lunedì 20 maggio 2013

Biblioteca vivente con Guido Passini a Santarcangelo 25 maggio

Dalle 15:30 alle 18:30 Guido Passini è Biblioteca Vivente!!! Per chi vuole... sarà lì anche con il banchetto dei libri Fara Editore che devolverà l'intero incasso all'organizzazione Davide e Guido Insieme Fibrosi Cistica Trust Onlus. Quindi correte... i libri avranno prezzi speciali!

 

"Festa del libro 2013 - Dei diritti e dei lettori"
Sabato 25 maggio, centro storico
Santarcangelo di Romagna

Iniziativa promossa da: Comune di Santarcangelo – Assessorato alla Cultura, FOCUS - Fondazione Culture Santarcangelo - Biblioteca Comunale A. Baldini - IMC Istituti Musei Comunali

In collaborazione con: Assessorati alle Attività Economiche e Servizi Sociali del Comune di Santarcangelo - Centro per le famiglie dell’Unione dei Comuni della Valmarecchia - CET e Centro Zaffiria - Effimera Eventi - Pro Loco Santarcangelo - Associazione Città Viva

Con la partecipazione di Coop Adriatica -  Giovani2000 - Voci nel deserto


Dei diritti e dei lettori propone, in piazza Ganganelli, una giornata dedicata ad incontri con autori, letture a voce alta, laboratori per bambini e mostre. In via Rino Molari gli editori vi aspettano per presentarvi i loro libri. Le librerie di Santarcangelo propongono le ultime novità editoriali.

programma pomeridiano
 
Piazza Ganganelli


Ore 15.30
Identikit del Lettore di Provincia : Giuro di leggere!
Leggiamo chi siamo. A cura del Gruppo di Lettura G.D.L. biblioteca A. Baldini

Ore 16.15
Incontri con gli autori, Giovanni Montanaro (Tutti i colori del mondo – Feltrinelli) e Laura Pariani (Il piatto dell’Angelo - Giunti). Conduce Emiliano Visconti

Dalle 16.30 alle 19.30
Ascolta la Biblioteca vivente. Diritti da raccontare: libri da ascoltare. A cura dell’Associazione 2000Giovani – Portici palazzo comunale – piazza Ganganelli


Ore 19.15
Voci nel deserto, la raccolta differenziata della memoria. A cura del Gruppo Voci Rimini

Dalle 16.30 alle 19.30
Bookcrossing - Libri in Libertà... porti un libro, ne prendi un altro... vivi il Musas
Al MUSAS, via A. Costa
Nel frattempo, per i bambini

Ore 15-.30- 17
Laboratori per bambini a cura del Centro Zaffiria e Munari’s Augmented.
Libri Pop-Up e AR book
Un foglio, una piega, un tablet possono bastare per raccontare storie a prima vista invisibili? Dai libri pop up alle storie in augmented reality.
Ideato e e condotto da Giovanni Porcari
Libro matto da (ri)legare
Possiamo immergerci nella lettura di una storia anche senza voltare pagina?
Trasparenze: per costruire libri matti, dove ogni pagina fa capolino tra le pagine.
Ideato e e condotto da Wanda Mannino
Disegnare con i caratteri mobili
Un foglio più un foglio, fa un libro. Un segno più un segno, fa un disegno. E il carattere mobile?

Ludus latrunculorum. L'antico gioco dei latruncoli
Schiera il tuo esercito sulla scacchiera e combatti per vincere la battaglia. Il gioco più popolare del mondo romano.
Dagli otto anni in su. Gratuito. A cura di Bookstones.

Ore 17-17.30
Una pausa con i libri e le storie a cura del gruppo “Reciproci racconti”.
I lettori volontari della biblioteca A. Baldini presentano: "Portiamo in piazza la biblioteca!"

Ore 17.30-19
Laboratori per bambini a cura del Centro Zaffiria e Munari’s Augmented


Le Mostre:

La Poetica Delle Cose, mostra delle scuole materne e scuola elementare F.lli Cervi di Sant'Ermete del II Circolo di Santarcangelo. Al Musas, dalle 16.30 alle 19.30.

Extramedia in mostra: i bambini e gli adolescenti di Santarcangelo, Verucchio, Torriana e Poggio Berni raccontano i laboratori attraverso foto e video, nel gazebo multimediale.
Il Centro per le famiglie è in piazza per far conoscere servizi e opportunità per genitori e bambini.

Liberiamo le mani: a settembre le insegnanti del CET si sono formate con l’artista parigino Hervé Tullet. I loro lavori diventano costruzioni giganti per città immaginarie. Gioco libero (senza scarpe).


Nota: in caso di pioggia, il Gruppo di Lettura G.D.L., l'incontro con gli autori, la Biblioteca vivente troveranno riparo nella biblioteca A. Baldini

Info
Dei diritti e dei lettori programma bambini: Centro Zaffiria - Valeria Mordenti e Alessandra Falconi, tel 0541341642, facebook: Centro Zaffiria
Dei diritti e dei lettori programma adulti: Biblioteca A. Baldini, tel. 0541356299 mail: biblioteca@comune.santarcangelo.rn.it 

domenica 19 maggio 2013

L’eredità delle principesse, a cura di Emilia Dente, Montefusco, 2013


Emilia Dente,  montefuscana, nata a Baden (Svizzera), la conosciamo come fervida poetessa e appassionata recensora. Da bambina fece ritorno, con i  genitori, nella città che l’ha vista protagonista di tante iniziative tese a valorizzare la sua terra, in una provincia dimenticata e maltrattata dall’emigrazione e dai terremoti, questa di Avellino. Il suo viscerale amore per quell’insieme di storia, arroccata a 700 metri sul livello del mare, si riserva oggi in un lavoro dignitoso  dal punto di vista storico e antropologico.
Il titolo del libro, voluto dal Comune di Montefusco, è L’eredità delle principesse e reca nel sottotitolo: Storia e storie del pizzillo montefuscano, in più l’aggiunta del “Museo del Risorgimento meridionale” allestito nel Carcere borbonico definito dagli storici “Lo Spielberg” dell’Irpinia, dove è collocata anche una sezione documentaria dell’attività del Tombolo, attività ancora oggi diffusa nel contesto cittadino. L’epigrafe al testo recita: “Dedicato alle donne di Montefusco, le pizzillare di ieri e di oggi che intrecciano emozioni e pensieri nel ricamo della vita.”
 Sottolineo, per chi leggerà questo agile volumetto, che la curatrice del Museo del “pizzillo” (leggi merletto al Tombolo) è la stessa Emilia Dente. A lei si deve anche un validissimo depliant sul Carcere Borbonico di Montefusco stampato su proposta dello stesso Comune negli anni Novanta. Lo studio sul “merletto” finissimo che viene realizzato in questa antichissima città, già capoluogo di Principato, sede della Regia Udienza, amata dai Re che la predilessero con la propria famiglia soggiornandovi in età Angioina e Aragonese, è solo agli inizi. Proprio alle “principesse” veniva insegnata l’Arte del Merletto, che prese poi il nome di “pizzillo” in questa parte della provincia di Avellino.  Le monache domenicane, d’istanza nel Convento di Montefusco, hanno continuato questa attività ,dalla loro fondazione nel XVII secolo, trasmettendola  alle giovani novizie che entravano in convento  e che spesso tornavano alla vita civile.
 Quanta importanza avesse , non solo per l’economia che realizzava quanto per la dignità sociale  l’apprendere quest’Arte, lo si può comprendere ancora oggi visitando l’aula della chiesa di Santa Caterina in Montefusco:  su un altare laterale c’è una bellissima tela dell’Annunciazione, dipinta sul finire del XVII secolo,  in un angolo è riprodotto il tombolo con i fuselli, proprio accanto alla Vergine Maria raggiunta dall’annuncio dell’Angelo. Una lunga tradizione artigianale che ha visto impegnati anche molti uomini, chiamati “maestri pizzillari”. Non mancano nel testo Atti che riportano nomi di bambine, scomparse in tenera età, già dedite a quest’Arte.
 La Nostra autrice ha finalmente liberato l’energia che il suo “cuore di donna” conteneva da tempo per la terra d’origine e per quell’immenso tramestio di mani che per secoli ha valorizzato, silenziosamente, il magnifico tesoro d’Arte che è il merletto di Montefusco. La scrittura è limpida, ben articolata nei capitoli, documentata ampiamente, con  l’aggiunta della sincronia poetica: non si può pretendere da una poetessa un linguaggio scarno e puntiglioso tipico degli storici. Riporto, per il lettore, un periodo ripreso dal testo a sostegno della mia tesi: “È questa indagine che cerca nel canto dei fuselli le voci perdute nel tempo e nelle fredde carte riconosce il calore di un sorriso lontano, deviando dal rigore dell’ufficialità per perdersi e ritrovarsi nell’intricato pizzillo della memoria montefuscana.”
Il corredo fotografico di questo volumetto è ricchissimo. Come molteplici sono le emozioni che queste immagini suscitano nel lettore.
Dopo il volume di Angelo Cennerazzo, dal titolo “Sulle tracce del tombolo: Montefusco ieri e oggi” del 2004, questo volumetto di Emilia Dente segna unaltra tappa importantissima  alla riscoperta della valenza socio culturale dell’artigianato  nelle terre dell’Irpinia, a poca distanza dalla movimentata società della capitale del Regno delle Due Sicilie, Napoli, che tanta influenza ha avuto  nell’entroterra campano.

  

lunedì 13 maggio 2013

Formalina all'Università di Catania 21 maggio

sul libro
scheda del libro

Testimone fedele: Ioan Ploscaru

nota di lettura di AR
 

Il corposo eppure leggibilissimo volume di memorie Catene e terrore. Un vescovo clandestino greco-cattolico nella persecuzione comunista in Romania, a cura di Marco Dalla Torre, traduzione di Mariana Ghergu e Giuseppe Munarini (che ha curato anche le note all’edizione italiana), EDB, Bologna 2013, pp. 474, ci offre un quadro storico-religioso della persecuzione a cui sono stati sottoposti fedeli, sacerdoti e vescovi della chiesa ortodossa unita a Roma già dagli ultimi anni del Seicento e che il regime comunista negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale aveva dichiarato fuorilegge forzandone l’assimilazione alla chiesa ortodossa di Romania. Le vessazioni, le torture, i lavaggi del cervello, la “sparizione” o la morte in seguito ai maltrattamenti degli irriducibili ai voleri della Securatate, di cui ci parla in prima persona il vescovo clandestino Ploscaru (1911-1998) sembrano appartenere ad altri tempi e ad altri luoghi: eppure siamo in Europa e sono passati appena pochi decenni! Solo una fede incrollabile e una carità infinita nei confronti dei compagni di cella (quando al Nostro non era riservato il trattamento della “nera” al buio e in catene) possono spiegare il superamento di tale autentico calvario in varie carceri della Romania fino alla libertà molto vigilata dell’agosto 1964 (era stato arrestato la prima volta nell’agosto del '49) che il vescovo commenta con questi versi: “Signore da chi andremo? / Quelli che conoscevamo sono morti o se ne sono andati, / gli altri, uscendo sulla soglia, alzeranno le spalle / e ci guarderanno attoniti, sorpresi, / (…) / gli amici nei cimiteri croci. (…)” (pp. 441-2). Il racconto di Ploscaru è condotto sempre con grande empatia, cercando e trovando qualche barlume di umanità anche in aguzzini e delatori e “approfittando” della prigionia per testimoniare la propria fede: “In nessun luogo come in prigione, si può venire a contatto contemporaneamente con l’anima di tante persone. Dio ha fatto un grande dono tanto a noi quanto a quelle anime sofferenti. Fuori, in libertà, le occasioni di parlare con tanta gente sono rarissime. E quando pure si presenta l’occasione, la disposizione dell’anima è poco ricettiva.” (p. 133); “In realtà la libertà è molto relativa, diversamente concepita, definita e sperimentata. Dal punto di vista spirituale, noi prigionieri eravamo più liberi di coloro che erano fuori. Noi mai abbiamo portato uno striscione senza volerlo e mai abbiamo pronunciato slogan in cui non credevamo! Quelli fuori, per salvare non la loro libertà, ma il lavoro, il cibo e le relazioni, a volte avevano sacrificato le convinzioni e gli ideali di vita. Qual è allora la grande libertà? La vera libertà?” (p. 170); “Grazie alla preghiera l’anima fortificava il corpo, lo illuminava e gli elargiva il potere di resistere, di sopportare, di affrontare la sofferenza, la solitudine, la fame.” (p. 172); “… ho desiderato compiere la volontà di Dio, nel posto e nelle circostanze in cui Lui mi voleva. Questo abbandono alla volontà divina mi dette una pace serena e fiduciosa per tutto il periodo della mia detenzione.” (p. 240).
Nonostante la crudezza dell’esperienza vissuta, non mancano passaggi divertenti e ribaltamenti di luoghi comuni: “Quando un romanziere fosse a corto di fantasia per i suoi libri, entri nelle prigioni e troverà le vicende più autentiche: ogni detenuto è un romanzo. (…) In tutte le prigioni e le celle in cui sono stato in questo lunghissimo tempo, non ho trovato sui muri che disegni di croci e iscrizioni religiose: fuori – sui cancelli, nelle stazioni e negli altri luoghi pubblici di transito – non si leggono che scritte oscene: il contrasto è sorprendente” (pp. 322-3). E parlando del vescovo Ioan Bălan: “Desiderava molto conversare o, per essere più precisi, desiderava parlare lui. Raccontava i suoi ricordi senza interrompersi…” (p. 377).
Sull’inutilità, per chi ha profonde convinzioni, dell’indottrinamento politico, Ploscaru scrive: “Riguardo al giornalismo circolava una barzelletta: nei giornali [di partito] ci sono tre specie di notizie: certe, probabili e false. Certi sono il titolo e la data; probabili le previsioni del tempo; il resto è falso.” (p. 416); “Circolava una storiella: un cane scappato dal Paese era arrivato a Parigi, dove, debole e affamato, vagabondava in Bois de Boulogne. Un cane francese gli domandò: «Non avevi cibo nel tuo Paese?».«Sì che c’era!». «Non hai avuto una casa?».«Sì, l’ho avuta». «Non hai avuto soldi?».«Sì, li avevo».«Allora perché sei scappato?».«Perché non mi lasciavano abbaiare!»…” (p. 432).
Un libro che ci fa apprezzare il fatto di godere di libertà che in tante parti del mondo sono conculcate, che ci aiuta a riscoprire la fede come un grande dono, che illumina un settore dei storia europea poco noto e che ci ricorda come il male e la disumanità possano prendere piede facilmente se non vigiliamo sulla correttezza delle relazioni civili.

Stefano Fratoni, anatomopatologo, recensisce Formalina

Caro Gaetano

ho letto Formalina.


Questo è il mio modestissimo commento volto ad esprimere le sensazioni e le riflessioni che il tuo libro mi ha suscitato.
Al di là della poetica rappresentazione del mestiere del patologo (rappresentata con meravigliosa sensibilità nei versi di Montale, nonché quotidianamente alle prese con l'intepretazione pirandelliana della filosofia di Bergson), credo si possa apprezzare dalle pagine del libro, come questo nostro mestiere abbia costituito l'occasione
per far emergere temi e problematiche più grandi di noi e dei nostri vetrini.
Mi ha colpito la figura dell'uomo Ruggero – prima ancora
dell'anatomopatologo – come "Perdente".
Perdente d'innanzi alla lotta incessante per la vita.
Ruggero è un perdente, sì ma un po' vanitoso: non esce alla scoperta del mondo perché convinto che prima o poi, sarà il mondo a bussare alla porta della sua stanza. Mondo le cui ombre saranno  illuminate dalla luce del suo microscopio.
Ma la storia rende Ruggero perdente non solo di fronte alla malattia (d'innanzi alla quale non può nulla), ma nella vita.
Ruggero è solo, vive una fugace parentesi affettiva, ed alla fine solo rimane.
Un uomo abituato a guardare la vita attraverso una "protesi" (la luce prodotta dalla lampadina del suo microscopico), ma che preferisce l'ombra alla luce del sole. Un perdente afflitto dal male di vivere che non lo molla mai.
Non basta un microscopio per illuminare il mondo.
E forse questo libro vuole raccontare proprio questo.
Arriva allora la poesia, strumento che forse concorre (oltre la luce del microscopio!) a farci percepire meglio il mondo nelle sue infinite possibilità.
La poesia forse come l'unica terapia, il solo strumento, il più adeguato per indagare il mondo spirituale. Mondo questo, di fronte al quale la scienza, che separa e ritaglia, si rivela essere impreparata, strumento inadeguato, fragile ed incompiuto, in una sola parola
insufficiente ad indagare l'essenza della realtà dei fenomeni che si comportano purtroppo come un tumore, in modo capriccioso e mutevole: irrazionale.
Scienza che non sa curare né guarire la frattura insanabile tra individuo e mondo.
Ruggero, metafora della scienza, come tale anch'egli si rivela impreparato, inadeguato a
decifrare i codici di Ambra che è un essere irrazionale: Ambra è stata il tumore di Ruggero. E di fronte alla irrazionalità, sia nella medicina sia nella vita, Ruggero perde la sua battaglia.
Mi ha affascinato anche la figura di Ambra: emerge prepotente, la figura di questa donna, scrittrice dal carattere forte, dura, oserei dire persino spietata, crudele, cinica. Ma dipinta con grazia. Una donna che (illudendosi) si getta nell'esperienza di vivere le sensazioni come se volesse speriementare di continuo la sua sensibilità, contrariamente a Ruggero il quale si illude di aver trovato in lei finalmente il suo "rifugio".
Ma Ambra nega a Ruggero questo ruolo, rifiuta questa funzione di "tana esistenziale".
Ho avuto l'impressione che Ambra con la sua condotta volesse rinascere "ogni volta". In lei c'è come una spinta irrefrenabile al continuo reiterarsi di una illusione, divendo essa stessa vittima della "recidiva".
Questo la conduce a perdere quello che forse sarebbe stato il vero amore della sua vita, incontrato per caso. Forse lo ha saputo riconoscere ma non ha avuto il coraggio di accettarlo sino in fondo.
Anche Ambra ha sbagliato diagnosi! Anche lei è perdente.
Anche Ambra ha affidato (analogamente alla luce del microscopico per Ruggero) alla scrittura forse scopi che non le sono propri.
Non basta un romanzo per illuminare il mondo.
Ha infine scritto il suo romanzo, ed ha così ucciso Ruggero e la loro storia collocandoli su carta, tra quelle lettere. È tutto quello che le rimane. Solo carta. Null'altro. Per citare De Andrè all'ultima strofa nella Ballata dell'amore cieco:

Fuori soffiava dolce il vento
e lei fu presa da sgomento

quando lo vide morir contento.
Morir contento ed innamorato

quando a lei niente era restato

non il suo amore non il suo bene
ma solo il sangue secco delle sue vene.


Ruggero ed Ambra sono entrambe perdenti e non risolvono l'enigma, non trovano il filo di Arianna che consentirebbe loro di non rimanere prigionieri del labirinto della vita. Ma chi non lo è.
Il pensiero che non siamo tutte le cose possibili che sarebbero potute essere ma che non lo sono state, e che quindi siamo necessariamente quello che ci è unicamente accaduto, credo sia un tentativo di motivare il perché quello che ci accade, accade necessariamente,
sempre e comunque.
Ambra e Ruggero, non sono sfuggiti al destino del fallimento; sono perdenti di fronte a sé stessi perché non hanno buttato "la maschera".
Come rimproverava Nietzsche a Schopenauer: "Non ha avuto la forza di dire ancora, per un'altra volta, sì!"
Ho forse critto un mucchio di stupidaggini, ma sono le sensazioni, le impressioni e le riflessioni che questo libro mi ha suscitato.
Grazie per questo bel romanzo.

Un abbraccio
Stefano

Dr. Stefano Fratoni
U.O.C. Anatomia Patologica
Presidio Ospedaliero S. Eugenio - Roma

giovedì 9 maggio 2013

Su La collina del vento di Carmine Abbate

Mondadori, 2012
recensione di Vincenzo D’Alessio  

Il romanzo dello scrittore meridiano Carmine Abbate, che reca il titolo “La collina del vento” (Mondadori,2012), a mio avviso andrebbe coniugato con i versi della poesia “I padri della terra se ci sentono cantare”del poeta lucano Rocco Scotellaro ( Tricarico,1923- Portici(NA),1953) per l’energia che lega generazioni di uomini veri, amanti della sincera libertà a costo del dolore e della propria vita,  figli della dura terra meridionale,  dove ogni singolo individuo traccia il proprio passaggio con un solco solitario, a volte ripreso dai figli:  questo romanzo è uno dei pochi esempi costruttivi di ritorno alla terra d’origine. Già l’epigrafe posta all’inizio del romanzo recita: “A mio padre, / come promesso.” , ed annuncia il legame profondo di sangue e di eventi che segnano la scrittura e le figure dei protagonisti.
Il Nostro ci ha abituato, nella sua felice produzione, al disvelamento di quella terra che conosciamo con il nome di Calabria , che in definitiva conosce soltanto chi in quei luoghi nasce e ritorna: cito il romanzo “La festa del ritorno” (Mondadori, 2004) dove la figura paterna emerge già in tutta la sua forza e giganteggia. Un’ indissolubile scia d’affetti, tiene il kairos ,  attraendo il lettore nello specchio dove nomi, luoghi, scoperte archeologiche, paesi, eventi, attraversano gli occhi e scendono nell’anima fino al travolgimento. Il télos è questo: fare memoria collettiva delle vicende che appartengono all’apparenza ad una singola famiglia, gli Arcuri. Non una saga famigliare ma l’epifania della forza evocatrice che conduce alla scoperta di verità di esistenze destinate, altrimenti, alla macina anonima del Tempo.
L’essenza è nell’uso sapiente del dialetto calabrese, che diviene tutt’uno con la lingua italiana,  a suggellare l’appartenenza all’umanità viva e vera che nella terra dorme da millenni e viene risvegliata per essere d’aiuto a chi procede nel tempo: in questo modo, nel romanzo di Abbate, l’archeologia è arricchimento, attesa di verità nascoste, ricchezza per una terra di miti e di eroi antichi. L’antico si unisce al nuovo, cronotipi,  nelle bellissime pagine del paragrafo 3, dove la nascita di Michelangelo, papà del protagonista, sulla collina “del vento”, il Rossarco, impregna le zolle del sangue del nuovo  unendosi simbolicamente a quello degli antenati, gli antichi greci nascosti nel cuore della terra: ”Il bambino era adagiato sopra i fiori vellutati di sulla, rosso vivo sul rosso porpora, le palpebre appiccicate, il cordone ombelicale che ancora lo teneva legato alla madre. Lei sorrideva, esausta per quello sforzo intenso di pochi minuti, e Arturo era smarrito, “ ohi Cristo mio, e mo’ ?”, non sapeva cosa fare, guardava il padre con le mani tra i  capelli, “ e mo’, e mo’”. (pag. 31)
Il racconto, sul filo della memoria fresca e onnipresente, sembra procedere geneticamente al maschile, mentre a tirare le fila del destino è l’archetipo della madre, Terra d’appartenenza;  sono le figure femminili nel romanzo e la stessa collina degli eventi. La donna è paziente, fiera, muliebre, appassionata, sincera, come nel capitolo dove viene descritto il tempo del fidanzamento tra Arturo e  Lina. Forte il rapporto tra madre e figlio, come nel capitolo 9 , bella la presenza dei nonni nella famiglia a continuare tradizioni antiche fatte di ricette e buoni consigli.
Tutto il romanzo vive dell’eredità di una terra che non ha padroni se non nei registri notarili: padroni e contadini una lotta interminabile che ha prodotto soltanto sofferenze e lutti: “Il 29 ottobre del 1949 nel fondo Fragalà di Melissa, a un tiro di schioppo da Spillace, la celere sparò contro dei contadini inermi uccidendone tre, due uomini e una donna. La loro colpa? Stavano occupando le terre incolte del barone Berlingieri.” (pag.193) La eco di questi eventi è possibile ascoltarla in tutti gli scrittori, e i poeti, del Sud dell’Italia(vedi Scotellaro di “Pozzanghera nera”) che è poi uguale al Sud di ogni continente. Le storie per il possesso della terra che non apparterrà a nessuno se non a chi l’ha imbevuta del proprio sudore, della propria passione.
Nel romanzo di Carmine Abbate le voci dei nuovi lavoranti, salvati da una tragica fine sotto un mare di terra, è simile a quella di coloro che duemilacinquecento anni fa approdarono sulle coste calabresi, campane, siciliane, fondando quella meraviglia di prosperità che prese il nome di Magna Graecia. Tutto accadde qui, tra Crotone, Sibari, Cirò, Schiavonea, Castrovillari e chissà quante altre località e città greche che  aspettano di essere portate alla luce: “ Una città è come una persona, nasce cresce e muore, a volte sparisce lasciando labili tracce che solo un occhio attento può scoprire. Una città ha un’anima. Quella non scompare mai. E’ dentro ogni spicchio di terra, è tra l’erba, nell’aria.” (pag.221) Accanto alle città i nomi degli archeologi, spesso Soprintendenti, che hanno valorizzato con la loro passione le scoperte effettuate: Paolo Orsi, Francesco Antonio Cuteri, Pietro Giovanni Guzzo e il meridionalista Umberto Zanotti-Bianco.
Il libro del Nostro mi risveglia nel cuore il percorso seguito da un altro grande scrittore calabre Saverio Strati, molto vicino per tematiche ad Abbate specialmente nel romanzo “Il Nodo” (Mondadori,1965) dove nell’introduzione Stefano Lanuzza scrive: “ Il protagonista di questa solo apparentemente semplice storia di affetti, intensi e pure scontrosi fino alla crudeltà, ha una fisionomia non diversa da quella di altri personaggi di Strati, che affondano le radici nel mondo meridionale, sospinti nelle loro azioni come nei loro sogni da una aspirazione di rivalsa e di libertà. La sua paura del matrimonio, un anello appena  del “nodo”, la trepidazione cui non sa sottrarsi nello stabilire un legame tra sé e il figlio bambino, hanno origini remote, si legano a nodi ben più occulti e indissolubili: quelli della vita e della società calabresi, che costituiscono la matrice drammatica di tutta l’opera narrativa di Strati.”
 Non è casuale che Carmine Abbate riceve con questo romanzo il Super Campiello 2012; lo stesso accadde a Saverio Strati con il romanzo “Il selvaggio di Santa Venere” nel 1977. Il primo vive, oggi, in Trentino e il secondo a Scandicci (FI). Entrambi hanno nel cuore una terra bellissima ma sovente senza pietà, l’archetipo solare che dà vita alla scrittura, al racconto, al libro. La distanza aiuta, irrompe?
Quando nelle ultime pagine del romanzo Rino Arcuri cuce l’intera sequenza degli accadimenti attraverso la voce del padre Michelangelo e teme per la fine della sua vita compare il protagonista silenzio dell’intero racconto, il vento, vivo nelle orbite del giovane discendente di coloro che hanno attraversato il Secolo Breve, codificando il proprio contratto esistenziale, per mezzo di un “bene” terreno, ricco di beni senza tempo: “Ho lanciato un’occhiata fugace nello specchietto retrovisore e ho rivisto il mio sguardo da ragazzo, quando tornavo a Spillace per le vacanze estive e lui mi veniva incontro a braccia aperte. Ero felice, si. Perché nel fulgore di quella mattinata finalmente limpida mio padre era ancora vivo e mi aspettava sulla nostra collina per un ultimo abbraccio, il più importante della mia vita.” (pag. 257)