KAMANA

di Vincenzo Capodiferro



Il racconto si snoda come un’auto-rivelazione di un giovane professore di sostegno, Nemo Castaldi, il quale ha in cura una ragazza filippina. Tutti i riferimenti a fatti, luoghi o persone sono puramente casuali e frutto di fantasia e all’uopo di finzione letteraria.


Era venuta nella nostra scuola del liceo artistico di nell’ottobre inoltrato una ragazza di origini filippine. Si chiamava Kamana Namaglieri. Aveva problemi di mutismo e di afasia, per questo fu affidata a me, un caso difficile. Noi insegnanti di sostegno spesso ci troviamo a fare gli psicologi di frontiera. Il preside, professor Davide Fermini, mi aveva raccomandato vivamente il suo caso. Era basa di statura, colore cioccolatino, una pigmea. Aveva degli occhi neri lucentissimi e penetranti. Ti afferrava l’anima al solo guardo. I capelli a caschetto con un ciuffo pendente spesso coprivano il suo sguardo, denso di un non so che di rabbia e di follia. Scriveva a stento, in uno stile futuristico, drappi di pensieri misti in inglese e spagnolo. Masticava l’italiano. Ma in arte era geniale. Dipingeva delle raffigurazioni speciose, con vivi colori, che rappresentavano, il più delle volte la sua terra. Dopo lunghe ore passate accanto a lei, presso il liceo artistico don Milani di Venegono, cominciava a spiaccicare alcuni pensieri. L’amore fa strani effetti e guarisce tutto. Ero alle prime armi io, giovane neolaureato in psicologia alla Statale di Milano. Avevo preso l’abilitazione per il sostegno e così insegnavo nelle scuole. Mi chiamo Nemo Castaldi. Mi fu dato questo strano nome perché mio papà era un patito di Verne e scriveva romanzetti di fantascienza. Ho seguito Kamana per due anni, poi è andata via, portata via dal vento. 

Mi raccontava che era stata tanti anni con la nonna nelle Filippine e che apparteneva al popolo degli Aeta, che ella chiamava Aieta, o Aieti. Dopo mezzo anno aveva preso confidenza con me:

«Sai prof., io porto il nome di un Dio, il dio del mio popolo, che si chiama Namaglieri».

Mi informai sulla cultura del popolo degli Aeta. Credono in un dio che si chiama Apo Namalyari. Apo significa padre e somiglia ad Abba. Gli Aeta erano un popolo di navigatori, che si associavano ai vichinghi d’Oceania. Mio papà che era un saccente di tutto, curioso, aveva associato nella sua mente felina, come i molteplici gatti che allevava in casa, Apo al sumerico Apsu, che indica il caos originario. Abisso deriva da Apsu. 

Ma perché avevano post a Kamana il nome del loro dio? E poi Kamana significa nella loro lingua, spirito, buono o cattivo, che infesta le foreste. 

Quando raccontavo queste cose a papà egli mi rimbeccava:

«Molto strano! Molto strano! Non è che è l’incarnazione di una dea?».

E mi faceva venire dei problemi in capo. Io vivevo da anni da solo con papà, a Castellanza. Mia mamma era fuggita col suo amante e non si era fatta più sentire. Non glielo avevo mai perdonato. Mi aveva abbandonato. Per questo mi ero rifugiato nello studio della psicologia. Ho dimenticato perfino il suo nome. Damnatio memoriae. Forse si era stufata di papà, ma poteva dirlo benissimo. 

«Sai profo

Mi chiamava profo ed io mi divertivo un sacco.

«Io sono figlia di dio …».

Qui mi cominciavano a venire in mente dei pensieri strani. Ma chi è costei che dice di essere figlia di un dio?

«Io stavo con la mia nonnina, Amurca, nelle Filippine. Mia mamma se n’è scappata con il suo amante ed è venuta in Italia. Papino è morto … Papino è morto …».

Il padre di Kamana sarà morto di crepacuore. Adesso capivo tutto. Come somigliava la sua storia alla mia!

«Mia nonna mi amava tantissimo. Stavo bene con lei. Il nonno era uno mago …»

Si vede che il nonno doveva essere una specie di stregone, o sciamano: un mistico animistico. 

«Mi ha insegnato tutto, l’arte sacra. Morto il nonno, tutti ce l’avevano con me. Pensavano che ero una strega. Volevano lapidarmi, volevano bruciarmi. Kamana guarisce. Kamana vede il futuro. Kamana conosce tutte le erbe e i rimedi della grande madre …».

Solo allora riuscivo a capire il dramma di questa piccola, ma grande pigmea, Kamana. Era una gigante della spiritualità. Avevo conosciuto sua madre, una donna molto bella, avvenente. Riuscivo a capire perché fosse fuggita, ma la guardavo sempre di sbieco, per via del mio abbandono. L’abbandono è una ferita non marginabile dell’anima. Kamana conosceva tutti i rimedi della madre universale, la natura. Anche il proverbio lo dice: Medicus curat, natura sanat. La natura guarisce. Bisogna seguirla, interrogarla. Ero strabiliato dalla profondità di quella piccola donna dallo sguardo penetrante. Non parlava con la lingua, ma con gli occhi feriva più che di spada. 

«I primi Aieti sono nati dalle piante. Erano alberi che camminano, per volontà del padre Apa. Poi alcuni alberi si ribellarono al padre. Amavano fare del male e il padre si arrabbiò e li cacciò dal giardino. Li mise sulla terra. Poi li divise in maschi e femmine per via della loro arroganza. Per procreare avevano bisogno di un mezzo e creò l’ape. Poi diede il pungiglione agli alberi maschi e il fiore alle femmine e così nasce la natura sessuale di molti esseri viventi. Dai primi alberi furono generati gli animali e poi gli uomini. Ma tutto nasce da un unico albero. Il primo seme genera un albero secondo. Questo albero secondo vedendo il suo padre albero che era altissimo voleva raggiungerlo e si insuperbì, così nasce l’albero del male. Il primo aveva frutti buoni, il secondo frutti velenosi. Chi mangiava dei frutti del primo viveva sempre e ringiovaniva e non moriva mai, ma chi mangiava dei frutti del secondo era destinato alla morte».

Era un mito bellissimo ma bisognoso di interpretazioni. Seguivo sempre con intensità i progressi che Kamana faceva. Era un’esperta di colori e di pittura. Dipingeva di solito su carte di fogliame da lei create e con colori naturali che lei produceva e sapeva trarre da ogni genere di piante. Aveva tutta una sua teoria sui colori.

«Vedi Profo! I colori del primo tempo sono il blu, il rosso e il giallo. Il blu rappresenta il cielo, ma anche l’acqua, o il grande oceano. Cielo e mare nascono dallo stesso orizzonte e si dividono per volere di Apa. Il cielo è l’acqua di sopra e il mare l’acqua di sotto. È necessaria la separazione, perché così c’è la pioggia e la neve che irrora la terra. Il rosso è la terra che nasce dal blu. Poi Apa, il grande padre accese un fuoco che incendiava il rosso. Il rosso è tutto legno, perché dal legno nascono tutte le cose e anche la carne. Il fuoco brucia il rosso, il legno. Così nasce il sole che è un grande legno che brucia sempre. La luce nasce dal fuoco». 

Interessantissima questa interpretazione dei colori di Kamana ed anche la sua teoria degli elementi originari: acqua-aria, legno e fuoco. 

«L’oceano è la placenta. Il tronco sono le montagne. Poi nascono l’arancio, il verde, il viola che sono il regno di metallo, il regno vegetale e il regno animale. Tutti gli esseri che hanno mangiato dell’albero secondo sono soggetti alla morte. Ma il padre del tutto ha conceduto che il regno vegetale morisse in inverno e risorgesse in primavera. Anche gli animali muoiono e risorgono. Però l’albero secondo, per fare un dispetto, estese le sue foglie su tutto il giardino e portò un’ombra tanto fitta che chi si trovava sotto non vedeva più la luce e moriva. Così Apa mandò altri alberi per potare l’albero del male e questi sono gli alberi sempreverdi, o immortali. Per quanto lo potano, quell’albero del male cresce sempre e va tenuto fermo. Poi dai meandri delle grandissime radici di quell’albero uscivano gli animali assassini, che uccidevano gli altri animali: lupi, leoni, orsi …».

I miti che raccontava Kamana erano veramente stuzzicanti. Le sue opere, bellissime, erano state esposte al liceo artistico don Milani, dove io ho insegnato in quell’anno, il 2013. Poi Kamana è sparita. Sua madre si è trasferita, seguendo il suo nuovo compagno, l’ingegnere Girolamo Miccoli. La madre si era innamorata di quell’uomo, che lavorava con una ditta internazionale, la MCD, nelle Filippine. L’ingegnere aveva già un figlio, che abitava a Milano, Guglielmo. Anche egli frequentava il liceo artistico. Per ironia della sorte ho scoperto, poi, che la moglie dell’ingegnere l’aveva abbandonato una mattina - un classico! - per andare a comprare le sigarette. Il destino aveva fatto incontrare degli abbandonati. Dopo due anni, nel 2015, Kamana non c’era più, era partita. La madre si era trasferita in Olanda, seguendo l’ingegnere e la sua ditta, la MCD (Mechanical Corporation Devolution). Pareva in numero romano di un anno: il Quattrocento! 

Mi mancava la mia Kamana, coi suoi sguardi, con le sue storie, coi suoi lunghi silenzi, i mutismi ribelli. Aveva un’intelligenza straordinaria. Dipingeva in continuazione. Quando faceva dei ritratti, ti coglieva l’anima. I suoi quadri erano finestre e portali affacciati verso il regno della magia. Tutto aveva un’anima per Kamana, ogni minima cosa. Ogni colore aveva un significato ben preciso. La somma di tutti i colori originari dà il bianco, cioè la luce. Le tenebre sono la negazione dei colori. Il nero è il nulla, il vuoto, che pur c’è, ha una struttura cosmica originaria ben precisa, che non necessariamente coincide col male. Per Kamana tutto bianco e tutto nero coincidono, perché la luce eccessiva è imperscrutabile al pari del buio. Il nero è l’ottavo colore essenziale, oltre a quelli menzionati. I colori sono i simboli dell’universo. Le forme corporee si formano dalla fusione dei colori luminosi, cioè i tre originari, i tre composti e la luce che ha funzione illuminatrice. La luce è sintesi dei colori, cioè di tutti gli elementi. Le forme incorporee, o spirituali, come le ombre, si formano dal bianco, cioè dalla luce e dal nero, la non-luce. I colori indicano quindi la realtà materiale e spirituale. Nella fantasia di Kamana i primi uomini che si erano andati a riparare all’ombra dell’albero del male, per proteggersi dalla caligine, si erano ammalati ed erano rimasti intrappolati nel regno della morte. L’ombra di quell’albero era pesante. Mi aveva lasciato molti suoi quadri che io ho conservato. Altri erano stati esposti presso il liceo artistico di Venegono. Quelle pitture erano tutte naturali, fatti con foglie secche intrecciate e colori naturali. Erano straordinarie.

Dopo molti anni mi ha scritto una lunga lettera. Mi ha raccontato della sua vita, del suo matrimonio con Guglielmo Miccoli, di suo figlio. Ero contento per lei, per questa strega venuta dal nulla e svanita nel nulla. Era comprensibile: Kamana ti strega al solo sguardo! Hanno avuto un figliolo, che hanno chiamato Apo, nome del suo dio. Ogni tanto ci scriviamo. Kamana ama scrivere lunghe lettere che solo io riesco a decifrare, mezze in spagnolo, mezze in inglese e italiano. E poi usa una strana scrittura, la lingua del suo popolo, con la quale firmava anche i suoi quadri. È bello ancor oggi, nei tempi della telepatia dei cellulari, poter sfogliare fogli sgualciti di lettere quasi d’amore, quelle che Kamana mi invia ancora, nel 2025. 

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