martedì 31 maggio 2022

Un prepotente desiderio di rinascita

recensione di Giuseppe Moscati 

Storia di una regressione infinita di Gualtiero Lelli 


alla p. 2 di CARTA 093 

FOGLIO INDIPENDENTE DI NOTIZIE VARIE, INVIATO PER POSTA ELETTRONICA DAL GRUPPO 90 ARTEPOESIA VI 2022



Chiede implicitamente ausilio a Borges e a Leopardi,

perché lo assistano nella sempre delicata impresa

dell’incipit, Gualtiero Lelli nel suo romanzo Storia di una regressione infinita, fresco di stampa per i tipi del sempre dinamico Fara Editore: lo chiede, rispettivamente, al borgesiano Lo sahir e al leopardiano Ultimo canto di Saffo. Poi, in tutta onestà, più avanti confessa: «Non sono di quelli che trascorrono la vita a lasciarsi rimordere dai rimpianti, né di quegli altri che credono con convinzione che a tutto vi sia un senso e la vita di ciascuno segua un percorso ben delineato» (pp. 29-30).

L’autore, romano classe ’71, ha una penna sapiente, che sa essere morbida quando occorre un po’ di lievità e però è anche ben sollecita a trattare con coraggio aspetti ostici della vita come la sofferenza, una certa fatica delle relazioni umane e, non da ultimo, il grande tema della vulnerabilità dell’essere umano. Anzi, a tratti si ha l’impressione che la sua narrazione sia una forma romanzata di riflessione filosofica sul dolore, sull’assenza, sulla melanconia e sul nostos, sulla criticità del rapporto padre-figlio; tuttavia non mi pare manchi mai la luce che – se a volte può ridursi al classico lumicino messo di continuo a repentaglio da un forte vento – è capace pure di tenere viva la speranza di un “prepotente desiderio di rinascita”.

«Solo un’ingestibile angoscia ti ricorda che sei un essere umano. Ma nemmeno questo ha alcun senso, al

momento. Non più di una vita montata male da un

manutentore assunto da poco. Non più dell’abitudine che tutti abbiamo ad accettare la morte, in ogni sua

fantasiosa manifestazione» (p. 13). Vedete? Siamo tra le pagine di un romanzo, per giunta premiato al Concorso nazionale Narrapoetando, ma tutto a un tratto ci accorgiamo che tra le righe albergano pensieri filosofici, appunto, meditazioni sull’esistenza e il suo significato, sull’elemento drammatico che non manca mai nella vita e, al tempo stesso, sulla fine che incombe ‘di diritto’, tenendo presente la nostra condizione di esseri-per-lamorte, per dirla con Heidegger.

Né poteva mancare quel sottile filo d’ironia che fa di

questo libro una sorta di amabile esercizio di

punzecchiatura: «Sappiamo – si legge per esempio prima di incontrare un richiamo al Talmud – quale collegamento vi sia tra religione e surrealismo e quanto ciò costituisca fonte di svago per i cabalisti e i razionalisti di ogni convinzione morale e religiosa» (p. 18).

Ce ne usciamo, dalla lettura di Storia di una regressione infinita, con una matura consapevolezza: ogni individuo ha un ruolo fondamentale all’interno della “nostra commedia estemporanea”: nessuno può essere ridotto a semplice comparsa, insomma; e Lelli lo dice giocando (e, come quasi tutti i migliori giochi, è un gioco serio) con un mirabile paradosso: l’uomo ha e deve conoscere i propri limiti, ma al contempo non vuole e non può smettere mai di oltrepassare i propri confini.

lunedì 30 maggio 2022

News da Adele Desideri giugno 2022

di Adele Desideri

Gentili lettori, segnalo quanto segue

*Giuseppe Favilla, 23 maggio 1992 - 23 maggio 2022
Trenta anni fa qualcuno ha pensato, illudendosi, di aver abbattuto per sempre l’antimafia; qualcuno ha pensato di aver messo la museruola a chi, per senso di giustizia, ha saputo dire di no alla crudeltà, al sopruso, all’arroganza… qualcuno ha pensato che da quel momento le future generazioni di giudici, di uomini e di donne, ci avrebbero pensato due volte a parlare, a denunciare le angherie di pochi su chi vive nel giusto e nel senso di giustizia; qualcuno ha pensato di aver seminato per sempre il seme della discordia e del senso di ingiustizia… ma si sbagliava… si sbagliava ancora una volta, perché gli uomini passano, le idee restano!
Si era sbagliato già 16 anni prima cercando di tappare la bocca – facendolo saltare in aria – a chi denunciò che “la mafia è una montagna di merda”; si era sbagliato 10 anni prima con chi, nell’esercizio delle sue funzioni e con fedeltà ai principi della giustizia, garantendo la presenza dello Stato sul territorio, ebbe il coraggio di affermare che “l’arroganza della mafia deve cessare”…
Si sbaglierà ancora una volta qualche mese dopo, quel 19 luglio 1992, cercando di dare il colpo di grazia alla giustizia, ma invano... pur con fatica sta diventando sempre più una realtà: la lotta alla mafia è – deve essere – un movimento culturale e morale che coinvolge le nuove generazioni.
La mafia si nasconde ovunque; si trasforma, si traveste – anche di giustizia; si insidia anche nei meccanismi di chi la giustizia vuole praticarla; la mafia è la paura di dire e di scrivere la verità; la mafia è il timore di rompere gli equilibri per denunciare l’ingiustizia; è mafia quando per il quieto vivere rinneghiamo noi stessi, ci accontentiamo di quello che è lo status quo; è mafia quando, per difendere la tua posizione rinneghi e testimoni il falso; è mafia quando qualcuno ti dice “mantieni il profilo basso” e fai finta che tutto vada bene, quando bene non va; è mafia quando stai in silenzio di fronte a un sistema organizzativo malato che ha perso il suo ideale sano e giusto; è mafia l’indifferenza… ha saputo dire di no anche una ragazza di una piccola cittadina, che nella sua fragilità è stata forte nel mettersi contro un’intera “non comunità” e una “non famiglia” .
Grazie Giovanni Falcone, grazie Peppino Impastato, grazie Carlo Alberto della Chiesa, grazie Pippo Fava, grazie Paolo Borsellino, grazie Rita Atria... aiutateci ancora a uscire dall’indifferenza perché noi non vogliamo essere mafiosi!
Giuseppe Favilla, Segretario Nazionale Dipartimentale - UIL Scuola IRC, 23 maggio 2022, al link https://www.facebook.com/108577087621417/posts/493093265836462/

*Stefano Jossa, Luciano Curreri, In balìa di Dante e Pinocchio (cofanetto), illustrazioni: Fabio Magnasciutti, Mauvais Livres, (Roma), 2022
Dante e Pinocchio sono le due grandi icone letterarie italiane; ma si sono mai incontrati? All’alba del ventennio fascista Bettino D’Aloja, autore di albi illustrati, immaginò di sì, facendo viaggiare Pinocchio nei tre regni dell’aldilà dantesco (Inferno, Purgatorio e Paradiso). Questo viaggio ha ispirato Stefano Jossa a ricostruire i vari incontri, simbolici e politici, di Dante e Pinocchio e Luciano Curreri a ripensare Dante, nella letteratura e nel cinema, alla luce di Pinocchio. Qui dentro trovate gli albi di D’Aloja, in cui Dante è più materialista e dispettoso di Pinocchio, che ne sfronda la pedanteria e il moralismo, accompagnati dal libretto di prefazione e postfazione di Jossa e Curreri: due (anzi quattro) in uno, per scompigliare le carte e giocare anche voi con Dante e Pinocchio.

*Il seme del piangere, volume antologico con introduzione e note di di Vincenzo Guarracino, Fermenti Editrice 2021.
Vincenzo Guarracino, “antologista folle” – così si descrisse egli stesso tempo addietro, durante una nostra conversazione – ha raccolto in questo volume, e mirabilmente commentato, le opere di poeti “del secolo scorso, esemplari di riconosciuta autorevolezza per il loro modo di porsi di fronte a una realtà inamabile e dolorosa e in certi casi addirittura drammatica, accostando ad essi (…) modelli di un panorama poetico magmatico e in fieri, quello nostro oggi inquieto, segnato com’è da un dolore non soltanto metafisico e astratto” (dall’introduzione dello stesso Guarracino).

Giorgio Caproni
“È Quali lacrime calde nelle stanze? Il quinto degli undici sonetti che costituiscono i Lamenti, appartenente a un libro importante, Passaggio d’Enea, nella sezione “Gli anni tedeschi. Lo scenario è la guerra (il sonetto in questione risale al ’47) e il tema è ovviamente lo sdegno e l’orrore di fronte alle ‘stragi segrete’, di fronte alla presenza dei morti, alle salme dei partigiani trucidati (…) di fronte ai quali il ‘lamento’, le ‘lacrime’, sono la naturale espressione di un sentimento umano di fronte alla guerra, che non riesce a trovare nessuna consolazione, nessuna ‘speranza’, che le ‘stanze squassate’ della civile convivenza possano mai ricomporsi in armonia. In questa antinomia, le ‘lacrime’ di Carponi, senza alcuna consolazione, stano qui a testimoniare, a dispetto di un varco di pietà intravisto nell’ossimorico ‘armonioso sfacelo’, l’impossibilità che la ‘piaga’ della memoria si rimargini: l’impossibilità che la poesia stessa possa avere un ruolo restaurativo e consolatorio” (Vincenzo Guarracino, pag. 57)
Quali lacrime calde nelle stanze? “Quali lacrime calde nelle stanze? / Sui pavimenti di pietra una piaga / solenne è la memoria. E quale vaga / tromba – quale dolcezza erra di tante / stragi / segrete, e nel petto propaga / l’armonioso sfacelo?… No, speranze / più certe son troncate sulle stanche / bocche dei morti. E non cada, non cada / con la polvere e gli aghi nelle bocche / dei morti una parola. La ferita / inferta, non risalderà la notte / sulle stanze squassate: è dura vita /che non vive nell’urlo in cui altra notte/ geme - in cui vive intatta un’altra vita//.” (Giorgio Caproni)

Pierpaolo Pasolini
“Il poemetto Il pianto della scavatrice (1956), mescolando privato e politico, racconta una sera estiva a Roma, in cui il poeta, ripercorrendo le vie della città, medita sul proprio passato, narrando della notte trascorsa fino all’alba e al risvegliarsi della vita, rappresentato dal rumore di un vecchio cantiere e, in particolare, di una vecchia ‘scavatrice’.
Al rumore della scavatrice, che come ‘un urlo improvviso, umano’ perfora l’aria, è affidato il compito di esprimere il punto di vista del poeta, che è insieme ‘angoscia’ e ‘speranza’, sul senso della trasformazione provocata dalla civiltà. Così il fragore della scavatrice, il suo ‘pianto’, è il pianto di tutto il mondo che dinanzi al mutamento della storia ‘piange ciò che ha / fine e ricomincia’, ciò che ‘muta, anche / per farsi migliore’, nella consapevolezza che ‘la luce / del futuro non cessa un solo istante / di ferirci’.
È un testo, questo, molto significativo di Pasolini, coevo al più famoso Le ceneri di Gramsci, cui somiglia anche nella struttura (terzine dantesche), e in cui il poeta riesce a filtrare i conflitti storici trasferendoli nella propria soggettività, rileggendoli perciò come esperienze profonde, esistenziali” (Vincenzo Guarracino, pag. 60)

Il pianto della scavatrice
“(...) // Nella vampa abbandonata / del sole mattutino – che riarde, / ormai, radendo i cantieri, sugli infissi // riscaldati – disperate / vibrazioni raschiano il silenzio / che perdutamente sa di vecchio latte, // di piazzette vuote, d’innocenza. / Già almeno dalle sette, quel vibrare / cresce col sole. Povera presenza // d’una dozzina d’anziani operai, / con gli stracci e le canottiere arsi / dal sudore, le cui voci rare, // le cui lotte contro gli sparsi / blocchi di fango, le colate di terra, / sembrano in quel tremito disfarsi. // Ma tra gli scoppi testardi della / benna, che cieca sembra, cieca / sgretola, cieca afferra, // quasi non avesse meta, / un urlo improvviso, umano, / nasce, e a tratti si ripete, // così pazzo di dolore, che, umano, / subito non sembra più, e ridiventa / morto stridore. Poi, piano, // rinasce, nella luce violenta, / tra i palazzi accecati, nuovo, uguale, / urlo che solo chi è morente, // nell’ultimo istante, può gettare / in questo sole che crudele ancora splende / già addolcito da un po’ d’aria di mare…
 // A gridare è, straziata / da mesi e anni di mattutini / sudori – accompagnata // dal muto stuolo dei suoi scalpellini, / la vecchia scavatrice: ma, insieme, il fresco / sterro sconvolto, o, nel breve confine // dell’orizzonte novecentesco, / tutto il quartiere… È la città, / sprofondata in un chiarore di festa, // – è il mondo. Piange ciò che ha / fine e ricomincia. Ciò che era / area erbosa, aperto spiazzo, e si fa // cortile, bianco come cera, / chiuso in un decoro ch’è rancore; / ciò che era quasi una vecchia fiera // di freschi intonachi sghembi al sole, / e si fa nuovo isolato, brulicante / in un ordine ch’è spento dolore. // Piange ciò che muta, anche / per farsi migliore. La luce / del futuro non cessa un solo istante // di ferirci: è qui, che brucia / in ogni nostro atto quotidiano, / angoscia anche nella fiducia // che ci dà vita, nell’impeto gobettiano / verso questi operai, che muti innalzano, / nel rione dell’altro fronte umano, // il loro rosso straccio di speranza.//” (Pierpaolo Pasolini)

Renato Minore
Oltre l’avvertenza del Dolore, oltre ‘il gemito’ e il ‘pianto’, di cui la Vita è, ahinoi, troppo generosa Dispensiera, c’è a bilanciare il Pianto’ anche il ‘dono’ di un ‘sorriso’ e la coscienza che tutto è ‘in prestito’, dolore o gioia che sia: è un messaggio molto positivo, leopardiano, questo di Renato Minore, un messaggio che rinfranca l’anima e ‘aiuta a non disperdere’, per dirla giusto col Leopardi” (Vincenzo Guarracino, pag. 135)

Il dolore in una stanza
“Ci sono nella vita / lampi e coincidenze, / e tutto si chiarisce / si dipana a ferro di cavallo / e l’impresa, sappilo, / non vale il gemito / che pure s’alza. / Posso enumerare / l’intera questione / che capii quella sera / piangendo: nulla / e nulla sussisteva / nel mio conto di dadi, / le possibilità implodevano / su quel sorriso / che era il mio dolore, / la mia gabbia, / congettura o destino, / colpa o altro che non so, / combinazione o scherzo / o dono assai maligno. / Ogni cosa è in prestito, / anche il dolore.//” (Renato Minore)

Mauro Macario
“Un momento di inenarrabile raggelante intensità, il più difficile per un Padre: osservare il corpo del Figlio morto, corpo inerte ‘pronto alla mattanza’, profanato da un’estranea, ‘una macellaia di Stato’, intenta a frugare tra le sue carni alla ricerca di chissà quali segreti con ‘screanza’, con indifferente e fredda crudeltà mascherata da scientifica dedizione in un’autentica ‘autopsia’, ‘lei sì con occhi vitrei’ mentre lui, il Padre, attonito, trattiene la sua rabbia e il pianto se lo fa implodere tutto dentro, lasciandosi ‘macellare’ il cuore assieme a suo Figlio. Un testo, questo di Macario, che tocca veramente vertici di assoluta forza nella denuncia di una società che esclude ogni pietà, ogni solidarietà, ogni compassione” (Vincenzo Guarracino)

Autopsia d’amore (a mio figlio)
“Taccheggia lungo il corridoio / a passo d’uccello / come una cicogna cattiva / dal profilo di falce / a guardarla così è pure elegante / distaccata / altera / le mani da pianista / invece squarta / è una macellaia di Stato / seziona e ricuce / al mattatoio giudiziario / ligia al suo dovere / di operaia specializzata / alla catena di smontaggio / dove rottama le salme in esubero / senza fermare i ritmi di produzione / osserva distrattamente / – lei sì con occhi vitrei – / l’estraneo allungato sul tavolo / pronto alla mattanza / è nessuno / freddo e rigido / come un suppellettile / in una casa abbandonata / è nessuno / non appartiene alla madre / né al padre / è proprietà dello Stato / che ne fa libero scempio / e spettacolo didattico / per un loggione di matricole // ora lo gira su un fianco / poi sull’altro / sa bene il suo mestiere / la cicogna cattiva / col becco ricurvo / come un uncino da asporto / che fruga e saccheggia / un’identità sottratta al mio sangue / ad una carne condivisa nel crearsi / dunque anch'io vengo macellato / attraverso la mia progenie // il suo taglio blasfemo / lo fa uscire dal sogno / come un palloncino sfuggito di mano / e rincorso in quell’eco d’infanzia / rimasta nei tratti a mostrare la sua forza / contro la logica occidentale della morte / dove cattolici e laici si trovano d’accordo / a non rispettare il corpo inerte // profanarlo / con le sue chele smaltate / profanarlo / con asettica meticolosità / offende la sua anima terrestre / quello che ha vissuto / come ha amato / i suoi pensieri / lei offende il Tao / e sé stessa / in cortocircuito / con l’armonia degli elementi / ma lo shen / non potrà farlo a pezzi / su quel bancone da pescivendola / dove lo ha eviscerato / e ripulito con la canna dell’acqua / come si fa al mercato a fine giornata // quel corpo è il corpo del mondo / adesso lasci fare a me / mi guardi / si fa così / raccolgo / non asporto / raccolgo tutta l’età. / anno dopo anno / lo sguardo che aveva / la tristezza di solitudini sconosciute / il suo sopravvissuto odore di latte / le tragiche miserie che lo hanno abbattuto / il liquido lucente dei suoi occhi / e ricompongo / impari / è un’occasione per capire / un’autopsia d’amore//” (Sarzana, 30-10-2010) (Mauro Macario)




*Fernanda Romagnoli, La folle tentazione dell’eterno, a cura di Paolo Lagazzi e Caterina Raganella, nota filologica di Laura Toppan e Ambra Zorat, Interno Poesia Editore, 2022

Fernanda Romagnoli, nata nel 1916 a Roma da una famiglia piccolo-borghese, si diplomò alle magistrali e poi in pianoforte all’Accademia di Santa Cecilia. Sposatasi con Vittorio Raganella, militare in carriera, visse sempre accanto a lui e alla loro unica figlia Caterina lavorando come maestra elementare. Gravemente malata per molti anni, morì nel 1986. Le sua poesie, pubblicate tra il 1943 e il 1980 in sole quattro raccolte (Capriccio, Berretto rosso, Confiteor e Il tredicesimo invitato), sono testi altamente drammatici, segnati da un’intensità visionaria, da una passione mistica e tragica unica nel Novecento italiano (dalla nota biografica inserita nel volume di Interno Poesia).

“Promotrice di questa antologia, intitolata La folle tentazione dell’eterno e pubblicata dalla casa editrice Interno poesia diretta da Andrea Cati, è la figlia della poetessa, Caterina Raganella, messa in contatto con l’editore da Gabriella Sica. La scelta dei testi è stata realizzata dalla stessa Raganella insieme a Paolo Lagazzi, esperto dell’opera di Attilio Bertolucci che fu amico e attento lettore di Fernanda Romagnoli. La presente antologia permette non solo di far circolare testi diventati da alcuni anni irreperibili (…) ma ristabilisce anche un ordine cronologico nella produzione letteraria di Fernanda Romagnoli” (Laura Toppan, Ambra Zorat, Nota filologica, in Fernanda Romagnoli, La folle tentazione dell’eterno, a cura di Paolo Lagazzi e Caterina Raganella, nota filologica di Laura Toppan e Ambra Zorat, Interno Poesia Editore, 2022, pag. 194).

“Quante voci poetiche nel Novecento sono giunte a un'altezza mistica, tragica e visionaria, a una forza lancinante e struggente paragonabile a quella di Fernanda Romagnoli? Ancora pochi, tuttavia, la conoscono davvero. Poeti come Carlo Betocchi, Vittorio Sereni e Attilio Bertolucci credettero in lei e si adoperarono per promuoverne l’opera, ma la sua grandezza non è stata ancora riconosciuta in modo adeguato. Vissuta per tutta la sua non lunghissima vita (1916-1986) in una specie di aspro esilio spirituale, in una terra dell’anima segnata da piaghe invisibili e atroci, la Romagnoli continua a essere lontana, remota, imprendibile dalla maggior parte dei lettori di poesia. La folle tentazione dell’eterno, la più ampia scelta dei suoi versi finora apparsa in Italia, vuole contrastare l’indifferenza che per troppo tempo ha avvolto questa creatrice di liriche potenti e perfette, vibranti di dolore e arse da un immenso pathos metafisico, percorse dai venti ingovernabili dello spirito e innervate da un’inesausta, tormentosa ricerca dell’assoluto” (al link https://www.ibs.it/folle-tentazione-dell-eterno-libro-fernanda-romagnoli/e/9788885583702).

“Per quanto Capriccio sia nella parabola della Romagnoli, dal punto di vista strettamente poetico, una premessa o un antefatto assai più che un esito compiuto, il suo valore in prospettiva è quello di un imprinting, d’uno stigma di destino. È in questa raccolta, infatti, che la poetessa dichiara per la prima volta il lato religioso della sua anima e insieme il suo sentirsi refrattaria alle formule rigide della realtà, il suo riconoscersi nella famiglia ideale dei nomadi dello spirito e il suo presagire che, proprio per questo, la sua vita sarà tutt’altro che un cammino di pace (…).
In Berretto rosso ritroviamo qualche tocco di una letterarietà datata, alcune parole desuete o preziosistiche; nell’autrice, però, si è intensificata la coscienza della propria diversità (…). Sul filo di questa coscienza il linguaggio tende a purificarsi, a farsi tetro e saettante, a filtrare i propri aloni e colori puntando sugli effetti del ritmo, sull’intensità dei versi, sui palpiti, sui contrappunti e sugli incisi marcati nervosamente dai trattini (…)” (Paolo Lagazzi, In sangue e fuoco: le vertigini dell’anima, in Fernanda Romagnoli, La folle tentazione dell’eterno, a cura di Paolo Lagazzi e Caterina Raganella, nota filologica di Laura Toppan e Ambra Zorat, Interno Poesia Editore 2022, pag. XXXVI).

“Otto anni dopo Berretto rosso, Confiteor punta in modo ancora più netto su un orizzonte di drammatica religiosità (…). In uno stile ancora più mobile e incisivo, zigzagante fra immagini memorabili, ancora più ricco di trattini che separano e legano, che tagliano e cuciono segmenti di pensieri, frammenti di emozioni o ansie, stupori, apnee, esclamazioni, impennate e cadute, ancora più epifanico, corrusco e vibrante (soprattutto gli endecasillabi), l’anima si specchia nei tempi e nei luoghi del proprio cammino in bilico fra sistoli e diastoli, fra espansioni e contrazioni del respiro, fra i sentimenti della giovinezza perduta (…), e i duri confini che il tempo della vita le ha alzato attorno (…)” (Paolo Lagazzi, ivi, pag. XXXIX).

“Nel libro-testamento di Fernanda, Il tredicesimo invitato, (…) l’incisività stilistica assume (…) spessissimo i tratti di gesti fulminei, di rasoiate spirituali prodotte da un’anima sempre in allerta, inarcata sul filo del contrappunto o del paradosso; ma altrettanto decisivi quanto gli stacchi e i contrasti (marcati perlopiù da trattini e parentesi) sono gli endecasillabi e i settenari capaci di creare fasci energetici, nodi epifanici, slarghi musicali dell’immaginario” (…)” (Paolo Lagazzi, ivi, pag. XLI).

“Anche questa raccolta (Il tredicesimo invitato N.d.A.) esprime quel sentimento che nutre tutta l’opera di Fernanda; la fede nella poesia non in quanto pura invenzione ma in quanto via per la verità: la speranza che l’Ospite, aprendo la porta dell’Altrove, potrà dirle malgrado le sue colpe: Vieni, un tuo verso ti ha salvato” (…)” (Paolo Lagazzi, ivi, pag. XLVI).

“Nessun vero poeta può mai racchiudere le sue creazioni in un bilancio perché la poesia è sempre un’opera aperta, un discorso affidato al futuro, all’anima dei lettori, ai soffi dello spirito o del vento, all’infinito” (Paolo Lagazzi, ivi, pag. XLV).
“La lingua di questa intrepida avventuriera dell’esistenza è fra le più intense, plastiche e corrusche della poesia, non solo italiana, del Novecento. L’originalità, l’unicità dei suoi timbri non esclude la molteplicità delle risonanze: senza mai farsi intreccio di voci altrui, pastiche o arazzo manieristico, la voce guizza come una fiamma tra contorsioni moderne e cadenze antiche (…), ma sa anche allentare, a tratti, il pathos per abbandonarsi alle cose, al trascorrere inerme della vita e alla luce trepida delle occasioni (…).
Impura e sfolgorante, cretosa e venosa, lacerata e ricca di una passione irriducibile, impetuosa e sarcastica, perentoria e angosciata, percorsa da siepi di esclamativi, interrogativi, vocativi o da sentenze, sospiri, sussulti, intrisa dei più profondi sensi di umiliazione e d’un bisogno terribile di giudicarsi, ma sempre capace di balzi improvvisi nelle regioni scoscese e indecifrabili della bellezza, la poesia della Romagnoli è una specie di ossimoro, di paradosso vivente: un contrappunto continuo tra figure opposte, un trionfo (come ha osservato Sereni) di quel ‘genio dell’improprietà’ che ‘ha segnato così a fondo l’opera di Baudelaire e illuminato il discorso dei grandi mistici’. Sul piano della resa stilistica è la sua musica a colpire più di tutto: una musica fatta non solo di bellissimi versi ma anche di una trama ora ondosa, frusciante e impalpabile ora puntuta, crepitante e graffiante, in ogni caso estremamente sapiente, di echi, reverberi, rime, assonanze, consonanze, allitterazioni.
Vorrei soffermarmi a lungo sulla ricchezza musicale di Fernanda, sulla sua sensibilità al ‘tocco’ linguistico e alle cadenze del ritmo, sul suo orecchio per i registri, i cromatismi, le scale, i contrappunti verbali: come dimenticare che era anche una pianista? Vorrei scegliere, dal ricchissimo territorio dei suoi versi, alcuni tra i più belli – belli come gioielli eppure mai bloccati in un’astratta perfezione di matrice parnassiana: sempre capaci di respirare, di palpitare, di farci sentire la vita fluente (…), la vita che è sé stessa e altro da sé, la vita come danza o fuga perpetua fra lo strazio e la luce, la carne e il cielo, il sangue e la grazia (…)
Nella sete di una lingua musicale che nutre a fondo i versi della Romagnoli, la pulsione ascensionale raccoglie i semi di povertà e dolore della condizione umana e sa farne germogliare arbusti meravigliosi: dodecasillabi, endecasillabi, novenari, settenari, quinari. Questi arbusti, però non sono mai immuni dai parassiti del male: tra le pieghe dello splendore si delineano di continuo piaghe, ferite, crepe, macchie, cavità oscure. L’armonia a cui tende Fernanda è un po’ come l’idea di musica coltivata da Ildegarda di Bingen: ‘L’anima dell’uomo ha in sé stessa un’armonia, suona un concerto dal quale si eleva spesso un lamento poiché ella rammenta di essere in esilio’” (Paolo Lagazzi, ivi, pag. XLIX-LI).

“Un luogo a sé nella partitura della Romagnoli occupano le frequentissime rime. Nel Novecento (…) il ricorso alla rima ha conosciuto flussi e riflussi, drastici rifiuti e ritorni non di rado segnati dai crismi dell’originalità progettata in laboratorio. Questa piega fondamentale della lingua poetica ha invece in lei la natura schietta di una forza antica ma sempre nuova, di una forza fluente dalle radici dantesche della lingua italiana, e per questo, sempre aperta a tutte le esperienze, le ricerche, i mutamenti di prospettiva, gli scavi tra le forme del linguaggio che custodiscono echi e correspondaces, nodi o viluppi di suono e di senso (…).
Ma è soprattutto in quelle collocate alla fine dei testi, giocate riprendendo una parola più o meno lontana, che La Romagnoli sa creare mirabili rintocchi gnomici, bruschi e illuminanti cortocircuiti di senso (…).
Forse soprattutto una cosa riconosciamo in questi rintocchi che spostano o rovesciano la ‘lettera’ dei testi legando tra loro, in extremis, pena e luce, strazio e meraviglia: la fatale accettazione del mistero doloroso e gaudioso dell’universo, al modo del ‘sì’ gettato dal saggio di Nietzsche all’eterno ritorno: e, al fuoco di questo assenso, il risolversi di tutte le dissonanze in un accordo bruciante, in una specie d’impossibile armonia cadenzata sui tamburi selvaggi del cuore” (Paolo Lagazzi, ivi, pag. LIII-LV).

Massaia
“E s’affanna, massaia poco accorta / che ha dissipato l’ore del mattino, / che il mezzodì – ragno divino – ha colto / nella rete del fare e del non fatto. / E già il passo dell’Ospite è alla porta. //” (pag. 30)

Io
“Quella donna dal viso indifeso / un poco sfiorita – / che passa nello specchio / in una scolorita veste rossa, /senza fruscio, di fretta, / rialzando sul capo i capelli / con mano distratta: / quella donna dall’anima dimessa / dicono che son io.//” (pag. 42)

Tu sapessi
“Tu, che senza sospetto mi sei amico, / non osare cercarmi. Tu sapessi / quest’amore che s’apre a tradimento / dentro di me – questo coltello a scatto, / affilato in cantine d’insonnia / e di vergogna, sepolto nel cuscino / a tormento dei sogni – cerca te. / M’inebrio al colpo che t’assalirebbe / all’altezza dell’anima. M’inebria / pensare come il volto / ti si farebbe pallido, e smarrita / l’onestà dello sguardo. / Chiaro sguardo – offuscato. / Animo – morsicato. Per mia colpa. / Tua Eva, divenuta, tuo serpente – / io – battezzata!//” (pag. 72)

Caino
“Ma se sono diversa. Se non posso / applaudire con voi, se non odio / quello che odiate – ho colpa? / Io, lo confesso, lascerei sul podio / il vincitore; io la mano vorrei stringerla al vinto. / Voi fate gran compianto per Abele, / per lo scaltro innocente, così certo / del consenso divino. / Ad un buio sudore io penso, al fiele / d’un cuore nella polvere respinto. / Io piango l’altro: Caino.//” (pag. 74)

Eresia
“Quest’uccello dal canto vermiglio, / questa piaga segreta, questo tarlo, / quest’amore come spada in fiore, / questo giglio, questo cardo: / a furia di rintuzzarlo nel petto, pestarlo nel sangue, / ne ho tessuto allo Spirito un tremendo / cilicio – un eretico saio – / in cui ardo con tutto il corpo mio, / sulla via del patibolo – già fiamma – / ridendo del rogo di Dio.//” (pag. 78)

Il tredicesimo invitato
“Grazie – ma qui che aspetto? / Io qui non mi trovo. Io fra voi / sto come il tredicesimo invitato, / per cui viene aggiunto un panchetto / e mangia nel piatto scompagnato. / e fra tutti che parlano – lui ascolta. / Fra tante risa – cerca di sorridere. / Inetto, benché arda, / a sostenere quel peso di splendori, / si sente grato se qualcuno casualmente / lo guarda. Quando in cuore / si smarrisce atterrito «Sto per piangere!» / e all’improvviso capisce / che siede un’ombra al suo posto: / che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.//” (pag. 104)

Rossa gallina
“Rossa gallina, in te odio / – più che del tuo chiocciolio di spavento, / dell’occhietto puntuto, / dello sconcio berretto – in te odio / il mezzo metro di vento / che spenni nel fracasso d’uno slancio / già rantolo e frattura / allo spiccarsi. In te odio / la mia storpia fiammata, / il mio abortito amplesso con lo spazio, / l’implacata natura che m’aizza / a un volo compromesso.//” (pag. 125)

Lei
“Lei non ha colpa se è bella, / se la luce accorre al suo volto, / se il suo passo è disciolto / come una riva estiva, / se ride come si sgrana una collana. / Lo so. Lei non ha colpa / del suo miele pungente di fanciulla, / della sua grazia assorta / che in sé non chiude nulla. / Se tu l’ami, lei non ha colpa. / Ma io – la vorrei morta.//” (pag. 152)

L’inquilina
“Ah, ragazzo: la vita, e come s’abita, / e chi ne dà la chiave… Domandarlo / proprio a me! L’inquilina irregolare / mezza matta, che vive su in soffitta, / discorrendo col passere e col tarlo; / che il portinaio vigila, una sera / non scenda come nulla per le scale, / canticchiando: ma in fuga la tradisce / la valigetta – e il fitto da saldare.//” (pag. 187)

*Giulia Alvarez, Il tempo delle farfalle, traduzione di Luisa Corbetta, Giunti 1997, 2019
Un romanzo che narra la storia delle sorelle Mirabal, cui è dedicata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Un romanzo che narra “la storia delle quattro sorelle Mirabal – nome di battaglia Las mariposas – passate alla storia come le eroine della lotta di liberazione domenicana contro la terribile dittatura del generale Trujillo e assassinate in un’imboscata. Nate in una famiglia benestante e colta, le quattro ragazze rimasero sempre legate da un affetto complesso e profondo, nonostante le notevoli diversità di indole e di destino: la ribelle Minerva sceglie giovanissima di essere l’avvocato degli oppressi, Patria la devota arriva alla guerriglia per le vie imperscrutabili della fede religiosa, la frivola e romantica Maria Teresa si impegna nella causa per amore, mentre Dedé, l’unica sopravvissuta e la meno incline all’impegno politico e alla rivolta, narrando molti anni dopo la loro polifonica storia, si riunisce finalmente e senza riserve alle sorelle. Nel 1999, in onore delle sorelle trucidate, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite designò il 25 novembre quale Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” (al link https://www.ibs.it/tempo-delle-farfalle-libro-julia-alvarez/e/9788809864313).

*La rivista SENECIO, Direttori Andrea Piccolo e Lorenzo Fort,
con i seguenti contributi:
Rinaldo Caddeo, Il sogno di Bruto
Fabio Dainotti, Testi (Traduzioni catulliane - 2) Barbara Fragogna, Orfeo sogna. Morfeo
Rosa Elisa Giangoia, Editoriale su Antonio Spagnuolo
Enrico Peyretti, Due interventi
Adam Vaccaro, Microcosmi e globalizzazioni. Bonefro: esempio di un microcosmo tra i rischi di dispersione definitiva nell’attuale globalizzazione
Al link HYPERLINK http://www.senecio.it/" http://www.senecio.it. Per accedere direttamente, cliccare sulla data dell'ultimo aggiornamento nell'homepage, sopra o sotto il ritratto di Paul Klee.

*È poi in linea - postato in data 13 maggio per ricordare il dies natalis di Emilio Piccolo, fondatore e primo direttore della rivista, prematuramente scomparso - l’aggiornamento di SENECIO, Direttori Andrea Piccolo e Lorenzo fort, con i seguenti contributi:
Giuseppe Baldassarre, In ricordo di Giuseppe Panella
Otello Fabris, Bartolomeo Sacchi, l’onesto ghiottone di Piadena Alexandra Mitakidis, Testi (Tre haiku)
Paolo Puppa, Parole di Giuda - I parte
Enzo Santese, Nella sfera di Irene, ovvero della Pace
Antonio Spagnuolo, Testi (Crepitio)
Al link HYPERLINK "http://www.senecio.it/" http://www.senecio.it. Per accedere direttamente, cliccare sulla data dell'ultimo aggiornamento nell'homepage, sopra o sotto il ritratto di Paul Klee.

*La rivista Agorà IRC, mensile di attualità, cultura, informazione a cura dei dirigenti sindacali e dei volontari del Dipartimento UIL Scuola IRC, anno III, N. 3, marzo 2022, e N. 4 aprile 2022, dove curo La rubrica di Adele Desideri. Spunti di lettura.
https://www.agorairc.it/agora-irc-n-03-marzo-2022/
https://www.agorairc.it/agora-irc-n-04-aprile-2022/
https://www.agorairc.it/agora-irc-n-05-maggio-2022/

*La raccolta poetica Sophia de Mello Breyner Andresen, HYPERLINK https://www.ilramoelafogliaedizioni.it/libro.asp?ISBN=9791280223128


Il giardino di Sophia, Introduzione e traduzione di Roberto Maggiani, postfazione di Claudio Trognoni, Il ramo e la foglia edizioni, che raccoglie ottanta poesie della portoghese Sophia de Mello Breyner Andresen, selezionate dalle sue raccolte pubblicate dal 1944 al 1998 (testo portoghese a fronte). Si tratta di una importante pubblicazione che porta all’attenzione del pubblico italiano uno dei maggiori poeti di lingua portoghese, la prima donna del Portogallo a vincere il prestigioso Premio Camões (il premio, istituito dal governo del Brasile e del Portogallo nel 1988, è attribuito agli autori che hanno contribuito all’accrescimento del patrimonio letterario e culturale della lingua portoghese).
Al link https://www.ilramoelafogliaedizioni.it/libro.asp?ISBN=9791280223128

*L’Ombra delle Parole. Rivista Letteraria Internazionale.
Al link https://lombradelleparole.wordpress.com/2022/03/14/uno-spettro-si-aggira-per-il-mondo-della-poesia-di-accademia-che-si-fa-in-italia-lo-spettro-della-poetry-kitchen-poesie-kitchen-di-francesco-paolo-intini-mauro-pierno-saverio-marconi-gino-rago-l/

*Il video Chissà che suono avrà la pace, al link
https://www.facebook.com/100006222946913/videos/1046328139642675/

“Chi sta sempre bene non sarà in comunione col dolore del mondo, né troppo sensibile ed empatico, ma vuoi mettere come vive piacevolmente?
A noialtri che abbiamo qualche scompenso chimico o psicologico o sociale, o un po’ tutto questo, tocca invece di impegnarci parecchio per stare bene, o almeno discretamente. A volte serve una vita intera”
(Daria Bignardi, Libri che mi hanno rovinato la vita. E altri amori malinconici, Einaudi, 2022, pag. 132)


domenica 29 maggio 2022

Non si sa mai cosa può succedere

di Valeria Raimondi



Durante una recente edizione del Festival di Sanremo veniva recitato un monologo sulla Bellezza scritto dalla stessa conduttrice. 
“Mia nonna mi ripeteva sempre: – Diletta, ricordati che la bellezza è un vantaggio ma anche un peso che può farti inciampare” esordiva così, poi proseguiva con la retorica delle rughe, della bellezza interiore, dei valori autentici.

Immediatamente pensai a Paola, la mia nonna materna, al suo personale concetto di vita e di bellezza. Soleva infatti ripetermi: “Se nasci bella non ti servirà, mica devi fare il cinema” oppure: “Anche se nasci bella ti toccherà andare a lavorare a undici anni come quella nata brutta, poi dovrai maritarti presto e fare una squadra di figli, così la bellezza sarà andata per sempre a ramengo.” 

Era veneta da parte di madre, nonna.
Riguardo al fascino delle rughe aveva un’idea tutta sua: “Non ho mai avuto il tempo di pensarci”. Ripeteva anche: “Grassezza fa bellezza” (utile informazione, dopotutto) oppure: “La giovinezza ha la bellezza dell’asino”. Fine.

Quando tirava il collo alle galline probabilmente si rifaceva alla scuola Steineriana: “Non piangere carina, la gallina ha fatto una bella vita, ha sempre mangiato bene”. Questo lei lo sapeva per certo. 
Dirmi carina era il suo modo di dirmi “Svegliati!” quando mi facevo prendere dal pathos. Nonna comandava un esercito di conigli e galline, decideva quando scattava la libera uscita o l’ora dei pasti, ma anche se metterli al forno con rosmarino oppure senza. “Tutto è in evoluzione, esiste solo il qui e ora, ogni cosa è impermanente, anche i conigli”, credo fosse il succo del suo insegnamento. 

Ho tenerissimi ricordi di quando si cucinava insieme e lei urlava: “Rauss! Fuori! Sciò! Ché non ho tempo da perdere, io” assestandomi con dolcezza un colpo di mestolo sulle dita. 
Il suo cristianesimo, poi, era ben radicato: “Le suore, quelle vigliacche, mi hanno sempre trattata male perché non avevo una mamma a difendermi” oppure: “Quelli che vanno alla Messa delle 10, alle 11 hanno già fatto tre peccati.”
La Paola negli anni ’70 tentava di tenermi lontana dalle droghe e ogni sabato mi comprava qualche sigaretta. “Ma io non fumo nonna!” protestavo. “Allora fuma la pipa con il nonno, in veranda”. “Ma io non fumo, ho 12 anni!” tornavo ad insistere. “Peccato, intanto che voi fumate in veranda, io potrei sgusciare i piselli.” A volte davvero non la capivo…

La Paola credeva profondamente nella famiglia: “Mi raccomando, ascoltami bene, non sposarti mai, piuttosto fai la mantenuta” diceva. “Ma nonna, io credo nell’amore!”. “Non importa” affermava “poi ti passa”. 
Quando a 19 anni, dando pubblico scandalo, me ne andai a vivere da sola, si affrettò a spiegare alle amiche che ero reperibile giorno e notte, che venivo chiamata d’urgenza e che avevo necessità di un appartamento tutto mio. Dunque, ero l’eroina sul fronte dell’emergenza sanitaria locale!

Confesso che mi sono fatta prendere la mano, la nonna Paola non era propriamente così. La storia delle galline è vera, come vero lo sguardo piuttosto disincantato sulla vita. Per il resto era una donna deliziosa e di grande cuore. Sempre armata di scopa metteva in fuga i gatti. “Con quello che ci costa mantenere un gatto manteniamo due cristiani” protestava, ma serviva loro una bella bistecchina al sangue. Quando qualcuno suonava alla porta apriva senza pensarci troppo e ogni volta comprava fazzoletti (ne ho una scorta che non basterà una vita per spacchettarli tutti); quando era arrabbiata con i figli li spediva a letto ma solo dopo una cena abbondante, perché, diceva: “Il corpo non deve soffrire”; “Carina, hai pagato l’affitto?” chiedeva, passandomi 10.000 lire sottobanco.   
A lei piacevano il baccano, i figli che ripetevano la lezione ad alta voce, i dischi di Mina e Don Backy. In estate adorava ospitarmi e viziarmi, in inverno prepararmi una spaghettata al ritorno da scuola o al termine di un lungo turno in ospedale.

A lei piacevano i giovani perché era stata una ragazza con una gonna a fiori e qualche sogno, ma si sa, alcuni fiori sfioriscono prima di sbocciare e anche i sogni. Io quella ragazza la ricordavo invece e di tanto in tanto la invitavo nella migliore pasticceria del paese, o a scegliere dischi e libri. Spesso ce ne andavamo a zonzo con la mia Renault 4 e lei rideva e mi incitava: “Dai spingi di più, sembri una lumaca”. Io protestavo: “Le nonne raccomandano alle nipoti di andare piano, non di schiantarsi!”
Un’ultima cosa: si cambiava e vestiva di tutto punto anche per uscire a gettare la spazzatura, non per un’idea di bellezza, piuttosto perché non si sa mai cosa può succedere.

Davvero, nella vita, non si sa mai cosa può succedere.
Come quel giorno di dicembre del 1923 quando al ritorno dalla latteria situata nel punto più alto del paese scoprì che casa sua non c’era più. Osservava dall’alto, immobile, imbambolata, senza emettere neppure un grido quel fiume di fango e detriti, di corpi e masserizie. 
Il sabato 1° dicembre del ’23, una bambina di 9 anni conobbe la tragedia: il crollo della diga sovrastante la valle di Scalve a causa di un progetto sbagliato, della sete di profitto, del disprezzo per la vita. Nei comuni bresciani e bergamaschi tra Angolo e Darfo, nella Bassa Valcamonica, si consumò quello che venne definito Disastro del Gleno e poi Strage del Gleno, come circa cinquant’anni dopo venne detta quella del Vajont. 
Si contarono 500 morti e l’urto dell’acqua cancellò paesi, creò nuovi corsi d’acqua, modificò la morfologia del territorio. Furono fatte indagini, scritti libri, rese pubbliche le statistiche e fu infine condannata la famiglia dei Viganò, imprenditori senza scrupoli ai quali acqua ed energia elettrica per i propri cotonifici, non bastava mai.
A questa vicenda si interessarono anche il Re d’Italia e il poeta D’Annunzio e ci furono indennizzi economici, ma dei sopravvissuti, dei loro figli e nipoti, del trauma sulle generazioni successive non si parlò.

Lei, Paola D. di anni 9, sopravvisse alla tragedia. Persero la vita la madre C. di anni 30, i fratelli E. di anni 7, A. di anni 5 e la piccola I. di anni 2. Il padre, che era al lavoro quel mattino, si salvò. Quel padre che sfamò tanti poveretti, che chiese aiuto alle suore per la sua educazione, che cercò di restituirle una famiglia, che un giorno le regalò una gonna a fiori. 
Dalle interviste ai sopravvissuti si legge: “Le sensazioni erano di incredulità, stordimento, shock e terrore… ho provato un’angoscia totale perché vedevo intorno a me anche gli adulti spaventati e terrorizzati… avevo solo confusione in testa perché non mi rendevo conto di cosa effettivamente fosse successo.”.
Questo però la Paola non lo raccontava, raccontava solo di essersi risvegliata tempo dopo, intorno ai 14 anni, ma al figlio minore diceva di scorgere in lui, talvolta, lo sguardo strimit, terrorizzato, dei bambini del Gleno. 
A noi chiedeva di non fare domande, augurandoci di non avere figli perché poi “soffrono troppo se perdono la mamma”. 
Le sue parole erano scarne, asciutte, ruvide, ma il suo pensiero era rumoroso come un crollo: “Viliàchi e maledéti per sempre quei can dei Viganò e ‘a Diga del Gleno!”

Ecco perché ascoltando il monologo sulla Bellezza ricordai quella ragazza, la sua gonna a fiori, i suoi sogni e il suo sagace disincanto.

martedì 24 maggio 2022

“E l’autore è un narratore incantato.”

Francesco Pullia, Messaggi piumati tra foglie intorpidite, Futura Libri 2022

recensione di AR



«Disprezzati, vituperati, i piccioni non sono altro che diretti discendenti degli angeli. S’innalzano e si abbassano quel tanto da mettere in dialogo tra loro cielo e terra portandoci messaggi d’altri mondi.» (p. 18)

«Certo la Cascata delle Marmore, che con il suo frastuono impressiono Byron, ha una possanza incantevole con un dislivello di 165 metri. “Può essere benissimo metafora di Dio”, mi disse un volta un monaco, “così apparentemente immobile nella sua incessante mobilità. Ogni minima goccia siamo noi. Siamo parti infinitesimali di un tutto che ci sovrasta, disperde e accoglie”.» (pp. 26-27)
Una scrittura gentile e francescana ci avvolge in queste storie (o prose poetiche?) che hanno per protagonisti la natura, animali come i piccioni, i gatti, i cani… le persone care. Lo stile di
 Francesco Pullia è nitido e chiaro come le “fresche acque” del Petrarca ed è ricco di empatia per cui risulta rigenerante  come un vivace torrente di montagna che al tempo stesso ci culla con il suono del suo scorrere e ci “sveglia” se vi immergiamo anche solo i piedi. L’autore scava a fondo in sé stesso e ci aiuta ad approcciarci al mondo con uno sguardo attento, responsabile e grato per le meraviglie di cui in ogni momento possiamo cogliere il bagliore, se leviamo le incrostazioni e le difese che siamo portati dalle varie situazioni della vita ad accumulare. Certo il dolore esiste in noi e fuori di noi («… s’aggrappava al cuore come le mani di uno scalatore a un blocco roccioso.», p. 50; «Sergio, nel fiore della giovinezza, è volato dove tutto si trasforma in voce e le immagini si stemperano nelle stagioni che vanno.», p. 60; «Non avrebbe mai immaginato di sentirsi rovesciato addosso “Non ti amo più” dalla donna della sua vita.», p. 67), ma c’è anche una energia amorevole che può essere colta, coltivata, moltiplicata da relazioni dialoganti e accoglienti e improntate al sorriso: «Ci vuole pazienza, tanta pazienza con gli abitanti di questo pianeta.» (p. 62); «Grazie alla pratica dell’ayni, legge della reciprocità e della condivisione, da un lato siamo chiamati ad assorbire energia universale, dall’altro ad offrirla con generosità all’esterno.» (p. 77).

Come bene osserva nella Postfazione (a p. 87) Giuseppe Moscati, questo libro emana quella «compresenza che, con Aldo Capitini, abbiamo imparato a ’sentire’ – prima ancora che capire – quale affettuosa attenzione all’esistenza, alla libertà e allo sviluppo di ogni essere.» 

PS Il titolo di questa recensione lo abbiamo “rubato” alla Postfazione (p. 90).

San Michele e artisti cechi vicini all’Ucraina

Per essere vicini all’Ucraina sofferente, un gruppo di artisti della Repubblica Ceca ha pensato a un simposio sul tema “San Michele Arcangelo”, che è appunto protettore di quel paese e della sua capitale Kyïv

Il 29 Maggio si terrà una mostra e ci hanno inviato il depliant. Infatti, grazie ad Alessandro Ramberti, ho coinvolto alcuni amici di Fara Editore che hanno mandato alcune poesie, già tradotte in inglese e poi in ceco.


William Protti




lunedì 23 maggio 2022

La più ardua delle virtù

Massimo Morasso, L’obbedienza, Edizioni Feeria Comunità di San Leolino 2022

recensione di AR


L’obbedienza implica la libertà, ci ricorda Morasso in questo saggio entusiasmante a cavallo fra filosofia, narratologia, storia dell’arte, studio della Bibbia, teologia, critica letteraria e altro ancora. L’autore analizza il brano evangelico di Luca 2,41-52 in cui si parla del ritrovamento di Gesù nel Tempio soffermandosi in particolare sul versetto 49: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo stare presso mio Padre?” 

Il testo ci offre anche due drammatiche crocifissioni (e particolari) di Grünewald (quella Colmar del 1512 e quella di Karlsruhe del 1523-24), Il corpo di Cristo morto nella tomba di Holbein il Giovane (1521), Il ritrovamento del Salvatore nel tempio di William Holman Hunt (1862) e una foto di spalle: Massimo Morasso nel suo studio davanti a una riproduzione a schermo del Cristo morto di Holbein, scattata da Andrea Valcalda nel 2021, posta verso la fine del libro. Il poeta e saggista genovese dialoga a fondo con queste immagini e ci accompagna nel suo racconto filosofico in cui entrano in gioco la Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij («Perché è questo il sogno dell’uomo. Cercare sollievo, sfuggire al peso della responsabilità della scelta.», p. 21), il Siebenkäs di Jean Paul («Far dire a Cristo “Siamo tutti orfani, io e voi, siamo senza padre” nel 1796 in Germania non è cosa da poco.», p. 25), ecc.

Nella risposta di Gesù a sua madre, osserva Morasso a p. 48, si può «cogliere uno snodo esemplare della dialettica fra natura umana (quella di Maria, con tutti i suoi contenuti d’ordine psicologico, “affettivo”) e sovranatura divina (…)». E così ciascun di noi, se medita sulla condizione umana, si sente molto vicino all’autore (pp. 61-62): «Preso dalla domanda sul destino o come nulla o come eternità. (…) e la consapevolezza che l’energia psichica ha bisogno di essere orientata per diventare volontà di bene.»

Poco oltre (p. 63) Morasso ci ricorda che la ”libertà” del Tentatore implica una sapienza politica e mondana che «imprigiona la mente illudendola, [ma] si scontra con la libera decisione del cuore, predestinata all’eterna affermazione della vita». Il testo si conclude (ivi) con queste parole pienamente umane e obbedienti a un Padre sempre misericordioso, che ci ama per quello che siamo e come siamo: «(…) ci sono tante strade, a questo mondo, e non solo la via dritta, per portare a buon fine un’intenzione.»

Nella empatica e appassionata (anche se ardua per la presenza di parecchi tecnicismi filosofici tedeschi) postfazione di Roberto Celada Ballanti ci viene confermato che solo la sofferenza assoluta del Crocifisso ci offre una obbedienza vera e liberante.

Un libro di grande peso specifico, questo di Morasso, e di intensa, sublime bellezza.

venerdì 20 maggio 2022

Nathan

di Sandro Serreri



Nathan sapeva che piaceva a Susan, ma che piaceva anche a Peter. Però, Nathan voleva fare il filosofo, e un filosofo, pensava, non ha bisogno né di una Susan né di un Peter, né di una ragazza né di un ragazzo. 

Nathan aveva quasi diciassette anni e frequentava il IV anno, anziché il III, perché era entrato un anno prima. Era alto, anche se rientrava nella media, aveva dei bellissimi occhi verdi e un sorriso accattivante. A chi stava un po’ antipatico, era solo perché primeggiava in tutte le materie. Susan era una compagna di classe carina sì, ma soprattutto appariscente per via del suo essere sempre alla moda. Peter, lo sapevano tutti al Liceo, era un gay dichiarato, dopo un coming out su Istagram, ed era il suo migliore amico nonché suo compagno di banco sin dal I anno. Era bello secondo il parere femminile, tanto da far dire ad alcune ragazze, dopo la dichiarazione: Peccato! Sì, veramente un gran peccato! E ad altre: Me lo farei, comunque! 

Susan era stata dietro a Gabriel per quasi tre mesi, ma dopo aver fatto sesso per la terza volta, visto che lui aveva iniziato a farle delle richieste diciamo particolari, lo aveva mollato dalla notte al giorno. Peter viveva la sua diversità in maniera discreta, non ne parlava con orgoglio e nulla, se non lo si sapeva, faceva intuire che fosse gay.


Dopo Gabriel, Susan ci aveva provato anche con Nathan distraendolo dai suoi studi e, soprattutto, dai suoi molti pensieri tra i quale spiccavano quelli sul perché l’attrazione sessuale non avesse un sesso specifico. Una sera, a casa di Nathan, da soli, dopo la pizza, Susan era quasi riuscita a togliergli i blue jeans, quando con uno spostamento del corpo all’indietro, Nathan gli aveva detto: “Sarebbe meglio di no! I miei stanno per rientrare!”. Allora, forse, era gay? 

La settimana successiva, dopo aver cenato insieme con i suoi genitori, al posto di Susan c’era Peter. In camera, sdraiati uno accanto all’altro su un letto da una piazza e mezzo, senza molto entusiasmo giocavano con una playstation 5 dalla grafica molto avvincente. Quando, a un certo punto, Peter tentò di infilargli una mano nella patta dei jeans, Nathan, senza scomporsi più di tanto, gli afferrò la mano e, semplicemente, la portò verso la sua bocca fingendo di volerla mordere. I due si diedero un’occhiata, arrossirono a unisono, sorrisero e tutto finì lì. Dunque, non era gay. 


Nathan non era né etero né gay, non era interessato al sesso, non era attratto né dalle ragazze né dai ragazzi. Non aveva bisogno né dell’una né dell’altro, e questo fece che sì che, presto, al Liceo fu classificato come: sfigato, strano, anormale, extraterrestre, malato.

Aveva compagne e compagni preferiti, amiche e amici, ma non era e non voleva essere il ragazzo di nessuno: né di Susan né di Peter, né di nessuna o di nessun altro. “Voglio fare il filosofo!”, rispondeva alle prese in giro delle compagne e dei compagni di classe, con un tono e una faccia così disarmante che invece di suscitare ilarità raggelava i coetanei rendendoli seri e costringendoli, durante la pausa pranzo, a prendere di mira qualche altro studente ma non lui. “Voglio fare il filosofo!”, era anche la risposta che dava a tutti gli insegnanti che, sin dall’inizio dell’anno scolastico, gli domandavano: “Tra un anno dovrai scegliere. Che cosa sceglierai?”. 


Ma, perché il filosofo?”, gli domandò serio, in auto, mentre lo accompagnava a scuola, il padre, che per numero di anni e aspetto sarebbe stato scambiato più per il nonno. “Perché un filosofo è un uomo senza tempo!”, rispose Nathan fissando lo sguardo verde sul timer del semaforo. Il tempo era uno di quei problemi che non solo lo interessavano moltissimo, ma che anche lo ossessionavano. 

Nell’ultimo anno era cresciuto di dodici centimetri, era spuntata un pochino di peluria che si sarebbe potuta chiamare barba e la sua voce era diventata decisamente maschile. Ovviamente, questi mutamenti erano giustificati a casa, in famiglia, come: frutto della crescita adolescenziale, dello scorrere del tempo. Ma: di quale tempo parlavano? Del loro o del suo? Pensava, ascoltandoli in lontananza. Perché, la percezione del tempo non era uguale e non poteva essere uguale. 

Tutte le mattine, da lunedì a venerdì, in aula, seduto al suo banco, dalla sua prospettiva, osservava e riosservava i suoi compagni costatando quanto fossero cresciuti e cambiati: Susan aveva seni prosperosi – era quasi piatta quando iniziò a frequentare il primo anno –, Peter aveva un volto dai lineamenti marcati – quattro anni prima sembrava un bambino delle Elementari capitato per sbaglio al Liceo –, altri erano ormai quasi irriconoscibili rispetto a quello che era stato il loro aspetto fisico di soli due tre anni prima. Ma: era veramente il tempo che stava passando? appuntò sul suo diario scolastico.


Questa e altre domande del genere lo occupavano così tanto che, qualche volta, nonostante le ripetute sollecitazioni a uscire dalla sua stanza o di venire a cena, rimaneva seduto, a fissare la pagina che, parola dopo parola, si arricchiva di aforismi, brevi riflessioni. 

Gli approcci tentati da ambo i sessi avevano provocato in Nathan una piacevole confusione che l’avevano stimolato a indirizzare i suoi pensieri sulle domande: perché ci innamoriamo? E perché ci innamoriamo di quella ragazza o ragazzo anziché di quell’altra ragazza o ragazzo? È solo frutto della chimica dell’ipotalamo, dell’endorfina e dei feromoni? È possibile che sia tutto qui, non c’è altro? Susan e Peter rientravano nelle normali relazioni adolescenziali o c’era qualcosa in più, oltre? 

Questi problemi aperti, a un certo punto, lo avevano condotto a una conclusione, che Nathan subito giudicò felice, questa: ecco, dunque, perché un filosofo non ha bisogno né di una lei né di un lui. Se ne avesse bisogno, si troverebbe invischiato perdendo libertà, indipendenza, autonomia, volontà. 

Perciò, i tentativi di approccio sessuale andati a vuoto, indussero Susan e Peter a pensare segretamente che Nathan, in fondo, non fosse solo… strano, ma, forse, che aveva veramente trovato una nuova filosofia di vita.


Il filosofo Nathan continuò a comportarsi come un adolescente extraterrestre per tutta la durata dell’anno scolastico. Gli approcci erano ormai più che una storia passata, e le sue riflessioni a voce alta durante le ore di Storia della Filosofia e di Lettere finirono anche per sconcertare qualche professore e irritare qualche compagno. 

Ma Nathan andò per la sua strada sino, un giorno, alla decisione estrema, allo spuntare del sole, di lasciare casa e famiglia e andare ad abitare e vivere nei boschi che furono proprietà del nonno defunto da quasi un anno e lasciati in eredità a lui con la sola clausola di stare da solo per evitare di contagiare con la chimica umana l’abitazione, il giardino e la natura circostante. 

Nathan tenne fede al testamento, e quando prima la madre e poi il padre tentarono di fargli visita, lui non si fece trovare, ma lasciò sulla porta un messaggio che non si prestava a nessuna interpretazione: VOGLIO VIVERE LA MIA VITA DA SOLO. Quando poi, oltre dieci anni dopo, Susan col marito e due bambini insieme a Peter col suo compagno giapponese, andarono a fargli visita portandogli la raccolta stampata degli aforismi da lui scritti durante gli anni di Liceo, lui disse loro, senza neppure sfogliarla, di buttarla via. 


Nathan visse a lungo e felice, dimostrando a se stesso come sia possibile che un sapiens sapiens possa vivere un’intera vita da solo con i suoi pensieri. 

Giorgio Massi si fa in tre ad Ascoli Piceno 25 maggio 2022

 presso la Libreria Rinascita 

Piazza Roma, 7

l’autore ascolano  presenta


mercoledì 25 maggio 2020
ore 18:00

modera il giornalista Alessandro Malpiedi
interviene il critico letterario Tonino D’Isidoro
partecipa Roberto Cicchinè autore delle copertine 







Sul Corriere Adriatico / Cronaca di Ascoli è uscito in data 24 maggio 2020 quanto segue:



martedì 17 maggio 2022

Magia e mistero - recensione di Ludovica Zavatta


Robert Louis Stevenson, Il diavolo della bottiglia

Fara 1995

recensione di Ludovica Zavatta

Il diavolo della bottiglia di Robert Louis Stevenson è un racconto di poco meno di cento pagine scritto nel 1889 e pubblicato per la prima volta nel Febbraio - Marzo 1891 sul giornale americano New York Herald.

Nello stesso anno, stavolta fra Marzo ed Aprile, uscì sul periodico londinese Black and White, ma fu successivamente inserito, nel 1893, all'interno della raccolta di racconti Island Nights' Entertainments.

Da allora vennero realizzate e condivise con un pubblico di livello internazionale numerosissime edizioni, tra le quali quella di FaraEditore, la cui stampa si è conclusa nel 1995 per un prezzo totale di settemila lire, ovvero di circa 3.50 €.

Robert Louis Stevenson, uno dei più importanti scrittori scozzesi del suo tempo, visse a cavallo del diciannovesimo - ventesimo secolo, durante il periodo vittoriano.

Nacque per l’appunto in Scozia, ad Edimburgo, classe 1850, da padre scozzese e madre di origine francese. 

Era figlio unico, ed avendo avuto una salute cagionevole sin dall’infanzia, trascorse lunghi periodi dell’anno nei climi più miti della Francia meridionale.

Si iscrisse, secondo la tradizione familiare, alla facoltà di ingegneria dell’università di Edimburgo e successivamente frequentò il percorso di giurisprudenza, ma la letteratura presto catturò la sua attenzione e, in virtù di questo, decise di abbandonare in modo definitivo gli studi per dedicarsi a tempio pieno all'attività di scrittore.

Durante un viaggio conobbe Fanny Vandegrift, un’americana separata e madre di due figli (Isobel e Lloyd) della quale si innamorò e, nonostante il parere avverso dei genitori, decise di seguirla nel suo viaggio di ritorno in California.

I due poi si sposarono in San Francisco nel 1880.

Ritornato in Europa nel medesimo anno, Stevenson entrò in una fase di grande attività creativa che, tenuto conto della sua sempre precarissima salute, sfociò in una produzione davvero ragguardevole sia per mole sia per valore.

Scrisse racconti, novelle, romanzi, saggi, poesie. 

Molto vasta è, dopotutto, la sua produzione, a noi accessibile nelle svariate traduzioni.

Accettò l’invito di un editore a scrivere un volume sui mari del Sud e partì, con la famiglia, per una crociera verso la Polinesia francese, Tahiti e le isole Sandwich. 

La sua salute migliorò in modo così notevole che lui decise di stabilirsi nel Pacifico e, dopo un’ulteriore esplorazione dei vari arcipelaghi e un soggiorno d’alcuni mesi a Honolulu, stabilì la sua dimora a Upolu, la principale delle isole Samoa. 

Qui visse dal 1890 fino alla morte, avvenuta nel 1894, in un piccolo villaggio che battezzò Vailima. 

Negli anni conquistò il rispetto e la devozione delle popolazioni locali che lo ribattezzarono Tusitala, ovvero il narratore di storie.

Nel complesso, si può dire che le sue opere più significative appartengano all'insieme dei racconti, tra cui appunto Il diavolo della bottiglia ( scritto, come detto, nel 1889 ed uscito per la prima volta nel 1891 ) e Lo strano caso del dr. Jekyll e mr. Hyde ( 1886 ), più noto al pubblico, e dei romanzi, fra cui ritroviamo una delle sue opere più famose, L’isola del tesoro ( 1883 ), del quale sono stati realizzati film e cartoni animati, e, inoltre, Il ragazzo rapito ( sempre 1886 ).

Lo stile di Stevenson, cosa che si può appurare benissimo anche in questo breve racconto, è lineare, semplice, fluido: non vi sono particolari ostacoli che impediscano la comprensione e, per quanto io possa testimoniare dalla mia personale esperienza, non è necessario neppure troppo sforzo per riuscire ad afferrare la trama dell’opera in questione, dietro alla quale tuttavia, spesso, si cela un doppio significato, una morale, che va accuratamente individuata, estrapolata durante e dopo la lettura, ed interpretata secondo la personale percezione di ognuno.

Il diavolo della bottiglia è la storia di un giovane marinaio hawaiano, di nome Keawe, che, durante una vacanza, acquista per pochi dollari una strana bottiglia da un ricco signore e i suoi desideri iniziano ad avverarsi uno dopo l’altro, in serie.

Keawe diventa presto ricco e si fa costruire una bellissima casa, proprio come aveva sempre desiderato, ma poi decide di rivendere la bottiglia perché il suo possesso prolungato potrebbe condurre all’inferno colui che la possiede, come gli aveva raccontato, sinceramente, l’uomo da cui l’aveva acquistata. 

La bottiglia, essendo infrangibile, può solo essere rivenduta, e non regalata, ad un prezzo inferiore, tuttavia, a quello per cui era stata comprata, in caso contrario tornerebbe al vecchio proprietario, come Keawe ha potuto personalmente verificare. 

La vita prosegue bene per il protagonista, che si innamora anche di una bella ragazza, Kokua, e decide di sposarla. 

A questo punto però scopre di essere malato di lebbra e per salvarsi ricompra la bottiglia e guarisce. 

I due innamorati si sposano felicemente, ma le loro avventure sono appena incominciate, e dovranno affrontare ancora tante sfide prima di poter dichiarare chiusa quella difficoltosa questione, che ha portato e porterà loro tanti guai e problemi.

Già è stato detto che lo stile del racconto è molto lineare, i periodi sono brevi, numerosi i dialoghi, un po' più rari i monologhi però comunque presenti, ricorrono i pensieri e le meditazioni del personaggio principale, che riflette tra sé e sé, prevalgono le coordinate, quasi del tutto assenti sono le subordinate, la punteggiatura è curata, il lessico molto semplice ed elementare, pensato per un pubblico giovane.

In breve, un racconto scorrevole, avvincente, intenso, ma anche profondamente moderno: coinvolge bambini e adulti allo stesso modo, e lascia tutti col fiato sospeso in attesa di un lieto fine, un lieto fine che arriverà e acquieterà gli animi ansiosi dei lettori, conquistati dalle innumerevoli peripezie di Keawe e della moglie Kokua, che si rivelerà importante tanto quanto il protagonista nel proseguimento della storia.   

Personalmente, ho gradito molto questo libro, anche e soprattutto per il fatto che amo molto i racconti e più in generale le storie brevi: l'ho trovato davvero molto piacevole da leggere, tanto che in meno di quattro ore l'ho concluso, con un sorriso in volto e una dolce sensazione in petto.
Lo consiglio a tutti coloro che amano il genere e a quanti adorano Stevenson e i suoi libri.