Cronotipo e “cairotipo”: due chiavi ermeneutiche del fatto storico

 di Vincenzo Capodiferro


Storia deriva da ιστορέω che significa esplorare, investigare, appurare, donde rappresentare. Il termine discende dalla stessa radice dell’ιδ, il vedere originario, onde l’idea. Il vedere ha sempre due lati, quello del video e quello del videor. La nostra riflessione sulla storia deve partire da questo assunto: all’origine, dal vedere, parte la storia, nell’unità economica di conoscere e temporalità. La storia è la scientia temporis, ma anche la scientia loci, onde si parla di geo-storia. Per queste intime ragioni la storia è filosofia e la filosofia è storia, perché ogni storia è conoscenza ed ogni conoscenza è storia. Questo lo sosteneva già il nostro Vico. Dalla conoscenza tutto procede, dal vedere primitivo, dal θαυμαστά di Aristotele: ciò che provoca stupore e meraviglia. In quanto scientia temporis la storia è produttrice di verità, come sosteneva Bacone, infatti, veritas filia temporis. Ma queste sono le leibniziane verità di fatto, che rispondono al principio vichiano del verum ipsum factum, o del verum et factum convertuntur, correlativo de principio di ragion sufficiente. Eppure alla storia appartengono le stesse verità di ragione, prima di tutto perché queste vengono scoperte ed affermate nella storia, e poi perché l’essentia, non è esclusa dalla storia al pari dell’esistenza. Perché la storia è fatta anche di quei “se” e quei “ma” che Croce aveva escluso da questa. Tucidide affermava che della storia fanno parte gli έργα e gli γνώμαι, le sententiae, o i λόγοι, le parole, i pensieri, perché λόγος è sia pensiero che parola, linguaggio. Così la leibniziana distinzione tra verità di ragione e verità di fatto si rapporta ad un'unica realtà, poiché le verità di ragione sono state di fatto e quelle altre diventano di ragione, quando vengono consolidate nel passato. Come sosteneva Spencer: ciò che è a priori per l’individuo è a posteriori per la specie. Non dovremmo certo cadere nell’adorazione del fatto, altrimenti potremmo essere rimproverati da Nietzsche: «I fatti sono stupidi senza l’interprete». La storia, infatti, è interpretazione dei fatti. Coerenti col principio spinoziano che tra ordo rerum e ordo idearum c’è una corrispondenza, appuntiamo un primo schema di tappe della filosofia della storia: la storia antica e medievale è caratterizzata sostanzialmente dall’ontologia, secondo il principio verum et ens convertuntur; l’età moderna dall’azione, dunque verum et factum convertuntur; quella contemporanea dal proiettarsi futuristico, per cui verum et agendum convertuntur. Nella prima età domina la categoria, o estasi temporale del passato, o dell’essenza, id quod erat esse, nella seconda il presente, l’ipse actus essendi, l’esistenzialità, nella terza la futurità, il dover essere, id quod erit esse. Queste tre tappe, o modi di essere, tendono a ripetersi. Qui subentra il principio del riavvolgimento temporale dell’ente, o l’eterno ritorno, come lo definiva Nietzsche: «Tutto passa e insieme tutto ritorna. Tutto ciò che è è già stato infinite volte e tornerà infinite volte. Tutto è ritornato: Sirio e il ragno e i tuoi pensieri in quest’ora e questo tuo stesso pensiero che tutto ritorna». 

Veniamo a chiarire il nostro tema: la differenza tra attimo ed opportunità nella storia, o tra estensione e comprensione nel momento storico, come due chiavi differenti di lettura ed interpretazione del fatto storico. L’attimo è un frammento di eternità, infatti ogni tempo rispetto all’eterno è attimo. L’attimo è la ripetizione infinita dell’eterno, l’assoluto essere presente, il momento originario. L’attimo rappresenta quello che Nietzsche definiva come l’eterno ritorno, riprendendo Pitagora, Eraclito, Platone e gli Stoici. L’opportunità, l’occasione, invece, corrisponde a quelli che Blondel definiva gli istanti durativi, per distinguerli da quelli matematici, o spaziali. Anche Mach distingueva tra tempo psicologico e tempo metrico. L’istante durativo, a differenza di quello estensivo, è caratterizzato da molteplicità qualitativa, da compenetrazione reciproca, da densità creativa e dalla libertà e spontaneità. Nella storia noi abbiamo tracciato queste due istanze con due terminologie ben precise: il χρόνος ed il καιρός. La storia è fatta di χρόνος e di καιρός. L’istante estensivo può essere predicato generalmente di ogni temporalità, quello comprensivo, invece, è dato dall’insieme dei caratteri di un dato tempo. Seguendo l’epistemologia comtiana potremmo affermare, secondo il principio della crescente generalità, che il tempo matematico, essendo il più semplice, è più universale rispetto al tempo dinamico, o fisico, ed all’altro, il tempo storico-sociale. Forse Hegel, più che ogni altri, riuscì a risolvere, nella sua logica dialettica il dilemma tra verità necessarie e contingenti, affermando il principio di contraddizione. Xρόνος, da χρονίζω, significa passare, durare, indugiare, temporeggiare. L’umanità si dimena tra il mito dell’origine e l’utopia della fine ed è come una radice eterna, che quantunque vengano tagliate le fronde, caccia sempre nuovi germogli. Il χρόνος è la successione temporale degli eventi. Ogni eventualità si realizza in un χρόνος, che è un semplice τάχος, un impetus, una forma del tempo. Platone scriveva: Χρόνος ο πάντα ορών: il tempo che tutto vede, l’avvenire, il resto del tempo, l’età. È il dio che mangia i suoi figli, colui che tutto divora, i figli del tempo sono gli istanti, le settimane, le stagioni. O tempora, o mores! Cicerone mette in risalto la centralità etico-temporale. Ogni tempus è portatore di mores, di modus vivendi, di mentalità. In questo senso la storia non è solo data dalle coordinate economiche, ma dalle ideologie, che di volta in volta sono dominanti, secondo la filosofia marxiana, in pratica dalla πράξις, che è sintesi di pensiero e di azione. Come  Mazzini, così Gramsci esclamava: le idee hanno mani e piedi! Schopenhauer scriveva che dei sette giorni della settimana sei sono dolore e il settimo è noia. «Questo di sette è il più gradito giorno,/» riecheggia Leopardi, «pien di speme e di gioia:/ diman tristezza e noia/ rechean l’ore, ed al travaglio usato/ ciascuno in suo pensier farà ritorno». E il salmo prega: Dinumerare dies nostros sic doce nos, ut inducamus cor ad sapientiam, poiché dall’Uno deriva il molteplice, e l’Uno è anche il primo tempo, cioè l’eterno, colui che tutto vede nella presenza, cioè nell’essere presente. Il contare i giorni presuppone l’anima, come, infatti, sosteneva Aristotele, «se è  vero che nella natura delle cose soltanto l’anima, o l’intelletto che è nell’anima hanno la capacità di numerare, risulta impossibile l’esistenza del tempo senza quella dell’anima». Nel rapporto tra essere presente ed essere stato si gioca tutto il dilemma tra essenza ed esistenza dell’ente. Χρόνος è successione di eventi, di secondi, implica un prima-poi, un avanti-dietro, è πρότερον, ciò che viene prima, ciò che avviene, e quindi anche un principio, ciò che precede è infatti principio di ciò che segue, sia storicamente che logicamente.

Il tempo esteso non è distinto realmente, o attualmente, da quello comprensivo, ma solo virtualmente. La letteratura sul tema della temporalità è immensa e non possiamo esaminarla in questo luogo. Ci basti ricordare il grande Agostino e le tre estasi della temporalità: il presente-passato, il presente del presente, il presente-futuro. Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti esplicare velim, nescio. Nessuno sa cosa è il tempo. Il tempo è oscuro, nascosto. I tempi di Crono sono i favolosi Saturnia regna, già dileggiati da Platone. Cronico è infatti ciò che si ripete, ma la copia di ciò che si ripete è un’immagine del tempo originario e l’immagine è sempre più imperfetta. Nel senso del ciclo cronico dobbiamo intendere l’assioma del grande Leibniz, formulato nell’Introduzione ai Nuovi Saggi e tanto caro ai positivisti: «Grazie a queste piccole percezioni, si può anche dire che il presente è gravido di avvenire e carico di passato e che nella minore delle sostanze, una vista acuta come quella di Dio, potrebbe leggere tutto il processo delle cose dell’universo». E Leibniz cita il poeta: Quae sint, quae fuerint, quae mox futura trahantur. Come diceva Ippocrate: σύμπνοια πάντα. Ma la storia è fatta di tempo e di fortuna, perché una parte del tempo è trascendentale, per usare i termini di Kant, un’intuizione pura, dall’altra è puramente trascendente, come noumeno, come nel caso della prima antinomia della ragione, e dall’altra ancora appartiene al soggetto, il proprio tempo, l’imprevedibile, l’opportuno, ciò che accade, ciò che può accadere. Ciò che deve accadere è il tempo cronico, la ripetizione dell’attimo originario, dell’eterno. Ciò che può accadere, invece è il fortuito. In questo senso la storia è fatta di καιρός, oltre che di χρόνος. Con queste due chiavi possiamo capire il tempo.


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