sabato 18 aprile 2015

Fara a Bellano (LC) per “Piccoli Editori in Fiera” 2-3 maggio 2015



Vi aspettiamo
al Palasole di Bellano

il 2 e 3 maggio 2015

per l’ottava edizione di Piccoli Editori in Fiera.


Troverete in allegato la locandina con il programma completo.
Potete seguire l’evento sul sito, Facebook e Google Plus dove troverete dettagli e ulteriori informazioni.



Ricordiamo a chi volesse iscriversi a Microfono Aperto di inviare i suoi tre lavori, dopo essersi iscritto all’Associazione.

La segreteria
LetteLariamente
Tel.  366 3136383


domenica 12 aprile 2015

Nuova entusiastica recensione a L'ultima dimora del re di Rosamaria Rita Lombardo





di Settimio Biondi (storico, saggista e narratore agrigentino)






Ci sono Opere “con cui” l’Autore o l’Autrice ci propongono il resoconto di un loro concluso viaggio e ci invitano a ripercorrerlo un passo indietro delle loro irripetibili esperienze.
E ci sono invece Opere “con cui” – ma si farebbe meglio a dire “in cui” – essi ci rapiscono e ci inducono magicamente a compiere il loro stesso itinerario: ci involano e plasmano.
Mi riferisco ad Opere tanto letterarie che pittoriche, musicali o relative alle scienze umane, senza distinzione di generi.
Chi ha inventato i “generi” si è assunto una grande responsabilità.
Da una parte si è allontanato dal mito, madre di tutte le scienze e di ogni arte, dall’altra si è riavviato al mito, per non perdersi. È il percorso di Platone, che dopo ogni dopo, nella marcia di distanziamento dal mito, sa bene che non potrà che imbattersi ancora una volta in esso, e questo perché ogni dopo possa avere un dopo da cui ricominciare; e questo per non smarrirsi. E questo per ritrovare di fronte a noi qualcosa cui avevamo volto le spalle.

E questo, in una parola, per essere, per “rimanerci”.
Ma anche il mito ha un mito: il filo di Arianna che consente di allontanarci dall’entrata per ritrovarci all’uscita.


Ho avuto la recente fortuna di leggere L’ultima dimora del re di cui è Autrice Rosamaria Rita Lombardo.
Sono stato cooptato dalla mia stessa lettura, e in certo senso sono stato letto dall’Opera, ed ho fatto il viaggio voluto dall’Autrice. Non capita spesso di imbattersi in una lettura necessaria, ove la necessità medesima sia quasi un “a priori” della lettura, in una magica, smagliante e misteriosa inversione tra causa ed effetto.
L’Opera mi ha rapito.
Il titolo dell’Opera ha un sottotitolo: Una millenaria narrazione siciliana “svela” la tomba di Minosse. Soggetto è la millenaria narrazione siciliana: il sottotitolo svela, ben prima della tomba di Minosse, il rapporto tra la narrazione dell’Autrice, che la stende come se l’avesse udita narrare dalla famiglia del tempo in sua necessità. L’aggettivo “millenario” non può che riferirsi a questa famiglia,a questo retaggio. E nel rivelare, proprio per svelarlo, questo rapporto la Lombardo “tradisce” il contenuto della narrazione, quasi come in un atto jeratico o sacerdotale: lo porta a conoscenza del grande pubblico.
E però la “narrazione” non è frutto di un tràdito racconto, né di qualcosa di arcanamente smarribile che l’Autrice ha osato salvaguardare, far trapelare e stendere (in questo sta il tradimento) nero su bianco.
No, perchè la “narrazione” è, in verità, frutto di esegesi, di duro lavoro, di acribia ed oserei dire di una “moralità” di ricerca, di preparazione e di riflessione a servizio di una grande professionalità storica e archeologica: a segreto servizio di un “sogno” e di una “istanza” ancestrale.
Figlia di succhi siciliani, l’Autrice, lontana e libera dalla Sicilia, si narra in un racconto frutto di ricerca e di risultati ma anche di introspezione culturale e di un fondamentale interrogativo sulla Sicilia, in tempi in cui l’Isola – nelle cronache, nella pubblicistica e nella saggistica torrentizia del presente – viene impinguata di innumerevoli e surrettizi miti.
Molti miti nascondono i veri grandi miti della Sicilia, o quell’unico che è sé stessa, e che ha non poche sfaccettature e riquadri di storiette.
Il mito di Minosse, della sua venuta in Sicilia, della sua morte in Camico alla ricerca di Dedalo è uno di questi specchi, e fondamentale: se non altro, per la sua antichità che sembra incignare, dopo una prima fase di frequentazioni e conoscenze commerciali, la primissima coscienza che ebbero i Greci dell’ Isola.
Il mito di Minosse, Pasifae, Camico, Cocalo etc. è il mito di un’epica impossibile, di una conoscenza drammatica. Mi piace pensare a Pasifae come ad una Elena non solo “ante litteram” o antesignana, ma ferinamente prodromica; e ad Elena come ad una Pasifae dirozzata, raffinata, rimasta con gli stessi vizi di quella, ma sdilinquita. E a Minosse come all’ archetipo di Menelao.
Dietro il mito c’è un tentativo greco di mettere piedi in Sicilia. Non essendo riuscito, il mito è rimasto spoglio, nudo, potentemente autentico: non si è cioè né rivestito né travestito in poema ed epica. La rivalsa i Greci l’ebbero con la spedizione di Troia, che fu il ricorso vincente dell’insuccesso isolano.
Molte città si contendono il nome di Camico e quindi il luogo di seppellimento di Minosse o il ricordo del suo passaggio.
La Lombardo identifica in Monte Guastanella la reggia di Cocalo, e i suoi argomenti sembrano avvolgenti e, uno ad uno, difficili o impossibili da confutare.
Tutti vengono a raggiungere concordanza, e la progressione induttivo-deduttiva scorre come un fiume che non conosce né soste né ostacoli.
Il risultato è una revisione storico-archeologica interessantissima, e prima di tutto una rivisitazione testuale delle fonti, una reinterpretazione dei passi lasciatici dagli antichi sull’argomento, una nuova luce di avvedutezza dell’insieme storico e geografico. Ed il risultato è una meravigliosa ricomposizione del mito, tributato questa volta ad una rupe di straordinario fascino e bellezza.
È comunque certo che, dal punto di vista strettamente scientifico, l’ipotesi della Lombardo risponde al maggior numero di quesiti sulla problematica, divenendo per ciò stesso l’ipotesi più avanzata e più attendibile tra le tante che son venute sorgendo in quasi un secolo. Più avanzata persino dell’ipotesi Camico-Sant’Angelo Muxaro , che si avvale, ma impropriamente di ritrovamenti archeologici ex se notevoli ma per niente probatori.
L’ultima dimora del re è un libro splendido, elegantissimo, letterariamente esaltante.
Mi commuovo di gioia al pensare che una giovane donna abbia saputo concepirlo e scriverlo, e vorrei consigliarne la lettura a chi volesse conoscere l’eternale fascino della Sicilia e l’animo di una siciliana di origine come la sua Autrice.

“La cosa inaudita. Un itinerario poetico e religioso negli scritti di Davide Rondoni” di Elisabetta Motta (Subway Edizioni). Recensione a cura di Cinzia Demi.


La cosa inaudita. Un itinerario poetico e religioso negli scritti di Davide Rondoni” 

Davide Rondoni è un autore che non ha certo bisogno di presentazioni tanto è ricca la sua produzione poetica e artistica e tanto è qualificato il lavoro critico intorno alla sua opera. A questo lavoro si è aggiunto, nel 2013, il bellissimo saggio realizzato da Elisabetta Motta dal titolo “La cosa inaudita” (che riprende il titolo di un testo dell’autore tratto dalla raccolta “Il bar del tempo”, edito da Guanda nel 1999).

Elisabetta Motta è nata a Seregno nel 1966. Si è laureata in lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano con una tesi su Eugenio Montale.  Attualmente insegna lettere presso il Liceo Artistico Fausto Melotti di Cantù. Suoi articoli  e recensioni sono stati pubblicati  su varie riviste letterarie. Nel campo della saggistica ha pubblicato i seguenti volumi: Immagini religiose nella poesia di Eugenio Montale, edizioni Quaderni Balleriniani, IV, maggio 1996, Seregno; Colori in fuga (con Fabio Pusterla) Vita Felice, 2011, Milano; La cosa inaudita. Un itinerario poetico  e religioso negli scritti di Davide Rondoni, Subway edizioni 2014  
Per le edizione d’arte Lithos di Como ha  curato e scritto i testi critici dei seguenti libri d'artista: Erri De Luca, Un esordio  con topografia di Antonello Scotti (2008); Fabio Pusterla Sulle rive, tra le foglie, sui rami con litografia di Samoa Rémy (2008)Alberto Nessi, Le Vecie con litografia di Mario Mondo ( 2009) Davide Rondoni, Possiamo soltanto amare con serigrafia di Giuseppe Vigliotti (2010); Giorgio Orelli, La buca delle lettere, Ragni con serigrafia di Nathlie du Pasquier  (2012). Per le edizioni  d'arte  de  “Il ragazzo innocuo” di Milano ha curato e scritto i testi critici dei seguenti libri d’arte: Davide Rondoni, Sei un amore perché sei un racconto con acquaforte della' autore  (2013); Alberto Nessi, Conversazione con l’angelo con acquaforte dell'autore (2013); Luciano Ragozzino, Il dicco con incisione di Fabio Pusterla (2014); Giovanni Colombo, Sguardi da Oria (2014) con incisone dell'artista; Giampiero Neri Una storia naturale con incisione di Luciano Ragozzino (2015); Massimo Morasso Saturnia  pyri con incisione di Luciano Ragozzino (2015).  



Conosco Elisabetta da circa un anno e già dal nostro primo incontro ho capito che avrei creato con lei un bel rapporto, basato su un’empatia e una stima reciproca, che ci avrebbe portato a collaborare. Apprezzando poi molto la poesia di Davide Rondoni, che considero uno dei miei maestri, dopo aver letto il saggio che Elisabetta ha scritto su di lui, ho deciso di invitarli entrambi a Bologna per un incontro su questo libro – che si terrà a Casa Carducci il 23 aprile, alle ore 17.30 – e di recensire questo lavoro basandomi sulle suggestioni e sulle impressioni che il suo scritto sul poeta ha messo in moto, in relazione alla mia esperienza di lettura dei testi di Rondoni. Un confronto che ha dato i suoi frutti e dal quale è nato ciò che state per leggere.

La cosa inaudita



Il saggio della Motta parte da un’introduzione dove viene evidenziato “l’irrefrenabile moto” che spinge i passi del poeta: un poeta che ha affidato la sua esperienza d’uomo alla poesia che non può essere solo un’ancora di salvezza ma che diventa un mezzo per prendere coscienza di ciò che siamo e del senso di quello che facciamo, in un viaggio che non cessa mai di accompagnare la sua vita stessa in quanto frutto, meta e destino di chi ha scelto di portare ovunque la parola poetica come parola portatrice di verità, accompagnato e dentro, inevitabilmente dentro, la parola poetica stessa che è parola di ricerca di senso, così come tutta l’Arte in generale. In Rondoni si aggiungono a questo, dice la Motta, una commozione e uno stupore “generati dall’avvenimento di Cristo […] sentito come un evento centrale della propria esistenza ed esperienza poetica” e dall’“incontro con San Paolo e con la sua opera, di cui ha colto la straordinaria modernità”: elementi che formano l’estetica e il pensiero dell’autore ruotando “intorno al mistero della parola incarnata”. Da qui la consapevolezza, più volte espressa, che non sia la fede a mancare all’uomo dei nostri giorni quanto la “speranza”: ed è questa la parola che diventa inaudita, perché poco frequentata, quasi portatrice di scandalo, una parola chiave per un Cristianesimo che vuole ancora essere una risorsa per l’umanità tutta. E’ quindi questa una ma, non l’unica, chiave di lettura - utilizzata nel taglio dato al saggio della Motta - del fare poesia rondoniano: ovvero il trattare argomenti di natura religiosa che, tuttavia, non sono mai distinti dagli altri elementi della vita anzi, casomai, contribuiscono a dare maggiore complessità alla sua poetica, in un andamento quasi controcorrente dove spesso, si reputa inconciliabile l’essere cattolici e artisti al tempo stesso. Provocazione alla quale, dice ancora la Motta, egli risponde con le parole di Flannery O’Connor: “Proprio perché sono cattolica non posso che essere un’artista”. Un azzardo che non possiamo che condividere.
I capitoli in cui si suddivide il libro “La cosa inaudita” sono quattro e rispecchiano altrettanti percorsi dentro la poesia dell’autore, sempre riconducibili allo stesso itinerario poetico-religioso, cercando di scavare nei “gesti”, nella “parola incarnata”, nel “movimento dell’amore”, nei “luoghi” raccontati dalla notevole produzione poetica che parte dal 1985 e arriva ai nostri giorni, scegliendo naturalmente i passaggi che, a discrezione della Motta, sono risultati più significativi per il discorso intrapreso all’interno del saggio.
Dunque “i gesti della poesia” vengono proposti dalla Motta attraverso la loro pressante necessità di esistere e di essere messi in scena, in un excursus puntuale dentro alcuni testi dell’autore, dove certi “gesti” - partendo già dal gesto di scrivere che diventa “un gesto artistico a cui è affidata” una “precisa forza di custodia” – nell’insieme infinito degli stessi gesti quotidiani assumono valore assoluto perché consentono di mettere a fuoco la realtà, raggiungere una visione, per poi mettere a fuoco le parole - concetto condiviso da Seamus Heaney, il quale affermava che “la poesia è come la lente del binocolo che aiuta a mettere a fuoco il mondo” - . Ora, se è vero come dice Rondoni stesso, che “la vita che ci capita accade, e l’accensione delle parole è un’esperienza che fanno tutti  non soltanto i poeti”  è comunque altrettanto vero quanto afferma continuando, cioè che “quando l’esperienza eccede le parole allora avviene  l’esperienza poetica. Poi in qualcuno questa esperienza poetica della lingua diventa un’arte per cui per metter a fuoco ciò che ti accade  ci si mette a fare poesia ed a guardare poeticamente l’esperienza [dove] le parole non sono una forma di decorazione del mondo  ma una messa a fuoco”.
La poesia, in questa modalità di rappresentazione dove il senso assume un valore portante, sacro e popolare al tempo stesso, risulta così intrisa di una componente drammaturgica che non resta disgiunta dal suo valore letterario e che le permette di diventare “parola incarnata” “accadimento autentico” ed esperienza, di misurarsi - così come avviene per tutta l’arte - con l’infinito.
Nel capitolo “la parola incarnata” la Motta esamina alcuni testi che sono in parte una sorta di dichiarazione di poetica, e di etica spirituale e artistica di Rondoni nella quale si evince in primis l’emergere della figura guida di San Paolo che egli prende a riferimento sia per l’esperienza umana che poetica stessa, riscontrabile soprattutto, ma non solo, nel testo Mio capitano dove il Logos della Croce assurge a ragione dell’esistenza, il Cristianesimo a religione affatto consolatoria o comoda via, bensì a dimensione che permette di vivere il dolore in una misura di prospettiva positiva del patimento, prendendo proprio ad esempio Cristo e i suoi discepoli. Un Cristo, tra l’altro, così vicino all’uomo tanto da poterlo incontrare in ogni angolo del mondo, in ogni situazione giornaliera, da poterlo toccare nelle sue ferite, nella sua pena per la condizione umana per la quale si muove con tutta la commossa passione di cui è capace. Anche a Mario Luzi era successo di incontrare, a un certo punto della propria esistenza, la figura di San Paolo, incontro che risultò determinante per la sua ricerca poetica perché gli permise di capire che non si muoveva da solo in un ambito sconosciuto ma che era, al contrario, parte di una comunità di fedeli uniti in uno stesso cammino. Una poesia dunque che, rapportandosi con un percorso fatto anche di figure religiose – sentite come parte integrante del proprio agire umano e poetico – può diventare anche preghiera. Ed è in questo contesto che, approfondendo il legame tra la poesia e la preghiera, la Motta inserisce, tra l’altro, il commento di Rondoni in merito il quale, partendo dalla voce dei Salmi, ritrova la poesia stessa in quegli scritti alti e umili del Miserère, in quel lamento che cerca la misericordia, e proseguendo da lì non sembra difficile toccare nei suoi testi le soglie della preghiera stessa come atto linguistico, come relazione personale con Dio in un dialogo vivace e sempre in divenire, soglie che tuttavia non vengono varcate per lasciare al lettore la possibilità di decidere se il testo può diventare un viatico di preghiera o trovare altre forme di condivisione del pensiero.
Nel capitolo “l’amor che move il sole e le altre stelle” viene approfondito il tema del viaggio, inteso sia come viaggio reale - Rondoni è un poeta perennemente in viaggio spostandosi giornalmente da una parte all’altra del globo - sia come viaggio interiore di relazione con le poetiche degli suoi maestri e con ciò che succede nel mondo che gira e nel quale si trova, per scelta, ad essere presente, a muoversi “partecipando al moto dell’essere” e contribuendo “allo slancio che tiene in tensione le cose nella loro natura di realtà date, riconoscendosi come parte di qualcosa di grande, di un Tutto, secondo il grande archetipo dantesco.” In questo viaggio, le spinte maggiori sono date dall’amore e dalla leggerezza e passione con cui l’autore/l’uomo cercano di nutrire sia il desiderio di concretezza per l’attaccamento alla realtà, sia l’apertura verso nuovi orizzonti imprevedibili. Il tema dell’amore è il vero leitmotiv della poetica di Rondoni per il quale “la consapevolezza che la vita è un dono e che occorre essere riconoscenti per il solo fatto di essere vivi e di poter aprire gli occhi ogni giorno alla presenza delle cose” è  lo slancio principale che deve contribuire a far vivere in letizia, in armonia con gli esseri viventi, amando. Amare implica un coraggio e un desiderio di comunicare pazientemente con gli altri che, se pure può sembrare un fallimento già in partenza, contiene in sé invece un impegno che mette in tensione le traiettorie di vita di ognuno, in un quadro dove tutto deve tendere alla tenuta, compresa la poesia che partecipa all’unicità degli elementi e del movimento del mistero che è la vita stessa.
Questa tematica si riallaccia, nell’ultima parte del libro “i luoghi dell’infinito”, all’ulteriore preoccupazione del poeta data dalla necessità di “abitare la contemporaneità, di sottrarla proprio nelle sue zone più reiette e dolenti, all’ansia animale del vuoto”. Necessità che non può che essere accompagnata ancora dall’amore, per affrontare l’umanità che incontra nei suoi viaggi, nei luoghi della normalità come in quelli dell’abbandono dove vige la perdita di dignità, dove spadroneggiano i diritti negati, domina l’orgoglio ferito e regna sovrana la mancanza di speranza - la parola inaudita a cui si accennava all’inizio e titolo del libro stesso -. In questo luoghi - diversi ne vengono descritti in questa sezione – si potrebbe pensare, dice la Motta, “di non trovare la poesia […] ma invece Lei è qui che aspetta, sorprende e stupisce con il suo ritmo e il dire che si accendono di qualcosa di sotterraneo, di celestiale.[perché] in ogni luogo dove vi è anche solo una esile traccia di umanità la poesia fiorisce, anche se rifiutata, sempre splendida, sempre regina.” E’ così che nella Sierra Leone come nel carcere di San Vittore, o in ogni altrove dove la verità necessita di una parola che serve, che abbia un peso e un valore, la poesia si assume il carico di esserne portatrice, il poeta il compito di alzare un grido che apre finestre sull’infinito, per “una fuga d’aria, un nuovo respiro, e con il respiro [si apre, ancora] il mistero sempre ulteriore del viaggio vivente”.
E’ quest’opera di Elisabetta Motta, in conclusione, un lavoro che porta un contributo notevole alla conoscenza della poetica di Davide Rondoni, in una chiave interpretativa - una tra le tante, ma forse la più sincera perché scritta con slancio e con cuore, oltre che con consapevolezza - che mi sento di condividere, per assonanza di contenuti. Il lavoro di ricerca e studio compiuto dall’autrice è, senza dubbio, un generoso e pur tuttavia, viatico stracolmi di verità indiscutibili, viatico che conduce anche alla verità oggettiva del significato della parola poetica, del senso della sua esistenza – ora e in passato – e si fa portavoce, oltre che della vicenda e del cammino intrapreso dallo stesso Rondoni, anche di un vero senso umano e spirituale di necessità, di un valore e di imprescindibile per l’uomo di incontrare e di lasciare entrare la poesia nella sua vita, fonte se non di salvezza almeno di refrigerio, di compassione, di amore portato per ciò che accade, che non può passare inosservato, al quale non è possibile non attribuire un senso più alto di quello del semplice accadimento.

A completamento di questa recensione, ecco alcuni testi di Rondoni, inseriti nel libro commentato:

Parla la poesia, dice
(da: Il bar del tempo)

Ma non dalla solitudine
                                      nasco,
non dalla solitudine
riafferma, mordendosi
le labbra, le dita dipinte

(o mia piccola, o tutto il mio sangue)

L’amicizia del cielo
rompe il mio seme,
duro nel canto oscuro della terra
anche quando geme l’abbandono

                                                       vita, dice,
che fulmina in altra vita
sono un particolare sesso
e ho un occhio strano
che custodisce il mondo.

ma non dalla solitudine,
                                      mai
da una falsa beatitudine

(o mia piccola, mio capitano)

*****

La cosa inaudita
(da: Il bar del tempo)

Come la lasciamo
la casa, come ci crescono dentro
la solitudine, i bambini –

come li guardiamo gli uomini
i temporali
quando le sedie sparse davanti alla tivù
e i tavoli dei panni colorati
una luce di pioggia li batte, ventosa
come un ricordo –

Ricordati di me, dico
                                  e sono un ladro
o una donna che non vuole essere
lasciata,
            ricorda la mia vita
come l’ho potuta.

Ai moralisti ho sempre preferito
i santi, i cantanti
                            e i baristi.

La virtù dell’epoca
può forse aumentare, forse
scemare.

Ma non può quel che fa
l’essere (o chiamalo vita)
quando Dio stupisce gli uomini
e germina la cosa inaudita

la cosa di sperare.

*****

Le stelle: segni
di alterità infinita
(da: Apocalisse amore)

Se tu mi abbracci
io richiamo tutte le vie
del mio corpo

da tutte le stelle in cui brucia
disseminato
                    se mi abbracci
mi fai intero, ritornato


Bologna, 12 aprile 2015

Cinzia Demi