ Tirreni, 2016. 

recensione di Vincenzo D'Alessio



Enzo Marangelo è oggi il regista attore che ha percorso venticinque anni della sua esistenza accanto ai grandi della scena non solo teatrale. Vive a Solofra, in provincia di Avellino, ma ha navigato sulle onde di mari infidi portando con sé una ciurma di marinai, alcuni persi, rimpinguata di stagione in stagione.







Il volto corrugato dalla tempeste, il naso sottile rivolto ai venti, gli occhi spalancati sull’oceano mare che ad altri avrebbe fatto tremare i polsi prima ancora di intraprendere il viaggio. Oggi, nel complesso monumentale di Santa Chiara in Solofra, sono esposti alcuni dei suoi approdi, non tutti, perché a volerli raccogliere non basta il volume messo in cantiere dalle mani di solidi critici e studiosi di teatro.

Il volume reca il titolo: Il corpo sottile. Hypokrytès Teatro Studio: scena, media e società. Che cos’è questo volume/catalogo curato introdotto da Pina De Luca, con i contributi di Vincenzo Del Gaudio (pp. 7-10); Rino Mele (pp. 11-12); Alfonso Amendola (pp. 13-18); Emanuela Ferrauto (pp. 19-32); Carla Rossetti (pp. 33-38); Grazia D’Arienzo (pp. 39-50); e di nuovo Vincenzo Del Gaudio (pp. 51-61). Seguono pagine ricche di immagini e un diario delle produzioni della Compagnia Hypokritès a partire dalla data della sua fondazione: 13 febbraio 1990.

Finalmente vengono accesi i riflettori sul lungo e periglioso viaggio del giovane perito chimico, al servizio di un’azienda internazionale, che ha lavorato nell’ambito della Città della Concia per eccellenza da più di cinquecento anni, contribuendo con sapienza alla crescita della sperimentazione dei nuovi prodotti dall’artigianato all’industria e vestendo, di nascosto, gli abiti del profeta del teatro.

Nel corso del tempo le vestigia della città di provincia, che in passato aveva vissuto un’intensa attività di teatro, ben due teatri attivi in città, grazie all’energia positiva della classe media che si adoperava per risalire nella stretta stratificazione sociale rispetto alla massa operaia, sono state riprese dall’ingegnoso giovane che aveva sognato sempre di studiare, sperimentare, tenere aperto i veicoli di scambio.

Il testo pubblicato oggi, non diverrà l’apologia della Compagnia Hypokritès, tenta un’uscita dal palcoscenico in forme diverse, senza scrosci d’applausi, con il dubbio che accompagna lo spettatore interattivo che tocca con mano le scene, gli attori, il teatro della vita, risucchiato dall’energia cinetica che si sviluppa all’interno dell’azione scenica.

“(…) il palco forzato della psicoterapia è un palco mortale, e dove vedevo tutto fuoco (il fuoco dello studio, il fuoco dell’amore ) ora vedo malattia (la malattia dello studio, la malattia dell’amore) (e il fuoco politico durò poco, non poteva resistere). avere un animale – come il Cane e il Gatto – ti abitua alla salvezza: sono selvatici, sempre; ma chi è selvatico si salva, perché non è nel carcere d’amore.” (Massimo Sannelli, Digesto (Vernazzola, Settembre 2014, p. 13).

Bene ha scritto il curatore dell’opera Vincenzo Del Gaudio: “(…) In questo orizzonte quello che a prima vista può sembrare un minus per l’analisi del lavoro di Hypokritès, cioè quello di essere radicato territorialmente, diventa un plus in quanto in esso trascende l’intera Solofra, la sua storia e soprattutto la sua gente, in esso la lotta per la rappresentazione è lotta per la società, per la continuità e da ultimo per il teatro. In definitiva questo testo vuole essere un lavoro di testimonianza ma allo stesso tempo intende tematizzare e problematizzare i temi dei lavori di Hypokritès per leggerli all’interno del contesto nel quale nascono e crescono. In ultima istanza quindi è il concetto di provincia non intesa semplicemente come luogo geografico ma piuttosto come una particolare regione dell’immaginario a diventare tema decisivo attraverso il quale le costruzioni drammatiche della compagnia assumono una luce nuova che investe inevitabilmente teatro, tecnica e società. Tale concetto di provincia si costruisce intorno ai propri schemi sociali e alla propria lingua, generando continuamente un nuovo processo di logogenesi dove la lingua si rigenera e rinasce sedimentandosi intorno alla complessa esperienza spettatoriale che il movimento della sperimentazione di Hypokritès impone.” (pag.10)

Come accadde per il re della modesta isola di Itaca nel viaggio di ritorno dall’epica guerra di Troia, durata quasi quanto l’epopea della Compagna Hypokritès, le gesta di Enzo Marangelo vengono rimandate al cospetto della memoria collettiva, in continuo fermento, attraverso i file virtuali di questo secolo XXI prigioniero delle immagini.


Montoro, 4 febbraio 2016 dr. Vincenzo D’Alessio

mercoledì 3 febbraio 2016

Rapida.mente ad Enzo Marangelo

Il ringraziamento da parte dell'attore e regista Enzo Marangelo, sul set del suo Lustri Teatro, per il dono dell'Antologia Rapida.mente, dove è inclusa una poesia dedicata a lui e al suo impegno teatrale. Grazie, Vincenzo D'Alessio e famiglia



giovedì 28 gennaio 2016

DARE IL PANE A CHI NON HA I DENTI




Se qualche lettore pensa che la storia che sto per raccontare non sia vera, sappia subito che si sbaglia.
La signorina Margareth non poté rispondere. Rispose, per lei, la madre. “Sono il notaio Harbord. Siete convocati nel mio studio, domani, alle 11!”. “Saremo puntuali!”, rispose la signora Aubyn.
La signora e il signor Aubyn erano, entrambi, figli unici e tutti e due avevano ereditato cospicui patrimoni immobiliari che fruttavano rendite tali da consentire loro di non svolgere nessun tipo di lavoro. L’unica occupazione: la loro unica figlia Margareth. Il resto del loro tempo era completamente assorbito da un attento e meticoloso controllo dei registri contabili, delle entrate e delle uscite. Nonostante la loro ricchezza conducevano una vita semplice, scevra di mondanità e di sprechi. Nulla veniva buttato, anzi tutto veniva riciclato, rammendato. Il personale domestico, con tacito accordo, veniva spiato da entrambi soprattutto nell’uso delle dispense collocate nel seminterrato della grande magione. Per questo motivo, non esistevano quantità abbondanti, ma solo moderate. Ecco: “Moderazione”, era il vero motto dei coniugi Aubyn. Però, non li si poteva accusare di avarizia. No, non erano avari. Almeno questo!
Solo circa un mese prima erano stati convocati, sempre dal vecchio notaio Harbord, per la lettura di un testamento a favore della loro unica figlia la signorina Margareth. Un lontano zio, scapolo e molto ricco, Sir Prescot, aveva lasciato i suoi allevamenti di bovini da latte e di cavalli purosangue da corsa alla sua unica nipote: la signorina Margareth. Il testamento a suo favore, come erede unica e universale, non fu per i signori Aubyn una sorpresa. Infatti, conoscevano la volontà di Sir Prescot da oltre tre anni tramite una sua lettera nella quale, questo loro pur lontano parente, li informava che prima di giungere la sua morte, che sentiva ormai prossima, aveva sottoscritto il suo testamento a beneficio della “piccola Marga”.
Anche in questa occasione, come in altre, avevano saputo attendere. In questi casi saper attendere che ci scappi il morto è quasi tutto. Dopo la lettera, nei riguardi del lontano Sir Prescot, non si erano mai lasciati andare in eccessi di affettuosità. Sir Prescot aveva ricevuto da loro solo una breve lettera di presa d’atto della sua volontà e di ringraziamento. Nulla di più. Morto tre anni dopo la stipulazione, il povero cadavere del ricco Sir Prescot non fu accompagnato né in chiesa né all’adiacente cimitero dalla famiglia Aubyn che davanti a parenti e conoscenti giustificarono la loro assenza con un telegramma che telegraficamente registrava la scusa della lontananza e, quindi, del viaggio troppo lungo e faticoso. Sir Prescot, che era tipo da non offendersi facilmente, pare che anche in questa occasione non si sia offeso e che, comunque, fu sepolto e la signorina Margareth divenne ancor più ricca.

Ma la fortuna della signorina Margareth, ormai quasi di dominio pubblico, sembrava non avere limiti. Infatti, oltre un anno prima era morta improvvisamente in una sperduta provincia della lontanissima India l’unica sorella della defunta madre del signor Aubyn. La signora Crosland, vedova, senza figli, del signor Crosland, possedeva una miniera di rubini e una d’oro. All’apertura del testamento nello studio londinese del notaio Bankes, i signori Aubyn ebbero la gioia di apprendere che la zia Sarah aveva intestato le sue miniere alla loro figlia Margareth “affinché – così recitava l’atto – i futuri proventi di queste assicurino una aristocratica educazione alla nostra cara nipotina Marga”. Si dice che la defunta signora Crosland non abbia mai visto neppure una foto della “cara nipotina Marga”.

Dunque, nel breve tempo di pochi anni la signorina Margareth aveva accumulato un patrimonio tale da fare invidia persino a Lord Grosvenor e a molti altri ricchissimi aristocratici inglesi.
Anche alcuni vicini parenti provavano e manifestavano un sincero sentimento di invidia e di rabbia, soprattutto, per non esser mai stati né baciati né sfiorati dalla stessa fortuna della signorina Margareth pur potendo rivendicare diritti, anche se a dire il vero molto deboli, sui citati testamenti. Le loro giuste attese e aspirazioni furono tutte e sempre tradite all’apertura e lettura dei testamenti.
In queste circostanze, i signori Aubyn ne prendevano atto, accettavano e firmavano, ovviamente sempre con il tacito consenso della loro figlia, la signorina Margareth, e andavano via dopo aver stretto la mano solo al notaio di turno. Invece, ai parenti presenti neppure uno sguardo, un mezzo sorriso di cortesia, un saluto di buon vicinato. La loro compostezza e freddezza gelava e bloccava tutti.

Nel salotto di attesa del notaio Harbord, dove fu fatta accomodare la famiglia Aubyn, le alte pareti erano tappezzate di antiche stampe di Gustave Doré raffiguranti scene tratte dalla Divina Commedia di Dante in particolare dalla cantica dell’Inferno. Alcune di queste scene erano veramente raccapriccianti. La signorina Margareth le osservava con i suoi occhi cerulei vuoti e smarriti e la bocca semi aperta che mostrava denti piccoli e storti.
“Continuo a non capire come queste orribili raffigurazioni possano piacere al vecchio Harbord!”, disse, sottovoce, con espressione disgustata la signora Aubyn rivolta al marito. Forse, il notaio Harbord le aveva fatte appendere nel salotto di attesa perché fossero monito almeno per la coscienza di qualcuno che vi avrebbe sostato, pensò tra se il signor Aubyn.
All’ora stabilita il notaio Harbord aprì la porta, li fece entrare accogliendoli con un gran sorriso e una decisa e vibrante stretta di mano e li invitò a sedersi davanti alla sua solenne scrivania stracolma di fogli, cartelle, libri. Il notaio, come sempre, non perse tempo in inutili convenevoli e dopo aver estratto da una busta, precedentemente aperta tolto un sigillo, alcuni fogli iniziò con tono grave a leggere scandendo le parole, una per una, come era suo solito fare.
Si trattava del testamento di una defunta amica della signora Aubyn, la signorina Lindsay, morta dopo una lunga malattia che l’aveva resa negli ultimi anni incapace di fare anche i movimenti più semplici. L’elenco dei beni in oggetto comprendeva: La sua tenuta con una redditizia fattoria, la sua collezione di quadri di impressionisti francesi, la sua biblioteca specializzata nel vasto campo della filosofia e un pacchetto di azioni di una società petrolifera americana. Il tutto lasciato “alla buona Marga perché aiuti coloro che soffriranno quanto e più di me”.

I signori Aubyn ascoltarono la lettura del testamento con lo sguardo fisso sugli occhi vispi del notaio senza perdere una sola virgola e una sola sfumatura di tono della sua bella voce. Durante la lettura il vecchio Harbord ebbe l’impressione che la signora Aubyn si fosse commossa, ma questa fu solo una sua segreta sensazione che non corrispondeva affatto al vero.

La signora Aubyn rimase immobile, impassibile, inespressiva, come sempre. Infatti, era stata sempre molto brava a trattenere e gestire qualsiasi emozione. Solo, mentre ascoltava pur attentamente, pensò per pochissimi istanti alla sua adolescenza vissuta anche con l’amica Katherine, la defunta signorina Lindsay. Questa fu, soprattutto, un’ottima compagna di studio prima che la malattia degenerasse privandola lentamente anche della facoltà di poter scrivere. Ma, oltre questo ricordo, nulla di più. Nulla di più si introdusse nella sua mente calcolatrice.
Terminata la lettura, il notaio li pregò di firmare per conto della loro figlia e firmarono subito con mano ferma, sicura, decisa. Questo perché la loro unica figlia, la signorina Margareth, era minorata mentale. Quindi, firmò anche il notaio apponendovi poi sopra il suo timbro sigillo.
Li accompagnò alla porta senza dire una sola parola. In fine, si accomiatò da loro con l’augurio: “Alla prossima!”. Usciti e chiusa lentamente la porta, il vecchio Harbord mormorò: “Eh sì, dare il pane a chi non ha i denti!”

(Tempio Pausania, gennaio 2016)

sabato 23 gennaio 2016

Sguardi sulla memoria in Libromondo 2/2016, pp. 11-13

recensione di Giuseppe Alessandro

scheda del libro www.faraeditore.it/arcipelago/sguardi_sulla_memoria.html

LIBROMONDO 
CENTRO DI DOCUMENTAZIONE 
PACE - AMBIENTE – INTERCULTURA 
COOPERAZIONE INTERNAZIONALE 
GENNAIO (2) 2016 Newsletter n. 2/2016 

Eccoci al secondo appuntamento del 2016 con la newsletter di “LIBROMONDO”, Centro di Documentazione sull’Educazione alla Pace e alla Mondialità che si trova all’interno della Biblioteca del Campus Universitario di Legino a Savona. 
La Biblioteca o Centro di Documentazione è un servizio di completo volontariato. Le case editrici e gli autori offrono libri come Saggi Gratuiti per l’uso in Biblioteca. I ragazzi delle Scuole Superiori e alcuni adulti, in qualità di volontari, leggono per primi i libri nuovi e ne fanno la recensione che viene pubblicata su newsletter come questa e poi inviata a un cospicuo indirizzario. Le newsletter sono archiviate e sempre disponibili per consultazione su vari siti, come annotato sotto. 
Tutti gli autori di libri relativi alle nostre sezioni e le Case editrici che lo desiderino possono inviare libri in saggio alla Biblioteca. I libri saranno recensiti come sopra. Per informazioni si può scrivere a libromondo@hotmail.com 
Le sezioni della Biblioteca di Documentazione sono: Europa, Asia, Africa, Americhe, Italia, Donne, Bambini, Religioni, Cooperazione Internazionale, Migranti, Popoli, Diritti, Salute, Hanseniani, Educazione alla Mondialità, Pace, Economia, Sviluppo, Alternative allo sviluppo, Agricoltura, Ambiente, Terzo Settore, Mass Media, Protagonisti, Letterature, Fiabe, Favole, Narrativa Ragazzi. 
N.B. L’orario di apertura della Biblioteca segue l’orario della Biblioteca del Campus Universitario, dal lunedì al giovedì: 9.00-17.45; venerdì 9.00-12.45. Il servizio è interrotto durante le vacanze natalizie, pasquali, in agosto e il 18 marzo per la festa del S. Patrono di Savona
Mercoledì e venerdì, ore 9 - 12, sono presenti in loco i volontari AUSER. 

SOMMARIO NEWSLETTER 

Libri Sezioni: DONNE, RELIGIONI, LETTERATURE, FAVOLE, MIGRANTI, SALUTE (con Petizione contro lo spreco alimentare in Europa), COOPERAZIONE, EDUCAZIONE 
PETIZIONE AVAAZ PER LA CITTÀ DI MADAYA 

N.B. Le newsletter sono archiviate su: 
www.ildialogo.org nella sezione Cultura; 
Per informazioni è possibile visitare il sito dove si trova l’archivio delle precedenti newsletter (fino al maggio 2012): http://informa.provincia.savona.it/cooperazione/libromondo 
La Biblioteca è anche su http://www.campus-savona.it/biblioteca.htm e su 

VIVERE, come nuotare. Non importa nulla se sei a Parigi, New York, Firenze o a Calcutta. Se non sai vivere, come pure nuotare, muori, che tu ti trovi nella piscina comunale del tuo paesino di provincia come pure nelle acque più limpide di un’isola da sogno. (da Prendi il largo, di Federica Maifredi, La Memoria del Mondo, 2014) 

lunedì 18 gennaio 2016

ADULATORI E ADULATI

di Sandro Serreri
Leggendo
di Clive Staples Lewis



 Pieter Brueghel il giovane: Adulatori


Gli uomini hanno bisogno di essere adulati e nessuno fa eccezione, tranne i santi, forse! Eh sì, forse! perché anche loro sono caduti dentro la fossa della adulazione almeno nei primi giorni della loro personale guerra contro se stessi, contro tutti, contro il mondo.
Questo, perché si trova sempre qualcuno da adulare e questo qualcuno, nella maggior parte dei casi, è un uomo limitato, non meritevole, con tanti difetti. Eppure, vuole essere adulato e trova sempre adulatori.
Questi adulatori, anch’essi uomini assai limitati, s’inchinano, si genuflettono, piegano il ginocchio e abbassano la testa. Servizievoli, sempre pronti a leccare il dorso della mano del loro padrone e a scodinzolare come buoni ebeti cagnolini addomesticati, ricevono per questa loro gran fatica solo, e solo qualche volta, dunque non sempre, solo un mezzo sguardo, un mezzo sorriso, una parolina sbiascicata.

Cortigiani, ecco quel che sono e che amano essere, cicisbei ridicoli e deformi, caricature derise e oltraggiate. Quando i loro vanitosi padroni fan cadere, volutamente, ovviamente – nulla è lasciato al caso! –, solo qualche briciola e persino e per giunta insignificante, eccoli gettarsi addosso alla medaglietta, al titoluccio, e se son più di due, eccoli abbaiare, ringhiare, azzuffarsi, sbranarsi, divorarsi, offendersi, senza riguardo, senza contegno. Non ha forse l’Apostolo scritto: “Se voi vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri”?
Sono, a dir poco, ridicoli, e per questo fatti oggetto di scherno, di critiche pur velate affinchè il padrone non senta e si insospettisca, di dicerie malevoli, di pettegolezzi, persino di calunnie, ma loro, gli adulatori, di tutto ciò non si curano, non si danno pena, non s’interrogano, non si esaminano, non si battono il petto, non si emendano, non si lavano, non si purificano. La medaglia è sul petto, il titolo nel colore: questo, questo solo conta! Tutto il resto, no!

Amano esser adulati, solitamente, uomini vuoti, privi di sensibilità, di sentimento, d’intelligenza, di coscienza, di vero cuore e animo. Sono veri maestri solo in un’arte nella quale, disgraziatamente, eccellono, eccome: Quella della strategia di farsi adulatori a basso costo e con ridotto investimento. In quest’arte, che tanti danni ha procurato alla pace sociale in quanto arte atta a dividere e a generare rancori, invidie e odi sino a ferite e morti, questi uomini vuoti hanno espresso il loro unico talento per il quale nel giorno del Giudizio saranno giudicati assai duramente e per l’eternità.
Ah, l’adulazione! Bestia, bestia demoniaca, vizio, vizio capitale, piaga, piaga insanabile, abominio, abominio profondissimo, vergogna, vergogna incurabile, morte, morte nerissima. L’adulazione è uno dei veleni più omicidi che il cuore dell’uomo possa generare e iniettare.
Questo veleno una volta entrato nel sangue inizia a circolare così rapidamente che non c’è antidoto o antibiotico che possa fermarlo e debellarlo. È un virus canceroso, che porta alla morte della dignità, serietà, eticità, moralità, altruismo, generosità.
Il malato non sa di essere malato, di essere in fin di vita, anzi è baldanzoso, incosciente, beffardo, tronfio. Poverino!
Il virus continua a circolare liberamente, di giorno e di notte, mentre l’ignaro malato terminale continua a genuflettersi meglio di un giapponese, a sorridere forzatamente, a consigliare viscidamente, a ruminare bile.
Ma l’adulato non si prende cura dell’adulatore, mai! Anzi, lo vuole così: pallido, macilento o pingue e rubicondo, falsamente ascetico o sfacciatamente mangione e beone.

Gli adulatori non avranno mai fine. Sono della stessa genia di quei tumori, sebbene dormienti, che ti uccidono respiro dopo respiro. Dunque, falsamente dormienti. Sono come quei brufoli, nonostante schiacciati, che continuano ad emettere pus, come la ferita, tuttavia medicata, non si rimargina, come una peste bubbonica contagiosa e virulenta.
Sì, gli adulatori non avranno mai fine sino a quando ci saranno uomini ben disposti a farsi adulare, corteggiare, ossequiare, servire servilmente. Anche questi, purtroppo, non mancheranno mai.
Si troverà sempre qualcuno in cerca di favori e onori e sempre qualcuno pronto ad elargire gli uni e gli altri, ma mai in maniera munifica, ovviamente, ma, come cadono le briciole dalla cornucopiosa mensa del padrone così cadranno i loro favori e onori, come le gocce nel disgelo dalla vecchia grondaia inumidiranno le labbra untuose e le cortesie degli adulatori.

Dunque, mi par di capire che la radice di questo triste abominio siano gli adulati più che gli adulatori, i tentatori più che i tentati, i comandanti più che i comandati, i sovrani più che i sudditi, gli imperatori più che i vassalli, i padroni più che i servi, i direttori più che i diretti, i maestri più che gli alunni… E se è vero, come è vero, che gli adulati sanno che c’è sempre qualcuno pronto alla adulazione, è altrettanto vero, eccome se è vero! che gli adulatori sanno che c’è sempre qualcuno in attesa di farsi adulare.
Gli uni e gli altri si cercano e si trovano, si riconoscono subito, trovano subito l’intesa e l’accordo, stipulano una società segreta, tramano insieme, diffidano segretamente l’uno dell’altro, si spiano a vicenda, si reggono l’uno sull’altro senza dar dell’occhio. Sono, comunque – bisogna riconoscerlo! –, un capolavoro di relazione sociale.

Se, poi, son ben affiatati i due compari facilmente costruiranno una società a delinquere che perseguiterà un unico scopo: Quello del massimo profitto con il minimo sforza da parte di entrambi.
E bravi i due compari! Ovviamente, tutto questo non apparirà mai, ma sarà solo oggetto di dicerie, di pettegolezzi, di calunnie, di sospetti, di congiunture, di animosità, di invidie. E più si batte l’aria o l’acqua marina più è difficile riconoscere e discernere il vero dal falso, il buono dal cattivo, il bene dal male, l’amico dal nemico, il collaboratore dall’individualista, il generoso dall’egoista. E i due compari, che sì sono cattivi, ma non stupidi, assai si compiacciono di sì tanta confusione, nebbia, caligine, oscurità, chiaro-scuri. Anzi, di più, molto di più, vi navigano dentro con assoluta sicurezza, padronanza, da nocchieri coraggiosi e navigati.

E più v’è fumo, più v’è dubbio: “Sarà? Mmmhhh! ma, forse? No, no, è proprio così!”, più l’adulatore e l’adulato trarranno per entrambi risultati, vittorie, cifre, conquiste, mete. Per questo, si uniscono scelleratamente col vile scopo di mai far diradare le foschie per tutta l’estensione del loro regno, dominio, campo di azione e di influenza.
La nebbia sarà sempre una fidata alleata, un servizievole mantello dell’invisibilità, una barriera contro sguardi indiscreti e intelligenti. Là dove c’è il dubbio c’è sempre chi vorrebbe dire e agire, ma non farà né l’uno né l’altro perché bloccato, trattenuto, intimorito, frenato, dalla voce della coscienza che dice, sottovoce: “Attento! E, se non è così?”

Qualcuno sarà ad un passo dalla verità, dalla luce, dalla chiarezza, dai contorni nitidi, dalle prove oggettive, inconfutabili, schiaccianti, ma… nulla di fatto, se ci sarà anche un solo onesto ragionevole dubbio.
È anche a causa di questo razionale stato d’animo della mente e del cuore degli onesti, dei buoni, dei miti, dei giusti, dei seri, dei responsabili, dei sensibili, dei coscienziosi, che gli adulatori e gli adulati ci saranno sempre: ammorbando l’aria, avvelenando le placide acque, insinuando il pungiglione del rancore e dell’odio, seminando a piene manciate la zizzania della diffidenza, soffiando sul fuoco che brucia ustiona e distrugge, dividendo lacerando e strappando, erigendo steccati e mura di sospetto e incomunicabilità.

Oh, allora, quanto son felici! Quanto danzano, quanto ridacchiano, quanto sogghignano, quanto annuiscono, quanto si strusciano, i nostri buoni compari! Certo, non sono amici per la pelle, ma alleati per reciprocità d’interessi questo sì, eccome!
Di questi, credetemi, non ne avremo mai abbastanza. Continueranno a farci dubitare sul valore sociale dell’onestà, dell’altruismo, del disinteresse, della pura e genuina gratuità, dei nobili sentimenti e degli affetti umani, dell’amicizia, del dono reciproco del buon vicinato, della generosità, della collaborazione. Continueranno a minare le fondamenta della pace, della concordia, dell’armonia.
Nel bel mezzo di una bellissima sinfonia ci faranno stonare, andare fuori tempo, abbassar di tono. In un quadro perfetto saranno una macchia sputata nel cuore della notte quando tutti dormono e riposano e sognano, tranne loro, gli adulatori e gli adulati.

Fintantoché ci saranno loro continueremo a dubitare, e il dubbio è così potentemente omicida che qualche giusto e onesto pensa di essere dalla parte sbagliata, di aver sbagliato tutto. E tutti noi finiremo col convincerci che ha ragione, che è proprio così. Ecco perché c’è sempre qualcuno pronto ad abbandonare il proprio sentiero e ad allungare le fila degli adulatori e degli adulati.
Il danno è a dir poco enorme, devastante. È una chiazza d’olio che si allarga, allarga, allarga su un mare cristallino e pacifico.
E par che questi assassini non si rendano conto del male che fanno alle vite e all’agire dei giusti e degli onesti. Pare, e sì pare! perché anche in questo campo sorge il dubbio: E se sono incoscienti? Possono un adulatore e un adulato essere incoscienti e, dunque, non responsabili del crimine che genera il dubbio e l’inganno?

Siamo, tutti noi, così ingenui, sprovveduti da berci questo giudizio che, se giusto, scagionerebbe i nostri compari da qualsiasi colpa loro imputata? No, non lo siamo, non lo siamo realmente e, soprattutto, non vogliamo esserlo nella maniera più certa e assoluta.
Suvvia, vogliamo ridicolizzare la storia, quindi l’esperienza personale e collettiva? Vogliamo fare la pantomima di quei bambini che credono veramente di vedere Peter Pan volare su e giù?
Se loro vinceranno sulle nostre coscienze, sulle nostre fatiche, sul nostro passo fermo e deciso, allora sarà la fine, la fine dell’onestà, della giustizia, della moralità.

No! non lasciamoci ingannare, impietosire dal nostro buono e nobile cuore. Non dobbiamo permettere che il nostro animo gentile abbia il sopravvento sulla perfidia e i mal affari dei nostri compari buontemponi.
Permettere che questo accada realmente sotto i nostri occhi, dentro le nostre vite, va contro tutto il nostro giusto e onesto operato, la nostra casa costruita sulla roccia, la nostra famiglia, i nostri affetti, i nostri buoni sentimenti, il nostro lavoro, la nostra sacra dignità.
No, non possiamo e non dobbiamo permetterlo, e non lo permetteremo!
Continueremo, dunque, a combattere la nostra buona battaglia anche se questa ci costringerà a schivare i dardi velenosi, seducenti, vili, scagliati ora dall’uno ora dall’altro adulatore o adulato o da entrambi insieme, che inevitabilmente incontriamo, con i quali abbiamo a che fare, ci scontriamo direttamente o indirettamente.
Sarà una gran fatica, ma necessaria. Lo dobbiamo innanzitutto a noi stessi. Poi, lo dobbiamo a tutti coloro – e sono tanti – che hanno sempre creduto e contato sulla nostra coscienza e onestà, costi quel che costi, che si sono sempre e comunque fidati di noi.
Questi due motivi da soli bastano per farci resistere agli assalti da vero e proprio assedio militare dei dubbi, delle delusioni, delle amarezze, dei tradimenti, delle lusinghe, del “così fan tutti”!
Spetterà al singolo giusto e onesto non farsi abbracciare e baciare dagli adulatori e dagli adulati affinché un giorno, presto o tardi, non abbia da rimproverarsi e vergognarsi per aver venduto se stesso.

(Tempio Pausania, gennaio 2016)

sabato 9 gennaio 2016

La fulgida memoria di suor Lilia

di Vincenzo D'Alessio (fondatore del Gruppo Culturale F. Guarini)







Ci sono poche persone che, pur avendo un ruolo sociale importante, amano per scelta assumere la forza dell’umiltà per rendersi disponibili agli altri, sovente ai meno abbienti.

Una di queste persone speciali è scomparsa in questi giorni nella Comunità religiosa “Regina Apostolorum”, Figlie di San Paolo, ad Albano Laziale (Roma). Si tratta di suor Lilia MOLINATI, al secolo Rosa, nata settantanove anni fa nella piccola comunità di Borgo di Montoro.

Rispondendo alla chiamata di Nostro Signore ha svolto un ruolo comprimario nelle manifestazioni religiose a carattere nazionale e internazionale come, nel nostro caso, all’avvio della Fiaccola della Pace a Solofra.

Nel 1987 la prima Fiaccola della Pace, in onore del Santo Patrono San Michele Arcangelo, si svolse nei giorni dell’apparizione cioè 6,7e 8 maggio. Gli atleti, in tutto una cinquantina, su due pullman raggiunsero Roma e in Piazza San Pietro nella postazione papale attesero che S.S. Giovanni Paolo II accendesse la Fiaccola che da quel momento partì per far ritorno a Solofra e rinnovare la luce della Fede che da millenni splende nella Collegiata di San Michele Arcangelo.

Dietro la capillare organizzazione che muoveva la Fiaccola c’era suor Lilia e il nostro referente, Alberto Sica, allora segretario del Club Biancoverde Rischiatutto fondato dal professore Antonio D’Urso, già sindaco.

Da quel primo bagliore ogni anno seguirono tutte le altre mete scelte come luoghi simboli della Fede e ancora oggi la Fiaccola della Pace di Solofra continua il suo viaggio per illuminare i tempi bui che si profilano dinnanzi.

Suor Lilia si è spenta nell’umiltà che l’ha distinta , circondata dall’affetto delle consorelle, dei famigliari, del popolo della frazione Borgo che nella giornata di ieri ha accolto i resti mortali nella chiesa di San Leucio, i quali da oggi riposano nel cimitero della stessa frazione.

A lei, a tutte le opere di Misericordia che ha donato alle genti in nome dell’Apostolo dei Gentili che ha scelto di servire, va la nostra preghiera per tenere accesa la sua fulgida memoria.

Montoro, 6 gennaio 2016