La festa dei morti

di Vincenzo Capodiferro



Come ogni anno il paese celebra la festa dei morti. È un viavai di casa in casa. Al cimitero portano i fiori del tempo: i crisantemi. Prendono dei doni, soprattutto alimentari, li depongono in un piatto e li lasciano la notte alla finestra e lasciano una candela accesa tutta la notte. Poi sentivano un rumore e si alzavano: ecco è passata la buonanima di tizio, o di Caio, o di Sempronio! Credono che arrivino i morti a mangiare. È la festa loro. La cosa più bella è che raccolgono sacchi e sacchetti di grano e li depongono in chiesa, ai piedi di Gesù crocifisso. Lì si formavano delle montagne altissime di cereale, che poi veniva devoluto per la Chiesa, per i poveri. Il grano era come l’oro, non c’era moneta, ecco: il grano serviva come cambiavalute. Il grano era tutto. Noi eravamo bambini ed andavamo a saltare su quei monti di grano. Che divertimento! Come ci combinavamo! Poi arrivava il parroco, don Gaetano, e ci pigliava a bastonate. Il giorno dei morti poi c’era una processione dal paese al cimitero: una lunga fila di velli scuri, che quasi riluceva sul paesaggio imbiancato, a volte, dalle prime nevicate. Portavano il lutto per anni ed anni, i maschi col bottone nero, le donne sempre vestite con lunghi scialli neri. La cosa più forte era ai funerali: lì cominciavano con le cantilene, che raccontavano tutta la vita del defunto. Una sera, quando morì Compare Fabrizio, i suoi amici più intimi erano andati a caccia di una volpe, che si era intrufolata negli immondezzai del paese, sotto una gran rupe, donde gettavano di tutto e di più. Ogni tanto bruciavano quelle immondizie e pareva una Gehenna. Per andare ad acciuffare quella volpe si erano tutti imbrattati di nero. Poi si erano messi a mangiare e soprattutto a bere e si erano combinati come a che. Tornano in piazza, apprendono della morte di compare Fabrizio e così come erano tutti imbrattati ed ubriachi, si recano a casa del defunto. Si siedono e cominciano a piangere pure loro. Non si sapeva se ridere o piangere. Dei lacrimoni scendevano dai volti anneriti e lasciavano dei solchi che parevano “il campo mezzo grigio e mezzo nero” di Giovanni Pascoli. Anche Pascoli era passato da Matera. Si fermarono anche a mangiare, perché passavano poi i parenti del defunto, portando i viveri, che chiamavano il “consolo”, cioè quasi una consolazione per il dolore dei famigliari. Una volta che non pioveva da tanto, per incitare l’eterno a mandare la pioggia, portarono in processione la statua di Sant’Antonio e l’andarono a gettare da un dirupo, così pensavano che Iddio si sarebbe commosso, e piangendo avrebbe mandato giù l’acqua. E così fu. Noi eravamo dispiaciuti di quell’atto, infatti andammo a raccogliere i cocci di quella statua e con quella facevamo delle piccole processioni attraverso il paese, cantando i canti tradizionali. Quando venivano le tempeste, poi se la pigliavano coi maghi tempestari, i “Cerauni”, che avevano fatto cadere mezzo monte sul paese, provocando una frana insanabile.

Ci ammonivano che ad una certa ora, nella notte della festa dei morti, il 2 novembre, bisognava ritirarsi a casa e non uscire. Il Padreterno concedeva una volta all’anno, soprattutto alle anime dannate ed alle anime purganti, di uscire trai vivi, di festeggiare e di celebrare la messa dei morti, per chi voleva. Allora per le strade giravano diavoli, fantasmi: i “mamoni” li chiamavano, evidente allusione a Mammona.

Per caso comare Rosinella, detta di Fantasia, esce di casa ed ignara di quella situazione, si mette a festeggiare pure lei. A mezzanotte suona la campana. C’era la luna piena e pareva quasi giorno, come nella canzone di Natale di Sant’Alfonso: “Quanno nascette Ninno a Bettlemme. Era notte e pareva miezo juorno”.

Rosinella, trascinata dal fiume della folla si ritrova in chiesa e c’era una festa grande. L’organo suonava a tutta canna. Entra come un prelato tutto inghirlandato. Si siedono e comincia una messa solenne che durò tre ore. Pareva la notte di Natale.

- Oh come è bella questa funzione!

Diceva comare Rosinella. E poi da lontano intravedeva dei volti noti: i genitori, i fratelli, gli zii, i parenti, gli amici, ma erano morti. Cominciavano a salutarla ed a gioire di vederla. Ed ella pensava:

- Mah! Che strana festa. Ci sono delle maschere.

Pirandello diceva che nella vita incontrerai molte maschere e pochi volti. Ma quella volta non era così. Quelle persone erano morte.

Si avvicinò una sua comare e le disse:

  • Comare mia vattene di qui. Non è posto per te!

Ella non l’accettava e continuava a stare, finché la comare le rimbrottò:

  • Ma non lo sai che oggi è la festa dei morti!

Quando Rosinella si accorse che erano tutti morti, dallo spavento gli prese un tocco e rimase stecchita pure lei trai banchi della Chiesa.

La ritrovano al mattino adagiata e con una faccia serrata: si vede che si era spaventata a morte. Da allora raccomandavano di non affacciarsi mai la sera dai morti alle finestre o alle porte: se passa la processione dei morti di trovi anche tu trasportato senza accorgerti. Perciò Dante raccomandava: Non ti curar di lor ma guarda e passa. Guardare i morti in faccia è pericoloso. Una volta alcuni ragazzi fissando un corso di un fiume si trovarono annegati, perché là c’erano morte delle persone. La festa dei morti era una grande festa, un giorno in cui vivi e trapassati convivevano e si scambiavano parole e regali.

I defunti passavano il fosso dei morti, sotto la campagna di Ruspagano, un canyon profondo che il fiume Racano aveva solcato tra le dure pareti di pietra delle montagne del Raparo e del Castelveglio. Lì c’era:


Caron dimonio, con occhi di bragia

loro accennando, tutte le raccoglie;

batte col remo qualunque s’adagia…


I pastori avevano visto il diavolo, avevano parlato con lui. C’è ancora la grotta del diavolo. Una donna al fosso dei morti andando a lavare la lana, aveva visto un bimbo nelle acque. Pareva Mosè nel cesto, allora lo prese e lo caricò sulle spalle. Salendo dal fiume però questo bambino, tutto barbuto, divenne pesante ed allora a d un certo punto lo buttò giù dalla schiena. Parlava come se fosse uno adulto. Era un diavoletto. Quel fosso è pieno di demoni, che ogni tanto scatenano delle tempeste inaudite. Allora vedi i tempestari in fila, che coi loro riti strani, respingono le folgori ardenti. La festa dei morti era un’occasione propizia di convivenza coi trapassati. Tra il regno dei vivi e quello dei morti c’è continuità e amore, quella foscoliana “celeste… corrispondenza di amorosi sensi”.


Vincenzo Capodiferro


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