martedì 29 luglio 2014

Su Diversità apparenti. Un’esperienza, una prospettiva

recensione di Alfredo Tagliavia


http://www.faraeditore.it/html/siacosache/diversitapparenti.html
Una delle idee che emerge con forza maggiore, alla lettura dell’importante volume di Carla De Angelis e a cura di Stefano Martello Diversità apparenti. Un’esperienza, una prospettiva (Fara 2007), nella generale densità concettuale del testo, è proprio quella, mutuata dal titolo stesso, dell’ “apparenza della diversità”.
Si tratta di un’ “apparenza” intesa in due significati diversi: in primo luogo, dell’apparenza di colui (o colei) che, in quanto “diverso” da una reale o presunta normalità rappresentata dalla maggioranza delle altre persone, non esiste veramente, bensì conduce una vita invisibile, vissuta su canali paralleli rispetto a quelli della società che funziona e procede su altri ritmi e con altre logiche, senza incontrarvisi mai o quasi; di chi, in altre parole, agli occhi degli altri, semplicemente non vive.
Se si guarda un po’ più in profondità, però, la categoria dell’apparenza può essere utilizzata anche in un secondo significato, dandole una nuova chiave di lettura: l’apparenza, che rappresenta nelle categorie semantiche delle maggiori correnti filosofiche del passato la “non-verità”, accostata al termine “diversità”, può dire di una diversità che non è vera, cioè che non rappresenta una diversità reale dal mondo della “normalità”, ma solo una diversità presunta – apparente, appunto.
A partire da questo assunto fondamentale, il dialogo fra Carla e Stefano si snoda profondo e faticoso, alla ricerca di significati interpretativi di gesti che sembrano non avere una spiegazione né un senso, di episodi di vita vissuta a contatto con una realtà tragica (anche perché è la società che porta a viverla in questo modo) vissuti con una punta d’inaspettata ironia, verrebbe da dire quasi con leggerezza, consapevoli dell’estrema “pesantezza” di questo termine se rapportato all’ambito in questione.
Emerge così la voglia di Roberta – la figlia di Carla con sindrome autistica, vera protagonista di questo difficile e bel libro – di uscire fuori, di urlare il suo mondo, magari in tono sguaiato o non politicamente corretto, ma con una voce che svela una realtà che c’è, esiste, che è lì a guardarci ad occhi aperti e che con gli stessi occhi ci costringe a guardare.
I molti episodi della vita quotidiana con Roberta che Carla De Angelis narra, sapientemente “pungolata” dalla penna di Stefano Martello, illuminano un mondo emotivo difficile e complesso sì, turbolento forse, ma tutto sommato anche elementare, semplice, forse rimasto forzatamente ad uno stadio di desiderio infantile, eppure esprimente qualcosa che è dentro la mente e il cuore di tutti i cosiddetti “normali” : da qui si declina uno dei significati di “diversità apparente”.
Chi, infatti, non avrebbe voglia, almeno in un angolo ben nascosto di sé, di tirare in faccia al cameriere del ristorante il piatto che porta a tavola se non è esattamente come quello che si vorrebbe o si era immaginato? Chi non avrebbe voglia, come primo istinto, di fuggire da un luogo quando non risulta accogliente, piacevole o divertente per certe caratteristiche inaspettate che presenta? Oppure, chi di noi non avrebbe l’istinto di dare una sberla ad uno sconosciuto, se prima di conoscerci azzarda subito un affettuoso abbraccio? Ciò che sembra mancare al mondo emotivo di Roberta, più che altro, è la dimensione dell’inibizione sociale, probabilmente connessa anche a una mancata capacità di immedesimazione nell’altro, motivata dal fatto che non si è stati in grado (Roberta, ma anche la “società educante” che le sta intorno) di costruire un’adeguata rappresentazione mentale di identità/differenziazione, a partire sia da sé stessi, sia dal mondo circostante.
Molti dei suddetti episodi vengono narrati da Carla con un distacco che si potrebbe definire quasi “ironico”, da consumata scrittrice quale è: risulta sorprendente, infatti, immaginare l’entità dello sforzo e la qualità del percorso personale che l’autrice ha dovuto affrontare per giungere ad accettare una realtà quotidiana così dura, dove spesso i genitori vengono lasciati a loro stessi con pochissimo aiuto dall’esterno, con la serenità e lo spirito di abnegazione dimostrati.
Ma un’ulteriore tematica di sfondo costante nel testo, sulla quale è imprescindibile fare un cenno, riguarda non solo i vissuti personali, ma anche e soprattutto il vissuto “sociale”, cioè della comunità che sta intorno alla realtà dell’autismo e della disabilità in generale: delle istituzioni prima di tutto, delle politiche locali e nazionali, della mentalità comune. Su questo aspetto si coglie un pessimismo di fondo degli autori, un’idea che le cose peggiorino col passare degli anni anziché migliorare: tutte le conquiste degli anni ‘70/’80 sono pian piano rientrate in un’ottica controriformista e si sono tradotte in tagli di fondi pubblici, limitazione di orari scolastici e possibilità extrascolastiche, maggiori spese per le famiglie, cambiamento inevitabile di una mentalità che, a fronte di una simile regressione, non può che passare dal meditato rispetto all’affrettato assistenzialismo, dalla calda accoglienza alla fredda e asettica medicalizzazione (quando non a forme di nuova ghettizzazione sociale).
Forse bisognerebbe ripartire proprio da questo: dal chiedersi “perché?”. Perché oggi si sta scivolando verso questo abisso, nonostante le molte voci pubbliche che si riempiono la bocca con parole quali “inserimento”, “integrazione”, “inclusione” e così via? Perché tutta l’avanzata cultura acquisita in precedenza sta arretrando o si va perdendo? Perché anche la mentalità comune arretra verso un individualismo piccolo invece di aprirsi alle grandi “diversità apparenti” del nostro sociale?
Si tratta di una riflessione faticosa e scomoda a farsi, che probabilmente non coinvolge solo il mondo della disabilità ma, a partire da questo, la ben più vasta tela dei rapporti umani, sociali, politici ed economici nella quale oggi siamo irretiti e spesso ci muoviamo annichiliti.

L’errare della poesia


Posted on 29 luglio 2014 di in  


http://www.faraeditore.it/nefesh/letterepiedi.html

L’idea della letteratura con i piedi mi ha fatto pensare sia al camminare che allo scrivere male e quindi alla doppia accezione del verbo errare. Scrivere è un camminare, un procedere di passo in passo, di piede in piede, basti pensare alla metrica quantitativa delle lingue classiche. La poesia, prima orale e poi scritta, nasce con i piedi, il cui battere serviva a dare il ritmo del verso, la cui unità di misura era il piede, che era formato da due o più sillabe brevi o lunghe che costituivano la misura del verso. Nel piede, inoltre, i due elementi distinti, uno forte, chiamato arsi e segnato dall’ictus, uno più debole chiamato tesi dove la voce si abbassa, sono la misura della voce e del respiro e rendono la poesia inseparabile dal corpo che la dice. Il peregrinare degli aedi nella Grecia arcaica di corte in corte per raccontare storie di uomini, di guerre, di viaggi, in cambio di ospitalità per poi riprendere la marcia, almeno così ci piace immaginarli, rende in maniera archetipica l’unità originaria tra passo, voce, racconto e memoria che è alla base della nostra civiltà e del modo in cui si è autorappresentata. I piedi sono ciò che ci lega alla terra, al suolo, al nostro specifico stare al mondo, basti pensare alla postura eretta, e al tempo stesso ci permettono di slanciarci verso l’alto, quindi allargare con la vista l’orizzonte della nostra percezione. Senza i piedi sui quali poggiamo il nostro corpo, non potremmo vedere quel che vediamo e quindi neanche immaginare quello che immaginiamo (senza i piedi Dante non avrebbe potuto vedere le stelle e quindi scrivere la Commedia). Essi rimandano subito al camminare, al respirare, al parlare e la poesia non è altro che il più intimo respiro che tenta di dire il nostro rapporto col mondo, con il destino che muove le vite dei mortali. Quando camminiamo, magari su strade non abituali, su percorsi non conosciuti e sentieri – per me che sono un animale cittadino quando mi inoltro in periferia o per stradine secondarie − corriamo il rischio di perderci, di non sapere dove andare o corriamo il rischio di non saper tornare (e qui è la figura di Odisseo che ci viene incontro), oppure abbiamo camminato o corso tanto che i piedi iniziano a farci male o ci manca il fiato. In poesia accade lo stesso, e non so se sia una metafora del camminare o viceversa o entrambe metafore essenziali della nostra esistenza. La poesia è inoltrarsi in un sentiero sconosciuto, quello dell’invenzione con mezzi che già abbiamo a disposizione (rime, versi..), che però di volta in volta devono essere reinventati, modificati, aggiustati, riparati come delle scarpe a cui siamo affezionati e che non vogliamo buttare e che ogni volta risuoliamo. In fondo la poesia dà il meglio di sé quando abbandona le vie già battute e ne perlustra altre reinventando i suoi strumenti, quando crea un sentiero. E in questo la poesia è proprio un errare, se un terzo significato dell’errare è deviare, allontanarsi da una certa direzione, e la poesia insieme alla filosofia è proprio questo deviare dal vedere ordinario, è un deviare che sposta il punto di vista ordinario e volge lo sguardo in altra direzione, lungo magari un sentiero più nascosto e più impervio ma che, in quanto non già battuto, ci fa vedere le cose, quegli stessi sentieri ordinari della nostra vita quotidiana, in un’altra luce, magari con lo smalto originario del primo giorno della creazione, per dirla con Boris Pasternack. Solo correndo il rischio di errare e di perdersi si può approdare da qualche parte, fosse anche solo il viaggiare stesso. Naturalmente parlando di cammino, di poesia e piedi, non si può non parlare di Dante, anzi potremmo dire che la nostra letteratura nazionale è fondata sul camminare, sull’errare nella doppia accezione del termine. A ben pensarci il percorso di Dante nell’oltretomba non è che un’ininterrotta camminata nei vari regni, in cui sperimenta tutte le possibili accezioni dell’errare. L’inizio stesso del suo viaggio è causato dall’errore, errore che lo costringe a deviare dal percorso che sembra più breve. Quante volte Dante erra perché non comprende ed è corretto nel suo errare dalle sue guide Virgilio e Beatrice, che al tempo stesso lo guidano nel percorso e ma anche e soprattutto nella comprensione di ciò che gli sta accadendo? Di nuovo il legame inscindibile tra poesia e filosofia. La Commedia e la sua struttura metrica, la rima incatenata che sembra essere la versione metrica e fonica del camminare dantesco, è un’ininterrotta camminata, anzi, per leggerla e per capirne l’intima struttura, la sua essenza, sembra quasi che sia meglio leggerla passeggiando, declamandola, dove parola, corpo e pensiero diventano tutt’uno intrecciandosi e dipanando il senso che è al tempo stesso quello di un viaggio fisico, esistenziale e metafisico che riassume il senso profondo di perché un uomo viva scrivendo o scriva vivendo. L’uomo non è, ek-siste, cioè è sempre oltre di sé, ricordando, sperando, temendo, e non c’è modo migliore per esprimere il senso dell’inquietudine umana del camminare, dell’uso dei piedi, della possibilità inquietante dell’errore nel fare dell’uomo, ma anche quella salvifica, sia essa o no inserita in una dimensione di fede, di ritrovarsi, di ritrovare la strada verso casa. La letteratura – e con essa la filosofia sua inseparabile compagna, diversa ma che si aggira negli stessi sentieri impervi e scoscesi − è il filo di Arianna, le molliche di Pollicino che ci guidano nel labirinto dell’esistenza mostrando in controluce, in negativo, la via non presa, il bivio dove si decide la vita di ognuno. Essa è un tenue segno che ci guida lungo il percorso, creandolo di volta in volta, che ci può condurre a casa o farci, come in tanta letteratura del ‘900, perdere definitivamente. E a questo punto è meglio lasciare la parola al poeta russo Mandel’stam che nella sua vita ha fatto esperienza del più doloroso dei viaggi, la deportazione conclusasi con la morte e lo smarrimento del suo stesso luogo di sepoltura, emblema dell’errare e della perdita radicale che l’esistenza di un uomo può essere, quando su di essa incombono forze che tendono ingabbiarla, imbrigliarla, annichilirla, disconoscendone la sua intima e rischiosa libertà.
“Leggere Dante è prima di tutto un lavoro interminabile, che a misura dei nostri successi ci allontana dalla meta. Se la prima lettura non dà che un po’ di affanno e una sana spossatezza, per quelle successive munitevi di un paio di indistruttibili scarponi svizzeri ben chiodati. A me, sul serio, vien fatto di domandarmi quante suole di pelle bovina, quanti sandali abbia consumato, l’Alighieri, nel corso della sua attività poetica, battendo i sentieri da capre dell’Italia.
L’Inferno, e ancor di più il Purgatorio, celebrano la camminata umana, la misura e il ritmo dei passi, il piede e la sua forma. Del passo, congiunto alla respirazione e saturo di pensiero, Dante fa un criterio prosodico. Egli designa l’andare e venire ricorrendo a un gran numero di espressioni multiformi e affascinanti.
In Dante, filosofia e poesia sono sempre in cammino, sempre in piedi. Anche la sosta è una varietà di movimento accumulato: la piattaforma per una conversazione viene creata a prezzo di sforzi d’alpinista. Il piede metrico è inspirazione, ed espirazione è il passo. Un passo che deduce, vigila, sillogizza.” (Osip Mandel’stam, Conversazione su Dante).
© Francesco Filia
[L'intervento nasce dalla kermesse fariana che si è svolta a Perugia dal 21 al 23 marzo 2014 presso la Biblioteca di S. Matteo degli Armeni e la Casa francescana di Monteripido. Il tema della kermesse è stato ispirato al viaggio (virtuale o reale, magari anche con una punta di autoironia, umorismo e comicità), al pellegrinaggio (anche letterario, alla scoperta dei luoghi calcati e “vissuti” da pensatori, intellettuali, missionari, ecc.). Dall'incontro è nata l'antologia Letteratura.. con i piedi, Fara Editore, 2014].

martedì 22 luglio 2014

Con Cartoon Club si fa spazio il fumetto religioso

Un profugo africano arriva in Italia col miraggio del pallone e dopo tante vicissitudini riesce a salvarsi grazie alla Bibbia: è la trama di ''Sogni. Liberamente tratto da una storia vera''. È questa l'opera vincitrice dell'edizione 2014 del Premio ''Fede a Strisce''. Menzione speciale per un manga: protagonisti Gesù e Buddha visti come due ragazzotti che insieme cercano di sbarcare il lunario
Alessandra Leardini


Il viaggio del dramma e della speranza di un migrante africano che riesce a trovare la sua salvezza tra le pagine della Bibbia. Due mondi e culture a prima vista opposte, come il cristianesimo occidentale e la filosofia orientale, che trovano il loro punto di incontro nell’amicizia tra un Gesù e un Buddha giovani, pronti a vivere sotto lo stesso tetto e a sbarcare insieme il lunario. Sono solo due esempi di storie, ai confini tra il gioco quasi irriverente e il sacro, tra finzione e realtà, che nell’ultimo anno hanno trovato posto tra vignette e balloons. Perché anche attraverso un linguaggio solo apparentemente profano come il fumetto, uno stile ironico e umoristico e un punto di vista alternativo e laico, è possibile raccontare il Vangelo “con rigore e competenza” e far riflettere il lettore “fino ad aprirlo al gran senso della vita”.
Un genere letterario. Secondo padre Stefano Gorla, direttore dell’area periodici ragazzi San Paolo, un bell’esempio di come questo genere letterario possa comunicare con efficacia contenuti sacri e religiosi, è rappresentato da “Sogni. Liberamente tratto da una storia vera”, fumetto pubblicato dal mensile comboniano Il Piccolo Missionario (giugno 2014) firmato a quattro mani da Pablo Sartori e Danilo Grossi. È questa l’opera vincitrice dell’edizione 2014 del Premio “Fede a Strisce”, concorso unico nel suo genere in Italia patrocinato dalla Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) le cui premiazioni si sono svolte sabato 19 luglio a Rimini nell’ambito del Festival internazionale del fumetto e del cinema d’animazione Cartoon Club. “Una storia interessante che mette insieme realtà e finzione” afferma padre Gorla. “Non siamo ancora ai livelli del giornalismo grafico, ma si riesce a raccontare il dramma e la speranza dell’immigrazione con un linguaggio e una dimensione congeniali per il mondo dell’infanzia”. Un profugo africano arriva in Italia con il miraggio del pallone e dopo tante vicissitudini riesce a salvarsi nientemeno che grazie alla Bibbia. Più irriverente, ma solo ad un primo sguardo, è Saint Young Man di Nakamura Hikaru (J-Pop), che si è aggiudicato una menzione speciale dalla giuria presieduta oltre che da Gorla, dal teologo Brunetto Salvarani, da Paolo Guiducci, caporedattore del settimanale cattolico di Rimini Il Ponte e direttore della rivista Fumo di China, e dall’editore Alessandro Bottero. Si tratta in questo caso di un manga che ha come protagonisti Gesù e Buddha visti come due ragazzotti che insieme cercano di sbarcare il lunario. “Un’opera che tocca un tema che ritengo cruciale per il futuro del dialogo interreligioso” commenta Brunetto Salvarani. “Sembrava a prima vista un giochetto irriverente - aggiunge padre Gorla - e invece questo manga si afferma come uno sguardo interessante sulla religiosità dell’Oriente”.
Un autentico osservatorio. In dieci anni di premiazioni, il concorso riminese ha creato un osservatorio attento e prezioso sulla tradizione del fumetto religioso in Italia. “Ma per quanto il nostro lavoro possa essere attivo - prosegue Gorla - il mondo del fumetto, almeno nel nostro paese, risponde poco a questo genere”. La responsabilità è tanto degli autori quanto degli editori, perché “è vero che ci sono pochi spazi per il fumetto sacro in Italia, ma a mancare è soprattutto il coraggio” osserva il direttore dell’area ragazzi San Paolo. Il riferimento non è solo ai fumetti di contenuto espressamente religioso, ma soprattutto a quel filone, tutto da valorizzare in Italia, che al di là di un contenuto laico può rimandare con efficacia e profondità al gran Mistero della vita. Al contrario, all’estero “esistono molte opere coraggiose, anche graphic novel, con molta visibilità nelle librerie” osserva padre Gorla.
Una rete preziosa. Cartoon Club, come spiega Paolo Guiducci che è anche uno degli organizzatori, da sempre mette in rete le tante realtà che si interessano di questo particolare aspetto del fumetto, attraverso più iniziative: oltre al concorso “Fede a Strisce”, mostre, volumi e un archivio. Per questa edizione del Festival riminese del fumetto, si svolge al convento Santa Croce di Villa Verucchio fino al 27 luglio la mostra “San Francesco nei fumetti di tutto il mondo”, 40 tavole da Italia, Francia, Usa. E sempre per Cartoon Club, domenica 20 luglio è stato svelato il vincitore del XVIII Premio Fossati (in collaborazione con Fondazione Fossati, A.N.A.F.I., Centro Fumetto “Andrea Pazienza” e Anonima Fumetti) riservato alle migliori opere di saggistica e critica del fumetto. Si tratta di “Il Vittorioso. Storia di un settimanale illustrato per ragazzi 1937-1966” (Mulino) dello storico Ernesto Preziosi. Pesarese, classe 1955, direttore di numerose testate giornalistiche in passato e autore di diversi volumi di storia contemporanea, Preziosi ha ricoperto diversi incarichi ecclesiali ed è particolarmente attivo nel campo della formazione sociale e politica. Attualmente è parlamentare del Pd.



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www.chiesacattolica.it/premio_Fede_a_strisce

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Rimini, il 24 luglio "Fede a strisce. Fumetto cristiano"   versione testuale

La ricerca del Sacro, il senso del Mistero e le suggestioni della fede trovano spazio anche nel fumetto "che non si sottrae affatto alle espressioni più caratteristiche del sentimento religioso". Su queste basi a Rimini, nell'ambito di Cartoon Club, il festival da venticinque anni dedicato al cinema di animazione e al fumetto, è nato il premio "Fede a strisce. Fumetto cristiano", "riconoscimento unico nel suo genere in Italia", come spiega Paolo Guiducci, direttore del mensile "Fumo di China" e caporedattore del settimanale diocesano riminese "Il Ponte" e tra gli ideatori e giurati del concorso insieme al padre barnabita Stefano Gorla. Venerdì 24 luglio verrà proclamato il vincitore della quinta edizione "che con quindici opere in gara ha raggiunto il record di partecipanti", sottolinea ancora Guiducci. Tutto è nato nel 2000 quando gli organizzatori di Cartoon Club, da sempre attenti alla dimensione sacra del fumetto, hanno allestito una mostra sul tema. I lavori sono poi confluiti in un archivio permanente che, dice padre Gorla, "già produce i primi frutti ma può ancora svilupparsi molto, e meglio". "Quello tra sacro e fumetto - aggiunge Guiducci - è un abbinamento da sfruttare maggiormente nel nostro Paese, sia per l'impiego degli strumenti da mettere in campo sia per la qualità dei prodotti editoriali".

Fonte: SIR

domenica 20 luglio 2014

Fede a strisce a Sogni (Piccolo Missionario), menzione al manga su Gesù e Budda di Nakamura Hikaru

v. anche qui e qui narrabilando.blogspot.it/2014/07/il-fumetto-del-piccolo-missionario.html


'Sogni' vince il Premio Fede a Strisce 2014



'Sogni' vince il Premio Fede a Strisce 2014


17/07/2014
È con gioia che la redazione di PM comunica a tutti i suoi lettori, piccoli e meno piccoli, che sabato 19 luglio, alle ore 18.00, parteciparà al festival internazionale di fumetto e cinema d'animazione Cartoon Club di Rimini per ritirare il Premio Fede a Strisce 2014.
P. Aurelio Boscaini, direttore del mensile PM, sarà alla premiazione del fumetto vincitore Sogni, testi di Pablo Sartori & Danilo Grossi, disegni e colori di Danilo Grossi, pubblicato su PM di giugno 2014  presso la Palazzina Roma, Palazzo del Turismo, piazzale Fellini.
Sarà anche l'occasione per festeggiare, assieme ai tanti amici di  Riminicomix, la grande mostra mercato del fumetto di Cartoon Club, sempre allestita in Piazzale Fellini, i 30 anni del festival internazionale del cinema d’animazione e del fumetto di Rimini. In questa modernissima tenso-struttura, appassionati, collezionisti e addetti ai lavori mostrano al pubblico le più recenti novità del settore: fumetti d’antiquariato, CD Rom, giochi di ruolo, videogames e wargames, DVD. Sempre nell’ambito di Riminicomix si svolge la Cosplay Convention, giunta alla sua decima edizione, che attira centinaia di giovani e appassionati da ogni angolo del Paese.






'Sogni' è ora gratis online www.bandapm.it/notizia/sogni-e-ora-online


21/07/2014
In redazione PM c'è aria di festeggiamenti. Sabato 19 luglio, il direttore p. Aurelio Boscaini (foto qui sopra assieme a Paolo Guiducci e Sabrina Zanetti), ha ritirato il Premio Fede a Strisce 2014 , vinto dal fumetto Sogni, testi di Pablo Sartori & Danilo Grossi, disegni e colori di Danilo Grossi, pubblicato su PM di giugno 2014.
Abbiamo quindi deciso di farci / farvi un regalo pubblicandolo online in versione integrale.
Buona lettura!!!



Comunicati Agenzia SIR

Con Cartoon Club si fa spazio il fumetto religioso


18:00 - COMUNICAZIONE: RIMINI, È IL FUMETTO “SOGNI” IL VINCITORE DI “FEDE A STRISCE”

Un migrante africano, arrivato in Italia con il miraggio del pallone, si salva grazie alla Bibbia. Una storia e un personaggio profondamente attuali per “Sogni. Liberamente tratto da una storia vera”, il fumetto pubblicato dal mensile comboniano Il Piccolo Missionario si aggiudica la X edizione del concorso Fede a Strisce ‘Roberto Ramberti’. La premiazione è avvenuta oggi a Rimini nell’ambito del Festival internazionale del cinema d’animazione e del fumetto “Cartoon Club”, in corso nella località romagnola per tutto il mese di luglio. Il Premio, patrocinato dalla Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) e unico nel suo genere in Italia nel rivolgersi esclusivamente ai fumetti dal contenuto religioso e spirituale, è ideato da padre Stefano Gorla, direttore dell’area periodici ragazzi San Paolo insieme a Paolo Guiducci, caporedattore del settimanale cattolico di Rimini Il Ponte e direttore della rivista Fumo di China, e dall’editore Alessandro Bottero. Quella edita da Pm, firmata a quattro mani da Pablo Sartori e Danilo Grossi, “è una storia interessante che mette insieme realtà e finzione” afferma padre Gorla: “Non siamo ancora ai livelli del giornalismo grafico, ma si riesce a raccontare il dramma e la speranza dell’immigrazione con un linguaggio e una dimensione congeniali per il mondo dell’infanzia”. (segue)

18:00 - COMUNICAZIONE: RIMINI, È IL FUMETTO “SOGNI” IL VINCITORE DI “FEDE A STRISCE” (2)

Insieme al fumetto vincitore dell’edizione 2014, la giuria ha consegnato anche una menzione speciale a Saint Young Man di Nakamura Hikaru (J-Pop), un manga che ha come protagonisti Gesù e Buddha visti come due ragazzotti che insieme cercano di sbarcare il lunario. “Un’opera che tocca un tema che ritengo cruciale per il futuro del dialogo interreligioso” commenta il teologo Brunetto Salvarani, membro della giuria del concorso. “Sembrava a prima vista un giochetto irriverente - aggiunge padre Gorla - e invece questo manga si afferma come uno sguardo interessante sulla religiosità dell’Oriente”. “Fede a Strisce”, spiega Paolo Guiducci che è anche uno degli organizzatori di Cartoon Club, è la dimostrazione di come “vignette e balloons possano rappresentare un canale accattivante ed efficace di comunicazione di contenuti religiosi”. Per questa edizione del Festival riminese del fumetto, si svolge al convento Santa Croce di Villa Verucchio fino al 27 luglio la mostra “San Francesco nei fumetti di tutto il mondo”: 40 tavole da Italia, Francia, Usa. Sempre per Cartoon Club, domani pomeriggio a Rimini verrà svelato il vincitore del XVIII Premio Fossati riservato alle migliori opere di saggistica e critica del fumetto.







Notizia del 19/07/2014

OKNOtizie
Saint Young Men premiato per i valori religiosi comunicati

Apprendiamo grazie alla segnalazione dell'editore italiano, J-POP Manga, che il manga di Nakamura Hikaru, Saint Young Men, è risultato vincitore della menzione speciale del Premio Fede a Strisce 2014, al Festival Cartoon Club 2014 di Rimini: "un riconoscimento - citiamo testualmente dal sito ufficiale - unico di questo genere in Italia, che viene assegnato all’opera edita nel territorio nazionale che ha saputo meglio comunicare, attraverso il fumetto, valori religiosi."

Saint Young Men - Buddha e Gesù imbarazzati

La premiazione è prevista sabato 19 luglio, alle ore 18.15, presso la Palazzina Roma a Rimini (piazzale Fellini, 3) nell’ambito degli incontri di Cartoon Club/RiminiComix.
Saranno presenti i membri della Giuria - che leggeranno le motivazioni per l’assegnazione del Premio - insieme al Direttore Artistico del Festival; parteciperanno inoltre Stefano Gorla (Direttore Area Ragazzi San Paolo) e Francesco Zanotti (presidente FISC).
Ritirerà il premio Jacopo Costa Buranelli, line editor J-Pop.

Saint Young Men
di Hikaru Nakamura
Manga umoristico che narra le assurde vicende moderne di due giovani Gesù e Buddha che scelgono di trascorrere un periodo di vacanza in Giappone. per una rilassante vacanza. I due turisti durante le loro escursioni ci mostreranno i paradossi della società odierna, e si renderanno così protagonisti in ogni capitolo di ironiche e assurde avventure a tema: la vita quotidiana in un appartamento, una giornata a Disneyland, l’ora di punta sul treno, il Natale, la piscina pubblica (con Gesù che si diverte a separare le acque) e molto altro ancora. Nel frattempo Buddha si lamenta delle immagini che lo ritraggono “quando era grasso” e Gesù viene fermato dalle ragazze che gli chiedono autografi, vista la somiglianza con Johnny Depp. Il tutto presentando in modo completo e preciso le particolarità delle rispettive religioni, evidenziando la capacità di convivenza delle due differenti sedi, e di rinnovare l'interesse verso la spiritualità, la religione e i testi sacri.

Che ne pensate? Siete d'accordo con l'assegnazione del premio?


Autore: Oberon 
Qui sotto l'articolo di Tommaso Cevoli pubblicato su l'Avvenire del 20-7-14


venerdì 18 luglio 2014

Vincitori del concorso Insanamente 2014

I giurati  Alessandra Pederzoli, Alessandro Chiarini, 
Daniela Mena, Elisabetta Sala, Luciano Palumbo, 
Paolo Lunardi, Simona Mulazzani
e Fara Editore
sono lieti di proclamare vincitori per la

Sez. B Racconto
del concorso Insanamente 2014 i seguenti Autori
(per la Sez. A Poesia v. qui)
La cerimonia di premiazione avrà luogo la sera del 3 settembre 2014 a Viserba di Rimini nell'ambito della manifestazione Esportiamoci


1. Tratto da una storia vera di Marco Bottoni (Castelmassa, RO) 


Io non sono matto.
Sono solo stanco.
Dio, che caldo!
Fa un caldo insopportabile, e io non dormo, la notte.
Il fatto è che lei mi ha lasciato, e io resto qui a domandarmi se sono io che ho sbagliato qualcosa oppure se sono io che ho sbagliato tutto.
Quale che sia la risposta, non dormo.

Le notti e i giorni si susseguono, uno più torrido dell’altro, dicono in TV che è l’Anticiclone delle Azzorre, gli amici mi dicono che è tutta una serie di concause, io dico che è lei che è una stronza; comunque sia, mi sono ridotto a una specie di relitto umano.
Ho perso quasi dieci chili di peso, ho le congiuntive iniettate di sangue e due borse paurose sotto gli occhi; trascuro spesso di radermi e quando mi rado mi riempio la faccia di tagli, dice un mio amico psicologo che è il desiderio inconscio di infliggermi una punizione perché mi sento in colpa per non essere riuscito a tenerla con me.
Io dico che il motivo vero è che lei è una stronza, ma anche dirlo non serve a niente.

Il guaio è che anche il lavoro ne risente.
A inizio giornata sono già stanchissimo, faccio fatica a concentrarmi, non passa ora che non avverta il desiderio di trovarmi in qualsiasi altro posto.
Non me ne frega più niente di quelli che hanno la pressione alta né di quelli che hanno la pressione bassa e, quel che è peggio, non riesco a concentrarmi: proprio oggi doveva montargli un febbrone così alto, a questo qui?
Andando avanti così, va a finire che, anche senza volerlo, ne ammazzo qualcuno.
Certo che, anche lei, lasciarmi con questo caldo…






 

Marco Bottoni nato a Castelmassa (RO) il 30/09/1958. Esercita dal 1986 l’attività di Medico di Medicina Generale. Scrive per passione dal 1999, soprattutto racconti e poesie. Ha pubblicato: L’Altro e altre storie (Montedit 2004); Sullo stesso treno (Fara 2006); Vita (sei racconti nella raccolta Storie di Vita, Fara 2007); Prosecco e Prolegomeni – memorie di un Filosofo da bar (Montedit 2007); Luna – Quattro storie di scacchi e di mistero (Tindari Edizioni 2009); Mi siete mancati (Fara 2009). Un suo romanzo breve dal titolo Ore è inserito in Creare mondi (Fara 2011). Nel 2011 esce Regno: Animalia con Tindari Edizioni; nel 2013 pubblica con Edizioni Progetto Cultura la raccolta di racconti Buoni e cattivi e con Montedit il romanzo Io e Marcellino. Per il Teatro ha scritto Biglietto, prego! (2008), Dio lo faccio io! (2010), Con il titolo in coda (2011), Ciao G – omaggio a Giorgio Gaber (2013) e Buoni o Cattivi? (2013). Ha corso come tedoforo per il Viaggio della Fiamma Olimpica di Torino 2006. È fra i Soci Fondatori della Associazione Amici di Gianni per il Patì che sostiene progetti di alfabetizzazione e recupero sociale dei meninos de rua di Salvador de Bahía (Brasile), in favore della quale tiene corsi di Educazione Sanitaria, Educazione Alimentare e Educazione all’ascolto della Musica. È fondatore degli Amici di Marcellino che finanzia una borsa di studio per giovani studenti universitari.
Giudizi

«Racconto semplice nella costruzione abile e coinvolgente nell’alternanza di fatti e voci interiori del protagonista che, nell’avanzare dei pensieri, si trova a rovesciare completamente ruoli e immaginari. Il paziente e il medico. La follia e la stanchezza. Leggendo ci si lascia intrappolare da questa fitta rete introspettiva e se ne esce sollevati, quasi, da questa umanità che tutto avvolge e riconduce alla fragilità dell’essere uomo.» (Alessandra Pederzoli)

«Il racconto ha il pregio di sfumare, di rendere meno netto, il confine fra normalità e pazzia, infatti è il medico curante ha vivere in prima persona la situazione “difficile” in cui spesso si trovano i suoi pazienti. In questo scambio di parti e di ruoli, il curante accarezza la possibilità di passare dall’altra parte, dalla parte di colui che riceve l’aiuto, più che da quella dell’aiutante. Il lettore, coinvolto dal racconto, andrebbe volentieri con lui.» (Alessandro Chiarini


«Follia e normalità non sono distanti. Ben scritto, divertente, con leggerezza questo racconto ci porta dentro una storia che sa di quotidiano e in questo ci fa trovare le tracce di quella follia che spesso tendiamo a vedere solo in chi ci sta attorno.» (Daniela Mena)
 

Interessante la sovrapposizione, e parziale identificazione, tra medico e paziente. (Elisabetta Sala)

«È un racconto verosimile e divertente. Spesso tra paziente e dottore si crea una certa empatia e questo racconto, in maniera molto abile nello svolgersi della storia, descrive le vicende di entrambi: il dottore e il signor Chiarelli avrebbero potuto benissimo scambiarsi i ruoli e nessuno si sarebbe accorto di nulla. Per fortuna c’è Maura che, seppure causa di tanta sofferenza, impedisce all’imparziale Walter di commettere un errore.» (Paolo Lunardi)

«Racconto ironico, divertente, in cui cominci a sudare per “il caldo insopportabile” e a sentirti stanco, per le notti insonni trascorse pensando ad un amore andato. Eppure nella confusione interiore e destabilizzante che vive il protagonista, e noi con lui, c’è un signor Chiarelli che fa rialzare la testa e permette di tendere la mano verso l’altro. Per sentirsi meno matti abbiamo tutti bisogno di un Chiarelli. Una scrittura che cattura, dove l’uso della prima persona porta dentro la storia e strappa un sorriso.» (Simona Mulazzani)


Secondi classificati ex aequo

2. Pentimento di Subhaga Gaetano Failla (Massa Marittima, GR) 


Tutta l'America Latina è disseminata
delle ossa di quei giovani dimenticati.
(Roberto Bolaño)


Lieve il cielo di Santiago prolungava i sogni azzurri dell’alba. Il dicembre del 1996 offriva i suoi giorni all’esordio d’una nuova estate cilena.
Era l’ora buona per evitare il traffico della metropoli. Victor raggiunse in macchina il piccolo aeroporto. Il suo biplano era lì, sembrava una creatura animata, già sveglia in attesa del padrone. Il rosso delle ali si accese ai primi raggi del sole.
Il giovane pilota entrò nell’aereo a due posti. Guardò il sedile posteriore. Parve incuriosirsi sulla struttura della cintura di sicurezza, poi armeggiò intorno a essa e alla portiera accanto. Il biplano apparteneva a un vecchio modello, con l’abitacolo scoperto. Victor poteva sentire in volo lo sferzare dell’aria oltre il piccolo parabrezza.
Tornò a casa. Fumò una sigaretta e subito dopo un’altra. Compose un numero di telefono, chiese ancora informazioni su alcuni nomi, gli stessi che andava ripetendo negli ultimi mesi.
Guardò la città, finalmente desta, nel frastuono e nella luce.
 

Un fascicolo voluminoso, con le pagine accartocciate dall’uso, spuntava da un arcipelago di libri sparsi sul tavolino. In ogni foglio appariva in alto a destra la sigla HIJOS. Victor cerchiò l’ennesimo numero di telefono. Ma era pressoché inutile. Le sue ipotesi erano divenute certezza. Le tessere del puzzle combaciavano ormai tutte. Il disegno che ne era scaturito lo aveva ferito come una coltellata, togliendogli il fiato e il sonno. (…)



Subhaga Gaetano Failla è nato a Scalea (CS) nel 1955. Laureato in Sociologia a Urbino, ha pubblicato saggistica sociologica. Ha fatto parte di gruppi teatrali. Libri di racconti: Logorare i sandali (Aletti 2002), Il coltello e il pane (Aletti 2003), La signora Irma e le nuvole (Fara 2007). Suoi testi sono presenti in numerose riviste e altre pubblicazioni, in e-book, siti online italiani ed esteri e in antologie dei seguenti editori: Perrone, Azimut, Aletti, Morrone, Opposto.net, Historica. Ha pubblicato racconti con Delos Books in diverse antologie e nella rivista WMI. Altri suoi testi con Fara in: 3x2 (con il racconto lungo Il seminario di Vinastra), Lo spirito della poesia, Storie e versi, Salvezza e impegno, Chi scrive ha fede?, Scrittura felice, Letteratura… con i piedi. Poesie nelle antologie in lingua inglese, tradotte in francese e tedesco, Zen poems (Londra, 2002) e Haiku for lovers (Londra, 2003). Ha collaborato con «Orizzonti», con la rivista inglese «Hazy moon» e con il blog Letteratitudine. Collabora con «La Masnada» e i blog di Fara. Vive in Toscana.
Giudizi

«Il tema dei desaparecidos mi tocca molto e se ne potrebbe scrivere a lungo. Qui si è scelta una linea breve, ma intensa: il racconto, nella lotta tra padre “putativo ed usurpatore” e figlio-vittima, suscita una forte emozione, dipanandosi in maniera snella, scarna, ma precisa nel descrivere il diverbio tra i due protagonisti. Il finale è forte.» (Luciano Palumbo)

«Mi ha emozionato: ho molto letto della vicenda dei desaparecidos, una vicenda tragica e inquietante che tutti dovrebbero conoscere e ricordare. Mi sono immerso nei panni del protagonista, nell’odio e orrore che deve aver provato dopo aver letto e compreso nei fascicoli quello che gli era accaduto e chi fosse in realtà quello che lui aveva chiamato fino a quel momento padre. Mi è piaciuta anche l’ambientazione, su un biplano ad alta quota: tra cielo e terra, tra bene e male. Può esserci solo il pentimento o una tragica fine.» (Paolo Lunardi)

«Amaro, cinico, destabilizzante e per questo coinvolgente. Il Cile con la sua storia lontana in questo breve racconto emerge con tutta la sua drammaticità. Un flash potente su un passato che ha lasciato un’eredità difficile da digerire e con cui ancora fare i conti. Le bugie, i legami affettivi, costruiti ad arte nulla possono di fronte alla verità che, nonostante tutto, chiede di essere gridata. Nel gesto estremo un bisogno intimo di liberazione di un paese, di un popolo, dei suoi giovani. Frasi contratte, brevi, cariche, che offrono un incalzare crescente e appassionato.» (Simona Mulazzani)


2. Il rumore della neve di Massimiliano Bardotti (Catelfiorentino, FI) 



a Genny

E così cadde la neve.
In realtà nessuno potrebbe giurare di averla vista cadere, perché ci sorprese al risveglio, dopo una notte silenziosa, la più silenziosa che io ricordi. Eppure avevo sentito dire che la neve fa un rumore particolare quando scende dal cielo. È come un perpetuo movimento dell’atmosfera, i fiocchi che a uno a uno si cullano su ogni molecola d’aria. Non è un rumore molesto, è qualcosa di lieve, rigenerante, una cura, e chi l’ha sentito è pronto a giurare che è inconfondibile, indimenticabile.
Noi, non ci accorgemmo di nulla. Noi, ci svegliammo e basta, su un bianco manto di stupore. Il primo fu Jacopo. Le sue grida svegliarono tutto il vicinato. Provò a uscire in strada ma non ci riuscì. Si limitò a gridare dal suo balcone quasi del tutto inagibile: "Andrea, non sarà la neve a fermarmi, non sarà la neve né nient’altro!".
Jacopo era convinto che da quando Andrea aveva aperto una piadineria a pochi metri dalla sua pizzeria a taglio, i suoi clienti fossero diminuiti. Andrea si difendeva dicendo che anche lui, Cristosanto, doveva mangiare, che quel negozio era un suo diritto e che se l’aveva messo su a pochi metri da quello di Jacopo era stato per concessione del Comune, mica era colpa sua! (…)





Massimiliano Bardotti cura per la Toscana la “Collana poetica itinerante” di Thauma edizioni. Nel 2011 con Thauma è uscito il suo libro Fra le Gambe della Sopravvivenza (finalista al Premio Mario Luzi, Arezzo Poesia Sergio Manetti, Premio Sulle Orme di Ada Negri, Premio Città di Sassari e Premio di poesia Annuario Giulio Perrone ed., terzo classificato al Premio Città della Spezia e vincitore del Premio città di Manfredonia Re Manfredi). Nel febbraio del 2013 esce Ne abbiamo fin sopra i capelli dell’umano, scritto con Luca Pizzolitto e Serse Cardellini, edito da Thauma nella collana “Poethree”. Il libro è tradotto anche in polacco. Nel mese di maggio 2013 esce A Cieli Aperti (Thauma, “Collana poetica itinerante”). È vicepresidente dell’Associazione Culturale Assenzio, nata con l’intento di divulgare il linguaggio poetico e di contaminarsi con ogni forma d’arte. Con Giacomo Lazzeri (musicista) ha formato il duo La Minima Parte, la poesia che incontra la musica e diviene spettacolo, teatro, concerto. Web: www.facebook.com/la.parte.3 
 
Giudizi
 

«Una favola per i nostri giorni. Una favola intrisa di magia. A volta basterebbe poco perché gli uomini evitino di commettere grandi errori, a volta basta fermarsi. Un racconto che ci fa stare con l’orecchio teso ad ascoltare… il rumore della neve. Bello.» (Daniela Mena)

Racconto surreale che rimanda alla piccolezza dell’animo umano quando distoglie lo sguardo dalla grandezza del creato. (Elisabetta Sala)

Lieve come la neve appunto. I ricordi di un’amicizia che si sciolgono a volte di fronte al calore di un luglio afoso e al rancore per presunti torti e l’amicizia sembra sparire. Qui la neve è salvifica e fa rientrare tutti i dissapori. Un racconto toccante e leggero, veramente piacevole da leggere. (Luciano Palumbo)

Bello pensare ai dissidi vinti dalla neve. Pensare che il tempo dell’ozio forzato porti ad un pensiero di bene, dove l’altro non è il nemico ma un compagno con cui costruire. Una favola moderna e irriverente, che fa riflettere. Una scrittura semplice e lineare come deve essere quella di una favola, ma capace di interrogare. La nostra vita ha bisogno di neve! (Simona Mulazzani


 



 
 
Terzi classificati ex aequo

3. Non sarà che ’sta pazzia è contagiosa? di Francesco Randazzo (Ronciglione, VT)

Andare dalla nonna, la madre di suo padre, era una specie di pellegrinaggio sacro, che si doveva fare ogni domenica. S’andava a venerare la Genitrice, l’Arca Santa dai piedi gonfi che aspettava ogni settimana che il Figlio gli rendesse omaggio, con quella ragazza che non le piaceva e che era purtroppo sua moglie, e quei bambini: la femminuccia biondissima che era bedda precisa al picciriddo che era stato suo figlio e il maschietto muto e scuro che senz’altro era figlio di sua madre. Si salivano le scale ripide di pietra grigia e s’arrivava su un pianerottolo stretto. C’erano due porte. Quella che stava proprio di fronte alla scala, dava sullo stanzino del gabinetto. A sinistra c’era quella più grande che portava direttamente in salotto. Bastava abbassare la maniglia e si entrava. Al centro della stanza c’era un grande tavolo rivestito con una coperta pesante che proteggeva il legno pregiato e aveva anche lo scopo di rendere il tutto cupo e solenne. Seduta su una sedia, accanto al tavolo stava lei, vestita, incollanata e solenne come una Santa sofferente e presuntuosa che attendeva le visite e gli omaggi dei fedeli. Era grassa e con i piedi gonfi costretti in scarpe o pantofole deformate. Doveva soffrirne certo, ma quando era bambino, questo non lo riguardava, per lui era orribile guardare quei piedi. I piedi di sua madre erano bellissimi, come quelli delle bambole di sua sorella; e persino l’altra nonna che era vecchia anche lei, aveva dei piedi che erano, non si può dire belli, ma normali, c’aveva solo qualche callo ma niente di paragonabile a quei piedi abnormi della vecchia seduta. Si entrava e mettendosi in coda, bisognava baciarla. Vedeva la mamma che lo faceva e lo faceva anche lui. Odorava di sapone alla violetta un po’ ammuffito. Sua sorella invece si rifiutava sempre, fra grida e strepiti alla fine doveva farlo, ma prima si toglieva lo sfizio di provarci. Beata lei, Tommi non ce l’avrebbe mai fatta. (…)


Francesco Randazzo è regista e scrittore. Dopo la laurea in Regia, all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, nel 1991, è attivo in Italia e all’estero come regista e autore per importanti teatri e festival, fra i quali: Todi Festival, Teatro Stabile di Catania, Ortigia Festival, Narodno Kazaliste “I Zaic” di Rijeka, Festival di Dubrovnik, Teatro Nacional Juvenil de Venezuela, Teatro IT&D di Zagabria, Playwright Festival of New York, Festival des Films du Monde di Montréal, Festival Universcènes de Toulouse. Fondatore della Compagnia degli Ostinati – Officina Teatro, della quale è direttore artistico, ha pubblicato con vari editori, testi teatrali, poesie, racconti ed un romanzo, ed ha ottenuto numerosi riconoscimenti in premi di drammaturgia nazionali e internazionali, fra i quali: Premio Fondi La Pastora, Premio Candoni, Premio Fersen, Premio Schegge d’autore, Sonar Script, Premio Leonforte, Premio Maestrale San Marco, Premio Ugo Betti, Premio Officina Teatro. Suoi testi teatrali sono stati tradotti e rappresentati in spagnolo, francese, inglese, ceco. Parallelamente ha svolto e svolge una intensa attività didattica con corsi di recitazione, storia dello spettacolo, stages e conferenze per varie istituzioni pubbliche e private, fra le quali: Scuola di Teatro Antico dell’Istituto nazionale del Dramma Antico, Università di Venezia, Cinars Montreal, TNJV Caracas, Centro Teatro Educazione-Ente Teatrale Italiano, Centro Studi Uilt, New York University, Ostinati Open Studio e International Acting School Rome. Cono Fara a pubblicato Papier mais (2006).

Giudizi

«Divertente l’approccio al mondo degli adulti da parte del protagonista bambino. Accurata l’ambientazione, realistici i dialoghi.» (Elisabetta Sala)

«Cosa passa nella testa di un bambino quando si trova in situazioni più grandi di lui? Quando il suo piccolo o grande “disagio” non viene compreso? Questo racconto ha la capacità di mostrarcelo, senza scadere nelle ovvietà, mettendoci di fronte ad una situazione inaspettata, per cui un’azione “giusta” e fatta in buona fede, mina gli equilibri e la serenità di una famiglia.» (Alessandro Chiarini)



3. Io so’ pazzo. racconto bilingue di Paolo Calabrò (Caserta)


Alla piccola stupenda Giulia Hoa e ai suoi incantevoli genitori, Luigi e Marina

30 secondi

Mo’ ce n’avimma ji’ sulamente. Fratemo m’aspetta in macchina. ’Na cinquecento, piccola, silenziosa, veloce. Già ce ne stammo fujenno. Mi guarda e non mi dice niente, tene ’na faccia che significa: «Tutt’a posto?» «Tutt’a posto, ’o miccio è partuto ’na bellezza». Lui guarda avanti, e io pure penso alla strada. Alla strada che corriamo adesso, e pure a quella che abbiamo fatto mo’ che teniamo vent’anni e i vurzilli nel mercato non li rubiamo più. Dicono che siamo pazzi, ma chi è più pazzo, io o loro, che lo sapevano come andava a finire, e non hanno fatto niente? Quand’è domani fanno finta che non lo sapevano. Mo’ nisciuno sape niente. E che si pensano, che queste cose si organizzano ’int’a cinque minuti? Ci vuole la scienza per fare le bombe, ce vo’ ’a pacienzia. E ce vonno ’e sorde. Per non darci diecimila euro a noi, domani mattina ce ne daranno centomila a quelli che vengono a mettere a posto. Vi è convenuto? E allora scusate: vuo’ vede’ che ’o pazzo fosse io?


25 secondi

«Qua stanno cinquecento euro, stanotte ve ne andate a dormire nel meglio albergo di Napoli». Quando un “amico” ti fa un’offerta così generosa non puoi rifiutarla; ma a volte non puoi rifiutarla nemmeno se quell’offerta te la fa uno che non è un amico. E nemmeno se non è generosa. Non mi ha detto nient’altro, ma l’ho capito subito che si tratta di una bomba. Però lui non me lo ha detto, e io non gliel’ho domandato. «Solo per stasera?» «Solo per stasera». Poi ha aggiunto: «Passiamo noi domani mattina. A mezzogiorno. State comodo a mezzogiorno?» «Sì, sto comodo» gli ho detto, mentre gli prendevo i soldi dalle mani. Solo un pazzo non li accetterebbe, mi sono detto. Se questi possono mettere una bomba qua sotto in tutta tranquillità, chi sa cosa potrebbero farmi, con la stessa tranquillità, se li contrariassi. Questa gente non ha fretta. Io invece avevo fretta di levarmelo dai piedi, non ce la facevo più a tenerlo davanti: ancora un poco e mi sarei messo a piangere, forse gli sarei saltato al collo. Forse l’avrei ucciso: il pensiero che uno ti possa dire di uscire da casa tua a suo piacimento ti rende furioso. O forse avrebbe ucciso lui me. Ma adesso, a casa di mia sorella che ci ospita per la notte, non mi domando questo. Mi domando un’altra cosa. Veramente è da stamattina che me lo domando, da quando siamo usciti: “A che ora scoppierà? (…)


Paolo Calabrò  è laureato in Scienze dell’informazione (Salerno) e in Filosofia (Napoli). Dal 2009 gestisce il dell’informazione (Salerno) e in Filosofia  dell’informazione (Salerno) e in Filosofia sito ufficiale in italiano del filosofo francese Maurice Bellet. Redattore del settimanale «Il Caffè» di Caserta e del mensile «l’Altrapagina» di Città di Castello (PG), collabora con il bimestrale «Testimonianze» e con i mensili «Lo Straniero» e «Sapere» e con le riviste online Filosofia e nuovi sentieri e Pagina3. Ha pubblicato Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne (Diabasis 2011) e diversi articoli sulla filosofia di Panikkar e Bellet, gli ultimi sono: “Il pensiero è impuro. L’epistemologia relazionale di Raimon Panikkar oltre il ‘nuovo realismo’” (Filosofia e nuovi sentieri, dicembre 2013) e “Attenti al lupus. Ammalarsi di cristianesimo secondo Maurice Bellet” in Letteratura… con i piedi (Fara 2014).

Giudizi

«Una vicenda che trasuda verità e racchiude in poche righe un mondo intero. Lo scandire del tempo che trasmette il non avere alternative, la debole forza del prendere soldi e far esplodere. Un esplosione che è anche dentro. E non lascia spazi a commenti se non al silenzio. Efficace l’alternanza della lingua, restituisce al racconto concreta vita della vita di quegli uomini.» (Alessandra Pederzoli)

«Originale nella sua stesura e nell’uso della lingua. Piacevole nella lettura e per il senso del racconto: sembra di vederlo, il protagonista, che attende lo scoppio e nel mentre gli tornano le immagini di ciò che lo ha portato a quel gesto… se ne percepisce la frustrazione e la tensione per tutti i 30 secondi. Uno scoppio finale che è anche liberatorio. Bisogna essere pazzi per scrivere così, ma la pazzia, in questo caso è bella e fa bene.» (Luciano Palumbo)

Una scrittura creativa che lascia presagire il mondo interiore che può celarsi dietro ogni notizia di cronaca. Una parola scandita dall’inesorabile trascorrere del tempo dove la follia si fa presagio. La doppia lingua porta il lettore a due modi di pensare distinti, ma contaminati. Uno fa l’eco all’altro e lo completa. Stimolante! (Simona Mulazzani)



Quarti classificati ex aequo

4. I fantasmi di Maria di Marinella Rosin Beltramini (Pordeone)


Era là quasi attaccata ad uno di quei paletti d’acciaio della luce che si trovano sui marciapiedi. Sembrava strofinare una matita che solo lei vedeva. Il paletto doveva essere per lei una grande lavagna dove poter scrivere tutto ciò che aveva in testa e nel cuore.
Laura la riconobbe. Sì,era senza dubbio Maria, quella stessa Maria che anni prima sotto le finestre del suo ufficio parlava con un immaginario Francesco,al quale raccontava tutto ciò che le era successo. Francesco era il figlio perduto,forse in un incidente. Qualcuno sapeva che abitava a Maniago.Questo era, allora, un paese abbastanza grosso della pedemontana del Friuli Occidentale in provincia di Pordenone. Di lei non si sapeva altro. Laura ripensava a quei giorni in cui Maria scendeva in città. Arrivava sempre nei giorni di mercato,forse per proseguire un’abitudine presa nel tempo, si sistemava sotto le finestre dell’ufficio dell’ente dove Laura lavorava e parlava,parlava finché ad una certa ora se ne andava via e nessuno sapeva dove. Probabilmente tornava alle sue montagne, ai suoi laghi e viottoli e là ritrovava le creature fantastiche, che da anni riempivano le sue giornate solitarie.
Ora continuava nel suo scritto. Forse quello che un giorno diceva a voce alta,visto che nessuno l’ascoltava, ora lo voleva scrivere. Aveva sempre il capo coperto da un fazzoletto come si usava nelle zone paesane nei tempi andati. Era sempre vestita,come una volta,modestamente.
Chissà di cosa viveva! A giudicare dall‘abito semplice,ma ordinato,sembrava proprio che per lei il mondo non fosse andato avanti. Dava l’impressione di una donna semplice e schiva,paurosa e timida,ma, al contrario, mentre scriveva le sue parole segrete, mostrava una grande sicurezza. Lei leggeva quelle frasi; lei sapeva,si guardava attorno quasi con paura che qualcuno potesse rubaglielo quel suo linguaggio. Se una volta parlava, ora scriveva e così in tutti questi anni aveva coltivato la sua illusione. Continuava dopo anni a raccontare al suo figlio perduto la sua sconfitta, la sua rabbia contro un mondo che probabilmente,secondo lei,glielo aveva portato via. (…)


Marinella Rosin Beltramini è nata il 25.9.1941 a Panicale (PG). Da anni vive a Pordenone. Da sempre ha espresso in versi le sue emozioni di vita, ma solo da pochi anni ha voluto condividerle con altri pubblicando le proprie poesie. Del 2002 è la prima raccolta Dal Cadere delle Perle (Campanotto Editore), mentre nel 2011 è uscita la seconda raccolta Alfabeto delle emozioni (Campanotto, con la prefazione del prof. Giuseppe Raffaelli). Con i suoi racconti “marini” partecipa alle varie edizioni della collana “Lignano ti racconto”. Ha ottenuto premi e riconoscimenti. Molte sue liriche sono inserite in antologie.


Giudizio
«È un obbligo sentirsi e dimostrarsi “normali”? Una esistenza regolata da farmaci e tranquillanti è meglio di una vita vissuta in compagnia dei propri fantasmi? Non è facile rispondere a queste domande. Il racconto proposto, con semplicità spende alcune parole a favore di un non interventismo terapeutico, lasciando le persone in compagnia delle proprie illusioni consolatorie. Non c’è la pretesa di instaurare una regola, o di dimostrare qualcosa, con piacevole delicatezza l’autore interroga il lettore e lo porta a riflettere, a pensare.» (Alessandro Chiarini)



4. Senno di Alberto Allamprese (Carpi, MO)

Il professor Eco, socchiudendo gli occhi a causa del fumo di sigaretta che esalava dal posacenere, tracciò le ultime linee della mappa e domandò se tutto fosse chiaro. “Non proprio tutto” risposi “Ma vedrò di arrangiarmi”. Per la bisogna, facevo affidamento su Augusto Liprandi, maresciallo elicotterista a riposo per una ferita riportata nel Golfo e attualmente gestore di un noleggio di aerei ultraleggeri. L'ultraleggero sembrava l' ideale per quel viaggio, non discostandosi di molto dal velivolo di cui parlava la Storia. Liprandi fissò la mappa sul cruscotto con quattro puntine da disegno, toccò i comandi e prendemmo il volo. Il piccolo aereo guadagnava gli strati più alti dell' atmosfera con agilità, mentre la campagna sottostante si trasformava in una macchia color senape. La mappa ci condusse ai piedi di un' alta montagna, sul cui fianco era scavata una caverna. Dall' antro si effondeva un nero fumo bituminoso, e fu allora che udimmo strida terrificanti, mentre contro di noi, con brevi voli, muovevano dei mostri orrendi. Avevano corpo d' uccello e volto di donna, e si aggiravano gridando e defecando ovunque, impestando ogni cosa e rendendo l' aria maleolente al massimo grado. Liprandi le freddò con precisi colpi della pistola d' ordinanza. Trascinammo le carcasse alla bocca della caverna, che conduceva (così diceva la Storia) giù fino all' Inferno, e turammo il foro con rami e sterpaglie. (…)


Alberto Allamprese ha 54 anni e vive a Carpi. Fa il medico di famiglia. Soffre di depressione fin dall’età infantile ed ha avuto svariate esperienze in ambito psichiatrico. Scrive racconti incentrati sulla figura del detective privato Hugo Scamozzi, uno dei quali è stato recentemente segnalato in un concorso tenutosi a Carpi.

Giudizio
«Lo stile è surreale e fantasioso: l’impresa raccontata è paragonabile alle gesta di Orlando che andò a cercare il suo senno sulla luna. E poi il co-protagonista è Umberto Eco che, secondo il mio modesto parere, potrebbe apprezzare di comparire in tale veste.» (Paolo Lunardi)


4. A nascondino con i fiori
di Stefano Redaelli (Varsavia, Polonia) 


Io non so spiegarvi che legame c’è tra me e Marta.
Mi sfugge, si nasconde, poi mi cerca. Forse gioca.
Quando la incontro, le do il buongiorno col baciamano, lei risponde con un sorriso timido e si defila. Ogni tanto, mi passa vicino, non mi accorgo mai che sta arrivando, d’un tratto appare, preceduta da una fragranza di fiori. Si ferma, mi guarda, a volte chiede qualcosa, tipo: hai scritto? oppure: hai visto le nuvole? o anche: ti piace? E io non faccio in tempo a rispondere, che lei è già andata oltre. A volte, invece, mi guarda soltanto, per un istante, non dice niente e fugge.
Io credo che sia un gioco, ma non ho capito le regole. Ho capito che le piace giocare. Allora gioco anch’io. Passo difronte alla sua stanza, mi fermo sull’uscio, la guardo mentre mette in ordine i vestiti, o è seduta sul letto senza far niente, a canticchiare, o davanti alla finestra a guardare fuori. O a parlare. La sento fare lunghi discorsi; penso ci sia qualcuno nella stanza, invece è sola. Si racconta storie, recita poesie, filastrocche. Mi piace ascoltare, guardare dall’uscio. Lei sa che ci sono, si gira un istante, sorride, fa finta di niente.
Il gioco è questo: esserci, senza farsi vedere. Percepire la presenza l’uno dell’altra in un profumo, un pensiero, una voce che inizia a parlare nella testa di punto in bianco.
Mi è capitato più volte, non l’ho detto alla dottoressa, chissà cosa penserebbe. Mentre mangio o scrivo, nella testa all’improvviso Marta inizia a parlare, con quel tono leggero, quasi cantando, racconta un ricordo di bambina, una cosa accaduta durante la giornata.
È strano, parliamo pochissimo, eppure, è la persona con cui comunico di più, in un modo diverso, intenso. Conosco Marta meglio di chiunque altro qui dentro, anche se sfugge, si nasconde, poi mi cerca, appare, scompare.
È solo un gioco.
Certi giorni, vicino al computer trovo un fiore.
Lo metto nel vaso e inizio a scrivere.
Sono le pagine migliori. (…)



Stefano Redaelli ha conseguito il Dottorato in Fisica e il Dottorato in Letteratura. Docente e ricercatore di letteratura italiana nella Facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, si occupa dei rapporti tra follia, scienza, spiritualità e letteratura. Tra le sue pubblicazioni di critica letteraria e narrativa: Circoscrivere la follia. Mario Tobino, Alda Merini, Carmelo Samonà (Sub Lupa, 2013), Chilometrotrenta. Romanzo (Edizioni San Paolo, 2011), Spirabole. Racconti (Città Nuova, 2008).

Giudizio
«Poesia in prosa, riesce a farci prendere per mano da Marta e a scoprire il suo mondo. Proviamo che cosa significa “perdersi”, senza per questo perdere il gusto di vivere. Basta uno sguardo per capirsi e per capire che un rapporto significativo ha bisogno “solo” di affetto sincero e il resto è la misteriosa bellezza della vita e del mondo.» (Daniela Mena)


4. La notte in cui non accadde nulla di Alessandro Salvi (Rovigno, Croazia)
 


Me ne sto a letto a contare le zanzare sul soffitto, mentre l'estate è dappertutto: dalle bianche lenzuola pregne di attesa frammista a vischiosa solitudine, alle bianche pareti disseminate di neri schifosissimi esserini comunemente detti insetti. "Ma è l'acqua, è l'umidità?" mi chiedo ad alta voce, "a generare questo silenzio storpio, cosparso di innumerevoli cunicoli stretti e cadute nel vuoto?". Meglio star zitti e disattivare il microchip emozionale, poi assassinare il pensiero, depennarlo anzi e alzarsi. Sono le 2 del pomeriggio, cristo! Mi alzo e vado in bagno, evitando di guardarmi allo specchio prima di darmi una sciacquata per bene. Faccio le mie cose, fisiologiche intendo, e poi in fretta e furia mi vesto ed esco. È un'estate tanto afosa che a momenti si schiatta, con queste maree di passanti, attempati turisti che ondeggiano inquieti e sbuffano come vetusti catorci da rottamare. Non so più quale strada percorrere per evitarli; il teletrasporto, ahimè, non l'hanno ancora inventato, perciò mi faccio coraggio ed esausto m'infilo su una di quelle calli che si diramano dalla Carrera per proseguire salendo su su fino al convento francescano; poi, col fiatone e tutto sudato, scendo dalla scalinata di Via Augusto Ferri, intralciata da un vecchio materasso ed altra spazzatura, ed eccomi dunque svoltare a destra, per avviarmi spedito come un missile al solito posto, dove non mi conosce nessuno, così posso sbronzarmi in santa pace. Per curare le mie ferite, perchè le ferite si curano con l'alcol mica con il succo di frutta. Giungo dunque al bar, che altro non è che una modestissima scatola di vetro e cemento, un covo di lavoratori sottopagati ed amanti in nero, colmo di giurassici beoni e gioventù ustionata da utopie ed alcol, droga e promesse. Ma ci sono tanti di quegli sciroccati al bar oggi che mi vien da sospettare abbiano lasciato aperti i cancelli dei manicomi di proposito ultimamente. Quando mi siedo non occorre dica nulla alla cameriera. (…)


Alessandro Salvi (Pola, 1976) vive da sempre a Rovigno. Esordisce nel 2008 con la pubblicazione della raccolta Piovono formiche carnivore e altre inezie (Aletti); seguito nel 2011 da Eserciziario di metafisica per principianti, silloge inclusa nel volume collettivo Creare mondi (a cura di Alessandro Ramberti) per conto della casa editrice riminese Fara. Altre poesie insieme a testi vari (recensioni, traduzioni, prefazioni) sono apparsi sia su carta sia in rete: «Sovremenost» (2, maggio 2009), «La Battana», «Panorama», «La Voce del popolo», «TELLUSfolio», farapoesia, Neobar e altrove. È stato segnalato da Maurizio Cucchi su «Specchio« e “Tuttolibri” («La Stampa»). Alcuni suoi componimenti sono stati inclusi nelle antologie: La ricognizione del dolore (2007), a cura di Pietro Pancamo e Il segreto delle fragole 2010 (2009), a cura di Elio Pecora e Luca Baldoni. Risale al 2011 è la plaquette, pubblicata con la En Avant! Produzioni di Pistoia, I fori nel mare. Nello stesso anno viene pubblicata, per la Apeiron di Rovigno, la seconda edizione di Piovono formiche carnivore e altre inezie con la traduzione in croato delle poesie a fronte. È appena uscito per L'arcolaio Santuario del transitorio.


Giudizio 

«Il nulla. le parole di questo racconto riescono a raccontare il nulla riempiendolo di senso. Crudo e duro, a tratti, porta il lettore su quel tavolino a masticare il nulla che preme ed esplode a ogni riga. Un nulla fastidioso, quasi, che diventa pienezza di non senso e di riconoscimento di fatica. La fatica del contare le zanzare sul soffitto.» (Alessandra Pederzoli)

Su Raccolte di superficie di Simone D'Anna

recensione di Vincenzo D'Alessio & G.C. “F.Guarini”


Nella premessa a quest’ultimo lavoro archeologico/storico Raccolte di superficie (Gubitosa Editore, Benevento, 2014), in ordine di tempo, del ricercatore irpino Simone D’Anna, la famosa archeologa e docente universitaria Claude Albore Livadie così si esprime: 

“Simone d’Anna è un perfetto esempio di questi amanti della propria terra: con annose e solitarie ricerche, spesso difficili a causa delle necessarie e reiterate incursioni condotte nelle proprietà private per raccogliere le rare vestigia di una più o meno duratura frequentazione del territorio, con pazienza, con metodo, Simone d’Anna ha strappato al suolo testimonianze sparse di un lontano passato. Ci offre oggi i risultati delle sue scoperte, sempre entusiasmanti, nel rispetto delle istituzioni di tutela.” (pag. 14)

Il ricercatore Alberto Solinas, scopritore di uno dei più famosi siti archeologici italiani di paleontologia – La Pineta di Isernia, maggio 1979 – nel suo blog così scrive:  


“Purtroppo la metodologia di ricerca sul territorio non era mai stata ritenuta importante dagli addetti ai lavori del momento (…) Solo negli anni ’70 ci si rese conto che la ricognizione a terra era importantissima, non meno dello scavo archeologico, ed anzi necessaria per individuare nuovi siti archeologici, anche in aree in cui si riteneva impossibile la presenza dell’uomo paleolitico e mesolitico.”

Il Nostro autore ha iniziato proprio in quegli anni a prendere coscienza della passione per le origini antiche della sua terra, forza che in lui aveva già dato i suoi frutti attraverso le opere d’Arte e i restauri che oggi sono presenti nella città natale e in altri luoghi irpini. L’entusiasmo, del quale parla nella premessa l’archeologa Claude Albore Livadie, noi lo traduciamo con la declinazione “passione” così viscerale che permette un amore sincero verso la terra e quanto restituisce del nostro passato. Lo sconforto è che, ancora oggi, questa sincera passione non si concilia del tutto con i proprietari terrieri, le imprese edili, gli interessi economici nelle cosiddette aree industriali: nessuno si ferma a guardare la terra. Così questo sparuto camminatore dei luoghi collinari e non, si accompagna alla sua solitudine, vista da altri come solenne perdita di tempo ché non c’è ricavo economico, con una busta di plastica e un’umiltà disarmante.

Scorrendo le pagine di questo libro, ben progettato tipograficamente, ricchissimo di immagini a colori e disegni, si assorbe tutto il sudore delle energie e del carburante speso per raccogliere in superficie, nei tagli procurati dalle ruspe, nei solchi profondi delle frese praticati nei terreni agricoli, nella subsidenza dei fenomeni naturali, quei reperti che rendono grande l’Archeologia nazionale. Claude Albore Livadie è stata accanto al Nostro autore e ai tanti altri giovani ricercatori sul territorio già dagli anni Settanta del secolo appena trascorso, sostenendo quell’entusiasmo annunciato nella premessa a questo testo con suggerimenti, dono di pubblicazioni specifiche, coraggio nelle difficoltà, che oggi caratterizzano il lungo percorso del suo lavoro nella vergine terra dell’Irpinia.

Raccogliamo e facciamo nostro l’augurio rivolto all’autore nella premessa: 


“Speriamo che le ricerche di Simone d’Anna proseguano con gli stessi risultati ottenuti finora. Costituiscono un ottimo esempio degli straordinari successi che si possono conseguire attraverso lo sforzo e l’entusiasmo di pochi individui.” (pag. 15)