venerdì 21 novembre 2014

Domenica 23 novembre : Madre Natura e gli uomini

di Vincenzo D'Alessio
& G.C. “F.Guarini”


Domenica prossima, 23 novembre, si compiranno trentaquattro anni dalla distruzione operata dal terremoto dell’80 in tutta l’Irpinia. Troppi morti, troppi ritardi, tante responsabilità non pagate. Una memoria ancora lancinante perché gran parte dei danni umani potevano essere evitati. La sfrenata corsa all’edificazione selvaggia, la costruzione dell’edilizia economica e popolare in aree poco protette, la mancanza di solidarietà civile, tipica delle genti del Sud, lasciano una cicatrice insanabile nelle menti dei superstiti. Le generazioni attuali devono essere istruite con la testimonianza dei vivi, alla stregua della Shoah, specialmente nelle scuole statali di primo e secondo grado.
I libri sono l’esercito della Storia, anche se vengono bruciati nei periodi dittatoriali, costituiscono la fonte inesauribile dell’eterna giovinezza della memoria. Tra questi riluce il libro del chiarissimo professore monsignore Michele RICCIARDELLI dal titolo: Il minuto più lungo della vita, pubblicato dal Centro Orizzonte 2000 nel primo decennale del sisma. Il testo è una fonte inesauribile di dati scientifici, di testimonianze dei superstiti e dei protagonisti di quel tristissimo evento. Inoltre si avvale di dati storici sui sisma precedenti e di una scheda prontuario dei materiali utili da tenere costantemente in casa per far fronte alle calamità naturali.
Don Michele RICCIARDELLI ritornò nella sua città natale per sollevare la popolazione dallo stato di profonda angoscia seguita al sisma: organizzò la Biblioteca Civica “Renato Serra” con corsi gratuiti di inglese aperti a tutte le età. Si prodigò con i Padri Oblati di San Giuseppe di Solofra nella realizzazione di progetti ancora attuali come il Centro Culturale Orizzonte 2000 e il giornale Solofra Oggi. Aiutò segretamente gli umili, gli studenti, i giovani intenti agli studi. Celebrava la santa Messa in ogni parrocchia dove veniva chiamato e quasi sempre volontariamente senza compenso. Le sue omelie erano rivolte ai fedeli proprio come faceva nelle Università di Stato americane dove aveva insegnato per quarant’anni: in modo semplice, cordiale, interpersonale che andavano diritto al cuore.
Il volume da lui realizzato nel primo decennale del sisma contiene ancora la sua voce e la sua vocazione sacerdotale: umile di cuore perché fedele a Dio, puro di cuore perché servo di Maria SS., fedele alla Storia attraverso la voce di tutti.

Sulla mostra “Più grande del mare” di Ardea Montebelli dedicata a Matteo Ricci

di Marcello Tosi 


http://it.radiovaticana.va/news/2014/11/20/pi%C3%B9_grande_del_mare;_una_mostra_per_ricordare_pmatteo_ricci/1111775
“Ambasciatore dello spirito – scrive nella presentazione Massimo Pulini, assessore comunale alla cultura – “figura di mistico esploratore che ancora oggi esempio di un atteggiamento evoluto ed etico all’incontro del diverso”, padre Matteo Ricci, l’intrepido gesuita maceratese che, come un novello Marco Polo, andò alla scoperta della Cina nella propria opera di evangelizzazione, è protagonista della mostra Più grande del mare di Ardea Montebelli (intervistata in merito anche dalla Radio Vaticana), ancora aperta al pubblico fino al 7 dicembre alla Galleria dell’Immagine di Rimini (ingresso libero, 16-19 tutti i giorni eccetto il lunedì).

Insegnante, poetessa e fotografa, che propone percorsi di approfondimento della Sacra Scrittura utilizzando parola e immagine, l’autrice presenta un percorso intenso nella storia, nella mistica, nella filosofia, attraverso propri versi e fotografie, note storiche e citazioni di grandi pensatori come Confucio e Lao Tze, oltre che delle lettere e delle riflessioni dello stesso Matteo Ricci, dandone un’interpretazione poetica, fotografica e calligrafica.
Nella storia dei rapporti tra la Cina e l’occidente è nota la figura dei Xitai del Grande Occidente, che trascorse gli ultimi 28 anni della sua vita in Cina durante la dinastia Ming (Regno Centrale). Matteo Ricci si spense nella capitale cinese l’11 maggio del 1610. Pechino era stata la sua meta, come anticipato in un sogno avvenuto nel giugno 1595, nel quale Gesù lo aveva rincuorato per le difficoltà che incontrava e gli aveva assicurato che un giorno avrebbe raggiunto la capitale, ben sei anni prima del suo arrivo a Pechino
Ancora oggi il nome del padre gesuita (1552-1610), di cui è in corso il processo di beatificazione, è oggetto di grande venerazione e fama in Cina e il suo monumento sepolcrale viene conservato con rispetto e onore.
«Matteo Ricci – spiega – cercava ‘il vero significato del Signore del cielo’ (tiānzhŭ, il termine scelto da Ricci per indicare il Dio cristiano). Si sofferma sulla parola ‘Dio’ che non esisteva più nella lingua cinese. Una parola più grande delle varie metafore del cambiamento e della creazione ma anche una vera sfida ai pericoli del mondo e incitamento al rinnovamento umano e spirituale. Dalle antiche scritture cinesi fatte con il pennello, trae la via della conoscenza e della trascendenza. Cinque lettere che ho inserito in mostra mostrano come Matteo Ricci si rivolgesse a confratelli e amici e familiari narrando tutto il suo percorso e le sue difficoltà. Riporta quelli che sono i caratteri costitutivi del cielo infinito e di tutti gli esseri viventi, in un contesto cristiano, perché “è Dio che chiude questo cielo”. La sua è una trasformazione di vita interiore, che avviene al cospetto del mondo cinese, affrontato conducendo studi filosofici , di lingua, e di tutto ciò che apparteneva alla Cina.»

Ardea Montebelli accompagna con i suoi versi brani tratti dagli scritti dei grandi filosofi cinesi e dalle lettere di Matteo Ricci, e fotografie di mattini, di acque e cascate (“Il bene più alto è simile all’acqua”, scrisse Laozi), fatte nel paesaggio italiano, ma che vogliono essere un ulteriore elemento di riferimento spaziale e temporale.
Cinque gli elementi costitutivi dell'universo per i cinesi, posti dall’autrice ad intervallare il percorso della mostra; Legno, Fuoco, Terra, Metallo e Acqua. Tutti i caratteri sono calligrafati da Ardea che riporta al senso di questo messaggio: “Avverti solo la vita che nasce, / sulle immobili acque / nulla si perde / della vita e della danza”.
Una consonanza del messaggio cristiano che Ricci individuò nella ricerca profonda del Daodejing di Laozi di quanto sia misterioso e indefinibile definire quale sia stata l’origine del mondo , la radice, la zolla di terra, e fra queste, l'uomo (“Tutte le cose operano insieme. Le hai osservate ritornare…” ), così come nel pensiero di Confucio: “Fun-cha domandò che cosa fosse la benevolenza. Il maestro (disse):
amare gli uomini… e soltanto il cielo è tanto grande. “La Cina – aggiungeva pieno d’ammirazione il gesuita – è tanto bella… che sembra tutto un giardino”.
Una Via (dào) che ha un senso, una direzione, una bellezza che vengono dall'alto.
Un affascinante percorso la mostra attraverso le varie dimensioni del cammino missionario di evangelizzazione intrapreso: dalla bellezza della natura, espressa nell’arte, al pensiero dei saggi cinesi connesso all’annuncio del Vangelo “dottrina del cielo”, che diventano anello di congiunzione tra occidente e oriente, tra la civiltà confuciana e la sapienza cristiana, come scrive nella presentazione della mostra monsignor Savio Han-Tai Fai, Segretario Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli).
Per monsignor Francesco Lambiasi, Vescovo di Rimini, Matteo Ricci “novello Paolo ha saputo avvicinare la millenaria cultura del Regno di Mezzo, facendosi cinese con i cinesi”.
“Partire significa andare lontano, andare lontano significa ritornare”, scriveva Laozi nel 
Daodejing.
“Prendo le distanze dalle cose consuete”, si legge ancora nei versi di Ardea Montebelli. 

“Ciò che manca / a fatica sazia l’attesa / di una verità / che mi scruti / e continuamente mi domandi / dove sia il largo del mare.”

martedì 18 novembre 2014

Io non ho nulla da dire... a Cesenatico in dicembre

Io non ho nulla da dire...

Silenzi, afasie, grado zero nella cultura del Novecento

L’APPROFONDIMENTO AUTUNNALE
CICLO DI INCONTRI/SPETTACOLO




L’argomento affrontato durante l’estate 2014 da Casa Moretti, ovvero quello dell’impotenza della letteratura e della poesia, e della parola còlta nel suo sprofondare e dileguare verso il silenzio e il nulla, sia per la crisi dei valori sia per gli eventi drammatici della storia accaduti nel secolo breve, non è disgiunta dalla dolorosa coscienza esistenziale, che in quelle sillabe, in quelle parole si risolve e si deposita per sempre, e a volte viene affidata al silenzio.
Ma la riflessione ha certamente interessato l’intero panorama culturale non soltanto nazionale. Nel Novecento l’impotenza delle arti di dire e spiegare diviene traumatica e disperante. Come parlare tra le catastrofi delle guerre mondiali e le distruzioni immani che ad esse si accompagnano, comportando sconvolgimenti sociali ed economici devastanti; e, inoltre, con la crisi dei valori e la perdita del senso dell’umano che ne è derivato? Il secolo breve assiste così, in pochi decenni, a mutamenti radicali che riguardano non solo i rapporti tra individuo e società, ma la concezione stessa del tempo e dello spazio e del rapporto tra soggetto e linguaggio, sottoposti a precarietà, frantumazione, velocizzazione, condizionamenti sempre più devastanti, come illustrano tra gli altri Bergson e Wittgenstein, Heidegger e Benjamin, Freud e Marcuse.
Servirà pertanto illustrare quanto accadde anzitutto nel pensiero e nelle idee che poi sottesero gli sviluppi nel campo delle arti visive, del teatro, della musica.
Per questo Casa Moretti ha previsto e organizzato un ciclo di incontri (letture, spettacoli, ecc.) con i nomi più autorevoli per illustrare il tema.

Aprirà la rassegna il filosofo Franco Rella, autore, tra l’altro, del saggio Il silenzio e le parole, e che parlerà del pensiero al tempo della crisi.


Venerdì 5 dicembre: Franco Rella. Silenzi e afasie nella cultura del Novecento

Seguirà un incontro volto a presentare come nel campo delle arti visive il silenzio e l’impotenza del dire può essersi concretizzato. Bisogna andare oltre, immaginare, sognare… ci dicono diversi artisti. Ci sono silenzi cromatici, silenzi grafici, silenzi gestuali. E l’arte è un bacino particolarmente fertile per l’emergere di forme di silenzio inattese. Tra i più celebri e immediati esempi che si possono trovare nell’arte contemporanea, la ricerca del silenzio – in una particolarissima accezione – è sfociata nelle cancellature di Emilio Isgrò. Ma basti avere di fronte i drammatici Tagli di Lucio Fontana, o le solitarie bottiglie di un Morandi per avvertire, con la medesima potenza, la percezione di un silenzio assordante. Ce ne parlerà Vittorio Sgarbi.


Mercoledì 10 dicembre: Vittorio Sgarbi. Il silenzio nell’arte
Situazione altrettanto ossimorica, quanto quella poetica, si è verificata nella musica. Non fosse che la musica elude la parola. Tuttavia essa tenta di spiegare col suono e dunque, in teoria, tradisce il silenzio. Anche per un musicista l’assenza di suoni però può rappresentare ispirazione e vera e propria musica per le orecchie. Al musicista non interessa un silenzio qualunque, ma quello in cui la musica si forma, prende vita e diventa arte. Dal silenzio nascono le note: all’interno di una specie di luogo in cui non ci sono, in cui, per l’appunto domina il silenzio che permette però all’artista di entrare, di essere segnato. E così nasce la musica. Il suono si sistema in quel silenzio. Ecco allora la ricerca di luoghi dove il silenzio è d’oro, dove esso prospera e viene rispettato, come una montagna o un deserto. Persino però in un mercato pieno di colori e di casino, il musicista trova il suo silenzio e lo trasforma in qualcosa che potrebbe addirittura diventare Bach. La vita come sempre è linfa vitale per l’arte, la nutre e la tiene sveglia, attenta, piena. È il pensiero del violoncellista Mario Brunello che ha scelto sovente spazi silenziosi e sconfinati per esibirsi.


Sabato 13 dicembre: Mario Brunello. Il silenzio della musica
Gli incontri si terranno nel Teatro Comunale di Cesenatico alle ore 21.



I primi due incontri (Rella, Sgarbi) sono ad ingresso libero su prenotazione
Il terzo incontro/concerto (Brunello) è a pagamento (10 Euro) su prenotazione

Info e prenotazioni: 0547.79255



SCHEDE:
 

Franco Rella risiede nel comune di nascita, da dove si sposta dal 1975 per tenere le lezioni presso la "Facoltà di Design e Arti" dello IUAV di Venezia, dove insegna Estetica (è stato allievo di Gillo Dorfles a Milano) ed è responsabile del programma di dottorato di ricerca in storia e filosofie delle arti.
Ha organizzato e partecipato a convegni e seminari di diverse istituzioni italiane e straniere, in qualche occasione invitato come visiting professor, organizzando anche mostre e volumi collettanei.
Tra i saggi pubblicati, L'enigma della bellezza (1991), Miti e figure del moderno (1993), Negli occhi di Vincent. L'io nello specchio del mondo (1998), Ai confini del corpo (2000), La responsabilità del pensiero (2009), ecc.
Tra gli autori indagati, Rainer Maria Rilke, Charles Baudelaire, Louis Aragon, Gustave Flaubert, Georges Bataille, Otto Weininger, altre figure del "moderno", dell'erotismo e del romanticismo, e il personaggio di Edipo in Sofocle e in Hölderlin.
Tra le riviste a cui ha collaborato Casabella, Lotus, Assemblage, Substance, Utopica (in ambito architettonico ed estetico), Nuova Corrente, aut aut, Alfabeta (in ambito filosofico e letterario), ecc.
Ha inoltre scritto i romanzi Attraverso l'ombra (1986, Premio Dessì), La disattenzione (1992) e L'ultimo uomo (1996), qualche racconto e qualche poesia (Bios).
Dal 1989 al 1996 è stato coordinatore e poi membro del comitato scientifico del MART, per il quale ha collaborato alle mostre: Il Divisionismo italiano, La giovane pittura europea, Il Romanticismo, L'Espressionismo dei Musei di Dormund.
È stato nel consiglio d'amministrazione della Fondazione Opera Bevilacqua La Masa di Venezia. Altre mostre ed esposizioni con saggi e introduzioni in catalogo le ha presentate presso Palazzo Forti e presso la Galleria dello Scudo di Verona, Palazzo Bricherasio a Torino, il Goethe-Institut e l'Università di Palermo, la GNAM di Roma, il Museo d'Orsay di Parigi, il PAC di Milano, la Galleria Civica di Modena ecc. presentando opere di Annamaria Gelmi, Marco Nereo Rotelli, Roberto Giannone, Piero Pizzi Cannella, Sergio Bernardi, Giovanna Bergamaschi, Léon Krier, Chi Wing Lo, Massimo Scolari, Marino Marini, Michele Canzoneri, Paola Grott, Anna Cavallaro, Marilena Sassi ecc.
Ha collaborato al progetto del 1993 su Anversa capitale europea della cultura. Ha diretto collane presso Bertani Editore, Feltrinelli, Cluva e Pendragon e ha anche scritto articoli per i quotidiani "l'Unità" e "la Repubblica".
Nel 2001 ha pubblicato con Feltrinelli Il silenzio e le parole. Il pensiero nel tempo della crisi, un percorso che conduce dal fascino del silenzio e del nulla alle parole di un sapere che cerca di avere ragione della crisi fino al superamento della razionalità classica in un nuovo rapporto con il mondo e la realtà: da Weininger a Wittgenstein, Musil, Freud, Rilke, Nietzsche e Benjamin.
Il silenzio e le parole si muove attraverso alcune delle più significative manifestazioni del pensiero filosofico e letterario del Novecento: quelle che emergono dalle opere di Weininger, Wittgenstein, Rilke, Heidegger, Freud e Benjamin. Ma non si limita a ripetere, con le loro parole, la fine dei fondamenti della ragione classica; cerca piuttosto di individuare, all'interno di quei testi, la genesi di un sapere critico, che si pone come un superamento dell'aura del silenzio del primo Wittgenstein e della “rappresentazione luttuosa” della crisi di Hofmannsthal e del pensiero negativo. Il sapere della precarietà e della caducità, il sapere critico, si scontra con la ragione post cartesiana nel suo punto di massima resistenza e di massima tensione: nell'idea del progresso e di un sapere lineare e cumulativo. Infatti, a partire dallo Zarathustra di Nietzsche, ma soprattutto con Proust, Freud e Benjamin, si produce una diversa concezione del tempo: il tempo ripetizione dell'inconscio, della memoria involontaria, dell'immagine dialettica di Benjamin. Questa concezione del tempo propone un atteggiamento nuovo nei confronti del presente e del passato e rende pensabile anche una diversa costruzione del futuro. È un orizzonte di senso in cui ciò che appariva come un paesaggio desertico e terribile trova una sua diversa ragione: nuove parole in cui si esprime e si rappresenta.


Vittorio Sgarbi. Nato a Ferrara nel 1952, si è laureato in Filosofia a Bologna con una specializzazione in Storia dell’Arte. È funzionario, storico dell’arte, direttore-coordinatore assegnato alla Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Venezia. Saggista e conduttore televisivo ha saputo proporre la materia dell’arte con immediatezza con tutti i media con cui si è misurato. È autore di numerose pubblicazioni sull’arte e sulla critica d’arte tra le quali: “Carpaccio”, Capitol Editore, Bologna, 1979; ha curato gli atti del convegno nazionale su Lorenzo Lotto (Asolo, 1980); “Palladio e la Maniera. I pittori vicentini del '500 e i collaboratori del Palladio, 1530-1630”, Electa, Milano, 1980; “Pietro Longhi. I dipinti di Palazzo Leoni Montanari”, Electa, Milano, 1982; “Gnoli”, FMR Editore, Milano, 1983 (Premio Acquasparta); “Antonio da Crevalcore e la pittura ferrarese a Bologna”, Mondadori, Milano, 1985; “Il sogno della pittura”, Marsilio Editori, Venezia, 1985 (Premio Estense 1985); “Carlo Guarienti”, Fabbri Editore, Milano, 1985. Ha curato la mostra su Valerio Adami nel 1985 al Centre Georges Pompidou e diverse mostre fra le quali: “Paesaggio senza territorio”, 1986; “Natura morta”, 1987, e “Il ritratto”, 1991, per il Castello di Mesola; “Vitalità della figurazione” (1988) per il Palazzo della Permanente a Milano. Mattioli (Il Bulino, 1987), Vangi (Il Bulino, 1988), Soutine (L’Obliquo, 1988). “Storia Universale dell’arte”, a cura di Vittorio Sgarbi, Mondadori, Milano, 1988; “Rovigo. Le chiese”, Inventario dei beni artistici e storici di Rovigo, Marsilio Editore, Venezia, 1988; “Davanti all’immagine”, Rizzoli Editore, Milano, 1989 (Premio Bancarella 1990, nove edizioni, duecentomila copia); “Il pensiero segreto. Viaggi, incontri, emozioni” (settecentomila copie), Rizzoli Editore, Milano, 1990; “P. Brandolese. Del genio de’ lendinaresi per la pittura”, Minelliana, Rovigo, 1990; “La Certosa di Pavia. Le tarsie lignee”, Torchio de' Ricci, Pavia, 1990; Ha curato la mostra e il catalogo di Botero. Dipinti, sculture, Disegni, Forte di Belvedere, Firenze (giugno 1991); “Dell’Italia. Uomini e luoghi”, Rizzoli Editore, Milano, 1991 (Premio Fregene 1991); “Roma: dizionario dei monumenti italiani e dei loro autori”, Bompiani, Milano, 1991. Per la Fonit Cetra ha curato “Poesie d’amore” di John Donne, Andrew Marvell, William Shakespeare, traduzione di Vittorio Sgarbi (novembre, 1991). Ha curato la mostra e il catalogo “Scultura italiana del primo Novecento”, Castello di Mesola, Ferrara, maggio 1992; “Arturo Nathan. Illusione e destino”, Centro Saint-Benin, giugno 1992, “Le mani nei capelli”, Mondadori, Milano, 1993; “Lo sgarbino. Dizionario della lingua italiana”, Edizioni Larus, Bergamo, 1993; “Onorevoli fantasmi”, Mondadori, Milano, 1994.
Nel settembre 1994 è stata pubblicata dall’editore Liana Levi di Parigi, dall’editore Abbeville in America e dall’editore Hirmer in Germania la monografia su Vittore Carpaccio.
Nelle Lezioni Private pubblicate da Mondadori nel novembre 1995 parla di arte, di poesia e di letteratura mantenendo intatta quell’attenzione costante alle vicende della nostra quotidianità. Nel novembre 1996 è uscito il secondo volume di Lezioni Private, edito dalla Mondadori. Nel maggio 1998 è uscito il volume Notte e giorno d’intorno girando edito dalla Rizzoli. Nel 1998 è uscito il volume Gli immortali edito dalla Rizzoli. Il 5 dicembre 1998 è uscito il volume A regola d’arte, edito dalla Mondadori, del quale sono state realizzate nove edizioni.
Ha condotto dal 1992 al 1999 la fortunata rubrica televisiva “Sgarbi Quotidiani”. Nel dicembre 1999 ha pubblicato con la Casa Editrice Mondadori il volume La casa dell’anima. Nel dicembre 2000 è stato pubblicato il volume Le tenebre e la rosa edito dalla Rizzoli e una riedizione de La storia universale dell’arte. È stato titolare della rubrica televisiva “La casa dell’anima” e della trasmissione “Sgarbi Clandestini” in onda su Telemarket.
Vincitore del Premio Internazionale Flaiano per la televisione, 2000.
Nel mese di novembre 2001 è stato pubblicato il libro Percorsi perversi edito dalla Rizzoli. Nel mese di marzo 2002 è stato pubblicato dalla Rizzoli, per la Fondazione Cassa di Risparmio di Imola, il volume Viaggio sentimentale e pittorico di un emiliano in Romagna. Nel mese di ottobre 2002 la Casa Editrice Bompiani ha pubblicato Il bene e il bello. La fragile condizione umana che, nel mese di dicembre, ha raggiunto la II edizione. Nel mese di dicembre 2002 è stato pubblicato il volume Da Giotto a Picasso (Skira Editore). Nel mese di gennaio 2003 la Skira Editore ha pubblicato il volume su Francesco Mazzola detto il Parmigianino in occasione del V° centenario della nascita del pittore. Nel mese di gennaio 2003 è stato nominato, con decreto ministeriale, Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Urbino. È uscito nel mese di novembre uno degli ultimi libri da lui scritto, edito dalla casa editrice Rizzoli Libri Illustrati, Un Paese sfigurato, oltre a il Parmigianino e Francesco Del Cossa. Nel mese di Aprile 2004 la casa editrice Bompiani ha pubblicato Dell’Anima e Andrea Palladio. La luce della ragione.
Nel 2005 sono stati pubblicati Vedere le parole. La scrittura d’arte da Vasari a Longhi, Caravaggio (pubblicato invece dalla Casa Editrice Skira) e Ragione e passione. Nel 2008 è stato pubblicato Clausura a Milano e non solo… e nel 2009 L’Italia delle meraviglie. Una cartografia del cuore (pubblicati da Bompiani).



Mario Brunello  nel 1986 è il primo artista italiano a vincere il Concorso Čaikovskij di Mosca che lo proietta sulla scena internazionale. Viene invitato dalle più prestigiose orchestre, tra le quali London Philharmonic, Munich Philharmonic, Philadelphia Orchestra, Mahler Chamber Orchestra, Orchestre Philharmonique de Radio-France, DSO Berlin, London Symphony, NHK Symphony di Tokyo, Kioi Sinfonietta, Filarmonica della Scala, Accademia di Santa Cecilia; lavora con direttori quali Valery Gergiev, Sir Antonio Pappano, Yuri Temirkanov, Manfred Honeck, Riccardo Chailly, Vladimir Jurowski, Ton Koopman, John Axelrod, Riccardo Muti, Daniele Gatti, Myung-Whun Chung, Seiji Ozawa.
Brunello si presenta sempre più di frequente nella doppia veste di direttore e solista dal 1994, quando fonda l'Orchestra d'Archi Italiana, con la quale ha una intensa attività sia in Italia che all’estero. Nell’ambito della musica da camera collabora con celebri artisti, tra cui Gidon Kremer, Yuri Bashmet, Martha Argerich, Andrea Lucchesini, Frank Peter Zimmermann, Isabelle Faust, Maurizio Pollini, Valery Afanassiev e l’Hugo Wolf Quartett.
Nella sua vita artistica riserva ampio spazio a progetti che coinvolgono forme d'arte e saperi diversi (teatro, letteratura, filosofia, scienza), integrandoli con il repertorio tradizionale. Interagisce con artisti di altra estrazione culturale, quali Uri Caine, Paolo Fresu, Marco Paolini, Stefano Benni, Gianmaria Testa, Margherita Hack, Moni Ovadia e Vinicio Capossela. Attraverso nuovi canali di comunicazione cerca di avvicinare il pubblico a un'idea diversa e multiforme del far musica, creando spettacoli interattivi che nascono in gran parte nello spazio Antiruggine, un’ex-officina ristrutturata, luogo ideale per la sperimentazione.
I diversi generi artistici si riflettono nell’ampia discografia che include opere di Vivaldi, Bach, Beethoven, Brahms, Schubert, Franck, Haydn, Chopin, Janáček e Sollima. Deutsche Grammophon ha pubblicato il Triplo Concerto di Beethoven diretto da Claudio Abbado e EGEA Records ha dedicato all’artista la collana “Brunello Series” composta da cinque Cd: “Odusia”, odissea musicale nella cultura del Mediterraneo, “Brunello and Vivaldi”, “Violoncello and” per violoncello solo, “Schubert e Lekeu” con Andrea Lucchesini e le Suites di Bach (Premio della Critica 2010). Il suo ultimo disco, per EMI, contiene la registrazione live del Concerto di Dvorak con l’Accademia di Santa Cecilia e Antonio Pappano.
Tra i principali impegni della stagione 2014-15 un lungo tour in Giappone dove terrà recital per violoncello solo, con pianoforte e concerti con orchestra. Alla Kioi Hall di Tokyo presenterà l’integrale delle Sonate e Variazioni di Beethoven con Andrea Lucchesini, mentre nelle principali sale del Giappone e della Cina sarà solista dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Antonio Pappano con il Concerto di Dvorak. “Bach Networks” è il titolo del nuovo progetto ideato con Uri Caine che sarà presentato in varie sale italiane. Brunello sarà artista residente dell’Orchestra della Svizzera Italiana, solista con la Mahler Chamber Orchestra e ritornerà al Teatro La Fenice di Venezia nel doppio ruolo di direttore e solista.
Mario Brunello ha studiato con Adriano Vendramelli, perfezionandosi in seguito con Antonio Janigro. È direttore musicale del festival “Artesella arte e natura” e Accademico di Santa Cecilia. Suona il prezioso violoncello Maggini dei primi del Seicento appartenuto a Franco Rossi.
È autore di un importantissimo saggio uscito nel 2014 per l’editore bolognese Il Mulino, dal titolo Silenzio.
Anche per un musicista l’assenza di suoni può rappresentare ispirazione e vera e propria musica per le orecchie. Mario Brunello con Silenzio racconta che cos’è questa strana forma, ormai quasi aliena all’umanità, sovraccaricata e inquinata dai rumori che si fanno spesso moleste presenze. Violoncellista e direttore dell’Orchestra d’archi italiana, Brunello è un’artista alla ricerca di ispirazione e di una sorta di meditazione, come dimostra la sua esperienza di camminata nel Sahara, o le sue sperimentazioni di concerti in luoghi non normalmente nati per queste attività come una cima dolomitica o un monastero. Ma è proprio qui che nasce l’unicità di Brunello che racconta in Silenzio che cosa davvero significhi per lui questa magica parola, che per lui si è fatta luogo, con una sua presenza, agli occhi e alle orecchie. Al violoncellista ovviamente non interessa un silenzio qualunque, ma quello in cui la musica si forma, prende vita e diventa arte. Mario Brunello racconta così come nascono le sue note: all’interno di una specie di luogo in cui non ci sono, in cui, per l’appunto domina il silenzio che permette però all’artista di entrare, di essere segnato. E così nasce la musica. Il suono si sistema in quel silenzio. Ecco allora la ricerca di luoghi dove il silenzio è d’oro, dove esso prospera e viene rispettato, come una montagna o un deserto. Persino però in un mercato pieno di colori e di casino, il musicista trova il suo silenzio e lo trasforma in qualcosa che potrebbe addirittura diventare Bach. La vita come sempre è linfa vitale per l’arte, la nutre e la tiene sveglia, attenta, piena.

Un elettronico epistolario

Mariacristina Robertini, Un anno di e-mail, De Ferrari Editore, Genova, 2014, pp. 70, euro 12,00

recensione di Marco Furia
 
http://www.editorialetipografica.com/sc.asp?ID=2503
 
Un anno di e-mail, articolato ed elegante libretto dell’esordiente Mariacristina Robertini, è una raccolta di lettere elettroniche scritte e ricevute da un personaggio immaginario che con l’autrice sembra avere molto in comune.
Timore di esporsi in prima persona?
Desiderio di ampia libertà compositiva?
Volontà di mischiare realtà e fantasia?
Difficile rispondere ai suddetti quesiti (e ad altri che si potrebbero formulare).
Quel che si nota è una sorta di commistione di personalità che si richiamano non come immagini riflesse l’una nell’altra in maniera fredda e ripetitiva, bensì come vivide valenze affettive che nel distacco della finzione letteraria trovano alimento per parole ulteriori.
Il volumetto conta settanta pagine ma molte altre e-mail potrebbero essere aggiunte.
Il tono è piano, le pronunce sono immediatamente comprensibili: nondimeno, in questa chiara spontaneità è annidato un enigmatico quid che rimanda alla vita nella sua essenza.
La quotidianità non è ritenuta banale: al contrario, il suo ripetersi illumina uno stare al mondo che si svolge secondo cadenze giornaliere ricche di significato e di affetto.
Questa lettere non sono (o non sono soltanto) confessioni, bensì prese d’atto in cui il dato concreto dice tutto o, comunque, molto.
Le persone, gli oggetti, gli avvenimenti e i luoghi non abbisognano di troppe spiegazioni: il loro mostrarsi è sufficiente.
Un mostrarsi che ricorda il disporre note su un pentagramma allo scopo di comporre ben individuati contrappunti: il mondo di Mriacristina non può essere sostituito da un altro, perché l’io scrivente traccia lo spartito del suo stesso esistere in maniera assidua e precisa.
Il linguaggio della nostra autrice presenta, per via di partecipi successioni di personaggi, oggetti ed episodi, tratti narrativi intensi e calibrati.
Si legge, ad esempio, a pagina 23:

“È quasi sera, il cielo è striato di rosso, questa luce, quest’ora mi fanno venire nostalgia, mi succede sempre, mi viene nostalgia di chi non c’è, del passato. Ma stasera ho un motivo ben più valido per la mia nostalgia: mi manchi!”

E a pagina 67:

“Finché sull’ampio lungomare il vento la fa da padrone si vede una sagoma che, a passo svelto, percorre la lunga striscia di asfalto che separa gli attracchi delle navi dalle basse costruzioni in stile nordico dove trovano posto i ristoranti.”

Siamo al cospetto di descrizioni in cui il dato oggettivo (“il cielo striato di rosso”, “la lunga striscia di asfalto”) entra, per così dire, nella sensibilità di chi scrive (e di chi legge) ponendo in essere immagini nello stesso tempo intime ed esteriori.
Gli aspetti dell’umano esistere sono innumerevoli eppure fanno parte di una fisionomia più ampia nel cui àmbito le linee di confine sono segmentate e, talvolta, quasi inesistenti?
Sì e, forse, proprio quel “quasi” è precipuo carattere del territorio visitato da una scrittura che avverte la precarietà del dualismo soggetto – oggetto e riesce a vivere simile incertezza senza cadere in inutili inquietudini: prendere atto di una circostanza significa compiere il primo passo verso maggiori consapevolezze, ossia verso un più alto livello di equilibrio.
Con fiducia, allora, attendiamo Mariacristina alla prossima prova.

lunedì 17 novembre 2014

E' cino, la gran bòta, la s-ciuptèda di Miro Gori in Cineteca 27 nov

Giovedì 27 novembre 2014 alle ore 21.00 
 
La Cineteca di Rimini presenta
con immagini di film e parole
 il libro di poesie in dialetto romagnolo
 
 

intervengono

Massimo Pulini, assessore alla cultura


 
ingresso libero
 
Cineteca, via Gambalunga 27
0541 704302  cineteca@comune.rimini
 

mercoledì 12 novembre 2014

Su Ludopatia – La debolezza della volontà di Andrea Costantino

recensione di Teresa Armenti





Nel giro di pochi mesi sono terminate le copie della prima tiratura del libro stampato in proprio Ludopatia – la debolezza della volontà. La casa editrice KIMERIK ne sta curando la ristampa, riveduta e corretta, che uscirà a breve con una nuova veste tipografica.
L’autore è il dottore Andrea Costantino di Castelsaraceno, funzionario statale, che ha operato sempre nel campo politico, sociale ed amministrativo. Ha organizzato eventi, escursioni con il CAI, ha fatto battaglie, fin dagli anni Novanta, per la salvaguardia dell’ambiente per quanto riguarda l’estrazione petrolifera in Val d’Agri. L’unico suo problema: il gioco che, con il passare del tempo, è diventato patologico e ha compromesso la sua vita. Non a caso il presidente della CEI, cardinale Bagnasco, definisce il gioco d’azzardo «una piovra che allunga i suoi mortali tentacoli promettendo molto e sradicando moltissimo, non di rado tutto».
Tutto questo viene descritto in modo coinvolgente da Andrea Costantino nel testo Ludopatia, che si legge d’un fiato. La copertina con il sottotitolo “La debolezza della volontà” incuriosisce e spinge alla lettura. Le pagine si aprono come un ventaglio, con una tensione continua e con una levità di tocco e di ritmo musicale. Devo precisare che qualsiasi libro, una volta che è stato stampato, esce fuori dall’autore e si dirige verso il lettore, che lo interpreta a modo suo. C’è chi lo legge ad occhio nudo, chi con la lente di ingrandimento, chi con il microscopio, chi addirittura con lo stetoscopio, per ascoltarne le palpitazioni. Marcel Proust, nel “Il tempo ritrovato” dice «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso». Il testo “Ludopatia” presenta diverse chiavi di lettura: psicologica, catartica, pedagogica, sociale, giuridica, ludica, terapeutica. Lo potrei definire un viaggio interiore nel caos infernale per risalire poi la china e vedere la luce.
Sul gioco d’azzardo non ci sono molte pubblicazioni. Se andiamo indietro nel tempo, nel 1800, Dostoevskij - anche lui, in un determinato periodo della sua vita, fu uno sfrenato, morboso giocatore d’azzardo – scrisse Il Giocatore.
Andiamo ai nostri tempi. Nel 2000, a Forte dei Marmi, ci fu il Primo Congresso Nazionale sul gioco e l’azzardo. Nadia Zoffa, una giornalista bresciana, uno dei volti più popolari della trasmissione televisiva “Le Iene”, ha scritto “Quando il gioco si fa duro”, pubblicato da Rizzoli il 2 aprile 2014, quasi in contemporanea con l’uscita di Ludopatia. É un libro inchiesta sul fenomeno del gioco d’azzardo, per cercare di capire cosa pensano i giocatori, quanto giocano e quanto fanno guadagnare ai gestori e allo Stato, che viene definito, per tanti motivi, Stato biscazziere.
Il libro di Costantino, invece, è una testimonianza diretta, vissuta sulla propria pelle; c’è la compulsione, il viaggiare tra le nuvole senza toccare terra, lo sprofondare e il riemergere. Riemergere grazie al sostegno continuo della moglie Rosangela e del figlio Antonio.
Il libro è arricchito da vari riferimenti a scrittori, drammaturghi, musicisti classici e contemporanei, che denotano lo spessore culturale dell’autore. Si apre con un passo di Alain Daniélou, storico delle religioni, studioso della storia della musica e dello Ṧvaismo, si rifà alla condizione dell’attesa, citando la famosa opera teatrale di Samuel Beckett e la canzone di Claudio Lolli, subisce l’incanto dalle Sirene, si intrattiene con le canzoni-poesie di Fabrizio De André e si chiude con la frase celebre di S. Agostino “Ama e fa’ ciò che vuoi”, che è il più severo vaglio a cui sottomettere tutti i nostri comportamenti.
Le citazioni sono ben calibrate, sono messe al posto giusto e sono in armonia con il rivelarsi dello scrittore quando schizza di rabbia per le mancate vincite, quando parla di suo nonno, suo padre, sua madre, quando descrive i paesaggi: pennellate di colore, che catturano l’anima e gli permettono di dialogare con il suo dolore.
Il racconto accattivante, preciso, dettagliato, delle sue giocate, che lo portano ad annullarsi, riporta le esperienze vissute nelle comunità terapeutiche in Romagna e in Toscana, l’emanazione della sentenza, la dura espiazione nel carcere di Sala Consilina, il trasferimento ad Eboli, dove si sente diversamente libero e partecipa alla rappresentazione teatrale su Carlo Pisacane; il soggiorno nella comunità terapeutica di Tortora, in Calabria. Nell’ultimo capitolo c’è la descrizione dell’AKRASIA, la debolezza della volontà.
In Appendice viene riportata la descrizione della Consulenza di parte, con le considerazioni psicopatologiche e psichiatrico forensi e medico legali.
Questo libro è subito piaciuto a tutti: dal professionista all’uomo di strada, perché ognuno si è ritrovato in qualche episodio, ritenendosi dipendente di qualcosa.
Ludopatia ha ottenuto vari riconoscimenti ed apprezzamenti ad ampio raggio, non solo nel campo letterario. È stato recensito dal saggista e noto critico letterario
Vincenzo D'Alessio di Solofra (AV), dalla giovanissima e promettente Giusi Giovinazzo di Castelsaraceno, iscritta al secondo anno del corso di laurea magistrale in filosofia, dal giornalista Mimmo Mastrangelo di Moliterno. Diego De Carlo ha scritto un interessante articolo sulla “Città di Salerno”; Basilicata Radiodue ha intervistato lo scrittore ; anche un trailer è stato girato dal regista Sebastiano Messina, con il quale ha partecipato alla rassegna Cinema damare. É stato presentato in varie parti: a San Chirico Raparo, Castronuovo S. Andrea, Castelsaraceno, Aliano, Aieta, Eboli, Salerno.
È importante che il volumetto venga ulteriormente divulgato, perché può essere utile per i giovani, essendo il gioco d’azzardo un grave problema che sta investendo molti minorenni ed anche padri di famiglia, che magari iniziano con le scommesse sportive o con il poker on-line per diventarne gradualmente dipendenti. Si stanno, inoltre, avviando, insieme all’associazione Orthos, iniziative nelle scuole e nei comuni, per aprire centri di ascolto per dipendenze comportamentali, in modo da favorire cambiamenti di stili di vita e, al termine del percorso, poter affermare insieme all’autore: «È morto quel giocatore che, per alimentare la sua passione, doveva mentire in continuazione ed indossare maschere su maschere. Ora guardo negli occhi mia moglie che, con la sua eroica pazienza, mi ha dato forza e sostegno, riesco ad ascoltare mio figlio, che mi confida le sue ansie adolescenziali. La mia mente è in sintonia con il cuore. Ed il mio inferno è diventato un momento di elevazione, di crescita, di autentica forza. Scopro la semplicità e la forza dell’invocazione del nome “Signore, Gesù Cristo”». E Gesù dia sempre la forza ed il coraggio ad Andrea di proseguire nel suo cammino di fede ritrovata, continuando a darne testimonianza con altre presentazioni del suo libro nel resto d’Italia, tessendo un fittissimo reticolo di rapporti umani, basati sul sostegno reciproco.

Le popolazioni antiche nelle valli dei fiumi Sabato e Solofrana in Irpinia

di Vincenzo D'Alessio

(in memoria di mio figlio Antonio che ha condiviso con me fatiche e speranze)

§ - Intro

 
Ho iniziato le ricerche delle testimonianze umane antiche nella valle di Solofra e Serino (AV) a partire dai racconti che i miei nonni trasmettevano accanto al focolare nelle serate umide d’Autunno dopo i duri lavori dei campi. Una sequenza di immagini e di ricchezze sepolte, le quali per anni hanno accompagnato la loro non facile esistenza tra due Guerre Mondiali, epidemie, mancanza di risorse, lavoro forzato senza studio, ad iniziare dall’età che avevo quando questi racconti mi giungevano.
Per consegnare ai probabili lettori il frutto di tanti anni di tradizione orale contadina scrissi nei primi anni Sessanta l’insieme dei racconti che pubblicai, appena mi fu possibile economicamente, nel 1976 con il titolo Solofra nella leggenda. Il primo passo era fatto. Successivamente consolidai la conoscenza dell’intera valle del torrente Solofrana e dei suoi affluenti grazie all’aiuto della famiglia di mia madre, i Ferrandino, contadini con amici sparsi su tutto il territorio. Sotto il mio sguardo un poco alla volta la “civiltà contadina” andava scomparendo e le vaste terre coltivate venivano invase dal cemento delle nuove fabbriche, dall’urbanizzazione, dall’abbandono in molti casi perché il lavoro in fabbrica offriva più di quanto dava la terra. L’unico a resistere fu mio zio Mario, compagno di tante scoperte, che instancabile ha trasmesso la grande ricchezza della terra ai suoi figli.
Furono compagni in questa prima parte della ricerca Francesco Guacci, Michele Caliano e Aniello Coppola. Successivamente Francesco Guacci prese a lavorare da solo. Noi tre stabilimmo una solida collaborazione per le ricerche a Solofra e nei dintorni e ricevemmo il battesimo ufficiale nel mese di luglio 1982 alla località Tornola di Serino da due grandi paleontologi dell’Università di Siena: la chiarissima professoressa Annamaria RONCHITELLI e il chiarissimo professore Paolo GAMBASSINI, che nella «Rassegna di Archeologia» N .3 , della stessa Università, pubblicarono nella prima pagina del loro articolo: “Segnalazione di una industria Uluzziana a Tornola (Avellino)” la seguente nota: «A questi lavori hanno partecipato, insieme alla scrivente (A. RONCHITELLI), Paolo GAMBASSINI dell’Università di Siena, Vincenzo D’Alessio e altri membri del Gruppo Archeologico di Solofra.»
 


 

La scoperta della stazione di Tornola di Serino (AV) fa parte degli spostamenti che i pastori Appenninici dell’Età del Bronzo effettueranno nell’età dei metalli partendo dalle aree pedemontane della valle di Solofra, geograficamente disposte a Sud-Est di chi guarda dando le spalle alla sottostante valle di Montoro, dove origina il torrente Solofrana. L’area è ampia e si collega alla retrostante valle della Tornola (oggi torrente anch’esso) attraverso il valico posto a quota 1.100 s.l.m. lungo il Vallone della rena (sabbia-lapillo), spostandosi da quota 760 s.l.m. di Cretazze di Solofra a quota 850 s.l.m. della valle di Tornola di Serino passando lungo i fianchi della catena montuosa che culmina nei Monti Mai a 1607 mt. s.l.m.
La stazione di Tornola di Serino, venne alla luce a seguito dello scavo effettuato dalla ruspa per la realizzazione di una strada per il taglio dell’area boschiva circostante:

«La scoperta e la raccolta dell’industria sono dovuti al sig. Vincenzo d’Alessio, Ispettore onorario del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali per il territorio di Solofra. Su sua segnalazione l’Istituto l’Istituto di Antropologia e Paleontologia Umana dell’Università di Siena ha effettuato un sopralluogo della zona nel luglio 1982. La serie stratigrafica, osservabile sul versante sinistro del vicino Vallone Torchia, presenta le seguente successione dal basso:

a) conoide a elementi calcarei poco arrotondati e mal classati; la parte alta del cittolame appare fortemente corrosa;

b) livello a pomici vulcaniche gialle; il contatto con il conoide sottostante è ondulato;

c) terreno sabbioso, di colore giallo, derivato con ogni probabilità dall’alterazione delle stesse pomici; più bruno a tetto, in corrispondenza del suolo attuale che sopporta un castagneto.

Lo spessore di a+b varia fra i 100 e i 150 cm.

I manufatti litici di superficie provengono da un’area ristretta (mt.7x30), lungo il taglio di una mulattiera che attraversa il castagneto, ed erano più frequenti là dove la ruspa aveva quasi messo a nudo il conoide. Sono stati effettuati tre sondaggi, uno dei quali nei pressi della zona di maggior concentrazione dell’industria litica, e gli altri due a qualche metro di distanza, a monte e a valle del primo. Il saggio più a monte è risultato del tutto negativo; gli altri hanno restituito rare schegge non ritoccate, una semiluna (Fig. 1, n. 11) e alcuni semi d’uva (Vitis vinifera), materiali rinvenuti tutti quasi a contatto con il ciottolame del conoide. Non essendo comunque riusciti a localizzare, tramite questi sondaggi, l’antica area di frequentazione umana, i lavori sono stati per il momento sospesi. Riassunto: Si segnala il rinvenimento a Tornola (Avellino) di un’industria del Paleolitico superiore arcaico. Alcuni caratteri, come la presenza di semilune e di un segmento trapezoidale insieme a pezzi scagliati, inducono l’Autore ad inserire questa industria nell’ambito dell’Uluzziano italico.» (ripreso dall’articolo della chiarissima professoressa Annamaria RONCHITELLI pubblicato nella «Rassegna di Archeologia» dell’Istituto di Antropologia e Paleontologia Umana dell’Università di Siena, Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti, Sezione di Preistoria – Siena).




«D’altra parte l’industria di Tòrnola si colloca di certo in un momento precedente al pur vicino deposito proto aurignaziano (31200± 650 B.P.) di Serino dove, a fronte di uguale materia prima e tipometria, non compare nessuna semiluna.» 


Alla stazione di Tornola (AV) accompagnai sul finire degli anni Settanta il chiarissimo professore Giuliano CREMONESI venuto a Salerno per una conferenza presso la Soprintendenza Archeologica, diretta in quel momento dall’indimenticato soprintendente professore Werner JOHANNOWSKY scomparso nel 2010. Saputo della sua presenza mi recai a Salerno, nel piazzale antistante la Stazione Centrale (soggiornava nell’albergo posto di fronte alla stazione). Mi presentai in qualità di Ispettore Onorario del Ministero dei Beni Culturali ed egli senza indugi accettò di seguirmi sul luogo del ritrovamento dell’industria litica. Raggiungemmo con la mia auto la località Tornola ed egli attribuì i manufatti litici ritrovati alla cultura di Uluzzo, poiché aveva studiato materiali simili in provincia di Lecce, in diverse campagne di scavo. Pranzammo al ristorante Tornola (attivo anche oggi) e nel pomeriggio lo riaccompagnai a Salerno. Da quel momento abbiamo avuto contatti epistolari e una sola volta, negli anni Ottanta, sono stato suo ospite a Pisa, nell’Istituto di Scienze Archeologiche, dove ebbe cura di mostrarmi nuovi elementi che arricchirono la mia conoscenza antropologica. 

Venni a conoscenza della sua prematura scomparsa nel settembre 1992 dalla moglie Renata GRIFONI CREMONESI e inviai la mia testimonianza per l’affetto che mi aveva concesso, la quale venne inclusa nella Tabula Memorialis del volume: Miscellanea in memoria di Giuliano CREMONESI (Edizioni ETS,1995). Successivamente incontrai la moglie di persona a Latronico (SA) alla quale presentai le mie condoglianze. Il sito di Tornola, dopo le indagini condotte nel luglio 1992 dall’Università di Siena, è rimasto com’era.



(foto ripresa dalla Miscellanea in memoria di Giuliano CREMONESI, pag. IV)

§ L’Età del Bronzo: i sentieri transumanti durante la Protostoria


In qualità di Ispettore Onorario del Ministero dei Beni Culturali (nomina proposta dalla dottoressa Gabriella COLUCCI PESCATORI nel 1976, della quale conservo un sincero senso di riconoscenza e ratificata dall’allora Soprintendente chiarissimo professore Werner JOHANNOWSKY, scienziato umile e di vastissima esperienza)


Chiarissimo professore Wener JOHANNOWSKY (scomparso nel 2010)


per circa quarant’anni ho tutelato a mie spese, senza ricevere mai alcun premio di ritrovamento, il territorio compreso nei comuni di Solofra, Serino e Montoro, in provincia di Avellino, e Calvanico in provincia di Salerno, raccogliendo in superficie i frammenti archeologici che venivano alla luce, sia per i fenomeni naturali di subsidenza sia per i lavori urbani che per quelli montani (come: strade per il taglio dei boschi, miglioramenti dei terrazzamenti nei castagneti, lavori di pulizia di cisterne) segnalando in Soprintendenza le località e i materiali ritrovati con pubblicazioni e articoli su riviste e quotidiani.
Nel 1976, dopo le precedenti scoperte: venerdì 9 gennaio 1976, località Starza, n° 3 tombe d’Età Romana nel corso dei lavori di scavo per la Scuola Media Statale; venerdì 10 settembre 1976 località Viale Principe Amedeo (già Vecchia Starza del Conte) rinvenimento di n° 3 tombe a cassa in tufo grigio d’Età Sannitica nel corso dei lavori per la costruzione di una civile abitazione; Domenica 17 ottobre 1976, località Passatoia (Madonna del Soccorso) capanno appenninico dell’Età del Bronzo Antico e Medio nel corso dei lavori per la realizzazione della Strada Panoramica Turci/12 Apostoli; fondammo con Francesco Guacci e i componenti del Gruppo Culturale “Francesco GUARINI”,“L’Antiquarium Saluphris” (della Valle di Solofra). La Sede fu scelta nella vecchia sala del Consiglio Comunale di Palazzo Sant’Agostino (Municipio). Mentre le sette bacheche furono donate dal cavaliere del lavoro Mario Vitale e da altri privati, realizzate su disegno di Guacci dai Fratelli Ingenito serramentisti in Solofra.
L’Antiquarium di Solofra, fondato nel 1976 (vedi le due foto seguenti con la presenza dei miei due figli Giuseppe e Nicolino), nella dismessa Sala del Consiglio Comunale, fu parzialmente distrutto dal crollo del tetto domenica 23 novembre 1980, i materiali furono in parte trafugati, altri recuperati dalla dottoressa Gabriella COLUCCI PESCATORI accompagnata da personale della Soprintendenza e portati nei depositi di Avellino dove sono sistemati tuttora. 

 


Delle sette bacheche non fu salvata nessuna. Parte delle memorie di quei momenti sono riportati nella Rivista trimestrale «Antiqua», organo ufficiale dell’Archeoclub d’Italia, in un articolo curato dal prof. Giuseppe GUADAGNO. La Sede dell’Archeoclub d’Italia Sezione di Solofra fu da me fondata il 15 marzo 1979 (vedi documento ufficiale). 





L’Antiquarium venne visitato da tante scolaresche di Solofra, Montoro e altri comuni. Un ricordo particolare va al professore Antonio Giaquinto, docente presso la Scuola Media Statale “F. Galiani” di Montoro, scomparso prematuramente, al quale è legata la segnalazione della località “Vallone Candelito” di Aterrana di Montoro, poi da me ribattezzata “Balzi del Guacci”.