giovedì 27 agosto 2015

Giamboni e Roncarati presentano il loro romanzi a “Il verso della trama”, Museo della Città, Rimini 4 settembre

Fara Editore in collaborazione con 




Presenta il ciclo di incontri con narratori, poeti e…

“Il verso della trama” 

Semiramide


presso la splendida Sala degli Arazzi 
via L. Tonini, 1


ogni trama ha almeno un verso 
e i versi più di una trama

Opera senza titolo di Lucia Nanni, tela di canapa con filo nero


venerdì 4 settembre alle ore 17.00

assaporeremo le trame tragicomiche e avvincenti di due romanzi appena stampati e conosceremo
i segreti della loro lavorazione dalla viva voce degli autori: Corrado Giamboni Zambo e Claudio Roncarati.
Qui sotto alcune notizie sulle opere e gli autori.
Corrado Giamboni Zambo

Il Porsche a metano e altri discorsi

romanzo balneare 

Zambo e Rampino non sono mai esistiti? Riferimenti a fatti e persone sono puramente casuali? Come è andata poi a finire con le svedesi? Lo sfondo è vero e documentato mentre i personaggi sono verosimili, cioè sarebbero potuti benissimo esistere? E infine, che differenza c’è fra questo romanzo e una nave costruita dentro una bottiglia? Perché entrambi richiedono pazienza, ostinazione, dedizione. E non si finisce mai. Un puzzle da centomila pezzi. Se non vi piacerà, vuol dire che non è stato scritto per voi. Ma se invece c’eravate, se avete assaporato anche voi Rimini negli anni Ottanta, che non sono ancora finiti e che erano un tormentone già da allora, beh, allora siete nel posto giusto e ci siamo già capiti.

«(Tamburellando nel mentre con automatica convinzione il ritmo dei Bronsky Beat, una musica che forse fra mille anni non esisterà più, e intuendo che queste canzoncine monodimensionali, perfettamente ritmate e anche un po’ da bambini, ruffiane e rassicuranti, le quali trovano un loro corrispettivo nella mia magica PX 125 blu, saranno comunque per me ora e sempre quello che forse è stata Giovinezza per mio zio, vale a dire il riflesso condizionato della proiezione di un’età ideale, quella della giovinezza appunto, che ideale non è per niente, ma glielo si perdona perché ha altre qualità. E intuendo che quando riascolterò questa musica, unica e bellissima da strappare il cuore, farò probabilmente come Proust con i suoi dolcetti: gusterò e ricorderò e sarà un tutt’uno.)»

Corrado Giamboni Zambo è nato a Roma (1963) ma si è trasferito presto a Rimini e ci è rimasto a lungo, motivo che giustifica questo libro balneare. Ha studiato Lettere a Bologna: ha insegnato prima in Trentino e ora insegna a Mantova. La fotografia, la parola, ciò che è espressione lo attraggono. Ha partecipato a diverse iniziative culturali (ad es. il concorso Eks&Tra per scrittori migranti), ha vinto il concorso “Rimini raccontata dai riminesi” (1998) e un paio di edizioni del “Festival degli scrittori della Bassa” a Pegognaga (2011 e 2012). Ha pubblicato con Fara la raccolta di racconti Il virus dell’elefante (1999) ed è presente in FaraPoesia come Massimo Pensante. Organizza incontri e presentazioni di libri, meglio se con aperitivo. Già redattore de “La Cittadella” a Mantova, è tutt’ora nella redazione del periodico satirico Il Notturno.


Claudio Roncarati

Antipsichiatria Extragalattica




Romanzo vincitore del V Concorso Faraexcelsior (disponibile anche come e-book su Prospero Editore)

«È un bailamme vorace e onnicomprensivo dove bene e male, realtà e finzione, utopia e verismo s’impossessano del testo sprigionando un’energia buona a tratti iperbolica.» (Giorgio Massi)
«Racconto divertente, a volte esilarante, molto fantasioso ma con i piedi ben piantati per terra.» (Gloria Visani)
«Si tratta di un viaggio umano, senza funi di sostegno, tra difficoltà ed imprevisti che spesso non sono nemmeno oggettivi.» (Leonardo Montecchi)
«Irriverente e geniale. Un susseguirsi onirico di incontri bizzarri con lo sfondo di una località di vacanze che sa di mare e di impulso ad abbandonarsi ai desideri più profondi e impronunciabili.» (Simona Mulazzani)
«… siamo tutti un po’ Gnegno 732248: tutti vaghiamo con l’animo dell’esploratore, con l’istinto ad andare avanti; con la delusione negli occhi di fronte a panorami imperdibili che ci impediscono di vederne altri…» (Stefano Martello)
«Antipsichiatria Extragalattica ha la leggerezza del realismo magico, i sandali alati di uno stile eclettico ed ironico e lo scudo di una fervida immaginazione per riflettere lo sguardo pietrificante dell’oggettività. Il protagonista è un angelico alieno le cui vicissitudini si intrecciano con quelle di alcuni turisti della località marina in cui casualmente compare e con quelle di personaggi fantastici che arrivano da un Aldilà letterario. Finirà ricoverato in psichiatria e la trama acquisirà un tocco di noir.» (Prospero Editore)

Claudio Roncarati è psichiatra (AUSL di Rimini) e psicoterapeuta. Vive a Cattolica (RN). Questo è il suo primo romanzo (disponibile anche come e-boook su www.prospero editore.it). Precedentemente ha pubblicato altri tre libri. Il primo, consiste in un collage di racconti brevi e poesie: Manuale di Psichiatria Poetica (Alpes editore 2009). Il secondo è una raccolta di poesie: La fata fatua e lo psichiatra (co-edizione Alpes e CFR) con cui ha vinto il Premio Fortini 2011. Il terzo è un’altra silloge, Per/le rime (inserita ne La forza delle parole, Fara 2012) con cui ha vinto il concorsoPubblica con noi. In collaborazione con Alessandro Ramberti (Fara Editore) ha organizzato il concorsoInsanamente per racconti e poesie dedicate alla lotta allo stigma in psichiatria. Come psicoterapeuta ha scritto articoli dedicati al rapporto tra poesia e psicoanalisi.
I venerdì successivi sempre alle 17.00 avremo:

11 settembre Edoardo Gazzoni, Beatrice Nicolini ed altre nuove voci poetiche di Slow Lapin

18 settembre Stefano Maldini con Bum! Morto

25 settembre Alessandro Ramberti con Orme intangibili


Fara Editore: L'universo che sta sotto le parole

venerdì 21 agosto 2015

Forse pioverà



Sono seduto su una panchina di legno, all’ombra d’un platano. Alle mie spalle c’è un monumento ai caduti, la solita lapide retorica e due o tre grandi bombe accanto. Più in là, di fianco, su uno scivolo e un’altalena giocano due bambini. Un uomo giovane parla ad alta voce in una lingua che non conosco e scatta delle foto ai bambini.
Sono venuto di mattina quassù, in questo paesino d’alta collina, per sfuggire alla straordinaria calura della città. La campana ha appena battuto le dodici e mezza. Ho di fronte un piccolo edificio chiaro, sembra un disegno di Walt Disney. Sulla facciata c’è una scritta: Municipio. Dietro l’edificio appare una montagna boscosa con poche case immerse nel verde, sparse qui e là. Grandi nuvole scure scendono sulla montagna e coprono le vette con frange più chiare.
Forse pioverà.
Ho mangiato due banane e letto un racconto di Gao Xingjian intitolato Il tempio della grazia perfetta. Le rondini volano basse. Una mosca si è posata sul mio viso.
Oltre la ringhiera di ferro, giù nella strada, un segnale di divieto d’accesso mi sorprende per la prima volta con il suo rosso vivido e la striscia bianca orizzontale al centro. Eppure ho già visto tante volte un segnale così. I suoi colori non mi avevano mai sorpreso.
Il tempo scorre e anche i giorni dell’estate scorrono lenti verso la fine e divengono inesorabilmente quel che poi chiamiamo passato. Cosa rimane immobile?
Da una finestra socchiusa proviene il vociare d’una famiglia, il pianto d’un bambino e una voce maschile che ripete: “Iniziate a mangiare, iniziate a mangiare.” È ora di pranzo, la campana ha battuto un solo colpo.
Forse pioverà, ma forse no.
Una macchina parte, suona due volte il clacson in un saluto rivolto a un passante. Un tipo magro con un cappellino sbiadito in testa e maglietta e pantaloni da lavoro, cammina a passo spedito percorrendo una strada in discesa. Ha una bottiglia d’acqua in mano. Un corvo gracchia. Poco dopo tre persone con uguali tute da lavoro camminano piano in salita sulla stessa strada.
È spuntato il sole da un vasto squarcio nelle nuvole. Forse nemmeno oggi pioverà.
Due ragazzi si attardano alla panchina qui accanto, prima del pranzo. Il tempo passa. Cosa rimane immobile. Ognuno lo sa.
Cerco un bar per un panino e una birra, ma nel bar dove entro niente panini. Cammino un po’ senza meta, mentre per le vie del paese non c’è più quasi nessuno. Un venticello fresco mi carezza il viso e il corpo.
Raggiungo un altro bar, più grande. Lì di certo troverò un panino e una birra. Ma il bar è chiuso per la sosta del pranzo. Ritorno sui miei passi. Il cielo è più scuro. Alcune gocce di pioggia, molto diradate ed enormi, fanno rumore ma non mi colpiscono nemmeno. Poi, un uomo con un bel viso abbronzato, affacciato alla finestra del piccolo municipio, dall’alto mi dice:
“Si sta bene qui al fresco, eh?”
“Eh, già,” rispondo. “Sono venuto qui proprio in cerca d’un po’ di refrigerio. In città fa davvero caldo.”
“Non mi hai riconosciuto?”
“No, no… Ma il tuo volto mi è familiare… Chi sei?”
“L’amico di Antonio.”
“Antonio C.?”
“Sì. Sono Ignazio.”
“Oh, sì, Ignazio. Avevi un negozio d’alimentari prima. E adesso?”
“Lavoro qui.”
“Eh già, le attività commerciali non reggono facilmente…”
“Sei tornato per le vacanze?”
 “Sì, da un paio di settimane. E tu? Quando vai in ferie?”
“Eh, sono rientrato ieri al lavoro.”
“Oh.”
“Mi ha fatto tanto piacere vederti.”
“Anche a me, davvero.”
“Ciao bello.”
“Ciao, buona estate!”
Torno al bar ancora chiuso. Mi siedo in una delle sedie del locale. Leggo un altro racconto di Gao Xingjian. Una bottiglietta vuota di birra Peroni è stata dimenticata sul tavolino di plastica rossa. Passa un uomo d’una certa età, muscoloso e un po’ basso. Lega a un palo della luce un cartellone colorato con il disegno d’un clown e una scritta grande, SALTIMBANCO, che annuncia un prossimo spettacolo serale. Due ragazzi in bicicletta, con le gambe pericolosamente spalancate, sfrecciano in discesa urlando di gioia.     

giovedì 20 agosto 2015

La difesa della Civiltà


Finalmente è giunta sulla scena mondiale la voce forte e chiara del Presidente della Repubblica Italiana, senatore Sergio MATTARELLA, per richiamare l'attenzione sui prodromi della Terza Guerra Mondiale, iniziata in sordina nel cuore dell'Africa e che tenta di raggiungere il cuore dell'Europa, degli Stati Uniti d'America e oltre.
Il valore delle parole del Capo di uno Stato come il nostro, che ha divulgato la forma più alta della civiltà umana nelle opere pubbliche, nei monumenti, nei templi, nelle strade e negli acquedotti, giunti fino a noi dopo duemila anni di alterne vicende storiche, divengono la reale interpretazione del violento disagio che la civiltà di questo XXI secolo sta vivendo. 
La lezione del grande storico Giambattista VICO ritorna nelle parole pronunciate dal Capo dello Stato come monito perenne che la Pace tra i popoli va difesa anche con le armi. La Terza Guerra Mondiale ha il volto di costoro che proclamano di combattere in nome della terza religione monoteista che molti popoli praticano nella pace delle loro moschee.
La violenza atroce adoperata nel bruciare soldati, uomini, donne e bambini ancora vivi; decapitare e crocifiggere uomini di scienza come l'illustre archeologo Khaled Asaad che si era adoperato per nascondere e difendere la ricca produzione di opere monumentali del sito di Palmira (Siria), Patrimonio dell'Unesco, va fermata prima che faccia proseliti in altre parti del mondo generando veramente la Terza Guerra Mondiale annunciata dal nostro Capo dello Stato.
L'archeologo Khaled Asaad è prima di tutto cittadino di Roma a tutti gli effetti, Palmira fu dedotta colonia romana a partire dal primo secolo  avanti Cristo, poi cittadino del mondo per avere studiato, amato e infine difeso un bene che è patrimonio dell'Umanità.  Per questi motivi la voce del nostro Capo dello Stato risuona come invito e monito per il resto del mondo ad arginare l'eccesso di atrocità che esseri, che poco hanno di umano, stanno spargendo nelle terre dove è nata la Civiltà dell'intero pianeta.

                           

L'ultima dimora del Re menzionata dal Domenicale del Sole24ore del 9 agosto 2015




scheda del libro con numerosi link a convegni, saggi, recensioni, video e interviste all'autrice Rosamaria Rita Lombardo qui: www.faraeditore.it/nefesh/dimorare.html

lunedì 17 agosto 2015

Un racconto per Antonio

  
Mio caro Antonio è andata persa la vocazione dei nonni nel raccontare favole, racconti di tesori, orchi, principesse, fantasmi, diavoli, da moltissimi anni.
L’ultima volta che ho memoria di questo raccontare ero un bimbo snello, con una maglietta a strisce, dei sandali ai piedi, che si addormentava sulla grande panca di legno accanto al focolare nella casa dei nonni materni. Ero felice, sai!, anche se nel mio piccolo stomaco c’era soltanto quell’unica fetta di pane fresco irrigata d’olio che mia nonna aveva sfornato la mattina precedente.
I racconti erano caldi come il fuoco del focolare, scaldavano la mente e raggiungevano i miei sogni: per prima cosa diventavo un ricco principe che aiutava i poveri e scacciava i prepotenti dal villaggio; oppure il coraggioso guerriero che sconfiggeva il diavolo che aveva preso possesso del tesoro nascosto, la paura mi attanagliava mentre i fantasmi lanciavano sassi nel buio delle notti quando i miei zii percorrevano i sentieri nei boschi.
Una lunga teoria di personaggi sono svaniti nei ricordi alla comparsa della televisione negli anni Sessanta. I cartoni animati hanno preso il posto dei racconti orali e i nonni un poco per volta li ho accompagnati al cimitero dove torno a trovarli e sorrido di fronte alle loro foto in bianco e nero.
Stamattina, mentre camminavo lungo le stradine del villaggio dove abito, è apparsa una figura straordinaria che è rimbalzata nello specchio della memoria riportandomi alla mente quegli anni Cinquanta fatti di molte necessità: un uomo con una sacca di colore chiaro sulle spalle, munito di una vecchia bicicletta nera  procedeva bussando ai campanelli delle abitazioni sparse lungo il cammino: “Signora potrebbe darmi qualcosa da mangiare?, qualcosa da bere?”
Mio piccolo Antonio sono rimasto piantato di fronte al lento incedere di quell’uomo, non tanto alto, calvo, spalle curve, vestiti sgualciti, scarpe da ginnastica rotte sui lati e  chiedevo: sono tornato indietro nel tempo!?   È bastato poco: un grosso Suv è passato sfrecciando sull’asfalto e lo scarico del carburante ha innescato il senso del risveglio da quel sogno.
“Tatillo 'o cardogne*” , così suonava nel nostro dialetto il nome dato a quell’uomo alto, almeno ottantenne, con un grande mantello nero a ruota sulle spalle, scarpe da militare, sacco bianco unto sulle spalle, che bussava alle porte del rione Misericordia dove abitavo allora. Arrivava quasi sempre all’imbrunire: mangiava un piatto di pasta e fagioli rimasto dal pranzo di mezzogiorno,  beveva avidamente il bicchiere di vino che mia nonna gli porgeva, mentre era seduto sulla pietra che precedeva la soglia di casa. Tirava fuori dal sacco una forchetta e un cucchiaio neri per l’uso, un fazzoletto a quadroni di colore blu e rosso, un coltello a serramanico come quello che mio zio Mario usava per potare le viti. Mangiava: il volto coperto da una lunga barba grigia, pochi denti, il naso aquilino che affondava nel cibo.  Le mosche gli giravano intorno come fosse già cadavere.
A me faceva un po’ paura perché era alto e quel mantello nero a ruota lo faceva somigliare alla figura della Morte dei racconti.
Non era così.  Era soltanto una persona sfortunata, povera, che i famigliari più poveri di lui  avevano messo alla porta.  Dormiva dove capitava, accettava di dormire anche nelle stalle che erano sotto le case dei contadini, insieme all’asino o alla mucca, non aveva rubato mai nulla nella sua vita, era silenzioso.
 Scomparve una notte gelida di febbraio di quegli anni Sessanta, quando la miseria era condivisa e le sagome delle case contadine sventrate dai bombardamenti alleati circondavano come fantasmi la mia infanzia. Il calore umano che dividevamo con quell’uomo non era bastato a salvarlo.
Credimi, figlio mio!, una cosa sola non riesco a ricordare in nessun modo di quell’uomo,  oggi  che viviamo con l’acqua calda in casa, la televisione a venderci menzogne e il benessere protetto in frigorifero: i suoi occhi… che colore avevano?
   

Nel dialetto irpino sta per nonno.

L’allarme



Una estate caldissima, un modesto omaggio alla fantascienza apocalittica. Finestre spalancate alla sera e all’aria notturna, frastuoni che invadono le case indifese.
Un giorno d’agosto iniziò quel rumore lancinante. Un sibilo intermittente, uno dei tanti allarmi che scattano d’estate, incustoditi, e si sommano, fastidiosissimi, all’urlo di sirene di polizia, pompieri, ambulanze, al pianto di bambini nascosto nelle stanze accaldate, al vociare talvolta nervoso di uomini e donne, alle grida eccitate di fanciulli che giocano, al clangore di mezzi meccanici al lavoro, al rombo arrogante delle motociclette.
Si sperava che quell’allarme cessasse di lì a poco, che il proprietario dell’aggeggio difensivo intervenisse presto a protezione della quiete pubblica. Ma ciò non avvenne, né quel giorno né nelle settimane successive. Il suono penetrante proseguiva, monotono, senza alcuna sosta. Di notte l’allarme disturbava i sonni sudati, e perfino i sogni più tenaci venivano spezzati dal sibilo automatico.
Nessuno tuttavia parlò con gli altri del rumore, nemmeno negli ascensori condominiali, poche parole che avrebbero risolto almeno il silenzio impacciato dei piani attraversati insieme a testa bassa o con lo sguardo lontano. Nessuno inoltre si prese la briga di fare una telefonata per cercare di porre termine a quel fastidio. Se ne parlava soltanto, raramente, nell’intimità delle case, quasi sottovoce. Un riferimento fugace tra marito e moglie, una vaga risposta d’un genitore alla domanda del figlio.
Per strada il rumore dell’allarme sembrava svanire, forse coperto dal chiasso del traffico oppure non captato a causa della distrazione in cui il passante si immerge più facilmente. Talvolta, anche nel chiuso delle dimore domestiche, il fastidio diveniva impercettibile, per abitudine.

Il rumore proseguì fino alla conclusione dell’estate. Ognuno si augurò che con il ritorno dalle vacanze il proprietario dell’allarme ne avrebbe spento finalmente il meccanismo. Ma il rumore non cessò nemmeno nelle successive stagioni e ancora oggi, dopo moltissimo tempo, perdura. È un fastidio sì, come generalmente si dice nei sussurri confidenziali, ma non di rado, per alcuni, è anche una musica incantevole.