venerdì 27 gennaio 2023

Giamboni, Burrone e Olivotto sono i tre vincitori del Narrapoetando 2023!

Complimenti vivissimi ai vincitori e grazie infinite ai giurati Giovanna Passigato, Nino Di Paolo, Paolo Calabrò e Stefano Martello per il loro fiuto e per la passione con cui hanno svolto la loro valutazione. Qui sotto anche i giudizi relativi alle opere votate. Per la sez. Poesia v. farapoesia.

Narrapoetando 2023
sez. Narrativa/saggio

1. classificato

Eterogenesi dei fini 
di Corrado Giamboni (Porto Mantovano)


Corrado Giamboni, nato a Roma nel 1963, si è trasferito molto presto a Rimini. Ha studiato Lettere Moderne a Bologna, dove si è laureato. Ha insegnato prima in Trentino e poi fino ad oggi a Mantova, Italiano e Storia. Secondo al Premio di poesia Casa dell’aviatore, Roma, 1990. Ha partecipato a diverse iniziative culturali, fra cui il concorso Eks&Tra per scrittori migranti, primo nel suo genere. Primo al concorso Rimini raccontata dai riminesi, 1998. Primo alle edizioni 2011 e 2012 del Festival degli scrittori della Bassa, Pegognaga. Collaborazione con l’editore Fara in qualità di giurato. Pubblicazione con Fara della raccolta di racconti Il virus dell’elefante (1999), di una silloge in FaraPoesia (come Massimo Pensante) e del romanzo Il Porsche a metano (2015). Curatore dell’opera Il Villaggio Azzurro di Rimini (2013). Primo al concorso Pubblica con noi con il racconto “Eterogenesi dei fini” (2016). Già redattore de La Cittadella a Mantova, con la quale mantiene una collaborazione, fa parte della redazione del periodico satirico mantovano Il Notturno.

Racconto di fantasia, che nasce in una classica situazione da romanzo giallo, la storia di un agente segreto di bassa lega e delle sue iniziali buffe disavventure condite da citazioni burlesche delle nostre infanzie e dalle parolacce collocate al punto giusto e che si conclude, inaspettatamente, con il flash su una delle oppressioni vissute, nel nostro presente, da un popolo di cui non importa niente a nessuno (o a pochi). (Nino Di Paolo)

La forza di Eterogenesi dei fini risiede nella catena degli eventi, tesa con abilità e intercalata da una certa dose di erudizione. Accattivante nelle descrizioni rocambolesche e scritto in un buon italiano non-basic: «Vidi troppo tardi due calzini che qualche sprecone aveva buttato solo perché un po’ danneggiati. Troppo tardi un corno, me li misi lo stesso, in fondo erano stati appena un po’ inumiditi. Iniziavo a farmi un guardaroba completo, quasi ridevo. E se continuava così sarei diventato misofobo in poche ore». (Paolo Calabrò)

Molto divertente, strampalato, irriverente, gustosissimo, basta saper stare al gioco. Il titolo è molto ironico (un po’ per épater les bourgeois?). (Giovanna Passigato)



2. classificato

La promessa di vita nel tuo cuore 
di Alessandro Burrone (Cigliano, VC)


Alessandro Burrone (1994) è cresciuto tra Torino e Cigliano (VC). Si è specializzato nello studio della lingua e della cultura cinese all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e alla Università di Lingua e Cultura cinese di Pechino. Ha conseguito una doppia laurea magistrale in Storia e affari internazionali presso l’Università di Pechino e la London School of Economics and Political Science. Collabora con diverse riviste e blog letterari. Nel luglio 2022 è uscita per i tipi di Fara la sua prima raccolta di poesie: La sete, il sonno.

È un'autobiografia (ma potrebbe anche non esserlo) che narra, in più quadri, un percorso interiore di rapporti con sé stesso e con la scrittura, con lo studio, con la letteratura e di un incontro con una figura che è stata esempio di giusta relazione insegnante-allievo (relazione avvenuta in ambiente extrascolastico). Il valore dell'opera non è data soltanto dall'originalità del racconto psicologico-esistenziale ma anche da un pulitissima scrittura, grande pregio di questo lavoro. (Nino Di Paolo)

Egotismo solleticante quello di La promessa di vita nel tuo cuore, che incuriosisce con la spinta delle immagini, richiama - minutis minuendis - il tono delle Memorie del sottosuolo (tirando in ballo correttamente Dostoevskij), e dà voce a un uomo alle prese con il più grande dei problemi: «Il mio intento era di raddrizzare – e quindi salvare – la mia anima, l’esistenza della quale è estesamente negata. La mia anima. Come nello scrivere, ma non scrivevo più da anni perché è proibito». (Paolo Calabrò)

Un incipit che vale tutto il racconto. Che è denso al pari dei tempi a cui si riferisce; che a tratti appare arrembante e vorticoso pur mantenendo una propria dignità di genere. (Stefano Martello)


3. classificato

Storia di Chiara 
di Eros Olivotto (Sant’Ambrogio di Valpolicella, VR)


Eros Olivotto nasce ad Ala di Trento nel 1950 e risiede a Sant’Ambrogio di Valpolicella, in provincia di Verona. Esordisce pubblicando poesie e racconti su periodici e riviste letterarie. Nel 1995 esce il primo romanzo Nonostante tutto. Nel 2001, per Perosini editore, pubblica il secondo romanzo Il tempo minore e nel 2003 Sipari, raccolta poetica d’esordio. È del 2007 la seconda raccolta di poesie Ogni istante. Sono seguiti: nell’aprile del 2012, in edizione privata, Elegia per la madre e nell’ottobre 2015 l’antologia di incontri poetici Passi. Per Tau editrice di Todi pubblica il saggio Il senso di Dio. Infine, sempre per Perosini, la silloge poetica Un anno e la raccolta di epigrammi Note di viaggio.

Storia di Chiara è un racconto suggestivo in grado di dare la percezione fisica del narrato, dalle atmosfere tese alla sensazione di solitudine, angosciosa, che si trasmettono costantemente al lettore, avviluppandolo nella stessa consapevolezza che porta la protagonista fino in fondo alla storia. «- Allora? - la distrasse Francesca, comparsa d'improvviso alle sue spalle. Chiara esitava. - È tutto così … - Troppo? - Sì. - Prendiamone un po' - concluse l’amica». (Paolo Calabrò)

Una storia come tante, una donna come tante, una fragilità come tante. Poste sulla pagina con dolcezza disarmante e levità sostanziale, con un ritmo che trasuda tutto il pudore del desiderio e tutte le difficoltà del caso. (Stefano Martello)


Opere votate

Impressioni sulla neve in un anno di limiti e possibilità 
di Jacopo Mori (Belluno)


Jacopo Mori (Feltre, 1974) dal 2007 lavora come insegnante di matematica e scienze alle scuole medie. Ha una formazione liceale classica, ma si è laureato nell’ambito scientifico, con studi prima in Fisica (non terminati) e poi in Biologia. Ha lavorato anche nel mondo del giardinaggio, svolgendo attività di tree climbing, ed è guida naturalistica ambientale. Gli piace coltivare uno stile di vita che cerca di valorizzare le relazioni con quanto lo circonda; ama le attività nella natura, la ricerca spirituale, la dimensione del viaggio e dell’incontro con gli altri.

Robusto e realistico racconto di un appassionato della montagna e dello sci alpino. La montagna si spiega in tutta la sua bellezza e insieme mistero, quasi indifferente agli umani, così piccoli, così fragili. E anche così tenaci e coraggiosi. Ogni parola è dedicata a esprimere e significare lo stupore e l’amore per questo aspetto del creato, che sembra appartenere a un mondo alieno, lontano mille e mille parsec da quello popolato dalle creature umane. È come una cantata sacra rivolta a una divinità raggiungibile solo a tratti, e che per questo risplende ancora più fulgida. (Giovanna Passigato)

Gradevole ma con qualche elemento che confonde eccessivamente realtà e (forse) invenzione. (Nino Di Paolo)


La battaglia di Gemmano 
di Enrico Carlini (Bologna)


Nato a Riccione nel 1969, laureato in Storia (1995) e in Scienze dell’informazione (2002) a Bologna, Enrico Carlini lavora nella medesima Università.

Un ricordo del nostro passato, in cui i preti erano costretti a divenire spie e i giovani ad abbandonare giochi fanciulleschi per altri ben più pericolosi. Un passato che dovrebbe essere sempre ricordato e confermato. Per rinsaldare il nostro presente. Per immaginare il nostro futuro. (Stefano Martello)

Interessante soprattutto nella parte finale dove vengono descritte le morti dei soldati tedeschi e inglesi (un po' alla Remarque) ma meno nella verosimiglianza della trama (la mancata fucilazione, ad esempio). (Nino Di Paolo)


Omeomerie 
di Gualtiero Lelli (Roma)


Nato a Roma nel 1971, Gualtiero Lelli è stato insegnante supplente per circa dieci anni nella scuola primaria dell’infanzia. Ha pubblicato La linea gialla(Montedit 2019) e la raccolta di racconti La morte è un tonfo secco dall’altra stanza e il rumore di una teiera che si infrange sul pavimento (Montag 2020), Non ricordo nemmeno più che voce abbia (Fara 2020), Storia di una regressione infinita (Fara 2022, vincitore del concorso Narrapoetando) e La Città di Dio. Prolegomeni alla nuova dottrina (Montag 2022)
twitter.com/GualtieroLelli

Questi racconti presentano una narrazione originale e una scrittura di qualità. Essi hanno al centro argomenti come l’indolenza (intesa come necessaria virtù, oltre che inclinazione naturale), i luoghi comuni (utilizzati senza vergogna e senza sosta dagli sciocchi) ma anche la “sostanza” del reale (di cosa siamo fatti noi, il sole e la luna) e, infine, il senso di ciò che siamo (dentro e fuori dal tempo). Il tutto attraverso una scrittura ricca di idee originali e di senso dello humor.
 (Nino Di Paolo)


I naufraghi dell’Ultraspazio 
di William Protti (Santarcangelo di Romagna, RN)


William Protti, nato nel 1965 a San Marino, vive a Santarcangelo di Romagna. Appassionato di fumetti, ha ideato varie strisce e tavole a livello locale; ha disegnato la copertina di Poesie in soffitta e l’illustrazione a corredo del racconto conclusivo de Le Favole dello zio Oliviero (Ed. La Sfera Celeste). Sua la traduzione visiva di Filastrocche piccole così (Danilo Montanari Editore). L’impegno in ambito culturale e artistico lo ha portato a collaborare all’impaginazione di alcuni libri, tra cui Terre Splendenti – La Via Crucis di Giulio Liverani (Ed. Il Ponte). Fra il 2015 e il 2016, con i racconti “Un giorno di follia” e “La minaccia”, si è classificato quarto nei concorsi fariani Rapida.mente e Pubblica con noi. Nel 2017 è terzo al concorso Narrabilando con Kronin. Visioni dal futuro e nel 2018 secondo al Narrapoetando con Vera.

Un racconto di fantascienza piuttosto cervellotico. Scritto piuttosto bene, lascia spazio alla suspense che però si stempera in un finale alquanto prevedibile e semiconsolatorio. (Giovanna Passigato)

giovedì 12 gennaio 2023

La verità riflessa a teatro: Lumezzane (BS) 21 gennaio 2023

Giorgio Comini presenta il suo romanzo
La verità riflessa
in versione teatrale e musicale

Teatro Odeon di Lumezzane (BS)
Sabato 21 gennaio 2023 ore 20:45

 


giovedì 5 gennaio 2023

A Torino con Lampedusa

A Torino con Lampedusa



Non vorrei scrivere qualcosa d’inutile. Forse è questa stessa volontà a renderlo inutile. Ma è una volontà che ha occupato tante mie notti e tanti sogni. Tuttavia persino dire “mie” mi ha fatto trepidare per un istante. Con quale autorità, mi sento libero di scrivere di qualcosa che ha così poca consistenza? 

 

Con la mente torno spesso a quel periodo tra i miei diciassette e diciotto anni. L’ho ripercorso in racconti più di una volta. Torno ad un appartamento in Piazza Vittorio a Torino, sul lato sinistro venendo da Piazza Castello. Ci torno con nostalgia e dolore, come succede quando sono a Torino: è successo molto lì, e molto altro che sarebbe potuto succedere e non è mai stato. Entrambi ancora sopravvivono in me, in qualche modo, anche quando viaggio o cambio casa. 

 

Vorrei tornare da Gemma, questo desiderio ho sentito molte volte. Eppure ricordo poche cose di allora, di quel periodo durante l’ultimo anno di liceo; andavo da lei per fare ripetizioni di greco e latino. 

    

Mi aspettava di solito, una volta uscito dall’ascensore con l’interno a specchi, da cui mi spiavo — la mia espressione e i vestiti del giorno, come mi avrebbe visto tra poco — al balcone che dava sull’ombroso cortile interno, appoggiata con gli avambracci sulla ringhiera, davanti alla porta dell’appartamento, fumando. 

   

Fumava, mi aveva detto, poche sigarette al giorno, e come lo faceva dava l’aria che fosse un piacere rubato o una concessione. Era quasi sempre l’odore forte della sigaretta appena fumata, oppure un lontano ricordo, come di qualcuno che ha fumato nella stanza due giorni prima. Prima della lezione portava di là il posacenere. Viveva sola, del resto – di tanto in tanto qualche giovane si palesava, uno con cui studiava spagnolo, e bussava o entrava direttamente perché, specie d’estate, lasciava la porta semi-aperta. 


    

La casa sapeva di mobili vecchi e di fumo, di libri consunti dal tempo e da pochi occhi, classi di studenti. La scrivania bianca nello stretto studiolo in cui traducevamo le versioni si reggeva sopra due semplici cavalletti di legno chiaro. Appesa ad una parete, a lato, c’era il manifesto di un film di Totò; un’alta sedia in vimini stava nel salotto, poco lontana dalla cucina, dietro. Da lì la immaginavo ascoltare la radio, che “mi tiene tanta compagnia”. L’appartamento era di pochi metri, buio appena si entrava. Le librerie spartane, fatte di aste di ferro.

    

La luce era riparata dai tetti; la distesa della piazza rovente, e l’ampiezza dei portici, i corridoi di lastre sconnesse da cui provenivo; il Po’, rigato dai ricami del ponte verso la Gran Madre, lo spiraglio di verde delle colline.


 

*

 

Aveva un problema alle mani che le faceva gonfie e grasse, una in particolare. Ma le muoveva veloci, delicatamente, quando mi spiegava qualcosa, come se nulla fosse, e questo le rendeva ancora più affascinanti: soprattutto quando parlava di una qualche guerra e imitava la corsa di questo o quest’altro esercito, con l’impaccio che le faceva risaltare, i capelli agitandosi che seguivano la marcia. 

    

A chiuderla, sul polso, indossava uno Swatch, uno nero o uno di un verde fluo, un colore molto acceso. Si vestiva in quella maniera, un’eleganza funzionale e con colori del genere, rossi vivi, uno stile un po’ ribelle, forse retaggio del post-’68? così pensavo; solo a volte totalmente di colori scuri e più tiepidi. 

     

Aveva una folta chioma grigia di riccioli soffici, che si spostava sopra la sua testa mentre parlava o si animava; una sottile pappagorgia, gli occhi leggermente ovini; il suo volto era molto espressivo. Diceva subito, con gli occhi o in modo affettuoso ma schietto, quello che pensava. Se dicevi una cosa platealmente sbagliata, specialmente se per distrazione, si innervosiva in fretta. Ma spesso si limitava a degli scappellotti di incoraggiamento, col sorriso, con una confidenza che non avevo mai sperimentato da una persona adulta e sconosciuta. 

 

La sua didattica era la sorpresa, per esempio nel trattenerti sulle spine con un beffardo scrutarti per qualche istante. 

 

Era questo modo di porsi, dedito e accogliente, sin dalla prima volta; umile nonostante la differenza di età e sapere, estrema. Se fossi stato una zucca vuota e un fannullone me lo avrebbe detto in chiare lettere, ma non per questo avrebbe smesso di darmi ripetizioni. Del resto, per qualche motivo nei confronti della pigrizia sembrava lasciar correre con più indulgenza. 

     

*



 

C’erano dei luoghi della passione di cui mi incoraggiava a parlare. Quello che avrei fatto, se sarei uscito, quello che mi appassionava; qualsiasi cosa fosse. Non che si soffermasse lungamente, ma non mancava di farmi simili domande. Quando tornato dalle vacanze estive, le dissi che avevo amato Il piacere di D’Annunzio, si era accesa, mi aveva detto che non dovevo tenermi queste cose per me, no, tutt’altro, e che dovevo avere una certa sensibilità.

    

Mi aveva accennato della sua passione, in quel periodo, per i romanzi di Javier Marìas, specialmente Domani nella battaglia pensa a me. Leggeva in spagnolo, che allora studiavo anche io, lamentandosene, per la fatica, ostinata; e per leggere qualsiasi cosa si chinava a pochi centimetri con gli occhi dalla pagina. 

 

Un giorno mi affidò una sua copia del Mastro-don Gesualdo, raccomandandomene la lettura. Dopo alcune settimane, capito che non avrei fatto in tempo a finirlo, mi invitò a restituirglielo.


*


 



 

La mia tesina per la maturità, decisi che avrebbe dovuto essere sul romanzo di Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo; mi era capitato di leggere un articolo su questo sconosciuto – l’incontro mancato con Marguerite de Yourcenar – su un inserto culturale della domenica. 

    

Nella pagina del giornale in una foto in bianco e nero, sedeva, consumato, elegante e pettinato, anziano, in un vestito chiaro, col farfallino, il volto teso a sua volta verso un giornale spiegazzato tra le gambe e lo sguardo vivo alla camera, sorriso di maschera paziente, muta. 

    

Me lo ricordo anche in un’altra foto da giovane – nella copertina del cofanetto delle Opere, che mi fu regalato più tardi – infossato, quasi sdraiato su una poltrona di pelle, già pingue, i baffi sottili, con un libro in mano, le gambe incrociate a formare una specie di quattro. Sempre impomatato e lucido. Un’altra, che usai sul fascicolo della tesina, con lo sguardo perso sopra il tavolino di un caffè, di profilo, tra carte, l’immancabile sigaretta tra le dita.

   

Avevo letto un po’ tutto quello che avevo potuto raccogliere oltre al romanzo, che avevo all’inizio in una versione ridotta per ragazzi: i racconti, le lettere spedite dal Regno Unito e da Parigi negli anni ’30, ai fratelli Piccolo e a famigliari (firmandosi “il Mostro”). Il resoconto di Francesco Orlando sul suo rapporto con lo scrittore. Un recente saggio di critica. Un mio compagno di classe viveva in via Bertola – poco lontano dalla scuola – dove, al numero 18, aveva alloggiato anche il “senatour” Rosario La Ciura, il grecista de La sirena.

 

Gemma accolse la mia venerazione per Lampedusa come qualcosa di scontato e al contempo come sorprendendosi che quella potesse essere una scoperta: lo rileggeva, mi disse, ogni due o tre anni. 

    

Mi fece notare – come amici le avevano segnalato – la somiglianza dell’incipit del romanzo con quello dell’Ulysses di Joyce (di cui mi rimangono gli “yes” ripetuti nel finale); avevamo parlato di umorismo (Lampedusa aveva sempre sul comodino una edizione del Circolo Pickwick di Dickens – o basta aprire a caso le lunghe, “grasse” lezioni di letteratura inglese e francese). Come rileva Javier Marìas, visse il sogno di ogni scrittore, ovvero essere fino alla fine inconsapevole di esserlo.

 

Un giorno le portai un articolo del suo Marìas – che scoperta! – proprio sul libro di Lampedusa, che stampai appositamente. Non lo conosceva. Si intitolava “Odiar el Gatopardo” (riferimento al passaggio memorabile delle estreme riflessioni del Principe di Salina durante la scena del ballo) che divenne altrettanto il titolo della mia tesina. Alcune settimane dopo, mi rese l’articolo, dicendomi che aggiungeva poco rispetto a quello che già si sapeva sul conto del romanzo.

 

*



 

Nella prima delle otto parti del Gattopardo, l’episodio della passeggiata del Principe nel giardino portatore di oscuri presagi, con il cane Bendicò: da un angolo del giardino tuttavia, emanando un profumo “infantile” – “l’oro di un albero di gaggìa intrometteva la propria allegria intempestiva.” 

 

“Gli spettri del passato” di Concetta, nella ottava ed ultima parte. E quel “sempre” ripetuto tre volte, nella sesta (durante la scena del ballo).  

    

Ci si può accorgere di essere vivi a diciotto, a ventotto, passati i sessanta anni quasi. Forse è l’ammirazione che produce capolavori, l’invidia o la frustrazione che si ritorcono in nostalgia dell’ineffabile e in desiderio di libertà, lo sguardo che ritorna bambino. Incenerimento della presunzione.

 

Gente che, appunto, si crede il sale della terra.


 

 



 

Nel retro della mente, ci sono sempre stati quegli anni in cui vagheggiavo con l’idea di diventare uno scrittore. Volevo diventarlo. Oltrepassando i cancelli del Palazzo Reale, come nel primo racconto che scrissi in quello stesso periodo, immaginavo Castore e Polluce scendere dalla cancellata con i loro cavalli imbizzarriti, correre via tra tetti e cupole. Quel racconto, terminava nel teatro Regio a pochi passi con un bacio trionfante, sotto le note dell’“Habanera” di Bizet: “L’amour! L’amour!…” 

 

C’era qualche cosa, nella vita cominciata cinque anni prima trasferitomi a Torino per il liceo (per chi viene da un paese di provincia, un tratto breve di tram è un viaggio completo), come di una quotidianità consolidata e continua: una concretezza delle cose, delle persone e dei luoghi, delle vie, dei negozi frequentati… ma inconsapevole – e che non sarebbe stato mai più: ora lo ritrovo, ma è subito la sensazione che passerà, che è illusorio. 


"Come era possibile infierire contro chi, se ne è sicuri, dovrà morire?" pensava don Fabrizio, in quella scena del romanzo (parte sesta) "voleva dire esser vili come le pescivendole che sessant’anni fa oltraggiavano i condannati nella piazza del Mercato. . . Non era lecito odiare altro che l’eternità."


 

*




      

Sedevo nella piazza più grande della città, in una rientranza tra due colonne del portico; osservavo da lontano le ripetitive decorazioni dei palazzi – in piazza Vittorio, a Torino –, anch’essi ugualmente porticati, semplici da sfiorare l’icona. Le finestre strette alte lontane. La gente passava, dietro e davanti, con fare spensierato, a grappoli, soli. 

    

Qualcuno mangiava un gelato in una delle basse panchine di pietra poco distante; il passaggio costante delle macchine sui sampietrini in mezzo alla distesa. Alcune folate di brezza fresca. Più in là, le chiome degli alberi sfumate di verde e di giallo sulle colline, sperdute sulla destra. In mano un libro – Il giardino dei Finzi-Contini – furtivamente. Di tanto in tanto davo un’occhiata intorno; ma soprattutto guardavo una finestra in particolare. 

 

Il pomeriggio era appena cominciato, e mi ero recato in quella piazza dopo la scuola, di proposito con largo anticipo. Aspettavo di andare in quell’appartamento, dall’altra parte della piazza, per fare le ripetizioni di latino e greco, dall’anziana insegnante in pensione. 

   

Finita la maturità, non la incontrai mai più. Amavo Micól, tanto quanto il protagonista del romanzo di Bassani. Della sua passione travolgente. Il sole batteva torrido su tutto ciò che mi circondava, ma per un breve tratto, rimanevo nell’ombra. 

     

Aspiravo a sparire davanti a qualcosa.

 

*


Marìas riporta che Lampedusa teneva particolarmente al sonetto di Shakespeare sulla lussuria (129): “nessuno sa bene / come scansare il paradiso che porta a tale inferno“.  

 

Se scrivo sulla pagina che il mio cuore è pieno d’odio, l’odio forse svanisce.

 

*



Non saprei dire quando ho incominciato a scrivere. So che qualcosa è scattato un’estate, qualche anno prima di liceo – dopo alcune prove durante i temi in classe. Svolgevo forse per sfida, forse per pigrizia, sempre il tema D, cioè la traccia libera: mi facevo sorprendere dalla proposta, e mi lasciavo andare sulla pagina. Essendo disgrafico, mi era consentito di utilizzare il computer portatile per scriverli, dandomi una capacità di espressione più elevata rispetto al normale. E tuttavia mettermi davanti alla pagina, ho scoperto, e dare sfogo alle mani, rappresenta una sfida più grande di quanto mi potessi immaginare. 

 

Questo movimento mette in moto tutto noi stessi, il cuore e la testa, la nostra intera vita sulla punta della penna. L’esperienza è talmente travolgente, che non se ne può che uscire mortificati: più consapevoli dei propri limiti. Scegliere per sé la parte del più piccolo, del più insignificante, a questo punto, diventa quasi naturale – aderenza semplice a ciò che si è sentito e toccato. Questo si continua a fare: mettersi davanti alla pagina e sentire presente la propria insufficienza, la propria mancanza. E continuare a volere per sé la parte più piccola, secondo l’esperienza. E tornare a combattere sulla pagina. E via di seguito.

 

Pierre Reverdy scriveva: “Tutti i doni che l’uomo riceve da Dio, deve restituirglieli al piu presto e volentieri. Altrimenti vanno a male e si rovinano, come un buon vino in una botte guasta.” Nel tentativo di capire (“Perché, per poter capire, bisogna essere cambiati molto", scriveva ancora l’autore de Il guanto di crine) così voglio fare anche io.  

 

*

 


C’è un periodo che va dalla remota infanzia, cioè la smemoratezza e giunge alla prima adolescenza, che è legato al bianco delle piste da sci e al freddo, alla bufera di certe mattine, ai refoli di pulviscolo sulle lastre di neve ghiacciata passando con lo ski-lift, col cielo azzurro o le nebbie fitte, portati e contemplanti. Contemplati anche, a forza di andare su e giù. Si pratica con arte una specie di inconsapevole attività: la discesa non ha spettatori, o altri scopi del semplice riportarci a valle. Si tratta di scendere tutte le volte un po’ meglio, di scendere. Forse non ho mai smesso di sciare, non ho mai smesso di voler sciare.

     

Opporre con le lamine, le ginocchia e lo stile la deriva della gravità che si porta gli sci sulla pista.  
   

Immaginarsi la discesa e giù, insieme a tutte le piste che si sono già percorse, le dune, le gobbe, le buche, i cumuli, le distese e le strette su cui non siamo ancora stati. Altre discese, e ridiscese sulle pagine. 



A.B.

 


domenica 1 gennaio 2023

OGGI SIAMO PIÙ POVERI

di Sandro Serreri





Sabato, 31 dicembre 2022


Oggi, alle 9:34, Papa Benedetto ha aperto e chiuso la porta ed è partito, lasciandoci attoniti e smarriti. Oggi, nell’ultimo giorno dell’anno, come a voler segnare un termine. E lo ha fatto con il tratto distintivo della sua personalità: l’umiltà, quella di sempre. Oggi, all’inizio di una giornata di corse per gli ultimi acquisti in vista del cenone e della festa per salutare e brindare al Nuovo Anno. Oggi, sì, per non disturbare nessuno, neanche i romani che, appresa la notizia, pigramente e lentamente si sono resi conto di quel che era accaduto accanto alle loro case e luoghi di lavoro. È partito senza clamore, annunci solenni, ma con discrezione, da timido qual è sempre stato. L’umile operaio sulle cui spalle curve, da docente, la Storia ha fatto cadere un timone pesante e faticoso. Uomo sensibile e perciò capace di vedere e udire oltre, poeta, musicista, ancor prima che teologo, spense una lampada che ardeva per accendere un lumicino sul monte, in un luogo a parte, immerso nel silenzio dove la Voce è una sola, notte e giorno. Quasi impacciato nei gesti, si mostrava aperto e indifeso, come l’apostolo dipinto da Gesù nella sua predicazione messianica. Il suo parlare pacato, chiaro, mite, resterà in chi oggi, ancor più di ieri, sente la fatica di una Fede sofferta perché vissuta nel terribile quotidiano. L’addio ultimo e definitivo sarà celebrato alla vigilia dell’Epifania natalizia, nel segno della Stella che giunge e della Sapienza che s’inginocchia rappresentata dai Magi. Ecco, un sapiente capace di fare sintesi, che in ginocchio ha servito obbedendo allo Spirito e alla Storia che non cessano di soffiare sulle vele dei popoli in cammino. Ora che il lumicino si è spento, ecco la speranza di un nuovo intercessore presso il Signore, nei Cieli dei Cieli.

venerdì 30 dicembre 2022

È bello ritrovarsi in queste pagine.

Giancarlo Baroni, Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura, Prefazione di Elio Grasso, puntoacapo 2022 


recensione di AR



Forte e appassionato lettore, il poeta, narratore, critico letterario, saggista e valente fotografo Giancarlo Baroni ci apre il vasto mondo dei suoi incontri con autori che hanno inciso significativamente nel suo percorso di uomo consapevole, come un novello Renato Serra, che vita e letteratura sono strettamente (forse necessariamente) connesse. Queste dieci riflessioni in realtà contengono stormi di lucciole che illuminano notevoli estensioni del buio che ci spinge in fondo a conoscere, aristotelicamente.

Le riflessioni sono divise esattamente in due: cinque compongono la prima parte “Un cannocchiale nel buio”, le altre cinque la seconda “Una incerta beatitudine”. Pare dunque esserci una progressione gratificante (ma, vedremo, con juicio) del processo conoscitivo. Vediamo un po’, sia pur di corsa e per lacerti, il percorso del Nostro.

La prima riflessione si intitola, in bilico fra ironia e desiderio, “Un senso arriverà” e inizia splendidamente così (p. 13): “A volte immagino che a ognuno di noi, prima della partenza definitiva, vengano dati un foglio e una matita. E ci venga chiesto di scrivere la parola o la frase che riteniamo decisive e fondamentali per comprender la vita, le cose, il mondo, l’universo. Temo che esiteremmo e che forse riconsegneremmo il foglio pulito intatto. (…) Benevolmente la letteratura viene in nostro soccorso.”

Nella pagina successiva troviamo questa condivisibilissima affermazione: “La letteratura comprende e armonizza utile e dilettevole, conoscenza e bellezza, e ci permette di esplorare con eleganza le cose e il loro significato.”

La riflessione seguente è quella che dà il titolo alla prima parte e vi troviamo molte interessanti considerazioni. Ad esempio: “La sostanza delle cose (ciò che sta sotto e le sostiene) e la loro essenza (ciò che resiste al trascorrere del tempo e al mutare delle apparenze) sono solo in minima, infinitesima parte esplorabili e conoscibili.” (p. 16); “ci dobbiamo accontentare di squarci di verità che, come farmaci, leniscono momentaneamente la nostra ansia di conoscenza: i nostri occhi sono cannocchiali puntati sul buio.” (p. 17); “forse il mistero non è il prodotto dell’ignoranza e dei limiti umani ma la sostanza insondabile che anima, nutre e feconda il mondo.” (p. 20).

“L’enigma della chiarezza” è il titolo della terza riflessione ricca di citazioni. Alcuni passaggi: “Ogni libro pubblicato entra a far parte di una rete e stabilisce dei contatti con le opere che lo hanno preceduto e che lo circondano” (p. 22); “Scrive mirabilmente Raffaello Baldini (…): «Metti che venga la fine del mondo. Domani, / dopodomani, e moriamo tutti, metti che la terra / s’infradici, si sbricioli, / (…) / … si spegne il sole, / le stelle, viene il buio, / non c’è più niente, e in tutto quel buio il tempo / andrà ancora avanti? da solo? / e dove andrà».”

La quarta riflessione è cautamente speranzosa: “Post tenebras spero lucem”. Si parla della morte, di un insondabile aldilà, di una eventuale permanenza dei defunti, di loro tracce, nei viventi (p. 25): “«Soltanto il tempo veramente scrive / usando come penna il nostro corpo» afferma Valerio Magrelli e Cesare Viviani aggiunge: «Dicono: è mancato, è scomparso, / ma no, è diventato tempo, / quel tempo che ci circonda, / ci tocca, ci assilla, / ci seduce, / ci corteggia ogni giorno / finché non cediamo».”

A p. 27: “Elias Canetti si pone questa drammatica domanda: «E se Dio si fosse ritirato dal creato vergognandosi della morte?». Dell’aldilà non siamo capaci di dire con precisione nulla (…). Ciononostante abbiamo il diritto di credere e sperare nell’aldilà, (…) Blaise Pascal sa bene che «il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce».”

A p. 30: “Non siamo fatti di divenire, per questo siamo attratti dalla permanenza. Desideriamo quello che ci manca, aspiriamo a una completezza che non possediamo, andiamo alla ricerca della parte assente.”

Strategicamente al quinto posto abbiamo la riflessione “La menzogna di Ulisse”, e ci parla di scaltrezza, doppiezza, ambiguità ma anche, dantescamente, del desiderio di conoscere, di varcare i confini del noto per cercare di attingere l’ignoto, il sempre nuovo. Alla fine troviamo quanto segue (p. 39): “la menzogna di Ulisse è quella tipica della letteratura: inventare tante storie e raccontarle bene. Il viaggio di Ulisse non è ancora terminato.” 

Eccoci arrivati alla seconda parte che si apre con “La faticosa necessità della scrittura”. Baroni apre con Majakovskij, si procede con Flaubert, Kafka, Vittorio Bodini, Thomas Wolfe, Vargas Llosa, Conrad, Ezra Pound, George Orwell, Thomas Mann, Rilke, Antonia Pozzi ecc. La sintesi finale è intrigante (p. 50): “La scrittura si presenta quindi contemporaneamente come sofferenza e piacere (…). La figura retorica che meglio la rappresenta non è l’antitesi ma l’ossimoro. (…) A cominciare da «doloroso amore», l’ossimoro che Umberto Saba, in una lirica pregevole dedicata all’avventuroso e contraddittorio Ulisse, riferisce alla vita e noi estendiamo alla letteratura.”

La settima riflessione, “La beatitudine incerta dei poeti”, applica questo approccio alla poesia (P. 54): “Il boliviano Oscar Cerruto afferma (…) che le parole poetiche sono contemporaneamente liberatorie e opprimenti, rassicuranti e perfide, amichevoli e traditrici (…)”.

“Realtà, Poesia” è il titolo della ottava riflessione. Scrive il Nostro a p. 57: “Esistono diversi livelli della realtà; grazie alle sue doti intuitive e analogiche la poesia è in grado di svelare parzialmente l’essenza che si nasconde dietro questi strati (…)”

La nona riflessione è un succoso saggio dal titolo “Classicisti, realisti ed ermetici nella poesia in lingua italiana del Novecento. (Tracce, ipotesi e indizi)”. E così è la decima e ultima “Sui romanzi di idee”. A p. 73 ci viene giustamente ricordato che “la sostanza senza la quale il romanzo si smarrisce sta nella sua capacità di raccontare, nell’abilità di creare e di intrecciare delle storie”.


Un libro davvero ricco di spunti, bagliori e connessioni, questo di Giancarlo Baroni, sicuramente utile a tutti coloro che amano leggere e scrivere.

venerdì 16 dicembre 2022

News da Adele Desideri, Natale 2022

a cura di Adele Desideri


Gentili lettori, segnalo quanto segue:

*La raffinata recensione di Gilberto Isella alla raccolta di poesie L’angelo e il tempo, e altri poemetti, di Vincenzo Guarracino, Book Editore, 2022, pubblicata ne L’Osservatore, n. 46, 12 novembre 2022.



Gilberto Isella: Classico e moderno nella poesia di Guarracino

Cultore di letteratura classica, greca e latina (mi basterà segnalare la versione del Poema della natura di Parmenide) e studioso di Leopardi, Vincenzo Guarracino ci offre, dopo lunghi anni di silenzio, un’ulteriore prova della sua creatività poetica. La raccolta, fresca di stampa, s’intitola L’Angelo e il tempo (Book Editore, 2022). Si tratta di nove poemetti scritti e rivisti tra il 1978 e il 2022, dove il segno della classicità è ben vivo. Non solo per l’adozione di stilemi compositivi che fanno rivivere il clima dell’epica, ma anche per il lucreziano amalgamarsi, nella scrittura, di poesia e pensiero. Una classicità comunque sui generis, perché profondamente imbevuta di sensibilità moderna, di cognizione del presente, capace di infondere sublimità armoniosa anche al disincanto.
Lo avvertiamo in particolare nel componimento più impegnativo, Frammenti di Cilento, epigrafato da versi di Luzi, in cui la riflessione sul pensiero parmenideo si coniuga con l’istanza autobiografica, intrisa di ricordi ed emozioni. Per farla breve: Parmenide di Elea e Vincenzo di Ceraso sono figli della medesima terra: il Cilento. Un dono della tyche, potremmo azzardare. Fin dalla prima sestina salta all’occhio un sottile gioco di ‘convergenze nella distanza’, a partire dal qui d’avvio: “Qui dove il pensiero fu sognato/ e lo Sfero brillò di ignota consistenza” (il riferimento è all’Essere indistruttibile). L’intersezione dei registri e dell’argomentare si chiarisce nella strofa successiva, quando l’autore si richiama “al mito di resistere anche al fosforo/ e al benzene dell’estate del millennio/ sul sentiero che sale a Porta Rosa/ ancora fumano pire di miasmi/ di plastica immolata all’inautentico”. I lemmi alti “pire” e “immolata” son lì ad attutire inopportuni effetti di realismo.
Che la vita abbia pieno “diritto alla memoria”, come rileviamo dai Frammenti, lo testimonia un altro poemetto, Una visione elementare (1990), dedicato a Roberto Sanesi, poeta italiano tra i più notevoli del dopoguerra, e anglista. Una nota curiosa: questo testo, come i Frammenti, comincia con l’avverbio qui in funzione presentificatrice. Nel nome di Sanesi (“l’Altro ti pensa dal suo esistere”), e beninteso sulla spinta del desiderio e dell’affetto, Vincenzo accoglie nel suo incantato vascello (vedi il dantesco “Guido, il vorrei”) scrittori e artisti amici del poeta milanese. Sotto lo sguardo compartecipe dell’autore incontriamo Grytzko Mascioni, Massimo Scrignoli, Emilio Tadini e molti altri. Una ghirlanda animata intorno al nome di Roberto, a rimemorare luoghi e occasioni vissuti in comune, fino a capacitarsi che la vita “è l’ossimoro perfetto”.
Quanto a L’Angelo e il tempo, legato tra l’altro alla nascita del figlio Angelo e composto in quell’anno (1987), si tratta di un dialogo imperniato sul tema dell’Annunzio. Il quale s’impersonifica in una creatura alata inscritta nel cielo e a sua volta scrivente: “in una trama/ di segni, io stesso/ di fulgore e d’arte fatto segno (e sogno)”. Uno scrivere e annunciare enigmatico, il suo, ispirato nel contempo alle “forme della luce” e al “corpo del silenzio”. Un modo, insomma, per definire la Bellezza al di là della ragione.

È così

che io, il QuintoAngelo, annunzio

e segno ciò che mi segue e mi precede:

perché io sono

il disagio del razionale, l’evocazione e l’annuncio

e insieme la bellezza che vi salva,

l’inascoltata, inutile Bellezza.



*Recensione di Nicola Di Mauro, al delizioso volume io minuscolo Credo, a cura di Margherita Bovio e Rosa Elisa Giangoia, Introduzione di mons. Nicolò Anselmi, Edizioni Ares 2022, ne L’Osservatore Romano, 5 dicembre 2022.
“Una raccolta di testi sapienziali dell’uomo di oggi, in cui emerge «quel bisogno di religiosità» che accomuna tutti gli esseri umani”.




*Michele Brancale, Salmi metropolitani e altri versi, Con uno scritto di Antonio Tabucchi e una nuova sezione di inediti. Nota introduttiva di Paolo Ruffilli, Passigli Poesia, 2022
“I Salmi metropolitani di Michele Brancale furono salutati alla loro uscita nel 2009 da Antonio Tabucchi come espressione di una voce altra, che «per chi riesce a sentirla ha un codice sonoro di altissima intensità ma che non è udibile da nessun altro perché non viene da fuori, viene da dentro». È la voce della poesia che «non appartiene alla geometria con cui dobbiamo misurare il reale, viaggia su frequenze diverse, attraversa l’opacità di ciò che chiamiamo ‘evidenza’ aprendo fessure in tutto ciò che ci circonda, introducendo un altro senso»”. Questo scritto di Antonio Tabucchi accompagna ancora questa nuova edizione dei Salmi metropolitani; e abbiamo voluto conservare anche la breve e acuta nota introduttiva di Paolo Ruffilli, che ne coglieva subito l’originalità nel continuo rimando tra «dimensione personale e corale, tra osservazione e senso di grazia, tra descrizione e invocazione», alla ricerca di «un senso possibile e condiviso di umanità». Dieci nuovi componimenti inediti, di registro diverso, completano questa nostra edizione, arricchendo ulteriormente una lettura di eventi e di situazioni che, iniziata appunto con i Salmi metropolitani, era poi proseguita con la raccolta Rosa dei tempi, apparsa nella collana di poesia di Passigli nel 2014”.

*La rivista, preziosissima e copiosa, AT arti e teologie, arts and theologies , n. 5 - ottobre 2022, al link
https://www.artiteologie.it/

*La rivista di poesia Fluire, n. 12 luglio agosto 2022, consultabile al link http://poesiaallachiarafonte.ch/Fluire-12/

*Alex Bardascino, Luciano Curreri, Non di sola destra, Sei ‘solisti’ della Repubblica delle lettere (1953-1986), Rubettino 2022

“La Repubblica e la Repubblica delle lettere del secondo dopoguerra hanno come minimo comun denominatore l'antifascismo. Questo legittimo impegno civile e letterario ha dato vita a una cultura che ha saputo esprimere momenti e pagine indimenticabili, che anche gli autori di questo librino hanno letto e studiato. Nella seconda metà del Novecento, non scompaiono tuttavia le 'narrazioni di destra'. Qui, se ne sono selezionate sei, in circa 35 anni di vita repubblicana, tra 1953 e 1986, a partire da sei 'solisti' che rivendicano, secondo modalità differenti, un'adesione al fascismo. Certo, da Rimanelli a Mazzantini, passando per Berto, Zangrandi, Virgili e Salierno, la 'narrazione filofascista' pubblicata nel periodo della Prima Repubblica appare ancora come un tabù letterario e 'saggiarla' sembra quasi un tentativo di revisione storica scomodo tanto al pubblico quanto alla critica. Quando invece leggere questi scritti che mettono al centro la storia di una generazione pregna di immagini e idee del Ventennio, tese poi a concretarsi in quell'adesione che si esplica in seno alle milizie dei volontari fascisti, alle truppe della Repubblica Sociale, ai movimenti sovversivi dell'estrema destra, discopre un mondo di cui bisogna tener conto, oggi forse più di ieri, per interrogare e provare a capire un ritorno del fascismo, che non è solo più una moda, un fondale, come per tanta narrativa italiana (di genere e non solo) tra anni Novanta e Duemila” (al link https://www.mondadoristore.it/Non-sola-destra-Sei-Alex-Bardascino-Luciano-Curreri/eai978884987340/).

“Incidimi sui palmi il mondo,/ di rosso melograno traboccami.// Quando tutto rovina, come qualcosa/ che ancora sogna e smisura// oltre il recinto del dicibile/ sopravvivimi parola/ a fa’ che tutto ciò che ho amato/ in te si compia e perduri”
(Donatella Nardin, Rosa del battito, FaraEditore, 2020)

Auguri di Buone Feste

Adele Desideri