Racconto breve di un Dildo spiaggiato

(racconto illustrato…)

di Vito Venturini

 

Le vacanze sulla costa romagnola hanno sempre segnato la mia esistenza: nell’infanzia la meta era una frazioncina del comune di Rimini il cui nome, non privo di attrattiva, era Rivabella, in realtà un nucleo di palazzoni uso albergo che si alternavano, lungo viuzze stantie, a case-vacanza più vecchie, ristoranti fast food e negozi aperti solo per la stagione. Già in quel periodo presentava spiagge stipate fino alla congestione di una folla che ancora credeva nella crescita economica del Bel Paese e si adattava con spensieratezza alle sue illusorie pratiche vacanziere. Queste ultime erano, già allora, costituite spesso da spazi infimi, miasmi che mescolavano, in varie fogge, sudori corporali, creme solari, frittura di pesce, strutto di piadina e per finire la balneazione in un mare melmoso, occhiellato in superficie di idrocarburi, e profondo solo fin sotto alla cintola, perché  la gente che frequentava questi posti non sapeva nuotare e quella che sapeva nuotare non poteva scegliere di certo questi posti per una villeggiatura. 

Di tutte le persone che mi circondavano ricordo solo una signora dall’aria aristocratica. Piuttosto attempata, sorda come una campana: sin da subito, aveva frainteso il mio nome, che da Vito era passato a Benito. Me lo ricordo perché, quando mi salutava, a gran voce, nelle aree comuni dell’hotel oppure in sala da pranzo, la gente si zittiva e si voltava verso mia mamma che restava piuttosto imbarazzata, mentre i camerieri ridevano a denti stretti. Credo che in quel periodo, era la fine degli anni Sessanta, di bambini che girassero per la Romagna con quel nome ce ne fossero ormai ben pochi, forse solo uno e peraltro col proprio storpiato. Ma la signora che lo gridava ai quattro venti in quel modo, memore forse di certe avventure estive della giovinezza, pareva felice e non del tutto consapevole che, anche in Romagna, i tempi erano parecchio cambiati.

Dall'adolescenza la preferenza dei miei parenti fu orientata verso un’altra meta romagnola, la Cervia che, ad oggi, ancora prediligo per le mie evasioni rivierasche perché, a differenza di molti centri, è sempre riuscita a mantenere, in discreto equilibrio, il rapporto tra la propria identità e le costanti richieste che il business dei soggiorni vacanzieri va individuando.

Che dire di Cervia? Una località per tutti i gusti del turismo: c’è quello naturalistico che predilige le visite nella riserva delle saline e le pedalate in bicicletta tra i canali, c’è quello salutistico che ha come riferimento gli stabilimenti termali e c’è quello più comune che si accalca sulle spiagge, nei ristoranti e nei soliti hotel, che oggi hanno spesso l’aria spenta di giganti invecchiati.

A differenza di altre mete rivierasche, Cervia ha inoltre alcune peculiarità: per fare un esempio i longevi pini marittimi che marcano i grandi viali e la silhouette dei molti giardini su cui si affacciano villette di inizio Novecento. Si tratta di una vera benedizione per gli occhi perché, mentre osservi, ti vengono in mente, al contempo, il profumo di corteccia e di aria pulita delle montagne e lo sfarzo delle vacanze degli antenati ricchi, la classe colta dei lettori dannunziani, quelli che dell’estetismo facevano una ragione di vita e che poi, pensando di edificare residenze estive molto chic, magari avvallavano soluzioni piuttosto kitsch, dato che il denaro buttato nel mattone, senza di certo badare a spese, purtroppo, non riusciva spesso, allora come oggi, a contemplare uno stile fatto di equilibrio e morigeratezza o forse perché è proprio dell’anima emiliano-romagnola quella di essere sempre un po’ sopra le righe: l’eccesso è quello che fa parlare di sé, non importa in che modo, e anche in questo caso, direi che il Poeta Vate docet.

Nei quarant’anni di frequentazioni cervesi ultimamente preferisco, però, permanere solo qualche giorno, magari nei fine settimana. Anch’io mi riconosco, infatti, pedone di quel popolo che, per subentrati motivi, più di un fine settimana in riviera non si può permettere: un fine settimana, anzi, oggi costa come la quindicina di un tempo. 

Diciamo che da sposato, non avendo prole, le mie finanze potrebbero anche garantirmi qualche giorno in più, ma di solito preferisco viaggiare, quindi ritorno a Cervia, a volte solo per nostalgia oppure solo per staccare la spina.

Per questo è un bene raggiungerla nelle mezze stagioni, ad esempio in marzo o aprile quando le spiagge sono semideserte e gli stabilimenti balneari, ancora chiusi, fanno riposare le attrezzature nei magazzini, oppure in settembre quando le file degli ombrelloni e delle sdraio senza gente ti ricorda il pullulare della vita, ma nel silenzio del vento e tra le intermittenti strida dei gabbiani, un po’ come il guscio di un mollusco ti fa ricordare gli strati di un’esistenza vissuta.

Di solito, nelle mezze stagioni, si possono fra l’altro effettuare sul bagnasciuga passeggiate molto più lunghe, un po’ perché non si suda e un po’ perché non c’è la massa dei villeggianti, da quelli che camminano a scarto ridotto e ti fanno ulteriormente grondare, alle signore, culi flaccidi e seni avvizziti, che chiacchierano con fervore e con uguale fervore scoreggiano impoltronite in un’impenetrabile muraglia di odore, ad innamorati che interrompono il passo ogni tanto per un limone che, se non stai attento, finisci anche tu per infilare incautamente la lingua, a quelli, infine, che corrono per stare in forma e che, se potessero, ti calpesterebbero perché la salute comporta per loro, anzitutto, stressare il corpo fino a portarlo allo spasimo, ai limiti del cardiopalma.

In queste passeggiate la direzione è sempre ovvia: o vai a sinistra verso il porto dove ti devi fermare per via del canale che interrompe il litorale e marca il confine tra Cervia e Milano Marittima, oppure vai a destra verso Pinarella, che riconosci dalla pineta che interrompe la trafila delle strutture alberghiere, con la sua macchia di piante e arbusti verdeggianti, e lascia però trasparire dietro di sé, all’orizzonte, la mole del grattacelo di Cesenatico. 

Durante le passeggiate sul bagnasciuga, a seconda del periodo, ti capita però di trovare sempre qualcosa di interessante che il mare cede alla spiaggia: in primavera, oltre a delle boe enormi che servono alla produzione dei mitili, ai parabordi o alle cime che qualche natante inavvertitamente perde al largo dalla costa, è molto frequente imbattersi in grandi o piccoli pezzi di legno che la forza del mare sagoma in sembianze uniche, da vero artista della contemporaneità. A fine stagione molto più frequenti sono invece i ritrovamenti di oggetti legati alla permanenza dei vacanzieri: occhiali da sole, ciabatte rotte, stampini per giocare con la sabbia e molto altro. 

Proprio in una di queste camminate sul bagnasciuga, a distanza di molti anni e vari chilometri a piedi su e giù per il litorale, una mattina di settembre, mentre dialogo del più e del meno con mia moglie, ecco che mi imbatto in qualcosa di appena sbucato dall’acqua e rovesciato sulla spiaggia: si tratta di un uccello di gomma, o, come viene oggigiorno chiamato, un Dildo dalle proporzioni generose, direi almeno trenta centimetri. 

Lì per lì, con le alghe e la sabbia da cui era fasciato, poteva anche essere scambiato per un pesce moribondo, un cefalo oppure un branzino, anche se la livrea, trasparente e molliccia, lo faceva più avvicinare ad una di quelle meduse gommose che, in alta stagione, riempiono le spiagge a causa del surriscaldamento globale. 

Ovviamente, dato che sul bagnasciuga, quando succede qualcosa, anche di banale, la gente si stipa per la curiosità di sapere la qualunque banalità, ecco che i pochi passanti cominciano tutti ad accalcarsi per osservare il nuovo arrivato. E, di fronte alla novità, la moltitudine inizia a reagire con vari comportamenti. 

Qualcuno, en passant, lo sbircia soltanto di sottecchi e poi azzarda una subitanea fuga che sa di conoscenza bella e buona dell’attrezzo o similari, non saprei dire quanto, ma forse piuttosto profonda, altrimenti non si capirebbe la velocità di reazione. 

Qualcun altro, evocatore di perbenismo, invece si ferma, guarda sdegnato il nerboruto membro, fa foto a distanza variabile ma, al contempo, protesta ad alta voce su dove e fino a che punto sia giunta la decadenza della nostra civiltà, sul fatto di ritrovarsi in una pubblica spiaggia nel più totale imbarazzo davanti a un grosso pene, forse non pensando che, di fronte ad esso, evidentemente di dimensioni differenti, si trova in effetti tutti i giorni. Secondo me la reazione è forse solo data da una vera e propria defusione sopravanzata, de facto, da un altrettanto inattesa epifania: un perbenista, questo, non se lo può mai certamente permettere. 

Poi ci sono gli igienisti e sono quelli che, di fronte all’oggetto, mentalmente ne evocano in forma subitanea le vicende, passano in rassegna tutti i buchi in cui possa essere finito e, all’immagine degli orifizi ospitanti, ne associa una lunga serie di fluidi corporei di varia compattezza, tra cui urina, sangue, feci, sostanze purulente, alimenti nonché peli, malattie e carne di differente colore. Il tutto ovviamente non fa altro che produrre sui loro volti un climax di disgusto, ribrezzo e nausea piuttosto evidente. Peccato che tale oggetto sia ufficialmente nato e notoriamente legato a pratiche di piacere. E peccato che, a queste pratiche, il destino che ci ha generato e che ci consente di generare, beffardo e non privo di humor, abbia connesso una lunga serie di fluidi corporei di varia compattezza, tra cui urina, sangue, feci, sostanze purulente, alimenti nonché peli, malattie e carne di differente colore. A questo punto lascio alla psicanalisi che cosa si nasconda dietro al disgusto.

Ci sono infine anche gli altruisti, specialmente mamme giovani che, all’immagine mentale del figlio piccolo che gironzola per la spiaggia con in mano quel coso, pensa preventivamente ad avvisare il bagnino che occupa il posto di guardia più vicino al luogo del ritrovamento. Quindi, eccola lì, qualche distinta signora mamma che, facendo ballonzolare tutte le proprie curve, corre verso la torretta di salvataggio con il fare ansioso ed eroico di una delle protagoniste di Baywach per cercare di far scampare a qualche giovane creaturina il trauma della manipolazione con l’alieno, fermo restando che poi, a pochi metri dal traguardo, le vedi inchiodare di botto sulla sabbia e riflettere qualche nanosecondo con lo sguardo perso nel vuoto: cosa infatti dire di preciso al bagnino? Come evitare di mettere mano a una questione di membri direttamente? E se il bagnino, fraintendendo i nobili intenti, puntasse ad altro, tipo una denuncia per molestie o per stalking? Lo slancio eroico si è totalmente ibernato di fronte al tabù erotico.

C’è poi chi, giovani uomini, sfida la sorte e solo per il gusto di farlo si dirige, sempre correndo, dalla parte contraria, verso un posto di guardia più lontano, laddove sta lavorando una povera e fino a quel momento ignara bagnina. Qui ci scappa la malizia, scatta la provocazione, mentre si corre si grida in coro a squarciagola qualcosa tipo: “Al cazzo! Al cazzo!”, si entra nei dettagli dell’oggetto, si avverte del pericolo per grandi e piccini, disabili e vecchie. Qualcuno evoca un reale fatto di cronaca di qualche giorno prima: sul litorale è stato rinvenuto un delfino morto spiaggiato, si dà origine immediatamente ad una teoria del complotto che intravede nel povero fallo di gomma l’arma del delitto perfetto del povero mammifero marino, forse un po’ troppo curioso. Purtroppo, è oramai noto che la specie umana ha diramazioni del cervello di forma intellettuale minore rispetto a quelle di una comune stenella e, in questa occasione, la prova di ignoranza ferina e totale del giovane maschio italiano era evidente. 

Ma di fronte a tutto questo bailamme tipicamente virile come poteva reagire la bagnina? Con molta pazienza e professionalità poco si scuote, lei che di esperienze analoghe probabilmente ne ha già vissute, e quindi, con tutta calma, chiama con la radio i ragazzi del bagno più vicino confermando che c’è un Dildo di gomma spiaggiato sul bagnasciuga e che occorre un volontario per venirlo a raccattare. 

Qui la storia del Dildo purtroppo si interrompe bruscamente perché non me la sono sentita di attardarmi per vedere chi fosse il volontario che se lo fosse voluto raccattare, il Dildo. 

Fatto sta che nel proseguimento della solita passeggiata l’insolito evento mi ha fatto riflettere molto. 

Una volta, in parecchie altre località così come ancora oggi a Cervia, si celebrava il matrimonio del mare, una cerimonia antica, a metà tra le forme di paganesimo e di religiosità popolare, con cui l’uomo rivolgeva il proprio incondizionato ringraziamento al mare per tutto quello che, dal mare, avrebbe ricevuto. 

Una volta, infatti, era così: spettava al mare produrre per l’uomo mentre oggi, in pieno antropocene, sembra quasi che l’uomo di questo se ne sia dimenticato e quindi sia lui a regalare al mare qualsiasi cosa, a volte per sbadataggine, quasi sempre per sbaglio, molto più spesso con la convinzione che tutto quello che si regala al mare, quest’ultimo, zitto e mosca, se lo tenga per sé, senza protestare. 

Ma se il mare oggi ti restituisce un bel Dildo dalle proporzioni generose e ragguardevoli direi che del matrimonio con l’uomo non è stato poi mica tanto contento e puoi anche essere perbenista o igienista o altruista ma il mare, da sempre così generoso, te lo contraccambia lo stesso, e pure con gli interessi, il tuo Dildo. E in questo caso, Priapo docet.


il Dildo spiaggiato

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