Telefonate brevi



C’era una volta, non molto tempo fa, un Tempo nel quale la TV era in bianco e nero, per scrivere le lettere si usavano carta e penna, per viaggiare in bicicletta si doveva spingere sui pedali, il telefono serviva per telefonare ed aveva attaccato, incredibile ma vero, un filo.
Sì, proprio come un aquilone.
Telefonate brevi, recitava un cartello che molto di frequente stava attaccato vicino all’apparecchio telefonico, perché quello era un Tempo nel quale solo pochissimi, gente ricca o importante, o ancor meglio ricca e importante, potevano disporre di un telefono privato.
La grande maggior parte della popolazione per fare o ricevere una telefonata doveva usufruire di un apparecchio “pubblico” oppure gentilmente concesso in uso da gestori di locali aperti al pubblico come bar, farmacie, alberghi, esercizi commerciali.
Telefonate brevi, recitava il cartello, un po’ per consentire l’uso a un maggior numero di utenti, molto di più perché le telefonate, se in partenza, erano piuttosto costose.
Tempi andati, testimoni di una realtà economica e sociale limitata e asfittica; un paese di tremila abitanti non arrivava a contare cinquanta apparecchi telefonici ad uso privato, ognuno di questi identificato da un numero; quello del mio nonno, che conduceva un pastificio e pertanto era un’industriale, era il 32.
Estremamente complicato, se non addirittura indaginoso, risultava fare una telefonata al di fuori del distretto urbano.
Per fare una interurbana bisognava digitare un numero (mi pare fosse il 12) ed attendere la risposta di una signorina alla quale dovevi gentilmente chiedere di stabilire la comunicazione con un diverso distretto.

“Signorina, mi passi Copenaghen, prego!”
“Come dice, scusi?”
“Copenaghen, ho detto!”
“Forse lei intende dire Cadoneghe!”
“Sì, appunto. Provincia di Padova!”
E non è detto che le cose andassero sempre così bene.

Quando io ho smesso di essere un bambino, l’apparecchio telefonico aveva ancora il suo filo attaccato, ma aveva conosciuto una diffusione amplissima, andando ad abitare pressoché in ogni casa e, soprattutto, in città aveva fatto la sua apparizione un elemento di arredo urbano tanto innovativo quanto affascinante: la cabina telefonica.
Ricordo che guardavo con un misto di timore e meraviglia la prima ad essere stata installata nella piazza principale del paese, in prossimità del Municipio e dell’Ufficio Postale.
Fino a quel giorno, per me, le cabine telefoniche esistevano solo nei fumetti americani, e servivano più che altro a fare da spogliatoio a Clark Kent quando, nelle strade di Smallville, doveva assumere le sembianze di Nembo Kid.
Perché, in quel Tempo, Superman si chiamava così.
Assieme alla cabina telefonica avevano fatto la loro comparsa due innovazioni destinate a diventare iconiche, e a incidere in profondità sulle abitudini delle persone: il gettone telefonico e la teleselezione.
Con la teleselezione (innovazione tecnologica dai contenuti misteriosi e oscuri) non c’era più bisogno di disturbare la signorina del centralino. Per mettersi in comunicazione con Copenaghen, ovvero con Cadoneghe provincia di Padova, bastava digitare un numero di due, tre o quattro cifre prima del numero dell’utente richiesto: facendo lo 06 chiamavi a Roma, con lo 02 parlavi con Milano, lo 0425 lo dovevano digitare gli altri per chiamare te.
Quasi magico, no?
Il gettone telefonico era lo strumento con il quale pagare il costo della telefonata fatta da un telefono pubblico: la telefonata urbana prevedeva un solo “scatto” e te la cavavi con il consumo di un solo gettone. Per le interurbane, più grande era la distanza alla quale si trovava l’utente chiamato, più breve era la durata di ogni singolo “scatto” e più gettoni si consumavano per una comunicazione anche di soli pochi minuti.
Ne sanno qualcosa quelli che hanno fatto il militare di leva, i quali, la sera, dovevano entrare in cabina con le tasche appesantite da un numero spropositato di gettoni se volevano riuscire a dire anche solo qualcosa di più di “sto bene” alla mamma e “mi manchi” alla ragazza.
Specie se la mamma era a Firenze e la ragazza a Roma, e il giovane di leva era di stanza a Casale Monferrato.
Ricordo che, una sera, un commilitone che stava giusto davanti a me nella lunga fila di aspiranti all’uso della cabina, quando è arrivato il suo turno è rimasto più di dieci minuti a parlare in un fittissimo dialetto barese con non si sa chi.
Forse con nessuno, visto che ha consumato un solo gettone in tutto.
Il combinato disposto di cabina telefonica, che assicurava riservatezza e anonimato, e gettone telefonico che consentiva di mettersi in comunicazione a un costo ragionevole praticamente con tutta Italia, era diventato un’arma ad altissimo potenziale in mano a noi giovani liceali che, per vincere la noia delle lunghe notti estive, non avevamo ancora preso l’abitudine di gettare sassi dai cavalcavia.
Piuttosto, c’erano le telefonate.
Brevi.

Ore 23,30, stipati in cinque o sei in una cabina, si compone un numero scelto a caso dall’elenco telefonico:
“Pronto? C’è Toni?”
“No, ha sbagliato numero. Qui non c’è nessun Toni.”

Mezzanotte, stesso numero:
“Pronto, c’è Toni?”
“Qui non c’è nessun Toni, ho detto!”
Mezzanotte e venti, ancora quel numero:
“Pronto, c’è Toni?”
“Basta! Delinquenti! La volete smettere di disturbare la gente che dorme? Vergognatevi! Chiamo i Carabinieri!”

Ore una di notte, sempre lo stesso numero (ma questa volta è l’ultima):
“Pronto? Sono Toni: qualcuno mi ha cercato?”

Passano gli anni, i liceali diventano studenti universitari, ma le notti d’estate rimangono sempre lunghe e noiose.
Ai più fortunati può accadere di essere al mare con le ragazze.
In mancanza, ci sono sempre le cabine telefoniche.
Una notevole scorta di gettoni e un compagno di origini siciliane, dall’inflessione ancora perfetta nonostante il trasferimento al nord, costituiscono tutto quello che ci serve.

Telefonate, un po’ meno brevi.
Prefisso 0932, risponde un numero di Ragusa.

“Pronto, chi parla?”
“Un amico.”
“Un amico chi? Chi ’boi?”
“Tua moglie se la fa con il farmacista.”
“Che cazzo dici? Brutto stronzo!”

Prefisso 0934, Caltanissetta.
“Chi è?”
“Un amico sugnu. Tua moglie se la fa con il farmacista.”
“E tu? Cu sì tu? Si ti pigghiu!”

Prefisso 0931. Questa volta risponde Siracusa.
“Pronto, si tu?”
“Io sugnu. Chi ’boi?”
“Tua moglie se la fa con il farmacista.”
“U sacciu, u sacciu! Ma un lu diri a nuddu, pri caritati!”

Non fa male soltanto un sasso gettato da un cavalcavia.

Telefonate assolutamente non brevi.

Do il cambio alla collega che smonta dal turno di giorno, il turno di notte in ospedale tocca a me.
Lei non si toglie nemmeno il camice e si fionda subito al telefono pubblico che è posizionato in una nicchia in fondo al corridoio.
Io faccio in tempo a cambiarmi, a dare una occhiata alle consegne e a cominciare il giro insieme all’infermiere, e lei è ancora là, al telefono.
Non parla.
Ascolta in silenzio per lunghi, lunghissimi minuti.
Io e Gerardo la osserviamo da una certa distanza, incuriositi.
Sta lì con la cornetta attaccata all’orecchio, ogni tanto si passa una mano nei capelli e sposta il peso del corpo da una gamba all’altra, ma non dice una parola.
Ascolta e basta.
Sguardi perplessi e interrogativi fra me e Gerardo, che è più vecchio e più saggio di me.
“Ma con chi è, al telefono?”
“Boh” dice lui. “Forse è in linea con una qualche basilica, tipo quella di San Marco a Venezia!”

Telefonata importante, decisiva, che tu aspetti per ore accanto a un telefono che non si decide a squillare, e lo fa solo dopo che ti sei infilato sotto la doccia. Per smettere di squillare un secondo prima che tu, ancora insaponato, arrivi all’apparecchio.
In scivolata, battendo la schiena sul pavimento e la testa contro lo spigolo del mobile.
Era lei, e non richiamerà più.

Telefonata che non immaginavi ti avrebbe cambiato la vita.

“Pronto, Alberto?”
“No, sono Enrica.”
“Domando scusa, ho sbagliato.”
“Ne sei così sicuro? Tu, chi sei?”

Decisamente, in meglio.

Estate. Telefonate.
“Pronto, Marco?”
“Sì.”
“Domattina non venga a Bologna. L’appuntamento è cancellato.”
“Pronto, Giusva?”
“Sì.”
“Per domani a Bologna è confermato. Stazione, mattina.”

1 Agosto 1980


Vita e morte dentro due telefonate.
Brevi.
Anzi, brevissime.

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