Un giorno, verso sera, ricevo una telefonata, è lui che mi chiede se di sabato pomeriggio sono libero perché c’è da andare alla Motoplex per vedere la nuova Guzzi, quella realizzata apposta dalla casa madre in occasione del Centenario.
Lì per lì penso che, di sabato pomeriggio, non ho grandi impegni, ovvero ho sul tavolo i soliti pacchi di verifiche da correggere, dovrei fare un po’ di giardinaggio, la pulizia della casa, ma chissenefrega colgo al volo l’invito, sono curioso di capire se Corrado si vuole comprare quella moto, un gioiellino che, da quanto intuisco, doveva per forza essere oggetto di un’incursione in concessionaria perché era prodotta in un certo numero limitato ed usciva con una certa livrea solo per un certo tempo.
D’altronde, da quando l’ho conosciuto, sopra una moto Corrado non l’ho proprio mai visto e mai nemmeno immaginato, e poi è un argomento di cui non abbiamo mai probabilmente parlato, tra titoli di libri e di film o tra un po’ di fotografia e di sport.
Per cui la richiesta mi incuriosisce, voglio proprio vedere se il sangue romagnolo che scorre nelle sue vene non mente, se il rombo di una marmitta e il luccichio di una cromatura parlano una lingua a lui famigliare e così accetto: ci accordiamo per le quindici e trenta.
Quando arriviamo in concessionaria è uno sbiadito sabato di ottobre dove, a Mantova, se va bene, la nebbia si alza e noi umani riprendiamo a vedere non solo le sagome delle strutture urbane ma anche qualche colore che dà loro un senso un po’ più dignitoso e al contempo famigliare.
Entriamo, e tra le mille moto esposte, eccola lì, proprio davanti ai nostri occhi… la Guzzi del Centenario, la quintessenza delle due ruote di una casa produttrice che in Italia ha veramente fatto la Storia.
Anche mio padre ne aveva avuta una e, negli anni Cinquanta, per lui era stata quello strumento che lo aveva accompagnato nel passaggio dalla fine della guerra e della dittatura al ritorno a una forma di libertà mai vissuta prima. Sgasa che ti sgaso, però, con quella moto ci aveva pure fatto un incidente che gli era costato una gamba: troppa libertà, forse respirata tutta d’un fiato, a volte può fare dei danni, ma questa è un’altra vicenda e quindi me ne ritorno in concessionaria col mio amico Corrado.
Siamo lì, io e Corrado, davanti a quella moto e lui, che la osserva da ogni lato, mi sembra serio e sereno, forse un po’ distaccato ma poi mi illustra quasi tutti i particolari del telaio, della ciclistica, della motorizzazione: di certo non immaginavo che fosse anche un esperto di moto e la cosa mi affascina perché Corrado, quando si mette a parlare, tira fuori sempre delle cose che ha dentro e che spesso non dice.
Non le dice perché preferisce tenersele per sé fino a quando non arriva, secondo lui, il momento giusto per comunicarle, perché solo così hanno un loro peso specifico, le cose.
Ma poi, mentre è lì che mi illumina sulle mille novità della Guzzi del Centenario, ecco che arriva il concessionario che gli dice che, se vuole, la moto può anche provarla: nel serbatoio c’è benzina e in due minuti può fare uscire il mezzo dallo stabile, basta avere un po’ di pazienza.
Di pazienza noi docenti ne abbiamo sempre da vendere: con gli alunni, con i genitori e persino con i nostri colleghi, per cui ecco che io e Corrado ci spostiamo fuori dalla concessionaria, in attesa che da qualche angolo non ben precisato sbuchi l’addetto con la Guzzi del Centenario.
Adesso siamo soli, io e Corrado, soli sul piazzale antistante la concessionaria in uno sbiadito sabato di ottobre, intendo: io, Corrado e la Guzzi del Centenario.
Ecco che Corrado inforca la moto e la accende con un colpo secco: sulla gamba ha dovuto spostare tutto il suo lungo ma esile corpo per avere il giusto peso, atto a bilanciare la compressione della pedaliera e liberare la scintilla della candela che dà fuoco al carburante nella camera di combustione… non solo mi accorgo che non sapevo nemmeno che sapesse accendere una moto, ma anche che potesse farlo al primo colpo, data la sua silhouette, non proprio da harleysta…
Ora Corrado ce l’ho lì davanti su quella moto: un uomo normale, a stento, poggerebbe entrambi i piedi sull’asfalto ma lui è lungo e smilzo e i piedi li poggia completamente, le gambe, invece, ai fianchi della moto, sono entrambe ad angolo retto come se fosse seduto su di una normalissima sedia, tipo quella che usa per scrivere i suoi romanzi.
In realtà, in quella posa e col motore acceso e brillante, a me sembra uno di quei personaggi che vedi nei film con la faccia sfidante alla Clint Eastwood e i vestiti alla Elvis Presley, quelli che con la moto sono in procinto di fare il giro della morte o il salto più alto e più lungo del mondo, quelli che accelerano per riscaldare il mezzo con il motore in folle perché sanno che poi di folle ci sarà solo il loro slancio verso chissà quale traguardo, fissato sempre in un punto intermedio tra la vita e la morte, tra la gloria e l’oblio.
A questo punto prendo paura. Mi chiedo che cosa voglia fare Corrado su quel piazzale con la Guzzi del Centenario: una folle impennata? Una sgommata incredibile?
E invece no, nulla di tutto questo, lo vedo ingranare la prima e rilasciare lentamente la frizione.
Parte e lo vedo, di spalle, percorrere, a non più di venti chilometri all’ora, circa centocinquanta metri davanti a me, su quel piazzale.
Poi curva, si volta, ce l’ho sul davanti, gli arrivo persino a scorgere le pupille degli occhi e, fissando finalmente quegli occhi, capisco tutto.
Nei primi centocinquanta metri, a venti chilometri all’ora, si era fato tutto il tragito da Mantova a Rimini, era ritornato ragazzo, aveva impennato chissà quante volte e chissà quante volte sgasato, sgommato, insomma fatto tutte le acrobazie possibili con la moto, davanti agli amici, alle ragazze di un tempo, aveva fatto brontolare qualche vecchio sul ciglio della strada, qualche cliente della gelateria K2, aveva fatto stare in pensiero sua madre e suo padre, pisciare addosso dalle risate suo fratello e Rampino, si era fatto fare una foto da Marco Pesaresi, aveva strizzato l’occhio a Federico Fellini e poi, via!
Aveva percorso tutta la costa fino a Cattolica, passando per Misano e poi dalla costa si era diretto verso l’Appennino toccando, fra l’altro, Gradara, Mondaino, Saludecio, si era diretto poi su, di nuovo verso Nord, verso Montefiore, Gemmano, Montescudo, Sassofeltrio, Sogliano, Mercato Saraceno, poi aveva preso la direzione di Borello, Meldola, Forlì per ritornare certamente verso Mantova, salutare Beatrice, Giovanni, Serena, i suoi colleghi, i dirigenti, gli studenti e tutti gli amici di Porto.
Adesso lo vedo venire di nuovo verso di me, serio e sereno, controlla la moto e la tira a non più di venti chilometri all’ora, lo osservo costantemente negli occhi nei centocinquanta metri che ci separano, che gli rimangono da fare.
Mi immagino, a questo punto, che con la testa sta per varcare le Alpi, chissà dove vuole andare ancora con la Guzzi del Centenario? in Normandia? In Danimarca? A Capo Nord?
Poi eccolo lì arrivare davanti a me, sereno e serio, si arresta, scende dalla moto.
E, con un sorriso dolce e la voce insolitamente ferma, mi dice:
“Andiamo. Ho fatto quello che volevo fare. Andiamo. È ora di tornare a casa.”
Porto Mantovano 31/08/2025


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