mercoledì 28 maggio 2008

Giovanni Sesto Menghi: Ritrovamenti e scoperte a Longiano 31 mag > 24 lug


Fondazione Tito Balestra Onlus
Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna
Soprintendenza per i beni librari e documentari
Comune di Longiano

Giovanni Sesto Menghi (Rimini 1907 - Longiano 1990) La vita e l’arte. Ritrovamenti e scoperte


Ex chiesa Madonna di Loreto – Castello malatestiano di Longiano (FC)
31 MAGGIO - 24 LUGLIO 2008

Inaugurazione
SABATO 31 MAGGIO 2008 ALLE ORE 17,30


La S.V. è invitata a partecipare


Con il patrocinio di:
Regione dell’Emilia-Romagna
Provincia di Forlì-Cesena
Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena

Con il contributo di:
Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini
Banca di Cesena
Hera Luce
Locanda della Luna

Soci onorari sostenitori della fondazione Tito Balestra Onlus:
Consorzio Romagna Energia / Ren Romagna Energia
Costruzioni e impianti S.P.A. C.E.I.S.A.
Gommaria S.P.A.
Isoltema S.P.A.
IVAS S.P.A.
Technogym S.P.A.

Orari: dal martedì alla domenica 10,00-12,00/ 15,00- 19,00
Ingresso (museo e mostra) €.3,00- ridotto €.2,00

Per informazioni

tel. 0547 665850 - 665420 fax 667007

www.fondazionetitobalestra.org e-mail: info@fondazionetitobalestra.org

martedì 27 maggio 2008

Su Roulette balcanica e Congedi balcanici



incipt dalla recensione di Loris Ferri pubbicata su «La Gru», maggio 2008. Leggila tutta qui www.lagru.org


1. Al posto dell’introduzione

«... fare del male non è, in verità, così diabolico quanto… il suo rinominarlo bene. Ciò significa togliere a tutte le morti la loro importanza, capovolgerle leggerle all’inverso… Capovolgere e da dentro abbattere i criteri della verità. E alla fine, nella bocca della verità mettere la menzogna…» (Denis de Rougemont, La parte del diavolo)

Questa è l’epigrafe che Drazan Gunjaca sceglie come porta d’entrata (o forse di non ritorno) al suo dramma: Roulette balcanica (Rimini, Fara 2003)…

«Molti di noi, fino a poco tempo fa, vivevano in una pace che si dava per scontata, come una conquista della civiltà che non era in questione e a cui non c’era alternativa. Molti continuano ancora oggi a vivere nell’inganno che sia così. Ma non lo è. Piano piano stiamo entrando in un nuovo-vecchio mondo, nel quale di scontato ci sono solo le guerre, e per la pace si deve combattere. In ogni momento, in ogni angolo di questo nostro unico pianeta. Solo quando la maggioranza lo capirà, le visioni apocalittiche potranno forse rimanere solo delle visioni, e l’uomo potrà continuare a vivere una vita degna dell’uomo». (Drazan Gunjaca)

2. Nota bio-bibliografica

Drazan Gunjaca è nato nel 1958 a Sinj, dove ha terminato la scuola media. Conclusa l’istruzione militare a Spalato, ha prestato servizio per una decina di anni nell’ex marina militare jugoslava. Si è laureato in Giurisprudenza a Fiume, per poi lasciare l’ex armata popolare jugoslava. Vive e lavora come avvocato a Pola. Nel 2001 è stato pubblicato il romanzo: Congedi balcanici (Fara editore), vincitore del premio internazionale sul tema della pace: Satyagraha 2002, Riccione. Questo suo primo romanzo è stato pubblicato in Germania, Stati Uniti, Bosnia, Australia. Nel 2002 viene alla luce la raccolta di poesie: Quando non ci saro più, e il romanzo: Amore come pena (seguito ideale dei Congedi balcanici). La prima parte di una trilogia sulle guerre balcaniche è A metà strada dal cielo, seguito da I sogni non hanno prezzo e Buona notte, amici miei. Nel 2003 viene pubblicato il dramma: Roulette balcanica (Fara editore).

3. Roulette balcanica

Il titolo, molto suggestivo, da cui trae origine il dramma, anche se non solo di dramma si dovrebbe parlare (appunto Roulette balcanica), rappresenta nell’immaginazione visionaria dei protagonisti, il correlato oggetto stesso della catastrofe irreversibile, a cui Petar, serbo, capitano dell’APJ (Armata Popolare Jugoslava) non può sottrarsi, né sfuggire. Un destino già scritto, sin dalle prime parole del protagonista, che raggiunge l’acme tragica in un finale- turbine dove viene messo in scena l’ineluttabile:

Petar: Hai mai giocato alla Roulette russa?
Mario: Non sono mica matto. Visto la fortuna che ho,
anche se fosse scarica riuscirei a spappolarmi
le cervella.
Petar: E alla Roulette balcanica?
Mario: Cos’è la Roulette balcanica?
Petar: Come quella russa, solo che si fa con la pistola,
quella che ho in mano.
Mario: Sei matto? Per prima cosa la roulette russa è
di per sé un’idiozia, e poi si usa la rivoltella
e non la pistola. Con la pistola sei morto di certo,
non c’è alternativa.
Petar: È quello che ti sto dicendo, la roulette balcanica,
quella senza alternativa.

Ciò che nel testo porta alla materializzazione dell’apocalisse, ha già seminato da tempo, ovvero il proposito del suicidio viene esplicitato da subito, e coincide con l’ineluttabilità della fine come perdita della condizione dignitosa dell’essere umano.
Per questi motivi, non solo di dramma si può parlare. Gunjaca mette in scena una pièce attraverso un racconto dialogico statico, il cui luogo di azione resta sempre un soggiorno di un condominio a Pola, poco arredato mentre il tempo di azione ricade a fine settembre del 1991, verso mezzanotte, in piena guerra balcanica

Ma lo sguardo che l’autore pone, si dilata dall’interno, come chi avesse vissuto in prima linea gli accadimenti (e non può essere altrimenti, dato che l’autore ha servito per dieci anni la Marina Militare); eppure l’inquadratura di tutta la visione, pone un occhio di disincantato sulla realtà, quasi ad indagare il tessuto umano dal quale il dramma prende corpo. Dunque il dramma non è l’opera, quanto la materia trattata. Lo spostamento di significato è tangibile, e si decuplica (si vedranno poi i Congedi balcanici) attraverso un linguaggio mimetico, cui vengono sottoposti i protagonisti del testo, innesco che fonda, pirandellianamente, il carattere costitutivo dei personaggi. Dunque “Creature di sangue caldo e nervi” (Anton Cechov).

(…)

giovedì 22 maggio 2008

Guida pratica all'eternità

È uscito il nuovo libro di Fabrizio Centofanti
scheda del libro in IBS

proponiamo qui sotto la prefazione di Remo Bassini pubblicata in www.guidapraticalleternita.blogspot.com

«Pare di vederli, leggendo. Vanno a capo chino, hanno lo sguardo di chi è solo, disperato, affamato. Sono i personaggi-protagonisti di questi racconti. Sono donne e uomini piccoli ma ingombranti, da buttare nel cassonetto. Da rimuovere. Perché scomodi, a volte puzzano. Andate via, via.
Siete gli “ultimi”, accontentatevi del regno dei cieli.
Non c’è spazio per voi in questo tempo di usa e getta, di computer dell’ultima generazione e di generazioni cresciute tra computer, line e la tivù “dei belli” e dell’effimero.

Ha fatto un lavoro storico e narrativo, don Fabrizio Centofanti, con questi frammenti di disperazioni e speranza.
Il lavoro storico - ma che compete (o così dovrebbe) a ogni intellettuale - è stato quello di annotare fatti e persone, cercandone il cuore, magari nascosto da un cappotto ricuperato chissà dove. Sono storie, queste, più vere del vero, che fanno male anche.
Sono microstorie - che tanto piacerebbero alla scuola delle Annales di Le Goff - che Fabrizio Centofanti ha scritto con tempi e ritmi di una narrazione a volte secca e dura, a volte, invece, vicina al lirismo.
Non ha usato la fantasia, Fabrizio Centofanti, ché la fantasia in certi casi depista e distorce. Ha usato i suoi ricordi, i suoi appunti, perché la memoria, si sa, è capricciosa. Ed eccoli, ora, questi racconti toccanti, che arrivano al lettore, lo commuovono, lo fanno pensare. Ci fanno pensare: ai disperati, certo, ma anche alla speranza; e il trait d’union tra questi due aspetti si chiama don Mario, la cui figura, sebbene mite, caritatevole, francescana, si staglia prepotente in questo mondo, sì, mondo di lacrime, ché è questa la dicitura adatta, giusta.

E ha saputo fondere, Fabrizio Centofanti, in queste sue scritture ri-pescate dalla memoria, le sue due anime: quella di chi vive pensando al Vangelo come un’altra Storia di disperazione e speranza da mettere in pratica, e quella dell’umile testimone che trascrive e racconta. Sono venuti fuori, da questa doppia anima, questi racconti: che trasudano umanità e che ci insegnano. Ci insegnano che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” non sono solo versi di una canzone di successo.
Perché la dignità “degli ultimi” sia per davvero. E non parole vuote, dell’usa e getta.»

martedì 20 maggio 2008

Cronache boliviane

by Barbara Magalotti



Carissimi, eccomi qua! Finalmente mi prendo un po’ di tempo per scrivervi delle mie sensazioni/emozioni di questa mia quarta volta in Bolivia. E per farlo, son dovuta scappare da La Paz e venire un paio di giorni sul Lago Titikaka, a Copacabana.
Parto subito con l’ultima notizia, perché a dire il vero, ancora mi sento una deficiente per non aver accettato un invito… Sì RAGAZZI! Finalmente qualcuno si era (notare che il tempo è già al passato, COGLIONA CHE SONO!) accorto di me! Scena: Sto mangiando (come sempre!) a quattro ganasce ad un tavolino di un comedor sulle rive del lago, un bel piatto misto carne / verdura / patate fritte / riso, quando si materializza davanti a me l’uomo più bello e solare che i miei occhi avessero mai avuto il piacere di incontrare (moro, atletico, sorridente, simpatico…) per l’esattezza, è lui che mi saluta, perché io ero completamente assorbita dalla qualità delle patate fritte e dal gusto divino della carne che stavo divorando... insomma, mi chiede se voglio dividere con lui la bottiglia della bibita che ha comprato perché per lui è troppa. Come ti chiami, cosa fai, cosa ci fai qui tutta sola: si siede a tavola con me e cominciamo a chiacchierare fitto fitto, e da bravo spagnolo, mi fa un bel po’ di apprezzamenti sulla mia simpatia, sul mio carattere, sull’impegno sociale, ecc. ecc. Un sorriso, da far svenire anche la signorina Rottermeier! Ah! Che bello!! Forse un po’ troppo giovane (credo sia sulla trentina), ma CHISSENEFREGA!!! Mi invita ad andare con lui all’Isola del Sole, ma io CRETINA gli dico di no, perché domani devo tornare a La Paz, per un paio di impegni già presi… lui insiste non poco, e anzi, fa tutte le ipotesi del caso: “dai rimani stanotte all’Isola del Sole, se parti domattina presto ce la fai a essere a La Paz per il primo pomeriggio. Magari riprendo la barca insieme a te” o qualcosa del genere… Gli ormoni mi tiravano da una parte, ma la zitellaggine, purtroppo, mi ha lasciata sulla riva a salutarlo… MA PERCHÉ??? Va beh, pace.



Juan Pablo è scomparso così come è apparso. Però mi ha lasciato un bel ricordo, tipo che mi avrà salutata con baci e abbracci non so quante volte, e continuava a dire che era felice di avermi consciuta, che “me caes muy bien”, “incantado de verdad” “que pena que no vengas conmigo”, che ero stupida a non andare con lui, che ci saremmo divertiti… è dura la zitellaggine e la paura che porta con sé!
Chiudiamo la parentesi ormonale…
Beh, ragazzi, è la prima volta che mi trovo in Bolivia in missione per una ONG, e devo dire che la responsabilita’ che ha comportato è stata stimolante, ma chiaramente dovendo portare dei risultati (in così poco tempo) ho dovuto veramente fare un tour de force di appuntamenti e incontri istituzionali abbastanza faticosi. Ho proposto l’idea di progetto alle istituzioni locali (Régimen Penitenciario, Ministero de Justicia, Istituto Penal de San Pedro, Alcaldía de La Paz) e anche alle organizzazioni che in qualche modo si occupano dei diritti umani dei detenuti e dei bambini (in particolare Defensa Niños y Niñas Internacional, Pastoral Penitenciaria Católica de Bolivia). Devo dire che ho ricevuto risposte molto positive e sembra che stiano tutti aspettando che il progetto prenda piede e possiamo collaborare! Questa è stata la piu’ grande soddisfazione! Sarebbe proprio il mio sogno che si realizza… Ojalá che sia così!
La Paz è sempre La Paz, e sento di amarla sempre di più, con sempre più consapevolezza dei limiti, delle problematiche che presenta e delle energie mie personali che devo mettere in gioco.
Ci sono state un paio di emergenze in carcere per le quali le educatrici del centro educativo mi hanno chiamata allarmate. La più pesante è stata che un detenuto ha rivolto attenzioni un po’ troppo intime a una ragazzina che vive in carcere. Sono volata al San Pedro e ho subito cercato Alejandro. Povero diavolo… in realtà lui non l’ha toccata con un dito, ma sembra che tra i due si sia instaurata una affettuosa amicizia. Lei 15 anni e lui 35! Abbiamo parlato per ore, e sicuramente, il nodo della questione è che lui ha una vorágine affettiva che ha le sue origini fin dall’infanzia (e di questo già ne ero a conoscenza). Abbandonato dai genitori, sballottato da un parente all’altro, trattato come un animale, picchiato a sangue per motivi futili, fino all’età di 17 anni, quando se ne è andato in cerca della sua vita, ma con scarsi risultati: cattive compagnie, fallimenti lavorativi, microcriminalità, piccoli furti, fino alla sua attuale detenzione (è dentro da piu’ di 5 anni) che non si sa quanto durerà, visto che non ha nessun familiare che si occupa dei contatti con il suo avvocato difensore. Le uniche persone che ha conosciuto in vita sua che si sono preoccupate di lui siamo Padre Filippo ed io… Insomma, ci siamo trovati a piangere tutti e due. L’affetto che cerca in questa ragazzina deriva chiaramente dal bisogno, il desiderio di essere amato e di amare qualcuno, e una ragazzina forse non ha ancora pregiudizi… che tristezza! Ho cercato di far capire a Alejandro che il suo bisogno di affetto è prima di tutto un bisogno di aiuto, di sostengo, e che non si deve vergognare a chiederlo: allo psicologo, a Padre Filippo, a me quando ci sono, ai volontari della Pastoral Penitenciaria che vanno quotidianmente in carcere. Ci siamo abbracciati a lungo con le lacrime agli occhi.
Una sera José è venuto a cena da me, e anche in quell’occasione sono spuntati particolari della sua infanzia che mi hanno scossa e commossa profondamente. Anche lui. orfano di madre a 4 anni, è stato sballottato da un parente all’altro fino ai suoi 16 anni, diviso dai suoi fratelli, anche loro ospiti in famiglie diverse. Quando ha rivisto suo padre, a 17 anni, lui si era rifatto una famiglia, José non gli si è rivoltato contro, è riuscito solo a chiedergli di volergli bene… Abbiamo pianto molto. E ancora una volta non posso che ringraziare per aver avuto una famiglia, per aver vissuto insieme ai miei fratelli e aver potuto crescere vicino ai miei genitori.
Sabato 8 maggio sono stata invitata presso una scuola superiore per parlare delle problemátiche delle carceri in Bolivia. Ero molto emozionata, perché era la prima volta che parlavo davanti a degli studenti (e in spagnolo poi!)! I ragazzi erano tutti lì con il quaderno e le penne, nella classica disposizione scolastica (studenti in file di banchi e io in cáttedra davanti a loro)! Ho subito chiesto di metterci in cerchio. L’incontro è andato molto bene e i ragazzi erano assolutamente increduli quando gli raccontavo della vita in carcere e mi hanno riempito di domande, curiosi di capire la realtà dei detenuti e dei bambini. Ho chiesto un feed-back, con le loro idee e proposte per la risoluzione della problemática infantile in carcere. E sono venute fuori idee molto interessanti, come quella di creare dei centri educativi per questi bambini, presso i quali lavorino proprio le mamme, mogli dei detenuti. La vostra Fantozzina non poteva finire che in bellezza quest’incontro. Verso la conclusione, volevo appuntare alcune cose sulla lavagna. Prima stavo per scrivere col pennarello indelebile sul telo bianco che serve per le proiezioni e i ragazzi hanno gridato “NOOOOOOO!” “NON E’ QUELLA LA LAVAGNA” (risate generali), poi mentre finalmente scrivevo sulla lavagna giusta, questa cade rovinosamente per terra. Al che mi sono unita la coro di risate a squarciagola che ormai avevano invaso l’aula! Sono sempre la solita!
Che dire della salute? Di nuovo problemi con la pelle! Prurito, pizzichi, bugni strani emergono dalle gambe e dalle braccia. Probabilmente pulci. Padre Filippo mi ha soprannominata “Pulcinella”! Sono andata a sentire da due dermatologi, ma siccome nessuno dei due mi ha convinta, non ho fatto nulla di quello che mi hanno detto: soprattutto non mangiare quasi niente per una settimana, per disintossicarmi. Insomma, se erano pulci, perché mai non avrei dovuto mangiare e bere??? Ho continuato la mia dieta ipercalorica e alcolica, come se niente fosse. Comunque adesso il problema è rientrato per fortuna! Padre Filippo sostiene che la medicina per tutto è il vino…
Sono andata a Santa Cruz qualche giorno, per andare a visitare il cercere di Palmasola, sezione maschile e femminile e vedere la possibilità di allargare il progetto anche qui. Presso questo carcere vivono circa 850 bambini! La prima impressione è che questo carcere è molto più vivibile del San Pedro: casine basse, vie molto più larghe, costruzioni nuove e ben tenute, pulite. La sezione maschile ospita circa 2200 detenuti, mentre in quella femminile ci sono più di 300 detenute. Ma la prima impressione viene subito rimpiazzata dalla seconda: una corruzione incredibile alla luce del sole. Per entrare a visitare i detenuti, i parenti pagano 5 pesos ai poliziotti. Terribile, inaudito. Parlo con le volontarie della Pastoral Penitenciaria del Palmasola, e mi dicono che addirittura succede che i poliziotti entrano nella sezione femminile di notte e… lascio alla vostra fervida immaginazione. VOMITEVOLE, DISGUSTOSO. Nel padiglione maschile faccio la conoscenza di un italiano (l’unico in Palmasola) che è dentro per narcotráffico (e per cosa sennò??), che mi fa da scorta per il giro di visita della sezione. Il carcere è inmenso, sembra veramente un paese. C’è anche una campo da calcio, locali con musica, karaoke! Il tipo è veramente una sagoma: un romano trapiantato in Bolivia, con l’aria del “capo” (“Ahooo! Qua comanno io!”), caminata alla “Al Capone”, stivaletti di pelle intarsiati, jeans e camicia aperta fino all’ombelico con l’immancabile catena d’oro al collo, e braccialetto della Roma al polso!!! Che soggetto!!! Se potevo portare la machina fotografica dentro, avrei voluto fargli una foto per farvelo vedere!! Altro che l’esotismo dei campesinos dell’Altipiano delle Ande!!!
Brutta aria dalle parti di Santa Cruz: un razzismo da Apartheid nei confronti degli abitanti dell’Altipiano, di La Paz (l’appellativo per i paceños è “Collas de mierda”, tanto per darvi un’idea). Il dipartimento ha appena votato al refendum per l’autonomia e insieme all’autonomia si va verso la costituzione di uno statuto separato dalla costituzione boliviana. Spero veramente che le cose si rimettano a posto, ma la vedo dura! A me, che guardo le cose da “fuori”, rimane una gran tristezza, un senso di impotenza e una ferita al mio senso di “cittadina del mondo” che crede nella mediazione, nel dialogo tra “le differenze”.



E adesso sono qui a Copacabana, a respirare l’aria del Lago Sagrado, a fare passeggiate e camminate rigeneranti. Ero veramente stanca e avevo bisogno di “riprendermi” un po’. Sono arrivata di nuovo in cima al Monte Calvario con la lingua ai piedi! Volevo scattare belle foto da in cima al monte, aspettare la luce del tramonto, per catturare l’essenza di grandiosità di questo posto… ma dopo qualche foto, la batteria della mia macchina fotografica è morta!!! L’ennesima fantozzianata della vostra Barbaridad! Ho messo sotto carica la batteria nell’hostal.
Mi accontenterò di vedere il tramonto dalle rive, magari dal tavolino del comedor, dove stamattina ho avuto la dolce visione di Juan Pablo… e magari, davanti a una bella “trucha rosada con papas fritas”, fantasticherò di come sarebbe stata la Isla del Sol in buona compagnia… MALEDETTA ZITELLAGINE!!!
Vi abbraccio forte forte con tutto il bene che posso, con l’augurio di pace e serenità.
A presto!
Barbaridad

lunedì 19 maggio 2008

Interviste in via Cialdini

Grato della lettura:

Intervista all’attrice Mascia Musy


Intervista alla scrittrice Teresa Armenti


Cordiali Saluti
Michele Luongo Antonella Iozzo

Visita il sito: www.viacialdini.it - www.bluarte.it

mercoledì 14 maggio 2008

Le pillole di Enrica

brevissime e semplici note di lettura di Enrica Musio

Anno Santo 1975 di Nicola Di Paolo narra in forma di cronaca, ma anche come sorta di diario, un pellegrinaggio di alcuni ragazzini di una parrocchia lombarda, quando avevano la bella età di anni 17, tra Milano a Roma: si raccontano le loro divertenti avventure e anche i disagi del pellegrinaggio. È un bel libro: ci fa vedere la storia di quegli anni molto critici, gli anni di piombo, quando in tutta Italia impera una violenza troppo assurda segnata dalle Brigate Rosse, dalle stragi di Piazza Fontana, dal rapimento e dall’uccisione dell’on. Aldo Moro.
È un libro che per i giovani è storia.


Nel libro Storie con un altro finale, Barbara Rosenberg ci racconta alcune favole moderne, adatte anche per chi è già grande. Un libro umoristico.
Belle anche le illustrazioni di Max Parazzini, molto moderne, una sorta di arte pop.
Un testo che si legge scorrevolmente: definerei Barbara Rosenberg “la nuova Grimm italiana”.
In fondo, è sempre bello, anche da grandi, restare degli eterni bambini.



La Merca di Chiara Daino è un libro dal linguaggio molto duro e forte, anche riguardo al tema: l’anoressia. L’autrice la considera come un marchio duro e profondo che assilla l'esistenza. Un tema che non si può capire, se non si è colpiti, cosa si prova.
È un libro che fa riflettere e a tratti spaventa.
L’autrice non accetta alcun pietismo; è giustissimo che chi vive questo dramma non debba essere compatito, ma aiutato a trovare un vero equilibrio e un aiuto psicologico che lo porti alla completa guarigione.
Un consiglio: è un dovere leggere questo libro perché l'anoressia è un dramma in cui cascano troppe ragazzine di oggi. Il mito delle modelle supermagre ha cambiato i parametri della bellezza e queste nostre giovani donne non accettano più il loro corpo tanto da arrivare a gesti estremi.

Ne La signora Irma e le nuvole di Gaetano Failla, troviamo una serie di bei racconti e di belle storie di vita anche autobiografiche, racconti della terra natia dell’autore: la bella Calabria e Scalea. L’autore ha una scrittura elegante e visionaria, un moderno Federico Fellini tipo Amarcord.
È un libro avvolgente e delicato. Interessante l’idea dell’autore di usare anche il suo nome indiano Subhaga.





Il libro di Chiara De Luca La Mina (stra)vagante racconta con stile moderno e avvincente le avventure dell’autrice con una Vespa che lei ha chiamato “la Mina”. Una Vespa ormai stufa di partire che spesso abbandona la sua padrona per la strada.
Mi sono molto rispecchiata nell’autrice: anch'io considero la mia bicicletta una compagna, e la chiamo “la Romagna”. Con lei ho avventure simili a quelle dell’autrice De Luca; anche la mia bici ha avuto qualche noia, poi si è “aggiustata”. Ancora non è morta e gira sempre con me, sarei triste senza la mia compagna bicicletta.