LA BELLA SCRITTURA

Un ricordo della Signorina Angelina
nostra maestra alle elementari

di Vincenzo Capodiferro


La nostra maestra delle elementari era molto severa, ma aveva un cuore d’oro. La chiamavano la “pizzicotta”, perché se facevi qualche errore, o ti comportavi male, ti dava certi pizzichi che ti rimaneva il segno per un mese. La chiamavano Signorina Angelina ed era nipote di don Luigi, un santo prete, che stava ore ed ore innanzi al Sacramento! 

Prima ci si teneva tanto alla bella scrittura. Si scrivevano le lettere, soprattutto le lettere d’amore. Non tutti sapevano leggere e scrivere. Noi andavamo a scuola, ma la maggior parte degli adulti era ancora analfabeta. Quando c’erano le elezioni, ricordo che andavano a votare i pastori che non sapevano scrivere e qualcuno diceva loro:

 – Metti croce su croce!

E così votavano la DC. 

Quando dovevano scrivere, soprattutto lettere d’amore, andavano o dal prete, o da qualche professore, o da qualche buonuomo che ci leggeva. Oggi ci sono i cellulari e non ci rendiamo più conto dell’importanza che avesse nella vita la scrittura. E se ci penso, stiamo tornando un po’ a quei tempi, perché con tutta la formazione che c’è, tanti ragazzi hanno difficoltà a scrivere in corsivo. E una lettera d’amore, poi, se era scritta bene faceva un forte effetto, ma ancor di più se era scritta bella: subito colpiva! Perciò tutti volevano andare a scrivere le lettere d’amore dalla signorina Angelina, perché sapeva scrivere bello e bene. Non si era mai sposata, la nostra Rottermeier, ma noi l’adoravamo, anche se ci pigliava a bacchettate e pizzicate. Erano pizzichi d’amore. E per farci esercitare a scrivere bene e bello, ci raccontava una favoletta:

– Sapete ragazzi cosa significa la parola calligrafia?

– No!  

– Bella scrittura! Oggi vi racconterò una storia. 

– Sì, signora maestra!

Noi non aspettavamo altro, perché rispetto ad oggi, eravamo un po’ “cetrioli”, come suol dirsi. Non c’era nulla. Le televisioni in bianco e nero erano poche: una in ogni vicinato ed ogni sera pareva un cinema. Il telefono? L’unica cabina era in piazza e c’era una fila! Tutto il paese andava a telefonare. Pareva che avessero scoperto la luna. Per i più studiosi c’era la biblioteca, l’enciclopedia! 

 – Sapete ragazzi, c’era una contessa tanto carina. Apparteneva alla nobile famiglia dei Donnaperna. Si chiamava Gertrude. Il padre, Idelfonso, conte della Calvera, cercava un buon marito per la figlia. Molti le circolavano attorno, anche di famiglie benestanti, ma non le piacevano. Allora il padre indisse un concorso: chi avesse scritto la più bella lettera d’amore alla figlia l’avrebbe presa in sposa. 

Allora abitavano nella villa Assunta. Idelfonso era discendente dei Donnaperna, originari di Milano, che si erano estinti nel Settecento, ma egli era un figlio illegittimo di un vescovo che apparteneva alla nobile famiglia milanese, ma che aveva fatto una scappatella, per cui non era stato riconosciuto il figlio. 

– Ehm! Ehm! – Facevamo noi che a solo sentire quei nomi, così ampollosi, che ci scendeva il latte alle ginocchia.  

– L’avo, però, cioè il vescovo, sua eccellenza, monsignor Girolamo Donnaperna, aveva messo in palio un tesoro: a coloro che un giorno fossero andati a reclamare degli eredi, dimostrandone la legittima discendenza, aveva lasciato un forziere colmo di monete d’oro presso la Chiesa di Santa Maria Maddalena di Lodi, chiesa che egli aveva fatto fabbricare. Idelfonso era riuscito a dimostrare la sua discendenza e a ritirare il premio e l’aveva dimostrata sapete come? Con un anello regale che recava il simbolo del casato: tre spighe fasciate da due ramoscelli d’alloro e sopra tre stelle dorate. Quell’anello era inconfondibile e passato da avo a rampollo.  Era diventato ricco ed aveva acquistato il suolo dove fu eretta la villa. La figlia, poi, era terziaria dell’ordine religioso delle figlie di Betlemme. Ma era laica e doveva maritarsi. Prima, come voi sapete, la maggior parte dei matrimoni si facevano per convenienza, pochi per amore. I più erano concordati dai genitori. I nobili non riconoscevano Idelfonso, con tutto che era discendente dei Donnaperna. Lo chiamavano il “ciarlatano”. E la povera moglie, Erminia, ne soffriva tanto. Arrivarono, comunque, tante lettere per il concorso indetto dal padre. Si doveva terminare la notte di Natale del 1910. E chi fu scelto? Chi aveva scritto la lettera più bella. I caratteri sembravano pitture. Era un’opera d’arte! E poi il contenuto: un poema d’amore! Non è solo la forma che deve essere bella, ricordate, ma anche il contenuto. Però, la prima cosa che si guarda qual è? 

– La forma! 

– Eh! Purtroppo è così. Ma successe una cosa strana. Perché chi aveva scritto quella lettera era un povero contadino, un po’ bruttarello, no! Malconcio, gobbuto, con le mani sdrucciolate per i calli: si chiamava Vittorino. Ma era molto intelligente. All’inizio Gertrude faceva smorfie col papà, perché non voleva. E lo misero alla prova: egli sapeva a memoria tutta la Divina Commedia. Era un Mirandola. Ed aveva studiato tutto da solo. Non ne nominavano neppure il cognome, perché era vergognoso per un galantuomo. Il povero padre diceva alla figliola:

– Non preoccuparti. Vedrai! Come si dice: «Vesti ceppone che pare barone!».

– Eppoi cosa successe, maestra? Siamo curiosi!

– Eppoi… eppoi…! Successe che portarono quel povero Vittorino nella villa Assunta e le damigelle lo lavarono, lo ben vestirono. Divenne bellissimo: con gli occhi bluastri. Era un po’ come un Leopardi, con la china un po’ curva, logorata dal lavorio. Si innamorarono, si sposarono e vissero felici e contenti.  Era soprattutto, come si dice… «era bello dentro». Aveva un’anima bella, oltre che il corpicino che era smunto e gracile, logorato dalla fatica, ... Vittorino fece gli esami e senza studiare fu riconosciuto subito e divenne un gran maestro. Purtroppo!

– Purtroppo! 

– Purtroppo, dopo la morte del padre, Idelfonso, i nobili si misero contro la povera Erminia e dovettero fuggire, la povera madre con la figlia ed il genero, ed andarono in Argentina, dove fecero fortuna. La villa, poi, passò di mano in mano, finché non fu del tutto abbandonata. Così ragazzi miei, imparate a scrivere per bene. Per voi! Una bella scrittura penetra il cuore e come si dice? No! Le belle parole consolano l’anima, attirano. La bellezza la fa la parola. Volete mettere uno che sa parlar bene, anche se bruttarello, con uno che bello, come apre la bocca ti fa cadere gambe e braccia!?

Ed esplodevamo tutti in una sonora risata. 

– Ulisse era bruttarello, eppure Penelope era talmente innamorata di lui che l’aspettò, sfidando i Proci. Socrate era bruttarello, lo chiamavano il “Satiro”, eppure incantava la gente con la sua filosofia e per invidia lo mandarono a morte. E Napoleone era un nano, ma tutti ai suoi piedi! Chi guarda alla bellezza non deve fermarsi solo a quella apparente. La bellezza è tutto: dentro e fuori. Perché gli artisti creano cose belle? Da dove esce quella bellezza? Da dentro o da fuori?

– Beh! – Risposi io con una vocina fioca – Da dentro! L’arte esce da dentro al cuore, non da fuori. 

 – E l’arte si può insegnare?

– No. S’insegna la tecnica, non l’arte. L’arte nasce dal cuore.

– E così io non posso insegnarvi la bellezza. La bellezza deve nascere dal vostro cuore. Qual è l’essere più bello dell’universo?

 – Boh! Boh!

– Dio! – Ella era molto credente. – Non si vede, neh! Ma c’è. Ci sono bellezze visibili e bellezze invisibili. La bellezza, come la verità, ama giocare a nascondino. L’universo è la bellezza visibile, la Bellezza è l’Universo invisibile. Se cercate il bello, mai fermarvi all’apparenza! Certe cose, belle solo in apparenza, avvelenano l’anima, come certi funghi, che paiono degli arcipreti, come quel serpente antico che incantò Adamo sotto l’albero… La scrittura è la firma dell’anima. Ognuno ha la sua scrittura, che rivela la sua persona. La persona in fondo cosa è? Una maschera…

E continuava con la sua predica per un’ora. Alla fine ci menò un’altra delle sue parabole:

– Euclide disse a Tolomeo: «Non c’è una via regia per la geometria!». La cultura fa nobile l’anima. 

 – Grazie!

Fu la lezione più bella della nostra vita. 

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