Grazie di cuore alla giuria della sezione Poesia del Faraexcelsior 2026 che ha scelto con passione e competenza fra opere di notevole qualità le seguenti (per la sezione Poesia v. qui):
Alessandro Cancian ha 58 anni, è di origini umbre ma riminese d’adozione. Vive infatti a Rimini dal lontano 1984 quando vi arrivò per giocare nella principale squadra di basket della città. Attualmente è impegnato nel turismo. Ama leggere, scrivere e ascoltare musica lirica, con una predilezione per Mozart, Gluck e Wagner. Dalle loro composizioni tragiche ed epiche trae ispirazione per le scene chiave delle sue storie.
«Originale il mondo fantasy creato dall’autore/autrice, costruito attorno a un affascinante immaginario acquatico nel quale il mare diventa un vero protagonista. Luoghi come Minyera, il Porto dei Miserabili, l’Altare dell’Abisso e l’intero Arcipelago contribuiscono a creare un universo narrativo ricco, coerente e credibile.
Fin dalle prime pagine la figura di Giovanni, il ragazzo che non affoga, mi ha colpito per la sua forza poetica e simbolica.
Ho trovato particolarmente intensa la rappresentazione della comunità dei pescatori di perle e dei minatori, che dà al testo una forte dimensione sociale. Magico e sociale si intrecciano con equilibrio, senza mai cadere nell’eccesso dell’uno o dell’altro.
Mi hanno coinvolto anche il rapporto paterno tra Giovanni ed Enea e i legami di amicizia e solidarietà che uniscono i giovani protagonisti, conferendo alla storia il respiro di una moderna epica corale.
I personaggi suscitano empatia e si continua a leggere con il desiderio di scoprire i misteri delle Perle dell’Abisso e le vere origini del protagonista, destinato a rivelarsi più di ciò che appare.
La forza visiva delle ambientazioni fa inoltre immaginare facilmente una futura trasposizione cinematografica.» (Barbara Rosenberg)
«Una fiaba, più che un fantasy, l’invenzione di un mondo simbolicamente ricco di personaggi e situazioni che, pur nello sfruttamento di stilemi narrativi assodati, riesce ad avvincere come quando da ragazzi si sognavano storie che nella fantasia riflettevano il desiderio di un futuro libero e felice. Il finale sospeso lascia intendere un seguito, grazie a un classico cliffhanger.» (Francesco Randazzo)
«Un romanzo breve che trascina nel profondo, come una zavorra trascina in fondo al mare, di un mondo reso unico dalla mescolanza di tre elementi: i personaggi, con i loro nomi e i loro mestieri che ricordano quasi un romanzo storico ambientato all’inizio del ’900; la magia, nei nomi dei luoghi e nelle regole del mondo narrativo, che più che il fantastico ricorda il mitologico; e la prosa poetica, con descrizioni che fanno respirare le rocce e sbriciolare la luce, rendendo la narrazione profonda ed estremamente coinvolgente. Riemergiamo da questa immersione senza essere affogati, anzi, con una boccata di ossigeno nell’equilibrio tra sperimentazione narrativa e solidità poetica.» (Giovanni Giamboni)
«Proverbio geniale d’incipit. Il racconto chiede energie per essere seguito. Termini come "occhiatacce" o "respiro spezzato" o "lucciole che danzavano nell’oscurità" richiedono originalità.» (Angelo Leva)
Fulvio Tissi vive a Marostica in provincia di Vicenza famosa in tutto il mondo per la "Partita a scacchi", spettacolo che ogni due anni viene riproposto nella piazza degli scacchi davanti al castello da basso. Gli piace scrivere, leggere e si diletta di teatro nella compagnia "Teatris" di Marostica, piccola ma grande realtà del territorio. Vive, come da sempre, per la sua famiglia: la moglie i figli e da qualche anno anche per i nipoti.
«Racconto lineare e asciutto, non usa ridefinizioni dei concetti, è un procedere pulito e di sintesi studiata. L’argomento dell’adozione cattura l’attenzione e i profili psicologici dei personaggi sono abilmente delineati con poche parole e con tratteggi credibili. È un bel racconto.» (Angelo Leva)
«Il poggio oltre i castagni di Fulvio Tissi è un romanzo lirico, percorso da un'atmosfera familiare ed empatica che lascia percepire al lettore una genuina passione per la narrazione e una notevole capacità di creare ambientazioni ricche di dettagli descrittivi e retrospettivi.» (Alberto Fraccacreta)
Carla Malerba è nata a Tripoli di Libia e vi è felicemente vissuta fino al 1970. Ha iniziato a scrivere poesie a otto anni. Un giudizio favorevole dei critici Gramigna, Buzzati e Sala, curatori di una pagina per giovani poeti sul settimanale
Amica, la incoraggia a proseguire. Dopo la Maturità Scientifica, si iscrive alla Facoltà di Lettere Moderne a Catania, ma interrompe gli studi a seguito di eventi politici legati al suo Paese d’adozione. Si laurea successivamente presso l’Università degli Studi di Siena. Ha insegnato Lettere ad Arezzo, città nella quale vive. Ha pubblicato sei raccolte poetiche, le ultime due sono delle quali è La milionesima notte (2023) e Un tempo nuovo (2026). Ama scrivere anche racconti, articoli e recensioni.
«Alcuni aspetti sono migliorabili come il bilanciamento tra narrazione e dialogo e la credibilità di alcune situazioni. Però si legge bene, non ci sono ostacoli e ogni storia è godibile. Si vede che l’autore sa raccontare e modulare i tempi per un’esposizione attraente.» (Angelo Leva)
Giuseppe Armani, 70 anni, è laureato in Scienze della formazione e dell’educazione e in Filosofia. Dal 2024 è Cultore della Materia in Pedagogia Generale, in Teoria delle Relazioni di aiuto, in Filosofia teoretica e dal 2026 in Pedagogia delle età della vita presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore (Sedi di Milano e Piacenza). Maestro Internazionale Senior di scacchi (ICCF). In pensione dall’aprile 2023, si è occupato professionalmente di pianificazione strategica, formazione e orientamento nell’ambito della Pubblica Amministrazione pubblicando numerosi contributi e studi in riviste di settore. Studioso di filosofia, pedagogia, linguistica e letterature straniere, da oltre quarant’anni ha posto al centro della sua ricerca l’epistemologia dello spazio e la relazione tra spazio e linguaggio. Autore di alcuni romanzi, racconti, saggi e studi tuttora inediti (su Rainer Maria Rilke, Georg Trakl, Ossip Mandel’štam, André Du Bouchet, Pierre Reverdy, Roberto Juarroz, Pierre Albert Jourdan, Tomas Tranströmer), vincitore di numerosi premi letterari, ha poesie e racconti in varie antologie. Ha pubblicato cinque raccolte poetiche: Thlenai, 2011; Flatus vocis, 2012; Ordine revocato, 2013; Locus, Loqui (2024, Leonida Edizioni); Αναγνωρισις Riconoscimento (2024, Kanaga Edizioni); L’Occhio inciso (2025, Leonida Edizioni); e il saggio Dall’Inter-vallo. Intorni della parola poetica (2011, Leonida Edizioni). Nel 2025 ha pubblicato i saggi Tra radice e ombra. L’albero nella poesia dal XIX al XXI secolo (Kanaga Edizioni), Continuità e discontinuità nello spazio poetico (Fara Editore) e La distanza nella relazione umana. Prospettive filosofiche e pedagogiche (CSA Edizioni).
«Racconti che sono quasi un’anatomia della realtà. In brevi scorci minuziosamente descrittivi ambienti, situazioni e personaggi vengono osservati con acume e attenzione quasi parossistica, come se solo in ciò che appare si possa intravedere una profondità nascosta, un pensiero finale sull’esistenza che si svela infine come uno squarcio di riflessione viva.» (Francesco Randazzo)
«Idea molto bella quella dei racconti molto brevi. Vi è un concentrato di sperimentazione nell’accostamento di termini studiati. Sono racconti che sono quasi poesie in prosa e che sicuramente sembrano sperimentazione per qualcosa di più grande e strutturato che deve ancora venire.» (Angelo Leva)
Gennaro Grieco, lucano di nascita (Rionero in Vúlture, 1953), torinese di adozione, frequenta pure i luoghi manzoniani. Laureato in Pedagogia (indirizzo sociologico) all’Università di Torino, figura in oltre 100 opere collettanee. Una decina i libri pubblicati, gli ultimi, entrambi presentati al Salone del Libro di Torino, sono: Apprendimento di cose utili (Genesi Editrice 2007, summa della produzione poetica 1971-2001) e Storia penace (Genesi Editrice 2008, debutto narrativo in volume autonomo). Con Fara ha pubblicato la raccolta poetica Indizi per un giusto riposo (2026).
«L’opera è frutto di un grande experimentum crucis: una viva effusione di un flusso continuo di in-coscienza, scaturente da un senso di mancanza, di una condizione di humanitas de-ficiens, di Dasein de-ens. È quel stream of consciousness che questo Joyce lucano (si presume) a destare nel lettore attese, ripensamenti, anche sconcerti. Da questo puro flusso, pura poesia, pura narrazione scaturisce un fiume di domande, di perché interrogativi e/o causali che non sempre hanno una risposta. È visione di un “puro occhio contemplante” la realtà psico-topica, spesso a-topica, più che utopica. “Al di là del genere (comunque narrativo) e di una non scontata (o attesa) coerenza fra le parti, queste pagine vogliono essere null’altro che la testimonianza di un legame”. Già “al di là del genere” ha colto subito la nostra fervida attenzione. Al di là del bene e del male, cioè al di là degli opposti si può cogliere l’essenza del Logos, legato naturalmente alla terra (“centro di gravità permanente”): “testimone di un legame”. La terra racchiude un senso protettivo, rispetto al mondo che è apertura. Aperto e chiuso, duro e molle, fluido, morbido e duro si alternano e si intrecciano in questa continua corrente narrativa. “Sono il frutto di un’idea estemporanea, di giornata: nata di mattina, realizzata prima che notte offuscasse. Non c’è premeditazione. Solo il morso, particolarmente stringente afferrante incalzante, di una mancanza”. Frutto di un giorno: alba, mezzogiorno, meriggio: così la “Vita di un uomo”. “Ed è subito sera”: ecco “Jamme” opera di un pariniano “giorno”, o di “giorni” esiodei. Narrativa illuministica, ma in senso nietzschiano, ispirante, lineare, originale, destrutturante, futuristica, anche se nel contempo passatistica, perché riporta tutta una serie di testimonianze storiche, linguistiche, etimologiche, antropologiche e culturali su Rionero, fervido centro lucano, alle pendici dell’antico Vulture (da Vultur, un altro nome misterico): ecco i termini di una non-svalutazione.» (Vincenzo Capodiferro)
«Una raccolta autobiografica intrisa di tenerezza, un collage di ricordi che, grazie alla premessa che si fa chiave di lettura, diventa anche un viaggio all’indietro alla ricerca del sé. La ricchezza di dettagli porta le varie scene a un livello di particolare che diventa universale, portando anche il lettore a rivisitare i propri ricordi e le proprie origini.» (Giovanni Giamboni)
«Si capisce bene l’amore per la provenienza e l’affresco prima della narrazione lo dimostra. Ma è debole di incipit e si dilunga troppo nell’affresco. Bisogna fare intuire subito qualcosa di attraente che convinca il lettore ad andare avanti. Ho apprezzato i dipinti geografici tipo “le terre fredde di Monticchio, al Cupero a Faraona e fino all’Ofanto; a sciamare per la fiumara e oltre Vitalba, verso Filiano, verso Lagopesole; o inabissandosi negli oscuri canaloni che dal massiccio muoiono ai piedi dei paesi”. Ecco questo è un punto di forza dello scritto: fare amare senza conoscere. L’autore esprime cultura vasta e passione riconoscibile per il suo Rionero.» (Angelo Leva)
Milanese doc, 77 anni portati con il disincanto di chi non si prende troppo sul serio, Ugo Perugini ha passato la vita professionale a costruire ponti tra le parole e le persone, come responsabile della comunicazione di una azienda. Poi, la creatività bussa alla porta. Il primo segnale arriva nel giugno 2005, con un secondo posto al Concorso Fara Editore per Prosapoetica. Ma lui non la apre distratto da collaborazioni a riviste, due libri, un blog su temi relativi alla comunicazione e alla democrazia, illuso che le due cose abbiano ancora qualcosa da dirsi. Negli ultimi anni, si riaffaccia la voglia di raccontare storie. E torna a Fara Editore come si torna in un posto dove si è stati trattati bene: con piacere, e senza troppe spiegazioni.
«Ho trovato la trama poliziesca ben costruita: riesce a mantenere viva la curiosità del lettore fino alla conclusione, senza momenti di stanchezza. L’elemento ironico contribuisce a rendere la lettura piacevole e scorrevole.
Mi è sembrato particolarmente interessante il personaggio di Assuero, protagonista originale già a partire dal nome inconsueto, donna ironica, fragile e tenace al tempo stesso, alle prese anche con il difficile rapporto con il proprio corpo e con il peso, tema trattato con leggerezza ma senza superficialità.
Ho apprezzato anche l’ambientazione di provincia, con i suoi pettegolezzi, le sue dinamiche relazionali e i suoi piccoli segreti, che richiama la migliore tradizione del giallo italiano ambientato in piccoli centri.
Nel romanzo trovano spazio anche temi importanti come il bullismo e la violenza sulle donne, affrontati con leggerezza narrativa, ma senza essere banalizzati, contribuendo ad arricchire la storia di ulteriori livelli di lettura.
Pur nella sua efficacia narrativa, ritengo che il testo potrebbe migliorare attraverso un ulteriore lavoro sullo stile, che in alcuni passaggi appare molto vicino al parlato quotidiano. Una più attenta selezione lessicale potrebbe dare all’opera una maggiore personalità letteraria, valorizzandone ulteriormente le qualità narrative.» (Barbara Rosenberg)
«Povera Assuero, quanti difetti, quanti errori. Eppure si racconta bene di lei, sembriamo noi, in un testo che non appare mai noioso e che anzi ridesta l’attenzione ad ogni tornante. Brava Assuero e bravo chi ha scritto.» (Angelo Leva)
Paolo Mascellanti (Pescara, 1959) è un medico chirurgo con una enorme passione per la parola di Dio. La scoperta del cammino neocatecumenale ha rappresentato per lui i trait d’union tra le vicende umane e l’incarnazione del Verbo. Da lettore appassionato ha iniziato a scrivere, questa è la sua prima opera completa. Scrivendo prova grande soddisfazione e gioia.
«Era necessaria un’ennesima perlustrazione delle acque del Vangelo?». La bellezza di quest’opera è questa peripatetica passeggiata lungo i fiumi d’acqua viva che possono scaturire da una rilettura, sempre attenta, sempre nuova, delle Scritture. “Egli è come un albero piantato lungo l’acqua, verso la corrente stende le radici” (Ger 17,8). Come i classici della letteratura possono sempre suscitare nuove emozioni, riflessioni, a maggior ragione questo classico che è pura espressione di quella “Bellezza così antica e così nuova”. “L’unico vero viaggio consiste nel guardare il mondo con occhi nuovi,” scriveva Proust. Così in questo viaggio. E qui non siamo solo dinanzi ad un testo letterario, ma cosmico, le parole che un Dio ci ha rivelato. Sono quei “versetti strabilianti” che ancora riescono a suscitare stupore, meraviglia. Da qui nasce la “Sophia”. Sono quei “versetti meravigliosi” che sanno suscitare sempre e dovunque interesse, attenzione, rinnovamento. “In principio era la Parola”: questa Parola del Principio sa essere sempre attuale, sempre presente. Dice sempre all’anima che ascolta cose nuove, buone notizie: ecco i vangeli! È una descrizione di tutte le probabili interpretazioni dei fatti, alla luce della riflessione cristiana sulla coscienza, sul peccato e dei fondamenti teologici essenziali. Il Vangelo, buona novella, novella felice, che porta conforto, allegrezza, sa suscitare sempre spunti. È come una vite dagli infiniti tralci che dove poggiano mettono radici. Le parole sono semi, sono lievito. Questo lievito fermenta nei cuori, diviene pane spirituale, vino spirituale. Quest’opera è una lettura, una rilettura “nuova”, della grande narrazione della storicità di Dio, della “temporalizzazione dell’Eterno”, una letteraria platonica mobile immagine dell’immobile. È soprattutto una testimonianza, che scaturisce da un vissuto concreto, che si presentifica eternamente. È descrizione/presentificazione di momenti eterni, atemporali. E poi è veramente strabiliante quel “Dialogo scherzoso, ma teologicamente “corretto”, in vernacolo” su “Maria che scioglie i nodi”: è di una freschezza, di una spontaneità e genuinità veramente notevole.» (Vincenzo Capodiferro)
«L’inizio fino all’adultera è lungo e non attraente. In generale l’analisi è interessante ma per pochi. E tra quei pochi c’è sempre il dubbio che quello che viene fuori non sia condiviso da chi conduce, da chi educa, da chi guida. È una riflessione però interessante anche se richiede sforzo e disponibilità.» (Angelo Leva)
Racconto/saggio Faraexcelsior 2026
I classificato
Il ragazzo che non affoga
di Alessandro Cancian (Rimini)
di Alessandro Cancian (Rimini)
Alessandro Cancian ha 58 anni, è di origini umbre ma riminese d’adozione. Vive infatti a Rimini dal lontano 1984 quando vi arrivò per giocare nella principale squadra di basket della città. Attualmente è impegnato nel turismo. Ama leggere, scrivere e ascoltare musica lirica, con una predilezione per Mozart, Gluck e Wagner. Dalle loro composizioni tragiche ed epiche trae ispirazione per le scene chiave delle sue storie.
«Originale il mondo fantasy creato dall’autore/autrice, costruito attorno a un affascinante immaginario acquatico nel quale il mare diventa un vero protagonista. Luoghi come Minyera, il Porto dei Miserabili, l’Altare dell’Abisso e l’intero Arcipelago contribuiscono a creare un universo narrativo ricco, coerente e credibile.
Fin dalle prime pagine la figura di Giovanni, il ragazzo che non affoga, mi ha colpito per la sua forza poetica e simbolica.
Ho trovato particolarmente intensa la rappresentazione della comunità dei pescatori di perle e dei minatori, che dà al testo una forte dimensione sociale. Magico e sociale si intrecciano con equilibrio, senza mai cadere nell’eccesso dell’uno o dell’altro.
Mi hanno coinvolto anche il rapporto paterno tra Giovanni ed Enea e i legami di amicizia e solidarietà che uniscono i giovani protagonisti, conferendo alla storia il respiro di una moderna epica corale.
I personaggi suscitano empatia e si continua a leggere con il desiderio di scoprire i misteri delle Perle dell’Abisso e le vere origini del protagonista, destinato a rivelarsi più di ciò che appare.
La forza visiva delle ambientazioni fa inoltre immaginare facilmente una futura trasposizione cinematografica.» (Barbara Rosenberg)
«Una fiaba, più che un fantasy, l’invenzione di un mondo simbolicamente ricco di personaggi e situazioni che, pur nello sfruttamento di stilemi narrativi assodati, riesce ad avvincere come quando da ragazzi si sognavano storie che nella fantasia riflettevano il desiderio di un futuro libero e felice. Il finale sospeso lascia intendere un seguito, grazie a un classico cliffhanger.» (Francesco Randazzo)
«Un romanzo breve che trascina nel profondo, come una zavorra trascina in fondo al mare, di un mondo reso unico dalla mescolanza di tre elementi: i personaggi, con i loro nomi e i loro mestieri che ricordano quasi un romanzo storico ambientato all’inizio del ’900; la magia, nei nomi dei luoghi e nelle regole del mondo narrativo, che più che il fantastico ricorda il mitologico; e la prosa poetica, con descrizioni che fanno respirare le rocce e sbriciolare la luce, rendendo la narrazione profonda ed estremamente coinvolgente. Riemergiamo da questa immersione senza essere affogati, anzi, con una boccata di ossigeno nell’equilibrio tra sperimentazione narrativa e solidità poetica.» (Giovanni Giamboni)
«Proverbio geniale d’incipit. Il racconto chiede energie per essere seguito. Termini come "occhiatacce" o "respiro spezzato" o "lucciole che danzavano nell’oscurità" richiedono originalità.» (Angelo Leva)
II classificato
Il poggio oltre i castagni
di Fulvio Tissi (Marostica, VI)
di Fulvio Tissi (Marostica, VI)
«Racconto lineare e asciutto, non usa ridefinizioni dei concetti, è un procedere pulito e di sintesi studiata. L’argomento dell’adozione cattura l’attenzione e i profili psicologici dei personaggi sono abilmente delineati con poche parole e con tratteggi credibili. È un bel racconto.» (Angelo Leva)
«Il poggio oltre i castagni di Fulvio Tissi è un romanzo lirico, percorso da un'atmosfera familiare ed empatica che lascia percepire al lettore una genuina passione per la narrazione e una notevole capacità di creare ambientazioni ricche di dettagli descrittivi e retrospettivi.» (Alberto Fraccacreta)
Opere votate
Il tempio sulla collina e altre storie
di Carla Malerba (Arezzo)
di Carla Malerba (Arezzo)
Amica, la incoraggia a proseguire. Dopo la Maturità Scientifica, si iscrive alla Facoltà di Lettere Moderne a Catania, ma interrompe gli studi a seguito di eventi politici legati al suo Paese d’adozione. Si laurea successivamente presso l’Università degli Studi di Siena. Ha insegnato Lettere ad Arezzo, città nella quale vive. Ha pubblicato sei raccolte poetiche, le ultime due sono delle quali è La milionesima notte (2023) e Un tempo nuovo (2026). Ama scrivere anche racconti, articoli e recensioni.
«Alcuni aspetti sono migliorabili come il bilanciamento tra narrazione e dialogo e la credibilità di alcune situazioni. Però si legge bene, non ci sono ostacoli e ogni storia è godibile. Si vede che l’autore sa raccontare e modulare i tempi per un’esposizione attraente.» (Angelo Leva)
Graffi del tempo
di Giuseppe Armani (Fiorenzuola d’Arda, PC)
di Giuseppe Armani (Fiorenzuola d’Arda, PC)
«Racconti che sono quasi un’anatomia della realtà. In brevi scorci minuziosamente descrittivi ambienti, situazioni e personaggi vengono osservati con acume e attenzione quasi parossistica, come se solo in ciò che appare si possa intravedere una profondità nascosta, un pensiero finale sull’esistenza che si svela infine come uno squarcio di riflessione viva.» (Francesco Randazzo)
«Idea molto bella quella dei racconti molto brevi. Vi è un concentrato di sperimentazione nell’accostamento di termini studiati. Sono racconti che sono quasi poesie in prosa e che sicuramente sembrano sperimentazione per qualcosa di più grande e strutturato che deve ancora venire.» (Angelo Leva)
Jamme ,scaramuzze!
di Gennaro Grieco (Trana, TO)
di Gennaro Grieco (Trana, TO)
«L’opera è frutto di un grande experimentum crucis: una viva effusione di un flusso continuo di in-coscienza, scaturente da un senso di mancanza, di una condizione di humanitas de-ficiens, di Dasein de-ens. È quel stream of consciousness che questo Joyce lucano (si presume) a destare nel lettore attese, ripensamenti, anche sconcerti. Da questo puro flusso, pura poesia, pura narrazione scaturisce un fiume di domande, di perché interrogativi e/o causali che non sempre hanno una risposta. È visione di un “puro occhio contemplante” la realtà psico-topica, spesso a-topica, più che utopica. “Al di là del genere (comunque narrativo) e di una non scontata (o attesa) coerenza fra le parti, queste pagine vogliono essere null’altro che la testimonianza di un legame”. Già “al di là del genere” ha colto subito la nostra fervida attenzione. Al di là del bene e del male, cioè al di là degli opposti si può cogliere l’essenza del Logos, legato naturalmente alla terra (“centro di gravità permanente”): “testimone di un legame”. La terra racchiude un senso protettivo, rispetto al mondo che è apertura. Aperto e chiuso, duro e molle, fluido, morbido e duro si alternano e si intrecciano in questa continua corrente narrativa. “Sono il frutto di un’idea estemporanea, di giornata: nata di mattina, realizzata prima che notte offuscasse. Non c’è premeditazione. Solo il morso, particolarmente stringente afferrante incalzante, di una mancanza”. Frutto di un giorno: alba, mezzogiorno, meriggio: così la “Vita di un uomo”. “Ed è subito sera”: ecco “Jamme” opera di un pariniano “giorno”, o di “giorni” esiodei. Narrativa illuministica, ma in senso nietzschiano, ispirante, lineare, originale, destrutturante, futuristica, anche se nel contempo passatistica, perché riporta tutta una serie di testimonianze storiche, linguistiche, etimologiche, antropologiche e culturali su Rionero, fervido centro lucano, alle pendici dell’antico Vulture (da Vultur, un altro nome misterico): ecco i termini di una non-svalutazione.» (Vincenzo Capodiferro)
«Una raccolta autobiografica intrisa di tenerezza, un collage di ricordi che, grazie alla premessa che si fa chiave di lettura, diventa anche un viaggio all’indietro alla ricerca del sé. La ricchezza di dettagli porta le varie scene a un livello di particolare che diventa universale, portando anche il lettore a rivisitare i propri ricordi e le proprie origini.» (Giovanni Giamboni)
«Si capisce bene l’amore per la provenienza e l’affresco prima della narrazione lo dimostra. Ma è debole di incipit e si dilunga troppo nell’affresco. Bisogna fare intuire subito qualcosa di attraente che convinca il lettore ad andare avanti. Ho apprezzato i dipinti geografici tipo “le terre fredde di Monticchio, al Cupero a Faraona e fino all’Ofanto; a sciamare per la fiumara e oltre Vitalba, verso Filiano, verso Lagopesole; o inabissandosi negli oscuri canaloni che dal massiccio muoiono ai piedi dei paesi”. Ecco questo è un punto di forza dello scritto: fare amare senza conoscere. L’autore esprime cultura vasta e passione riconoscibile per il suo Rionero.» (Angelo Leva)
Gatta morta ci cova
di Ugo Perugini (Milano)
di Ugo Perugini (Milano)
«Ho trovato la trama poliziesca ben costruita: riesce a mantenere viva la curiosità del lettore fino alla conclusione, senza momenti di stanchezza. L’elemento ironico contribuisce a rendere la lettura piacevole e scorrevole.
Mi è sembrato particolarmente interessante il personaggio di Assuero, protagonista originale già a partire dal nome inconsueto, donna ironica, fragile e tenace al tempo stesso, alle prese anche con il difficile rapporto con il proprio corpo e con il peso, tema trattato con leggerezza ma senza superficialità.
Ho apprezzato anche l’ambientazione di provincia, con i suoi pettegolezzi, le sue dinamiche relazionali e i suoi piccoli segreti, che richiama la migliore tradizione del giallo italiano ambientato in piccoli centri.
Nel romanzo trovano spazio anche temi importanti come il bullismo e la violenza sulle donne, affrontati con leggerezza narrativa, ma senza essere banalizzati, contribuendo ad arricchire la storia di ulteriori livelli di lettura.
Pur nella sua efficacia narrativa, ritengo che il testo potrebbe migliorare attraverso un ulteriore lavoro sullo stile, che in alcuni passaggi appare molto vicino al parlato quotidiano. Una più attenta selezione lessicale potrebbe dare all’opera una maggiore personalità letteraria, valorizzandone ulteriormente le qualità narrative.» (Barbara Rosenberg)
«Povera Assuero, quanti difetti, quanti errori. Eppure si racconta bene di lei, sembriamo noi, in un testo che non appare mai noioso e che anzi ridesta l’attenzione ad ogni tornante. Brava Assuero e bravo chi ha scritto.» (Angelo Leva)
Voglia di avventura passeggiando nelle scritture
di Paolo Mascellanti (Pescara)
«Era necessaria un’ennesima perlustrazione delle acque del Vangelo?». La bellezza di quest’opera è questa peripatetica passeggiata lungo i fiumi d’acqua viva che possono scaturire da una rilettura, sempre attenta, sempre nuova, delle Scritture. “Egli è come un albero piantato lungo l’acqua, verso la corrente stende le radici” (Ger 17,8). Come i classici della letteratura possono sempre suscitare nuove emozioni, riflessioni, a maggior ragione questo classico che è pura espressione di quella “Bellezza così antica e così nuova”. “L’unico vero viaggio consiste nel guardare il mondo con occhi nuovi,” scriveva Proust. Così in questo viaggio. E qui non siamo solo dinanzi ad un testo letterario, ma cosmico, le parole che un Dio ci ha rivelato. Sono quei “versetti strabilianti” che ancora riescono a suscitare stupore, meraviglia. Da qui nasce la “Sophia”. Sono quei “versetti meravigliosi” che sanno suscitare sempre e dovunque interesse, attenzione, rinnovamento. “In principio era la Parola”: questa Parola del Principio sa essere sempre attuale, sempre presente. Dice sempre all’anima che ascolta cose nuove, buone notizie: ecco i vangeli! È una descrizione di tutte le probabili interpretazioni dei fatti, alla luce della riflessione cristiana sulla coscienza, sul peccato e dei fondamenti teologici essenziali. Il Vangelo, buona novella, novella felice, che porta conforto, allegrezza, sa suscitare sempre spunti. È come una vite dagli infiniti tralci che dove poggiano mettono radici. Le parole sono semi, sono lievito. Questo lievito fermenta nei cuori, diviene pane spirituale, vino spirituale. Quest’opera è una lettura, una rilettura “nuova”, della grande narrazione della storicità di Dio, della “temporalizzazione dell’Eterno”, una letteraria platonica mobile immagine dell’immobile. È soprattutto una testimonianza, che scaturisce da un vissuto concreto, che si presentifica eternamente. È descrizione/presentificazione di momenti eterni, atemporali. E poi è veramente strabiliante quel “Dialogo scherzoso, ma teologicamente “corretto”, in vernacolo” su “Maria che scioglie i nodi”: è di una freschezza, di una spontaneità e genuinità veramente notevole.» (Vincenzo Capodiferro)
«L’inizio fino all’adultera è lungo e non attraente. In generale l’analisi è interessante ma per pochi. E tra quei pochi c’è sempre il dubbio che quello che viene fuori non sia condiviso da chi conduce, da chi educa, da chi guida. È una riflessione però interessante anche se richiede sforzo e disponibilità.» (Angelo Leva)







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