Un tempo, ma tutto sommato non tanti anni fa, la tecnica era un mezzo, semplicemente uno strumento. Nell’oggi dei nostri giorni, la tecnica è diventata un mondo, sempre più vasto e complesso. Questo mondo lo abitiamo e viviamo, questo mondo che sembra capire solo l’utilità, solo ciò che è utile. Perciò, abbiamo difficoltà ha capire che cosa è: bello, buono, vero, giusto, santo. Però, capiamo solo che cosa è utile, solo l’utilità. Tale mondo, e questo è evidente, s’impone determinante nel nostro vissuto quotidiano. Tra l’altro, senza che noi ce ne accorgiamo, senza che ne abbiamo piena coscienza. Questo, è inquietante, persino sconvolgente, se ne prendiamo atto. Ma quel che è più inquietante, è che non siamo preparati, non lo siamo stati, alla radicale trasformazione del nostro mondo, che sta accadendo sotto i nostri cocchi, in quasi tutti gli ambiti più importanti della nostra vita e società.
Però, ancor più inquietante e turbante, è che non disponiamo di un pensiero alternativo, altro, oltre, al pensiero dominante, quello capace solo di svolgere molto bene calcoli tecnici ed economici. Si tratta, in altri termini, del cosiddetto pensiero utilitaristico, che pensa e calcola solo ciò che è utile, solo l’utilità. Questo pensiero calcolante, calcolatrice, mette fuori gioco, attività, in particolare la bellezza, in quanto non è data una bellezza che sia calcolo, utile. Infatti, la bellezza in quanto tale non è né calcolo né utile secondo le acque oceaniche del mondo nelle quali ci troviamo a navigare. Tale pur rapito colpo d’occhio sulla realtà ci conduce, sapientemente, alla biblioteca Bibbia e alla citazione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto thov” (Gen 1,31). Incontriamo così la parola, l’aggettivo: thov.
Il greco classico, quello dei poeti Omero ed Esiodo, e dei filosofi Platone e Aristotele, ha tradotto questo termine ebraico biblico in tre diversi modi: bello (kalós), buono (agathós), utile (krestos). Però, utile nel senso: che ci sta bene, perché insieme ci sono il bello e il buono. A tal proposito, possiamo ben notare che l’estetica (bello) è intimamente connessa all’etica (buono). In altre parole: bellezza e bontà sono saldamente collegate. Da questi significati, il passo è breve per mettere a confronto: bruttezza e bruttura. Confronto, questo, necessario visto che stiamo riflettendo, pensando su: “Era cosa molto buona (thov)”. Esattamente: thov meod (molto buona), perché corrispondente alla volontà di Dio.
I due sostantivi, tirati in causa: bruttezza e bruttura, ci aiutano a sviluppare il pensiero iniziale, che si è mosso dalla constatazione che siamo passati da una tecnica-mezzo e una tecnica-mondo-dominante. Pertanto, se discutiamo di qualcosa che ha a che fare con l’estetica, ecco allora: Bruttezza; mentre, se discutiamo di qualcosa di etico, avremo: Bruttura. Dunque, a ben pensare, la tecnologia digitale ci fa incontrare bruttezze e, soprattutto, brutture che, insieme, mettono a dura prova i nostri recettori umani: bello, buono, utile (che ci sta bene, e perciò vero). Questi sostantivi negativi stressano il “thov me’od” che è e pulsa in noi.
Un altro incontro, lungo il sentiero intrapreso, lo facciamo con una nozione, che ci consentirà di mettere il dito dentro una piaga dolorosa: La cultura giudaico-cristiana è una cultura dell’udito, perché l’udito è l’organo recettore della Parola di Dio: “In principio… Dio disse” (Gen 1, 3); della Parola legislativa e della Parola profetica; e, infine, della Parola evangelica: “In principio era il Verbo” (Gv 1, 1), “E il Verbo si fece carne” (Gv 1, 14). Inoltre, l’ascolto è il fondamento della relazione: padre-figlio, che nasce quando il genitore insegna al figlio, prima di andare a dormire: “Ascolta Israele” (Dt 6, 4). Ascolta! Si tratta del precetto fondativo: Shemà Israel.
Questa relazione padre-figlio si rafforza e sostiene nella domanda del figlio al padre: “Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme…” (Dt 6, 20). E nella risposta: “Eravamo schiavi…” (Dt 6, 21). Sì, schiavi! Il padre, nell’ascolto: ricorda, insegna, racconta, fa memoria. Tutto questo a partire, sempre, dall’esercitare l’organo uditivo. Però, l’ascolto presuppone un parlante e, dunque, un linguaggio, una lingua, quella che fa sì che, per dirla con Aristotele, l’uomo sia un “animale dotato di linguaggio”. E questo in maniera eccellente. Ma il linguaggio non è uno strumento del pensiero atto a far sì che questo possa esprimersi. Al contrario, tutti gli uomini possono pensare limitatamente alle parole che conoscono e usano. Infatti, il nostro vocabolario, il numero delle parole che conosciamo e usiamo comunemente, è la condizione indispensabile del nostro pensiero. A riguardo, il pedagogo don Lorenzo Milani, ebbe a scrivere: “La parola è la chiave che apre ogni porta”, e anche: “Senza la parola non c’è dignità”.
Detto tutto questo, purtroppo dobbiamo riconoscere che siamo passati dall’Homo Sapiens-Sapiens all’Homo Videns; ci siamo involuti: dal sapiens al videns. E così, stiamo assistendo, quasi passivamente, alla decadenza della parola, decadenza che sta determinando, a nostra insaputa, una trasformazione, anzi una mutazione antropologica radicale. Oggi, sempre e comunque interconnessi, ci tratteniamo, privilegiamo l’intrattenimento, senza limiti di tempo, sulle immagini, fatto di immagini, mentre il Sapiens-Sapiens, sino a non molto tempo fa, si intratteneva sulla parola, sulle parole (sul linguaggio, e per questo sull’ascolto, il ricordo, il racconto, la memoria). Quest’uomo, così intrattenendosi, era particolarmente attento, capace di attenzione e, perciò, di ri-conoscere, di vedere: l’altro, il vicino, la via, il mondo circostante.
A proposito dell’attenzione, oggi la tecnica-mondo degli smartphone, dei digitali, dei PC, ha determinato una sempre più preoccupante riduzione della capacità dell’attenzione e della concentrazione, soprattutto degli adolescenti e dei giovani, primi veloci fruitori di tantissime immagini. Questa generazione digitale non è capace di andare oltre io pochi secondi, ai quali si è abituata e assuefatta, della successione dei fotogrammi delle immagini bombardate. E così, siamo tornati indietro ai disegni rupestri dei nostri pro-genitori primitivi e ai geroglifici con l’uso ormai globale delle emoji, simboli pittografici, giapponesi, che, va detto, nulla hanno a che fare con la semiotica. Dunque, giunti a questo limite, capiamo che qualcosa di molto potente ci ha condotto troppo velocemente dalla complessità della parola filosofica e poetica alla videostupidità, dalla conoscenza profonda alla mera informazione superficiale.
Altri passi in avanti non ci conviene fare, perché il bivio ora davanti a noi indica anche il sentiero dello stupore, se vogliamo vincere andando a spezzare le catene che abbiamo forgiato, anello dopo anello: della tecnica fine a sé stessa, del digitale imperante, dei social demenziali, dell’intorpidimento della ragione, del linguaggio verbale e scritto paurosamente scheletrico. Non resta altro da fare, mentre il tempo sta per scadere, che rientrare in noi stessi e, aiutati dal filo di Arianna della nostra dignità assopita ma non morta, pensare e domandarci: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove stiamo andando? Che senso ha la nostra vita? Il mondo, che cosa è? Dov’è la bussola della Verità?
Se questo penso, allora, ecco l’alto desiderio e il felice grido: Sono uscito e ho rivisto le stelle!

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