Puntoacapo, Novi Ligure, 2009
Nota recensiva del curatore Ivano Mugnaini
I racconti di Roberto Morpurgo hanno la capacità di collocarsi in quella dimensione specifica, quella terra sottile e fascinosa, compresa tra gli oceani della verità e della fantasia. Il rischio potrebbe essere quello delle sabbie mobili: ossia la perdita della consistenza delle due dimensioni specifiche, quella concreta e quella che potremmo definire onirica. Ma il vantaggio, i frutti potenziali di quel suolo specifico sono notevoli: il potere dell'immaginazione nutre di sé anche la dimensione reale, trasfigurandola, mettendone in luce aspetti di rigogliosa esuberanza. Ebbene, grazie ad una serie ampia e generosa di dettagli che contribuiscono ad evocare in modo possente il "colore locale", Morpurgo sa evitare benissimo il rischio a cui si è fatto cenno e sa esplorare e coltivare altrettanto bene le potenzialità del terreno narrativo che ha scelto e generato.
La “nota
creativa” dell’autore lo ribadisce: i racconti di El Djablo hanno luogo in un
mondo "ispanico" in senso ampio e ben connotato: c'è il Messico, gli
Aztechi, gli indios e i conquistadores, c'è Cuba, l'isola di sogno, aspra e
autentica, c'è il dolore e le vicende di sopraffazione, lo scontro tra civiltà
diverse. Morpurgo sa dare un aspetto credibile alle storie che narra:
inserendo brani in lingua spagnola e note in cui spiega con cura tutti i
risvolti delle storie, compreso il legame tra verità e leggenda, quel sapore
specifico di un mondo che combatte la pena e il sangue versato costruendo, con
pathos ed ironia, una realtà parallela, non meno autentica, non meno assetata
di vita, fino al punto in cui il realismo si fa magico, e le due dimensioni si
fondono, creando mondi possibili, privi di confini, non più soggetti alle leggi
della logica e del tempo. Coerente con il progetto e l'intento di condurre il
lettore in questo mondo esotico eppure concreto e verosimile, Morpurgo plasma
in questi suoi racconti un linguaggio ad hoc, scorrevole e tuttavia ricco, come
un albero con foglie e fiori coloratissimi. Alterna a frasi di pura e semplice
descrizione degli eventi, altre espressioni che costantemente ci chiamano in
causa, invitandoci ad accettare il gioco e la sfida narrativa per eccellenza,
quella tra immedesimazione e straniamento. È un linguaggio forte, quello di
Morpurgo, adatto a rappresentare le vicende di terre in cui tutto, il sole, i
paesaggi, gli errori e gli orrori, i sogni e le verità, appaiono giganteschi,
colossali. C'è sangue e sofferenza, in molte delle storie narrate, ma,
ugualmente vivida e nitida, c'è un'ironia più che mai essenziale, salvifica.
Perfino il male, immenso anch'esso, viene inglobato nel panorama e nel solco
narrativo: diviene simile ad un toro infuriato lanciato contro il sogno, contro
la volontà dell'uomo di vivere e gioire. Ma, come per le popolazioni indios
minacciate dall'invasione spietata di popoli stranieri, Morpurgo lo indica, lo
fa comprendere tra le righe, la salvezza è in ciò che nessun potere oppressore
può sterminare: la fantasia, la capacità di creare storie e leggende, inventate
eppure più vere del vero: la salvezza, se c'è, è nella parola: "La Aleph
es verdad, es siempre una A... entiendo un Principio... serà el Fin a
maravillarlos todos", scrive Morpurgo. La parola si muove tra verità e
sorpresa, tra il reale e l'inatteso. E questo libro di racconti conferma, con
passione ed efficacia, quanto ampio e fertile possa essere il confine che
separa ed unisce queste due dimensioni.
Nota recensiva del curatore Ivano Mugnaini
I racconti di Roberto Morpurgo hanno la capacità di collocarsi in quella dimensione specifica, quella terra sottile e fascinosa, compresa tra gli oceani della verità e della fantasia. Il rischio potrebbe essere quello delle sabbie mobili: ossia la perdita della consistenza delle due dimensioni specifiche, quella concreta e quella che potremmo definire onirica. Ma il vantaggio, i frutti potenziali di quel suolo specifico sono notevoli: il potere dell'immaginazione nutre di sé anche la dimensione reale, trasfigurandola, mettendone in luce aspetti di rigogliosa esuberanza. Ebbene, grazie ad una serie ampia e generosa di dettagli che contribuiscono ad evocare in modo possente il "colore locale", Morpurgo sa evitare benissimo il rischio a cui si è fatto cenno e sa esplorare e coltivare altrettanto bene le potenzialità del terreno narrativo che ha scelto e generato.
Si
tratta di un gioco di prestigio, un inganno, un trucco, le carte si muovono
veloci, la mano è più rapida dell’occhio. E ciò che sembra non è, o, almeno,
non è come si pensa possa e debba essere. E, nello stravolgimento, nel
ribaltamento delle attese, c’è lo spazio della sorpresa, la visione del reale e
dell’immaginario, del vero e del falso, la cronaca di mondi possibili e la
metafora propria di ogni arte. Morpurgo è autore che ragiona costantemente su
ciò che scrive, e, nell’atto di pensare, crea di nuovo, rimescola ulteriormente
grafemi, significanti e significati, descrizioni e metafore. Ne sono ulteriore
prova e conferma le parole con cui, commentando il suo El Djablo, sposta i
confini, esplora nuovi orizzonti di senso e suggestione, pur restando
nell’alveo di una creazione che ha nella sua natura multiforme e polisemica uno
dei suoi punti di forza.
Erratico come don Chisciotte, patetico come Sancho
Pancha, il protagonista che diede il suo nome a questo libro – l’ubiquo e
omonimo protagonista di El Djablo: non consiste se non in una lettera – un
lapsus alfabetico. Fedele alla propria origine, il diavolo di cui narra il
quasi omonimo libro si conferma buon consigliere, nonché ottimo commensale di
avventure. Diciannove in tutto, a parte la sua stessa, la meno intrinseca e
significativa. È altresì raro che un libro scelga una lingua per elogiarne
un’altra, e segua un sentiero per incaricarlo di dimostrare l’assenza del
Santuario (assenza riscattata poi però dalla invadente tenacia del Pellegrino). Santuario che
il Lettore ritroverà in forma di simulacro nelle rade pagine di Maison la
Muerte; Pellegrino che incontrerà in ogni riga di El Fátima; sentiero che seguirà, perdendovisi, fra i meandri dei molti
El (El Maquillador, El Coquillador, El Mono, El Borracho…) che – quasi a
rinnovarci il ricordo dell’omonima pellicola di Luis Buñuel – monotoni annunciano la goffa
e inemendata mascolinità dei personaggi nominati. El Djablo è un libro in prosa
ma non un libro di prosa: è, infatti e opportunamente, una lunga versificazione
dello spazio che di esso spazio – della sua originaria orizzontalità – profitta
e sottilmente abusa. Il tempo vi scorre lento, o frenetico ma come un’ondina di
risacca, e ignavo o consolatorio come la foglia che al posto della Mela sarebbe
caduta su Isaac Newton, non avesse
egli preteso di emulare Guglielmo Tell. Ecco un eroe che la pur sempre lodevole
Lettrice mai troverà in queste pagine unanimi, cosmopolite o ispaniche che dir
si voglia: e perciò non ticinesi. Vi fa difetto la serietà cronografica del
Logos addotto a surrettizia giustificazione dell’Ingranaggio: vi mancano i
banchieri, i bancari, i bancarottieri. I fallimenti di cui narra El Djablo sono
infatti sempre misticamente vittoriosi: né alle sue vittime si potrebbe
chiedere miglior riscatto che quello di essersi lasciate enumerare, escutere,
elogiare. E le vittime di cui
discorre non son poi se non vittime di sé stesse, sebbene mai, guai a pensarlo,
capaci degli ilari triviali truismi che ammiccano nell’astemio Chi è causa del
suo mal, pianga sé stesso. Carmen, Estèban, Estrella, Ninguno - l’asino di
Amecameca, la scimmia sacrificale di El Mono…piangono per la gioia di una
vanità iperbolica – sovrana – priva di senso e così di rimedio. Non certo per
illustrare, con il Proverbio, il proverbiale cinismo dei Popoli alloggiati dal
Globo a sud di Thule.

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