L’ULTIMO MAGO: ROCCO DETTO “IANARA”

Ricordato per le vie del borgo di Castelsaraceno

di Vincenzo Capodiferro



Abbiamo conosciuto i nipoti di Rocco Giovinazzo, detto “Ianara” (da “Dianara” la somma pontefice della dea Diana) di Castelsaraceno, piccolo borgo arroccato sull’Appenino Lucano, ove un imponente e molto visitato ponte tibetano, il più lungo al mondo, fa da cerniera tra due parchi: quello Nazionale del Pollino e quello del Lagonegrese-Val d’Agri. La giovane Giorgia Continanza ci ha accolto nella piazza principale del paese, l’antico “Piano della Corte”. Ci ha presentato un grandioso progetto: “Magia per star bene”. Si tratta di un percorso autentico di rievocazione della magia bianca e di turismo esperienziale, fondato sul vissuto concreto (erlebnis): a seguire una bella compagnia di persone provenienti da varie parti d’Italia. Ci ha condotto per gli antichi vicinati, popolati da genti, ove subito ti sovviene in mente la strofetta del vate: 


Ma per le vie del borgo 

dal ribollir de’ tini 

va l’aspro odor dei vini 

l’anime a rallegrar.



Passando per le vie di questi borghi i nostri cuori si sono destati. Laddove oggi s’affacciano finestrelle vuote, ecco che nella mente compaiono personaggi antichi. Giorgia ci ha condotto fino al cuore della cittadella: la Portella, la parte più alta, dove s’ergevano le mura della rocca, fondata originariamente dai Saraceni, provenienti dalla Sicilia. Proprio quel cuore di Castelsaraceno era anche la fortezza dove si ritrovavano i maghi antichi, bianchi e neri, seguaci del Dio del Bene o del Principe di questo mondo, il maligno: Rocco di “Ianara”, Domenico di “Vaiano”, Rosa di “Lampone” e tanti altri, personaggi ancestrali, mitici. Ci viene incontro una delle nipoti - Giovinazzo Carmela - e ci racconta una storia toccante: Rocco era un predestinato, come anche ella stessa, la nipote, nata a mezzanotte del 25 gennaio, dì della conversione di san Paolo. Così Rocco apparteneva al sacro ordine dei “Ciarauli”, seguaci di San Paolo. Chi nasceva, invece, la notte di Natale, diveniva licantropo, perché aveva sfidato Iddio. A Castelsaraceno ce n’era qualcheduno. I Ciarauli o sanpaolari giravano per i paesi per la questua. Un giorno si presentarono anche a casa Giovinazzo. Nella casetta c’erano quattordici figli. Comparvero questi tre maghi possenti. I Giovinazzo possedevano una masseria in contrada Fossi. Come ci racconta la nipote, da bambino Rocco era stato colpito da una fattura, un malevolo incantesimo volto a danneggiare la vittima, anche fino alla morte. Il padre, allora, lo condusse subito da un mago in un vicino borgo per salvarlo. 

Ed ecco sciogliersi dalle labbra di Carmelina un suggestivo racconto, al limite del surreale, intriso di riferimenti magici: al ritorno si fermano nella foresta del Titolo ed ecco che compaiono di nuovo questi tre questi potenti taumaturghi che erano i Ciarauli. I Ciarauli erano legati alla figura del serpente, come gli antichi Ofiti, o Naasseni. Mosè aveva appeso il serpente guaritore nel deserto. Il serpente appeso al bastone è anche il simbolo dell’arte medica: il bastone di Esculapio. Quei tre Ciarauli fanno un rito strano: il richiamo dei serpenti. Si presentano quindici serpenti. Anche la numerologia ha un senso nei racconti antichi. Uno di questi serpenti venne preso dai Ciarauli e ucciso, diviso in tre parti, messo su di uno spiedo. Sotto vengono poste tre fette di pane, ove colava il grasso del serpente. I tre Ciarauli spariscono, ma intimano alla compagnia di non toccare il pane, né il serpente. Rocco, preso da fame, taglia un lembo delle tre fette di pane e lo mangia. Da allora acquisisce i poteri dei potenti maghi. I Ciarauli erano anche maghi tempestari, riuscivano cioè a scatenare tempeste o anche a fermarle, facendo uno strano rito, in cui colpivano con la lama di un coltello la terra, che n’usciva intriso di sangue. Una volta i Ciarauli scatenarono una possente tempesta su Castelsaraceno che provocò una frana che si portò via mezzo monte di Raparo. Il giovane Rocco, manducando i tre lembi delle fettine di pane aveva acquisito tutti i poteri magici. Quando tornano i tre maghi si arrabbiano con lui e pretendono che il giovane debba sputare in bocca ad ognuno dei tre incantatori. Al che Rocco si rifiuta. Così da questo racconto fiabesco si apprende il processo di iniziazione di un maciaro alla sua funzione sciamanica. I tre maghi si arrabbiano e vogliono scatenare una tempesta contro Rocco, al che il giovane prende il coltello e vuole colpire la terra. Se l’avesse fatto avrebbe ucciso il capo di quei tre maghi. Allora il mago lo prega di non farlo. Il vento si acquieta. Così nasce l’avventura di Rocco “Ianara”. Da allora è diventato uno dei maciari più potenti di Castelsaraceno. Venivano da tante parti del Meridione a trovarlo per consiglio, per farsi togliere le fatture, per guarire dalle malattie. Era un fine intenditore di omeopatia, un oculato conoscitore di tutte le erbe officinali. Quando la medicina era poco avanzata molti si rivolgevano spesso a questi taumaturghi. Ricordiamo anche la figura della medichessa, spesso associata alla levatrice, la maieuta. 

Giungiamo alla Portella, ove si erge il ponte tibetano, e Carmela ci dà prova di alcuni rituali di scongiuro o di liberazione dal malocchio. Ci accoglie un’altra nipote di Rocco, Carmela Ciancio. Ci mostra tante erbe, una vera e propria farmacia omeopatica. Ci sono dei libri con ricettari e rituali teurgici. C’è un fuoco sacro. Ci legge una pagina di De Martino dove è citato zio Rocco. Recita alcune formule, accompagnate da preghiere. Insieme a lei si fa il sale nero, per allontanare gli spiriti maligni. Tutti macinano in dei petrosi mortai il carbone e lo mescolano con il sale benedetto. Si dice che i demoni debbano contare i grani di sale, prima di assalire la casa del malcapitato. Carmela ci fa vedere uno dei santini fatti da nonno: amuleto protettivo composto da varie erbe, pietre magiche, figurine di santi, teste di vipera essiccata. La vipera protettrice sacrificata doveva essere decapitata con la mano sinistra. Poi vengono fatte delle scopette con rami di salice e fronde di rosmarino e vengono donate ai partecipanti. Infine, vengono offerti dei cibi deliziosi, antichi sapori, come il pan cotto con erba puleggia e la munnulata, un piatto tipico a base di legumi, castagne cotte e patate, il tutto accompagnato con buon bicchiere di vino. 

È stata veramente un’esperienza intensa. I nipoti di zio Rocco hanno fondato l’associazione culturale “Ecate”. Ci racconta Carmela che i maghi neri di solito facevano fatture a morte e poi le vittime si recavano da zio Rocco per farsele togliere. Una volta due fratelli erano in combutta per un terreno e uno dei due si recò da un mago nero per far fare una fattura. Il fratello che era stato colpito stava male e la moglie si recò da un mago nero per farsi aiutare e costui disse a lei che era stato zio Rocco a procurargli quel male. Ma non era vero. Zio Rocco si recò a casa del fatturato insieme all’altro mago nero che aveva fatto credere che era stato lui. Di nuovo Carmelina ci racconta un fatto strano, magico, come l’alone che circonda questo mondo ancestrale, quello della civiltà contadina, tanto celebrata da carlo Levi, in “Cristo si è fermato a Eboli”. La leggenda vuole che una scopa vagante, interrogata dal mago, facesse segno verso chi aveva fatto la fattura, girando per tre volte per la stanza e soffermandosi verso il mago avverso. 





La figura di zio Rocco viene ricordata anche nel classico antropologico di E. De Martino, Sud e magia. Scrive Ando Gilardi in L’unicità della Lucania (Monetti 2026), sui “I maciari lucani”: «Il fenomeno della magia contadina sopravvive ancor oggi in alcune remote regioni del Mezzogiorno d’Italia, personificato nella figura del guaritore o “medicone”, che in Lucania viene detto “maciaro”. La Lucania è de-scritta come una ricchissima “isola etnografica”, rimasta ai margini delle grandi vie di comunicazione e perciò capace di conservare, quasi allo stato di purezza, costumi, miti, usanze e credenze di molti secoli fa. Castelmezzano, in provincia di Potenza, è indicata come capitale di questa magia contadina e patria di molti celebri maciari, noti anche all’estero». Oltre Castelmezzano, come borgo ricco di maciari, nell’area sud vi è Castelsaraceno. 

Anticamente i Ciarauli erano gli Psilli, i devoti di Ercole. Chi nasceva la notte di San Paolo, come ce li descrive il Pitrè, non era soltanto forte e fortunato, ma poteva maneggiare impunemente vipere ed altri serpenti velenosi e guarire chi ne subiva il morso passando la lingua sulla ferita: «Vedeteli questi uomini misteriosi dai visi magri e lividi, dagli occhi neri e saettanti, ingrottati nelle orbite, e difesi dalle folte sopracciglia. Vedeteli in mutande con una grossa caddura a forma di serpente sul capo, preceduti da un tamburino e aventi, chi in mano una biscia, chi alle spalle o attorcigliato al collo un colubro, dei più lungi, dei più grossi che si siano mai visti; chi un vassoio con sopra vivi scorzoni, e altri serpe, adorne di gingilli e di nastri multicolori, raccogliendo le offerte di quanti han ricevuto miracoli, e han promesso doni. Nessuno ha diritto a questa raccolta più e meglio di loro, che si tengono rappresentanti di san Paolo, e come tali rispettasti dal volgo, nella cui fantasia si dipingono come esseri superiori» (Da Alfredo Cattabiani, Lunario, Mondadori 1994). 

La credenza che San Paolo fosse immune dal veleno del serpente si fonda su di un racconto riportato in Atti, al capo XVIII. San Paolo a Malta viene attaccato da una vipera che però non gli fa alcun male. Da questo fatto è nata da una precisa credenza: «Chi nasce nella notte di S. Paolo ha virtù soprannaturali, non comuni a nessun altro mortale. Egli è forte e prosperoso, maneggia impunemente le vipere, gli aspidi, i serpenti, i rettili velenosi d’ogni genere, se li può attorcigliare addosso, riporseli in seno, fa fronte ai licantropi e se passa la lingua sui morsicati da codesti animali, subitamente li guarisce. La quale vix medicatrix deriva in lui dall’avere sotto la lingua un muscoletto in forma di ragno. … S. Paolo è il primo e vero Ciaraulo e per liberarsi dai rettili velenosi gli si indirizza il seguente scongiuro:


San Paulu - Ciaraulu:

ammazza a chissu ca è nimicu di Diu

e sarva a mia - ca sugnu figghiu di Maria».

(G. Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, Palermo 1881, pp. 331 e ss.).


San Paolo era considerato superiore a Salomone e questo è vero se si pensa che Salomone cadde nell’idolatria. 

La Lucania aveva attratto fin dall’antichità l’attenzione di antichi viaggiatori, dal Settecento al Novecento, di intellettuali, cultori, artisti, registi, antropologi, tra cui possiamo menzionare Pasolini, Visconti, Gibson, oltre a De Martino, Banfield e altri. La cosa particolare è l’interesse prestato proprio dall’antica Sinistra. Perché? Cosa cercavano? Che vi vedevano di bello? Ombre di passatismo mitico, d’edenico Status Naturae. Anche gli illuministi romantici, con a capo il Rousseau, cercavano le tracce dei Saturnia Regna. Così i socialisti vi ritrovavano il comunismo primitivo, al quale doveva rifarsi necessariamente la società comunista apocalittica, cioè relativa alla fine dei tempi del messianismo laico marxista. Di questi osservatori ne abbiamo uno, il Banfield, che ha coniato una etichetta nera: il familismo amorale. Non si è capito appieno forse il vivissimo e sacro senso della familiarità che vige il Lucania e che è un valore altissimo, il quale tiene in piedi le società, altrimenti destinate al fallimento. E si vede. Il senso della famiglia in Lucania è stato sempre altissimo. La famiglia è tutto. Quivi vigeva un forte senso di coesione sociale, di solidarietà. La Lucania, soprattutto meridionale, l’antico cuore del sud, è composta di piccoli borghi, dove il senso di appartenenza è stato sempre molto alto. Qual gran valore della famiglia! Banfield da dove veniva? Dagli Stati Uniti. Non poteva capire l’importanza notevole che ha avuto nelle piccole comunità come le nostre questo senso di appartenenza. Ogni paese è un mondo con le sue tradizioni, la lingua, la cultura diversa. C’è una ricchezza straordinaria. La storia è fatta da persone, da famiglie, dall’uomo stesso. Si parla di famiglia umana, perché la civiltà nasce con la famiglia: «Dal dì che nozze e tribunali ed are dier alle umane belve esser pietose», canta il Vate. «Dal dì che nozze»: cioè con l’istituzione del matrimonio sorge il viver civile. Matrimonio significa dono della madre, patrimonio significa dono del padre. Lo stato era visto come una grande famiglia: la Patria. Il Pater familias nell’antico diritto romano era equiparabile all’istituto monarchico. Nei nostri piccoli centri questa familiarità - non il familismo! - era molto forte. Le nostre piazze erano come l’ateniese agorà: si faceva politica diretta. Nel piccolo centro si è sviluppato quel fortissimo senso di politicità umana: l’uomo è un animale politico. Aristotele non pensava alle megalopoli statunitensi dove non c’è senso di appartenenza, non c’è familiarità, ma alle parvae civitates. Egli idealizzava la città a misura d’uomo, né troppo … né poco … La politica deve seguire lo stesso principio dell’etica: In medio stat virtus. E anche Platone, pensando alla Repubblica, non pensava certo a New York come Banfield. La civiltà nasce nel piccolo e poi diventa grande. Oggi si vuol distruggere la famiglia: si distruggerà la civiltà!

Il problema è che grazie a questi antropologi la Lucania è passata come terra di confino, ma anche di superstizione, di oscurantismo. Questa visione neoilluminista, ma non tanto illuminata, quanto tenebrosa non tiene in conto del vero senso, invece, che aveva la magia, cioè: il contatto con l’Assoluto, una visione romantica della Natura, come spiritualizzata. Oggi si cerca di recuperare questo profondo senso della Natura Madre, che non è una macchina senz’anima a servizio della bestia umana. Materia deriva da Mater, la grande Madre dal ci seno partoriscono tutte le cose: Omnia educuntur e sinu Materiae, come professavano gli Scolastici. La magia naturale lucana affonda le sue radici nel pampsichismo rinascimentale, nel panteismo romantico. L’uomo è parte del Tutto, non è un’isola, tanto meno un atomo sociale, o una monade senza finestre, né porte, come l’ha ridotto l’odierno virtualismo. Solo così si potrà comprendere appieno il messaggio di questi antichi maciari, senza alcun fraintendimento. La loro era la sacra medicina, quella che credeva, come sempre: Medicus curat, sed Natura sanat. La Natura risana tutti i mali, fisici e psichici soprattutto. 

Rocco “Ianara”, che abbiamo voluto celebrare, è uno degli ultimi maciari e testimoni della magia del grano e della civiltà contadina.


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