lunedì 2 maggio 2016

L'officina del poeta: esempi di varianti poetiche

Video realizzato da studenti (classe IIB) del Liceo Bertrand Russell di Milano coordinati da Rosamaria Rita Lombardo (v. intervista di Giovanni Pacchiano su Sette del Corriere della Sera e il laboratorio Expoesia). Si ringrazia la Dirigente Laura Gamba per l'attivo sostegno).


Il video è visibile qui: www.youtube.com/watch?v=EoIizgM3z-8

https://www.youtube.com/watch?v=EoIizgM3z-8



V. anche il video sugli aforismi di B. Russell

Sulle colline della memoria


di Vincenzo D’Alessio (Fondatore del G.C. F. GUARINI)
Le colline che circondano la valle di Montoro, in provincia di Avellino, hanno costituito nei secoli il luogo di transito delle popolazioni del Neolitico, della prima Età del Bronzo, del  periodo Sannitico-Romano e delle genti Longobarde fino all’editto dell’849 quando i Principi longobardi Radelchi I di Benevento e Siconolfo di Salerno  separarono i due Principati, con la relativa spartizione delle terre lungo il confine indicato come “Serris Montorii”, della Longobardia Minor.
A testimone di questo particolare evento rimangono ancora oggi nella toponomastica locale i termini di “Taverna” presso la sorgente Laura; “La Taverna dei Pioppi” lungo la strada detta “Sferracavallo” e i termini di “Hospitium” e “Hospedalia” nei circostanti comuni della valle attraversata dal Torrente Solofrana, affluente del fiume Sarno, nelle attuali province di Avellino e Salerno.
L’ospitalità goduta presso le antiche “taberne” ha permeato il territorio fino a giungere a noi intatta con i nuovi ristoranti, sorti proprio sulle verdi colline che guardano la valle. Tra questi c’è il ristorante  ‘O Tagliero che sorge nella località Banzano lungo l’antica via verso la colonia romana di “Abellinum”, odierna Atripalda (AV), il quale conserva tutta  l’accoglienza da circa un cinquantennio.



Il suo fondatore Franco Zambrano, ritratto nella foto accanto al figlio Antonio, ha ospitato  negli anni Ottanta il rituale pranzo offerto ai giovani studenti della Giuria Popolare nelle varie edizioni del “Premio Nazionale Biennale di Poesia Città di Solofra”: ogni due anni veniva scelto un liceo statale dal quale scaturiva la Giuria Popolare che esaminava i lavori partecipanti al concorso.
Ieri, primo maggio, in occasione del quarantesimo anniversario della fondazione del Gruppo Culturale “Francesco GUARINI”, è stato consegnato al fondatore del ristorante un attestato di riconoscenza quale documento del percorso socio culturale trascorso insieme in questi anni per elevare le sorti del territorio.

Montoro, 1° maggio 2016 

sabato 30 aprile 2016

Un meraviglioso peso delle parole: su Ero il ragazzo scalzo nel cortile

le pillole di Enrica Musio



http://www.editori.regione.campania.it/it/catalogo/marcus-edizioni/978-88-90260-230




Nel libro di poesie di Raffaele Urraro Ero il ragazzo scalzo nel cortile edito da Marcus Edizioni ci son poesie che ci narrano l’infanzia povera e lavoratrice dell’autore e della sua famiglia, i ricordi dell’adolescenza in Campania, la giovinezza; attraverso un meraviglioso peso delle parole ben scritte, ben collocate come un certosino professorino; puntando sull’aspetto fonetico e semantico, attraverso la memoria del recupero. Al rimpianto, alla nostalgia. Un buon libro.

venerdì 29 aprile 2016

Su Muove il dove e Storie di un tempo minore

le pillole di Enrica Musio



http://www.raffaellieditore.com/muove_il_doveNel libro di poesie di Caterina Camporesi Muove il dove pubblicato da Raffaelli Editore; troviamo dei testi poetici tipo piccoli haiku giapponesi, precisi, puliti, intensi, pieni di emozioni; la bravissima autrice ci aiuta a scoprire le emozioni psicologiche, vista la sua professione di psicoterapeuta.
Testi poetici brevi, ma anche con una grande capacità narrativa e descrittiva piena, viva di ottimi particolari. Un buon libro.


http://www.faraeditore.it/html/filoversi/tempominore.htmlNel libro di poesie Storie di un tempo minore scritto da Angela Angiuli (Fara editore), ci son poesie e liriche che parlano di dolore, soprattutto per la perdita del fratello caro morto suicida. Questo libro mi ha colpito e mi ha fatto ricordare anche di un mio grande professore di poesia che è morto suicida. La poeta nel libro ci mostra molta inquietudine, ma ci fa anche vedere aspetti belli, la natura i paesaggi, le descrizioni. Ci descrive che la morte non pone limite al grande amor fraterno: e qui anche io la capisco benissimo; il dolore di perdere una persona cara, a me è successo (la perdita della mia sorella, ma lei non si è tolta la vita… un brutto male ha fatto in modo di portarmela via) lo capisco troppo bene.
Un bellissimo libro. E mi son troppo commossa! Grande Angela!

sabato 23 aprile 2016

Una giornata da Neanderthal

di Vincenzo D'Alessio

Ieri, venerdì 22 aprile, in tutto il pianeta è stata celebrata la Giornata Mondiale in favore della Terra: il nostro azzurro pianeta che da milioni di anni ospita le specie viventi e anche l’essere umano.

I giovani studenti dell’Isiss “GregorioRONCA”  di Montoro, settore tecnico e  settore “enogastronomico”, guidati dalle docenti  Elvira Bruno e Mariarosaria Iennaco, hanno concelebrato l’evento con la conoscenza del ricco patrimonio archeologico che la valle di Montoro, in Irpinia, conserva.
L’area prescelta è stata quella di Aterrana, una parte del territorio ai piedi del massiccio del Pizzo San Michele (mt 1.567) a Sud-Est, interessata dalla presenza di un riparo sotto roccia abitato dall’uomo di Neanderthal, durante il Paleolitico Medio, circa 40mila anni da oggi.
La presenza antropica è stata accertata dall’Università degli Studi di Siena, Dipartimento Scienze Fisiche, della Terra e dell’Ambiente, nel corso dei vari sopralluoghi effettuati nel corso degli anni  dai professori Annamaria Ronchitelli e Paolo Gambassini.
In quell’antico contesto la valle era percorsa da stambecchi, cervi, rinoceronti, cavalli selvatici, lupi, orsi martore, marmotte e chissà quante altre specie selvatiche, oltre ai pesci presenti nell’ ampio corso d’acqua che attraversava la valle di Montoro partendo dalle pendici del Pizzo San Michele dove insistevano le nevi perenni.
Uno scenario stupendo e pericoloso per l’essere umano che i giovani studenti certamente hanno immaginato nel corso dell’incontro tenutosi all’interno del centro multimediale attraverso le immagini dei luoghi, le foto dei reperti, il dialogo con i tre studiosi del territorio intervenuti all’incontro: Vincenzo D’Alessio, Michele Caliano e Simone D’Anna.
In momenti particolari, come questi che stiamo vivendo, la conoscenza, la passione, l’emozione di ricongiungersi ai luoghi della memoria collettiva per salvaguardali, preservarli dagli eventi naturali e dalla brutalità degli uomini, devono nascere nella mente e nel cuore di chi, frequentando una scuola pubblica, prende coscienza che il pianeta Terra è proprio, permette di sopravvivere ma non ha risorse infinite.

 Gli studenti hanno avvertito questo segnale e hanno programmato una visita guidata ai luoghi visti nelle immagini per la fine di questo mese, perché in loro è sentita la necessità di valorizzare quel poco, o quel molto, che il territorio offre e che, oltre alle istituzioni dello Stato, esiste la consapevole partecipazione dei cittadini all’utilizzo e alla valorizzazione dei Beni Culturali.


La Casa Editrice Fara di Rimini guidata dall’editore Alessandro Ramberti, a cui facciamo giungere il nostro ringraziamento,  anche questa volta ha collaborato al progetto scuola/territorio con il dono di pubblicazioni.

 Montoro, 23 aprile 2016

                                                                                     

Omaggio a Bertrand Russell

Video sugli aforismi di B. Russell realizzato da studenti del Liceo Bertrand Russell di Milano coordinati da Rosamaria Rita Lombardo (v. intervista di Giovanni Pacchiano su Sette del Corriere della Sera e il laboratorio Expoesia). Si ringrazia la Dirigente Laura Gamba per l'attivo sostegno).


http://www.iis-russell.gov.it/


Il video è visibile su www.youtube.com/watch?v=RJ2P8SNROFI&feature=youtu.be

mercoledì 13 aprile 2016

VEXILLUM REGIS: Una visione per l’Europa smarrita




-->
E vidi una valle enorme che mai prima avevo visto. Alle sue spalle modeste rocce granitiche le serravano la gola, davanti una pianura ondulata si smarriva oltre e molto oltre ancora i possibili umani sguardi. La vegetazione era rara, insignificante, ma l’erba ondeggiava come grano maturo. Un vento mite e dolce portava qua e là, su e giù, un’atmosfera rarefatta. Nei cieli turchesi, tersi, non un battito d’ali, non ronzio d’insetti. Ma, per tutta l’incalcolabile estensione della valle vidi miriadi e miriadi di uomini, donne, bambini, giovani, vecchi.

Molti stavano in piedi e molti seduti come si sta ad una sosta o attorno ad un fuoco di brace, tanti altri vagavano senza meta come adolescenti o matti nel parco di un manicomio. Quanti stavano seduti parlavano sottovoce con i vicini lingue sconosciute, strane. Coloro, invece, che stavano in piedi gesticolavano molto e i loro indici andavano per tutte le direzioni immaginabili. I tanti che camminavano o meglio si trascinavano cantavano un sommesso lamento, una canzone triste, con labbra secche e chiuse. Camminavano come vagabondi, fannulloni, privi di bussola: lo sguardo vuoto, vitreo, il passo pesante, stanco. Andavano ora verso Oriente ora verso Occidente, ora là ora qua, scontrandosi, anche, ma senza mai fermarsi e guardarsi l’un l’altro.

Nessun bambino, seduto o in piedi, giocava allegramente, spensierato, ma tutti tenevano la mano della mamma o del babbo e tutti si cullavano reclinando la testa sulla pancia o su un fianco del genitore. I giovani si cercavano come all’uscita dalle lezioni, mentre i vecchi scuotevano il capo canuto. Molti giovani si abbracciavano tristi. Alcuni vecchi si soffiavano il naso e sputavano per terra tossendo.

Miriadi e miriadi di uomini osservavano col naso all’insù il cielo o col palmo della mano destra disteso sugli occhi malinconici scrutavano l’orizzonte che sembrava bollire. Non una parola, non un commento, non un’occhiata tra loro. Miriadi e miriadi di uomini soli.

Il sole, ormai alto, raggiante e roteante, rivelava un’infinita varietà di colori, abiti, pelli, occhi, espressioni. Ma le razze illuminate non si toccavano, si sfioravano, ed erano apocalitticamente confuse.

Era, però, una confusione pacifica e la calca non bellicosa. Non un soldato, non un’arma e non c’erano sassi per tutta l’estensione della valle. Le poche ossa di Abele e di Caino giacevano, ignote, chi sa dove, sotto quella miriade di piedi. Da millenni più nessuno le cercava. C’erano tante, tante, tante altre ossa, disseminate come semi.

I più coraggiosi tra gli uomini tentavano di vedere, ma la vista era corta e la ragione – ah la ragione! – ancor di più. Pensare non serviva.  

Qualcuno di questi fu preso sottobraccio dalla disperazione, qualcun altro piangeva coprendosi il volto con le mani tremanti. Le donne, stranamente, non chiacchieravano, ma, mute, si accarezzavano i lunghi capelli sciolti al ritmo del loro respiro.

Si respirava, dunque, dolore, rassegnazione, angoscia grande, smarrimento, indecisione, dubbio. Negli occhi, arrossati, di tutti si potevano leggere senza fatica le domande: Dove, dove stiamo andando? Dove, dove dobbiamo andare?

E quindi, giunse il pomeriggio e insieme un caldo torrido, soffocante, e il sudore iniziò a colare dalla fronte degli uomini.

Quando, un uomo, poi due e poi tre, videro lontano, molto lontano, più lontano, ben oltre la linea indefinibile dell’orizzonte della brulicante pianura un colore nuovo come una macchia bianca luccicante. Questa, lentamente, si avvicinava, avanzava, sempre di più, sempre di più, con passo cadenzato. I tre, allora, indicarono ad altri uomini il luccichio: “Guardate! Guardate là!”. E questi, a loro volta, ad alcune donne: “Guardate! Guardate là!”, che subito iniziarono ad agitarsi, a prendere in braccio i loro bambini più piccoli, ad aiutare le vecchie ad alzarsi in piedi invitandole a guardare là, verso dove ora migliaia e migliaia guardavano allungando il collo. I bambini più grandi si fecero sedere sulle spalle dei loro padri. Numerosi giovani iniziarono a camminare con passo veloce in direzione del sempre più chiaro luccichio. Quando, ecco, uno di loro gridò: “È un vessillo! È un vessillo! È un vessillo!”. E il suo grido riecheggio per tutta la valle come un annuncio festivo.

Ed ecco il vessillo avvicinarsi, rapidamente. Ora lo si poteva vedere assai chiaramente. La sua lunga asta di legno era sormontata da una croce e, sventolando con impeto, mostrava una croce porpora in campo bianco. Agitato, qua e là, da un vento caldo il vessillo era visibile da tutte le direzioni. Miriadi e miriadi di occhi lo guardavano, miriadi e miriadi di indici lo indicavano. I bambini in braccio delle loro madri e quelli sulle spalle dei loro padri lo salutavano agitando le mani e sorridendo. I giovani battevano le mani sollevate al ritmo di una danza contagiosa. Poi, un vecchio, piangendo, ad alta voce disse: “Vexillum Regis! Vexillum Regis! Vexillum Regis!”.

Due vecchi abbracciarono il vecchio e si unirono al suo pianto di gioia. E il vessillo, presto, giunse in quello che era il centro dell’enorme valle. Si fermò sopra una roccia e il vento cessò, improvvisamente. Anche tutti coloro che stavano camminando si fermarono, ad unisono. Tacque come ad ubbidire ad un unico comando il battito delle mani. Calò, quindi, su tutto e su tutti un profondissimo silenzio. I bambini si strinsero al petto delle madri. I giovani si guardarono l’un l’altro. Paura? Timidezza? Sgomento?

Vexillum Regis!”, iniziarono a cantare gli uomini seguiti, poi, dalle loro donne. Il canto si propagò e divenne un coro che non si poteva contare e come un volo si mescolò con l’aria e il cielo.

Vexillum Regis!”, si udiva cantare qui dove il vessillo era vicino e alto, là e oltre dove i volti erano irriconoscibili e le testa variopinte come un mare agitato. E al canto seguì il coraggio e al coraggio la forza e alla forza la commozione che come elettricità passò, velocissima, da uomo a uomo, da donna a donna, da bambino a bambino, da giovane a giovane, da vecchio a vecchio. La valle si colorò di elettro e il cielo si rivestì delle atmosfere di migliaia e migliaia di albe e di tramonti impazziti.

Allora, i giovani andarono ad abbracciare in cerchio il vessillo e il loro cerchio si moltiplicò e moltiplicò come sasso gettato in un lago. E questa moltitudine che nessuno poteva contare divenne un’unica massa festosa danzante in giro al vessillo. Tutti lo guardavano e tutti stendevano la mano destra come per volerlo toccare. E l’angoscia si trasformò in gioia, il pianto in riso.

Nessuno poteva più domandare: “Dove stiamo andando? Dove dobbiamo andare?”, perché tutti lo sapevano bene dove stavano andando, i più vicini, e dove dovevano andare, i più lontani.

Ecco, per tutti, l’alto vessillo; ecco dove guadare, ecco verso dove dirigersi, ecco chi seguire. La bussola, dunque, è stata ritrovata e la stella riscoperta?

La moltitudine immensa, moltitudine di nazioni, razze, popoli e lingue, ormai sembrava non aver più dubbi: Tutti guardavano il vessillo, tutti camminavano in direzione del vessillo. Tutti, perciò, smisero di vagare, tutti voltarono le spalle agli antichi tortuosi sentieri, tutti si lavarono il volto dallo smarrimento e dalla paura.

Gioia, gioia grande e festa, girotondi di bambini per tutta l’estensione a perdita d’occhio della valle vedevo e ammiravo, da Occidente ad Oriente, dal Settentrione al Mezzogiorno.

Vexillum Regis!”, continuarono a cantare e a danzare i giovani che ancora lo toccavano e baciavano pur ormai giunto il dolce calar del sole.

E prima che le stelle della consolazione ammantassero il vessillo, colui che per primo lo aveva visto, gridato, indicato e cantato, così pregò a mani giunte: “Un vessillo per l’Europa! Una croce per l’Europa! Presto, presto!”. E tutti si misero in ginocchio.





(Tempio Pausania, aprile 2016)