martedì 16 dicembre 2014

Le Voci dell'Anima


di Vincenzo D'Alessio

https://www.facebook.com/pages/jazz-festival-antonio-dalessio/216043908454640

Caro Enzo ho scritto per te, voce solista fuori dal coro, il dramma dei miei ricordi nelle tre parti (se vuoi tre atti) che recano il titolo: I luoghi dell'anima. Un teorema difficile da sviluppare ché lega le conoscenze reali a quelle ideali e incespica ogni qualvolta raggiunto un luogo molti altri chiamano da sotto le macerie del Tempo.
GRIDO!, ma nessuno ascolta.
DIALOGO!, ma nessuno sente.
CERCO!, ma nessuno segue.
“La città è un corpo, percorso da diverse pulsioni dell’agire umano e storico, ma è anche realtà illuminata dalla natura” (così scriveva Mario Luzi). La città che vediamo non è realmente quella che vorremmo. La città che desideriamo veleggia  all’insegna del Sole come una nave nel cielo: pulita, vergine, originale, ricca di memoria, che è in continuo ascolto e fa tesoro più che parlare, maledire e perseguitare  con l’arroganza del denaro.
Troppi secoli di menzogne hanno ucciso Le Voci dell’Anima, quelle belle per davvero, quelle argentine come le sorgenti della Scorza, delle Grotticelle, dell’Acqua del Pozzillo: tutte quelle che sgorgano a Sud-Est della valle, ce ne sono altre ancora nascoste agli sguardi avidi degli uomini.
Io e te abbiamo bevuto  quest’acqua: è pura, amara, sulfurea. Sorge ad alta quota sulle cime e non raggiunge la città si inabissa e risorge nel Tirreno ch’è di fronte alle nostre vette. Regala purezza a chi beve, estingue la sete dopo la ripida salita, si abbeverano nella notte alta i cinghiali, gli animali innocenti del poco bosco rimasto.
HO DORMITO CON LORO,  ma nessuno mi ha visto!
HO MANGIATO MORE DAI ROVI,  ma nessuno mi ha visto!
HO ASCOLTATO LE VOCI DELL’ANIMA,  ma nessuno ha sentito!
Solo il vento ascoltava  insieme a me le voci che venivano dall’anima di milioni di uomini divenuti linfa dei faggi, degli aceri, delle bianche betulle accerchiate dalle piogge acide sul Pizzo del Garofano (stanno morendo!), dei castagni selvatici, dell’orniello dalla bianca capigliatura in primavera, dei cerri, della Terra che mangia le foglie secche e  trasforma tutto in nera magia del Tempo.
Lo temo!
Le voci accarezzano gli scarponi mentre cammini nella “filasca”: la graminacea che cresce sul dorso delle cime mentre intraprendi lo stretto sentiero verso il Pizzo San Michele e là… il miracolo si ripete: dopo una notte passata all’addiaccio l’immensa sfera di fuoco si solleva  dietro le bianche rocce calcaree delle Nivere pronta a solcare il cielo: lo schiocco improvviso del vento che spira dalla lastra luminescente del Tirreno riporta le voci dell’anima che  si accampano sotto le Ali d’Argento dell’Angelo.
Caro Enzo, non cercare nella città che abbiamo amato la Bellezza: non abita più in mezzo a questi uomini. Una  giovane voce a me cara l’aveva avvertita già questa mancanza  mentre sedeva sulla roccia che domina il corso antico della Solofrana là dove il Bosco di Sant’Angelo cede al selvatico:
Nelle campagne al tramonto
Si posa un argento…
E arieggiano cornici e colori
Dove tutti i modi
Armonici e disarmonici
Condividono l’emozione
Della continuità cosmica   
(Antonio D’Alessio: Poesie ritrovate)
 
La Bellezza  cantata dal poeta solofrano Carmine Troisi si è smarrita dietro i falsi idoli dorati, tutto è andato perso e da nessun lato si scorge il cittadino che porta nella sua borsa La dignità:

Dolce è mirar come s’addorme a poco
a poco la campagna esausta, stanca:
la sveste il vento con suo folle gioco,
indi la covre una gran colte bianca;

le canta in voce che pur essa manca
la ninna nanna un torrentello roco;
il villico la guarda in su una panca
sdraiato, mentre gaio erompe il foco.

S’addorme, ma lasciato al passerotto
ha ella il pasto già nel noto olivo
e la vecchietta l’erba pel decotto;

né cessa di sue viscere l’ulivo
alimentar pel desinare ghiotto.
Quanta è buona la terra e l’uom cattivo!

Lontano da questi lidi ora ti scrivo Enzo in versi ascoltami, amico della Vita! 

14 dicembre 2014

Su Davanti alla mancante di Alberto mori

http://poesia.corriere.it/2014/12/04/oggi-a-milano-alberto-mori-con-il-suo-nuovo-libro-davanti-alla-mancante/
recensione di Marcello Tosi

È La storia di un’ossessione, questa più recente raccolta di versi di Alberto Mori (Scrittura Creativa Edizioni) con fotografie di Mina Tomella e note introduttive di Silvia Bordini e Silvia Merico.

Davanti alla mancante, il titolo… Quale mancanza?… Essenzialmente, quella legata al ricordo dell’opera e della figura di Francesca Woodman. Brivido dell’assenza della celebre fotografa americana, che ancora giovanissima si tolse la vita, viene declinata in ogni maniera linguisticamente aderente dalla sequela dei versi del poeta e performer cremasco e dai ritmi spazialmente scanditi e sospesi degli scatti della Tomella.

Immagini e versi che fanno riferimento alle fotografie di un personaggio inquieto e affascinante. Dialogo, riflessione, interrogazione rivolta, e quindi senza risposta, ad una non-presenza sempre presente. E alla fine di questo percorso, dopo essere stata lungamente evocata, Francesca appare in una delle sue foto della serie “Untitled”, realizzate a New York tra il 1976 e il 1980. Francesca… casta diva. Espressione di una sensualità assoluta e metafisicamente disarmante, negata come puro edonismo della visione, che scardina il canone erotico della nudità ossessivamente in bianco e nero, per affermare quello di una disperata affermazione del proprio io narrante. “Non puoi vedermi da dove mi guardo”, diceva.

La sua inquieta ricerca fotografia esprimeva, come avrebbe detto De Chirico, il terribile vuoto scoperto che porta l’insensata e tranquilla bellezza della materia. Abbandonata dall’immagine raccolta e ancora invisibile, si autodefiniva la fotografa americana. Ora protagonista di questa storia di una duplice ossessione: nelle immagini voragine, ossessive della Wodman e ossessione di Mori per la sua immagine, per il suo corpo oggetto dell’indagine autoidentitaria e spietata del proprio io, che giunge a negare quell’identità fino a cancellarla in un gesto estremo. Trasformare, torcere, elaborare, è per la parola poetica produrre vibrazioni di pensiero, polifonie, scrive nelle note al libro Silvia Bordini.

La maggior parte delle sue immagini sono autoritratti, portatori d’identità, in fuga dagli stereotipi. Atti da vedere, azioni fotografiche cui Mori sembra rispondere con delle poesie che nascono dallo sguardo, costruzioni che insistono su diversi livelli di relazione con sé stesso e con la fotografia, eludendo cancellando l’immagine nel momento stesso in cui si palesa. Ciò che resta nella ricerca di senso ma che spesso non viene compreso, “spazio elastico della sfuocatura”, come si legge nella nota al libro di Silvia Merico. “Il poeta – scrive – inizia una sorta di danza rituale davanti alla 'mancante', con uno stile che concentra lampi emotivi in parole che asciugano il senso dei pensieri in poche significative sillabe…”. Sguardo curioso e duttile, su ciò che è destinato a rimanere incompiuto o inespresso, come nelle enigmatiche immagini che illustrano il volume: foto del modello in legno dell’architettura dell’Accademia dello Scivolo di Bagnolo Cremasco, di Mina Tomella.

“Ci sono tre fonti dalle quali cogliere le tracce di una strada – ha scritto nella sua premessa alla raccolta Andrea Rompianesi –. Il bianco, il nero, il grigio, che modulano non solo la sperimentazione fotografica ma connettono cromaticamente l’intarsio che Alberto Mori incide sulla pagina, quasi a tracciare possibili fronti. Lo stimolo inziale e irresistibile” è Francesca Woodman “ossessione della disputa passionale e cruda, essenziale e icastica, che coinvolge la sua stessa immagine… Fotogrammi poetici che poi diventano scatti…” (v. aletta di prima).


“Chissà dove sarai / lieta e svanita / ad autoritrarti / dissolta tra le nuvole” – si chiede Mori. L’immagine di Francesca è vista come sfocata, ovvero “senza focus”… con un
“ombra scura”, quella del pube, “al centro del disordine”…

I frammenti sparsi della sua voce inudibile diventano nei suoi versi l’intonaco scrostato di un’anima, parete visione, mentre continua l’espressione molteplice di una presenza assenza… “Fuggenza” che stupisce, che scivola sul bordo dello specchio, una svolta che fa apparire l’identità invano cercata all’ultimo minuto del fotogramma inciso, come un’immagine rovesciata e sospesa sul vuoto. Accanto alla foto postuma di uno spettro composto del ricordo “limbo nero profumato”, “vuoto elastico dello sfoco / Sequenza della ferita”. Francesca è come il simbolo, come l’immagine di un nuovo San Sebastiano, di un’assenza che si trasfigura nell’aria luminosa e trafitta. Immagine che attorta, muta, scivola nel nulla nel giorno smarrito. Scatto che si trova “Privo del peso fotogrammato”, che fino alla “Fine della vita alchemica” trova uno “Slancio nella metamorfosi del mare”, là dove si getta la vita, come per rinascere.

mercoledì 10 dicembre 2014

Su Caro GIno… di Massimo Del Regno

CDSMS, Mercato San Severino, 2014

recensione di Vincenzo D'Alessio
& G.C.F.Guarini


 
A tre anni dalla scomparsa dell’antropologo Luigi (Gino) NOIA, è stata curata dal professore Massimo Del Regno e pubblicata a cura del Centro di Documentazione per la Storia di Mercato San Severino (SA) la sua prima monografia, tesa a raccogliere scritti editi e inediti, collaborazioni a riviste e giornali, appunti di lavori intrapresi che aspettano di essere pubblicati: come sempre capita a chi è precursore dei tempi i sogni rimangono chiusi nel cassetto.
Il buono di questo libro consiste nella passione che accomuna pochi uomini, oggi come anche nel passato, i quali senza alcun compenso offrono alla propria comunità intere pagine di testimonianze archeologiche, storiche, antropologiche, e perché no, anche culinarie. Gino nella sua lunga esistenza ha esercitato diverse attività legate alle Biblioteche ma non ha mancato di offrirsi gratuitamente ai giovani contemporanei con aiuti concreti fondati sulla sua esperienza per tesi di laurea, ricerche scolastiche, conferenze, confronti con docenti universitari o loro assistenti.
Dalle trecento pagine che la passione di un suo amico e collaboratore ha messo insieme, emerge lo spirito inquieto assetato di conoscenza e cosciente che la sua esistenza, per quanto breve, andasse spesa nella giusta direzione quella di lasciare una scia luminosa che brillasse nell’oscurità della notte e dell’oblio destinato a tutti noi uomini. Ha vissuto esplorando vari territori dal Nord al Sud della penisola. Ha camminato in montagna e visitato monumenti che le collettività degli stessi luoghi avevano ignorato per secoli. Ha spinto più in là la conoscenza della Storia come memoria da tutelare e salvaguardare dai “ cementificatori”: belve umane assetate unicamente del denaro, incuranti della Madre Terra.
Alla presentazione del volume avvenuta ieri nove dicembre nella Sala Consiliare Cittadina erano presenti i suoi compagni d’impresa. Tra questi lo storico e antropologo Pasquale NATELLA da Salerno; l’emerito Medioevalista dell’Università degli Studi di Salerno professore Paolo PEDUTO ; il geografo e cartografo dell’Università degli Studi di Salerno professore Vincenzo AVERSANO; la vedova dello scomparso e la figlia Anna Maria NOIA, giornalista. Oltre ai tanti amici e sostenitori che l’hanno amato e stimato nel corso della sua impegnata esistenza.
Conviene sempre ricordare uomini appassionati che hanno offerto tanto ai propri simili e al territorio arricchendo di umiltà generazioni che oggi sono votate soltanto all’interesse personale e, badate bene, se avesse lavorato in altri lidi più alta ancora sarebbe stata la sua ricompensa. Vengono alla mente, leggendo questo volume, i versi del poeta Giovanni PASCOLI della poesia La quercia caduta: “(…) Ognuno loda, ognuno taglia. A sera / ognuno col suo grave fascio va.”
Noi ci aspettiamo continuità d’intenti nonostante il deserto di meritocrazia che da duemila anni prolifica nelle nostre amate terre d’Italia.