mercoledì 26 novembre 2014

Il mio primo Natale

di Vincenzo DAlessio

Caro Alessandro sono questi i giorni nei quali si respira l’aria del Natale che sta per arrivare. Sai, noi uomini festeggiamo questo giorno per ricordare la nascita di Gesù ma anche perché nel nostro animo c’è una lu
ce antichissima che viene tramandata, contro ogni nostra volontà, nel sangue che ci permette di vivere. Calore che viene dalla luce che non vorremmo finisse nel buio della scomparsa definitiva dalla scena terrena, dai nostri affetti, dai nostri amici sinceri, proprio come te.

Ti scrivo per questo: per rinnovare il calore che ci accomuna nel vivere quotidiano, anche a distanza, che ci permette di vincere la solitudine, la tristezza che ci coglie di sera quando il buio rinnova il suo patto con la finitezza dell’esistenza e ce lo ricorda. Il Natale è per noi e per tanti come noi il momento magico nel quale i ricordi riaffiorano e siedono a tavola, imbandita per il cenone, riportandoci i volti degli affetti persi, dei viaggi superati, delle musiche serene piene di vita.

La nascita dell’amore nell’uomo per l’universo, per l’infinito e durevole gesto dell’attesa di una nuova vita è quasi una staffetta continua per non lasciarci acchiappare dalla Morte. Il ricordo che tante volte ho raccontato ai ragazzi a scuola è legato al Natale dell’anno 1956 e alla grande nevicata che seguì a febbraio. Abitavo allora in una piccola abitazione nel rione della Misericordia, due stanzette: la cucina che fungeva anche da sala da pranzo e la stanza da letto dei miei genitori e sorelle. Come unico maschio dormivo da solo in cucina, in una piccola branda accanto alla stufa di ghisa alimentata a legna. La porta d’ingresso era di legno e dava su di un balcone pianerottolo dove c’era la scala che portava al piano terra rappresentato da alcuni vani adibiti a depositi. Un portone più grande dava sul vicolo a poca distanza dalla chiesa.

Il rione, dove ero nato pochi anni prima, aveva preso quel nome proprio dalla chiesa eretta nel 1673 dalla nobile famiglia Vigilante per ringraziare Maria SS. di avere risparmiato quei superstiti dalla peste del 1656: infatti il rione era stato il più colpito da quella terribile epidemia. La porta d’ingresso alla cucina di casa era in legno con la parte superiore in vetro, le notti d’inverno il vento la faceva traballare ed io, che dormivo proprio di fronte , immaginavo chissà quali demoni potessero spiarmi: per questo dormivo quasi sempre con la testa sotto le coperte.

Il Natale arrivò con la novena suonata dagli zampognari: misteriosi uomini vestiti di un caldo mantello con una cornamusa realizzata con una pelle quasi verdognola: seppi in seguito da mia madre si trattasse di una pelle di lupo. Venivano da Campobasso, dormivano presso una famiglia del rione e si accontentavano di qualche spicciolo o del poco cibo che le famiglie offrivano loro a fine novena. La vigilia di Natale faceva un gran freddo, mia madre era andata alla fontana pubblica a prendere l’acqua che doveva bastare per l’intera giornata. Era tornata intirizzita e con il naso rosso. A mezzogiorno aspettavamo mio padre che tornasse dal lavoro. La cena di Natale la passavamo dai nonni materni che abitavano a poca distanza: da loro c’era un calore più forte a causa del focolare, c’era il baccalà fritto, le caldarroste, il pane fatto in casa da mia nonna e per gli adulti il capitone. Per noi più piccoli i pop corn e qualche dolcetto portato dagli zii e da mio padre.

Verso le undici di quel mattino di vigilia mia madre preparò la pentola grande di alluminio sul fornello a gas con acqua, pane duro dei giorni precedenti, un filo d’olio e una foglia di lauro: il pane cotto! Questo era il pranzo della vigilia. Appena cotto il profumo del pane si spandeva nella cucina, mia madre con il mestolo prelevava dalla grande pentola fumante una parte del contenuto e la versava in un recipiente di alluminio più piccolo munito di solido coperchio. Lo legava in un panno pulito da cucina e me lo affidava: “ – scendi piano le scale, bussa alla porta accanto al nostro portone, entra e porta questo alle sorelle Nicolina e Caterina, lascia lì tutto e torna subito a casa!”

Vivevano accanto alla nostra abitazione due sorelle nubili, anziane, poverissime. Una di queste, Caterina, era un poco ritardata mentalmente, rideva quasi sempre. Uscivano poco in strada e non le vedevo quasi mai a messa: allora ero chierichetto nella vicina chiesa della Misericordia. Mia madre mi raccontò che a Caterina mentre dormiva un topo, di notte, le aveva rosicchiato una parte dell’orecchio. Queste abitavano in un’unica stanza a piano terra con il pavimento in terra battuta. Ripenso spesso a loro.

Quel Natale mi è rimasto particolarmente nel cuore perché la sera del cenone, dai nonni, mentre il vento del Nord faceva rientrare il fumo nel camino, mia madre con la mantella di lana sulle spalle e un fazzoletto colorato a quadroni tra le mani , con dentro delle patate cotte sotto la cenere del camino, sparì dietro l’uscio del portone dei nonni , nel buio del vicolo illuminato dall’unica lampadina posta all’angolo. Tornò dopo poco tempo, sorrise e venne accanto al focolare dov’ero seduto anch’io e rivolto a me sottovoce esclamò: “ È Natale anche per loro!”

Caro Alessandro, a raccontarla questa parte della mia infanzia ai ragazzi a scuola quasi mi vergogno, perché nei loro occhi scorgo la luce fredda dell’incredulità e del benessere.
 

Con affetto, tuoi Vincenzo e famiglia
24 novembre 2014

tourismA Salone Internazionale dell’Archeologia a Firenze feb 2015

iniziativa segnalata da Rosamaria Rita Lombardo
autrice de L'ultima dimora del Re (bellissimo dono natalizio per chi ama l'archeologia).
 

FIRENZE - Palazzo dei Congressi
20-22 febbraio 2015

PALAZZO VECCHIO PER TOURISMA Il grandioso Salone de’ Cinquecento di Palazzo Vecchio aprirà le porte di sera per ospitare l’inaugurazione di “tourismA”, alle 21 di giovedì 19 febbraio. L’evento sarà dedicato ai “padroni di casa”, gli Etruschi, con una lectio magistralis delI’etruscologo Giovannangelo Camporeale, a cui seguirà una proposta ricostruttiva di “musica etrusca” a cura dell’archeologa Simona Rafanelli e del sassofonista Stefano Cocco Cantini. Salvo impegni istituzionali, interverrà il sindaco di Firenze Dario Nardella.

VEDI IL PROGRAMMA Sul sito web di “tourismA” è già consultabile l’intenso programma congressuale che caratterizza questa prima edizione del Salone Internazionale dell’Archeologia con oltre cento relatori che affronteranno – nel modo dinamico e divulgativo tipico degli eventi organizzati da Archeologia Viva – le tematiche più coinvolgenti relative alla ricerca archeologica e ai beni culturali in genere. Inoltre, sono previsti mostre, dimostrazioni e laboratori di archeologia sperimentale. www.tourisma.it/programmazione



PER TRE GIORNI&hellip TOURISMA Dal 20 al 22 febbraio Firenze sarà la capitale della divulgazione archeologica e del turismo culturale con un vasto settore fieristico (stand, box/poster e spazi espositivi), convegni e workshop. “tourismA” è il grande evento europeo 2015 dedicato alla valorizzazione del patrimonio archeologico, monumentale e ambientale, realizzato nella città mondiale dell’arte da Archeologia Viva (Giunti Editore) in collaborazione con Firenze Fiera e sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. www.tourisma.it/settore-espositivo
www.tourisma.it

Info: 055.5062302    info@tourisma.it
 

martedì 25 novembre 2014

Io non ho nulla da dire... a Cesenatico


Silenzi, afasie, grado zero nella cultura del Novecento


L’APPROFONDIMENTO AUTUNNALE

CICLO DI INCONTRI/SPETTACOLO


L’argomento affrontato durante l’estate 2014 da Casa Moretti, ovvero quello dell’impotenza della letteratura e della poesia, e della parola còlta nel suo sprofondare e dileguare verso il silenzio e il nulla, sia per la crisi dei valori sia per gli eventi drammatici della storia accaduti nel secolo breve, non è disgiunta dalla dolorosa coscienza esistenziale, che in quelle sillabe, in quelle parole si risolve e si deposita per sempre, e a volte viene affidata al silenzio.
Ma la riflessione ha certamente interessato l’intero panorama culturale non soltanto nazionale. Nel Novecento l’impotenza delle arti di dire e spiegare diviene traumatica e disperante. Come parlare tra le catastrofi delle guerre mondiali e le distruzioni immani che ad esse si accompagnano, comportando sconvolgimenti sociali ed economici devastanti; e, inoltre, con la crisi dei valori e la perdita del senso dell’umano che ne è derivato? Il secolo breve assiste così, in pochi decenni, a mutamenti radicali che riguardano non solo i rapporti tra individuo e società, ma la concezione stessa del tempo e dello spazio e del rapporto tra soggetto e linguaggio, sottoposti a precarietà, frantumazione, velocizzazione, condizionamenti sempre più devastanti, come illustrano tra gli altri Bergson e Wittgenstein, Heidegger e Benjamin, Freud e Marcuse.
Servirà pertanto illustrare quanto accadde anzitutto nel pensiero e nelle idee che poi sottesero gli sviluppi nel campo delle arti visive, del teatro, della musica.
Per questo Casa Moretti ha previsto e organizzato un ciclo di incontri (letture, spettacoli, ecc.) con i nomi più autorevoli per illustrare il tema.
Aprirà la rassegna il filosofo Franco Rella, autore, tra l’altro, del saggio Il silenzio e le parole, e che parlerà del pensiero al tempo della crisi.


Venerdì 5 dicembre: Franco Rella. Silenzi e afasie nella cultura del Novecento

Seguirà un incontro volto a presentare come nel campo delle arti visive il silenzio e l’impotenza del dire può essersi concretizzato. Bisogna andare oltre, immaginare, sognare... ci dicono diversi artisti. Ci sono silenzi cromatici, silenzi grafici, silenzi gestuali. E l’arte è un bacino particolarmente fertile per l’emergere di forme di silenzio inattese. Tra i più celebri e immediati esempi che si possono trovare nell’arte contemporanea, la ricerca del silenzio - in una particolarissima accezione - è sfociata nelle cancellature di Emilio Isgrò. Ma basti avere di fronte i drammatici Tagli di Lucio Fontana, o le solitarie bottiglie di un Morandi per avvertire, con la medesima potenza, la percezione di un silenzio assordante. Ce ne parlerà Vittorio Sgarbi.



Mercoledì 10 dicembre: Vittorio Sgarbi. Il silenzio nell’arte

Situazione altrettanto ossimorica, quanto quella poetica, si è verificata nella musica. Non fosse che la musica elude la parola. Tuttavia essa tenta di spiegare col suono e dunque, in teoria, tradisce il silenzio. Anche per un musicista l’assenza di suoni però può rappresentare ispirazione e vera e propria musica per le orecchie. Al musicista non interessa un silenzio qualunque, ma quello in cui la musica si forma, prende vita e diventa arte. Dal silenzio nascono le note: all’interno di una specie di luogo in cui non ci sono, in cui, per l’appunto domina il silenzio che permette però all’artista di entrare, di essere segnato. E così nasce la musica. Il suono si sistema in quel silenzio. Ecco allora la ricerca di luoghi dove il silenzio è d’oro, dove esso prospera e viene rispettato, come una montagna o un deserto. Persino però in un mercato pieno di colori e di casino, il musicista trova il suo silenzio e lo trasforma in qualcosa che potrebbe addirittura diventare Bach. La vita come sempre è linfa vitale per l’arte, la nutre e la tiene sveglia, attenta, piena. È il pensiero del violoncellista Mario Brunello che ha scelto sovente spazi silenziosi e sconfinati per esibirsi.



Sabato 13 dicembre: Mario Brunello. Il silenzio della musica 






Gli incontri si terranno nel Teatro Comunale di Cesenatico alle ore 21.
I primi due incontri (Rella, Sgarbi) sono ad ingresso libero su prenotazione
Il terzo incontro/concerto (Brunello) è a pagamento (10 Euro) su prenotazione.
Info e prenotazioni: 0547.79255


lunedì 24 novembre 2014

Ardea Montebelli più grande del mare

articolo pubblicato sul Corriere Romagna del 13 novembre 2014 dedicato alla mostra su Matteo Ricci

 

“La scrittura come la vita”: sul pensiero e la poetica di Caterina Camporesi

AA.VV. Letteratura… coni piedi a cura di A. Ramberti, FaraEditore, 2014
recensione di Vincenzo D’Alessio
 

Il vantaggio delle Antologie poetiche consiste nel panorama letterario composito, un caleidoscopio che mostra al lettore ogni volta una sequenza nuova degli eventi, le esistenze, le comuni passioni coinvolgenti. Nell’Antologia Letteratura… con i piedi scaturita dall’incontro dei tanti autori a Perugia nella primavera di quest’anno, guidati dall’Editore e curatore dell’opera Alessandro Ramberti, compare il contributo della poetessa  Caterina Camporesi recante il titolo: “La scrittura come la vita è un instancabile cammino” (pp. 23 ss.).

La poesia della Nostra ha trovato spazio in molteplici manifestazioni ed ha ricevuto critiche positive perché è capace di spaziare nelle tematiche più profonde della contemporaneità,  complice anche la sua attività di psicoterapeuta. La scrittura poetica intesa come viaggio accanto agli altri, conosciuti o sconosciuti, consapevole che “è un evento che coinvolge la dimensione del tempo più di quella dello spazio, pertanto asseconda lo spostamento e la fusione dei tempi”.

Le partiture poetiche prodotte negli anni hanno un inizio, un luogo conosciuto, che la Nostra indica con queste parole: “La scrittura ha bisogno di un grembo, deve essere concepita e potere crescere per essere pronta ad uscire fuori nel mondo per abitarlo.”  
La sensibilità si sposa alla ragione e nel lento labor limae  prova a recuperare il filo che consenta alla parola di trasmettere il paesaggio interiore della poeta agli occhi del lettore e all’umanità intera. Questo luogo ha, in Camporesi, una chiave di lettura raccolta in questi versi: “Ora che il tuo non riconoscermi / non mi prosciuga e pietrifica più; /  Ora che il tuo sentire appartiene a te / e il tuo desiderio devasta te. /  Ora: posso intravedere l’infinito / del mio sentire e l’incalzare del mio /  DESIDERIO.”

Il tempo scandito nella metafora “Ora” costituisce la poetica e il punto di partenza del viaggio nella Poesia di Camporesi. Viaggio meditato che raccoglierà nel 2013 un importante riconoscimento al Premio “Civetta di Minerva – Antonio Guerriero”, con sede a Summonte (AV), con la raccolta Dove il vero si coagula (Raffaelli, 2011), mentre il primo incontro con il pubblico avviene con la raccolta Poesie di una psicologa (Euroforum,1982). Un lungo tragitto alla scoperta del sé e dell’Infinito che lo abita e i nodi che l’esistenza pone. Una lenta lotta contro Kronos per attualizzare il significante della parola poetica, capace di adempiere al passaggio dall’ignoto del “desiderio” al divenire  lettere di un alfabeto comune.

Scandisce questo desiderio, la Nostra, nell’intervento che segue: “Lo stile dona la possibilità di costruire ponti di unione non solo nel caos dell’interiorità del soggetto, ma anche nella relazione tra l’io, il noi e il mondo”. In particolar modo il viaggio intrapreso dalla Camporesi crea un argine al fluire veloce del tempo umano, ricercando nel tempo poetico (quasi fosse un tempo opportuno contenuto in ogni essere vivente: kairos) il porto sepolto dove emergono le schiere dei poeti che l’hanno preceduta. Un viaggio instancabile nella memoria collettiva che non si perderà. I versi trasmettono l’esperienza di un singolo alla collettività e  animano le corde più profonde dell’Io , lontana dalla banalizzazione del linguaggio.

Leggiamo quest’altro contributo offerto al viaggio e ai viaggiatori presenti al convegno:  “Ho graffiato i brandelli del rifiuto / che con astuzia provocavo /  Ho provocato i brandelli dell’attenzione / che non si rivolgeva a me / Il deserto dell’indifferenza / mi faceva morire”. Il viaggio condiviso con il respiro alto della poesia, di fronte all’immane indifferenza di gran parte del genere umano. Camporesi invita il viaggiatore a portare con sé i fogli dell’accoglienza per mitigare il Tempo inesorabile dell’abbandono: “non quello che si dice / neppure quello che si fa /  – dispera quello che si è”. La coscienza del nostro essere simili nell’umanità e differenti nella coscienza del migrare.
Il colore del viaggio che promana dai versi di Caterina Camporesi è il blu: un blu caldo e avvolgente compagno lungo  il nostro breve cammino nel deserto degli uomini assetati di materialità, lungo le piste millenarie del tempo.

venerdì 21 novembre 2014

Domenica 23 novembre : Madre Natura e gli uomini

di Vincenzo D'Alessio
& G.C. “F.Guarini”


Domenica prossima, 23 novembre, si compiranno trentaquattro anni dalla distruzione operata dal terremoto dell’80 in tutta l’Irpinia. Troppi morti, troppi ritardi, tante responsabilità non pagate. Una memoria ancora lancinante perché gran parte dei danni umani potevano essere evitati. La sfrenata corsa all’edificazione selvaggia, la costruzione dell’edilizia economica e popolare in aree poco protette, la mancanza di solidarietà civile, tipica delle genti del Sud, lasciano una cicatrice insanabile nelle menti dei superstiti. Le generazioni attuali devono essere istruite con la testimonianza dei vivi, alla stregua della Shoah, specialmente nelle scuole statali di primo e secondo grado.
I libri sono l’esercito della Storia, anche se vengono bruciati nei periodi dittatoriali, costituiscono la fonte inesauribile dell’eterna giovinezza della memoria. Tra questi riluce il libro del chiarissimo professore monsignore Michele RICCIARDELLI dal titolo: Il minuto più lungo della vita, pubblicato dal Centro Orizzonte 2000 nel primo decennale del sisma. Il testo è una fonte inesauribile di dati scientifici, di testimonianze dei superstiti e dei protagonisti di quel tristissimo evento. Inoltre si avvale di dati storici sui sisma precedenti e di una scheda prontuario dei materiali utili da tenere costantemente in casa per far fronte alle calamità naturali.
Don Michele RICCIARDELLI ritornò nella sua città natale per sollevare la popolazione dallo stato di profonda angoscia seguita al sisma: organizzò la Biblioteca Civica “Renato Serra” con corsi gratuiti di inglese aperti a tutte le età. Si prodigò con i Padri Oblati di San Giuseppe di Solofra nella realizzazione di progetti ancora attuali come il Centro Culturale Orizzonte 2000 e il giornale Solofra Oggi. Aiutò segretamente gli umili, gli studenti, i giovani intenti agli studi. Celebrava la santa Messa in ogni parrocchia dove veniva chiamato e quasi sempre volontariamente senza compenso. Le sue omelie erano rivolte ai fedeli proprio come faceva nelle Università di Stato americane dove aveva insegnato per quarant’anni: in modo semplice, cordiale, interpersonale che andavano diritto al cuore.
Il volume da lui realizzato nel primo decennale del sisma contiene ancora la sua voce e la sua vocazione sacerdotale: umile di cuore perché fedele a Dio, puro di cuore perché servo di Maria SS., fedele alla Storia attraverso la voce di tutti.

Sulla mostra “Più grande del mare” di Ardea Montebelli dedicata a Matteo Ricci

di Marcello Tosi 


http://it.radiovaticana.va/news/2014/11/20/pi%C3%B9_grande_del_mare;_una_mostra_per_ricordare_pmatteo_ricci/1111775
“Ambasciatore dello spirito – scrive nella presentazione Massimo Pulini, assessore comunale alla cultura – “figura di mistico esploratore che ancora oggi esempio di un atteggiamento evoluto ed etico all’incontro del diverso”, padre Matteo Ricci, l’intrepido gesuita maceratese che, come un novello Marco Polo, andò alla scoperta della Cina nella propria opera di evangelizzazione, è protagonista della mostra Più grande del mare di Ardea Montebelli (intervistata in merito anche dalla Radio Vaticana), ancora aperta al pubblico fino al 7 dicembre alla Galleria dell’Immagine di Rimini (ingresso libero, 16-19 tutti i giorni eccetto il lunedì).

Insegnante, poetessa e fotografa, che propone percorsi di approfondimento della Sacra Scrittura utilizzando parola e immagine, l’autrice presenta un percorso intenso nella storia, nella mistica, nella filosofia, attraverso propri versi e fotografie, note storiche e citazioni di grandi pensatori come Confucio e Laozi, oltre che delle lettere e delle riflessioni dello stesso Matteo Ricci, dandone un’interpretazione poetica, fotografica e calligrafica.
Nella storia dei rapporti tra la Cina e l’occidente è nota la figura dei Xitai del Grande Occidente, che trascorse gli ultimi 28 anni della sua vita in Cina durante la dinastia Ming (Regno Centrale). Matteo Ricci si spense nella capitale cinese l’11 maggio del 1610. Pechino era stata la sua meta, come anticipato in un sogno avvenuto nel giugno 1595, nel quale Gesù lo aveva rincuorato per le difficoltà che incontrava e gli aveva assicurato che un giorno avrebbe raggiunto la capitale, ben sei anni prima del suo arrivo a Pechino
Ancora oggi il nome del padre gesuita (1552-1610), di cui è in corso il processo di beatificazione, è oggetto di grande venerazione e fama in Cina e il suo monumento sepolcrale viene conservato con rispetto e onore.
«Matteo Ricci – spiega – cercava ‘il vero significato del Signore del cielo’ (tiānzhŭ, il termine scelto da Ricci per indicare il Dio cristiano). Si sofferma sulla parola ‘Dio’ che non era mai esistita (nell
accezione biblico-cristiana) nella lingua cinese. Una parola più grande delle varie metafore del cambiamento e della creazione ma anche una vera sfida ai pericoli del mondo e incitamento al rinnovamento umano e spirituale. Dalle antiche scritture cinesi fatte con il pennello, trae la via della conoscenza e della trascendenza. Cinque caratteri che ho inserito in mostra mostrano come Matteo Ricci si rivolgesse a confratelli e amici e familiari narrando tutto il suo percorso e le sue difficoltà. Riporta quelli che sono i caratteri costitutivi del cielo infinito e di tutti gli esseri viventi, in un contesto cristiano, perché “è Dio che chiude questo cielo”. La sua è una trasformazione di vita interiore, che avviene al cospetto del mondo cinese, affrontato conducendo studi filosofici , di lingua, e di tutto ciò che apparteneva alla Cina.»

Ardea Montebelli accompagna con i suoi versi brani tratti dagli scritti dei grandi filosofi cinesi e dalle lettere di Matteo Ricci, e fotografie di mattini, di acque e cascate (“Il bene più alto è simile all’acqua”, scrisse Laozi), fatte nel paesaggio italiano, ma che vogliono essere un ulteriore elemento di riferimento spaziale e temporale.
Cinque gli elementi costitutivi dell'universo per i cinesi, posti dall’autrice ad intervallare il percorso della mostra; Legno, Fuoco, Terra, Metallo e Acqua. Tutti i caratteri sono calligrafati da Ardea che riporta al senso di questo messaggio: “Avverti solo la vita che nasce, / sulle immobili acque / nulla si perde / della vita e della danza”.
Una consonanza del messaggio cristiano che Ricci individuò nella ricerca profonda del Daodejing di Laozi di quanto sia misterioso e indefinibile definire quale sia stata l’origine del mondo , la radice, la zolla di terra, e fra queste, l'uomo (“Tutte le cose operano insieme. Le hai osservate ritornare…” ), così come nel pensiero di Confucio: “Fun-cha domandò che cosa fosse la benevolenza. Il maestro (disse):
amare gli uomini… e soltanto il cielo è tanto grande. “La Cina – aggiungeva pieno d’ammirazione il gesuita – è tanto bella… che sembra tutto un giardino”.
Una Via (dào) che ha un senso, una direzione, una bellezza che vengono dall'alto.
Un affascinante percorso la mostra attraverso le varie dimensioni del cammino missionario di evangelizzazione intrapreso: dalla bellezza della natura, espressa nell’arte, al pensiero dei saggi cinesi connesso all’annuncio del Vangelo “dottrina del cielo”, che diventano anello di congiunzione tra occidente e oriente, tra la civiltà confuciana e la sapienza cristiana, come scrive nella presentazione della mostra monsignor Savio Han-Tai Fai, Segretario Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli).
Per monsignor Francesco Lambiasi, Vescovo di Rimini, Matteo Ricci “novello Paolo ha saputo avvicinare la millenaria cultura del Regno di Mezzo, facendosi cinese con i cinesi”.
“Partire significa andare lontano, andare lontano significa ritornare”, scriveva Laozi nel 
Daodejing.
“Prendo le distanze dalle cose consuete”, si legge ancora nei versi di Ardea Montebelli. 

“Ciò che manca / a fatica sazia l’attesa / di una verità / che mi scruti / e continuamente mi domandi / dove sia il largo del mare.”