A Germignaga, amena località sul Lago Maggiore, esisteva una rara comunità di elafantropi. Ma chi sono? Gli uomini-cervo, con corpo da cervo e busto e testa umani. Si nascondevano nel bosco delle fate, scappavano al guardo umano, come vati: «et gli occhi porto per fuggire intenti/ ove vestigio human l’arena stampi». Perché lo sapevano che non dovevano giammai farsi scoprire da nessuno, altrimenti sarebbe stata la fine per loro. Erano intelligentissimi. Sapevano cantare, poetare. Qualche artista fuori senno li aveva veduti e perciò aveva cominciato a farne delle sculture. A Germignaga si era svolta una famosa battaglia tra le truppe di Ottone Visconti e quelle dei Torriani nel 1276. La flotta viscontea, guidata da Simone da Locarno, aveva battuto quella dei Torriani. Ma come erano finiti quegli strani esseri in quella foresta?
Un giorno un gruppo di ragazzi, provenienti da Locarno, erano andati a fare una gita al bosco delle fate. Stavano facendo il giro del Lago Maggiore, e si fermavano nei suoi boschi costieri e là stavano qualche giorno nelle loro tende e poi ripartivano in bicicletta. Era la primavera dell’anno 1985. Erano in cinque: Simone, Dario, Elena, Giacinta e Flora.
Si fermano con la loro tenda nel bosco delle fate a Germignaga. Ad un certo punto, appena dopo l’occaso, all’imbrunire, percepiscono dei fremiti strani. Un cervo si era impigliato in una spina. Era ferito. I cacciatori lo stavano inseguendo coi loro cani.
«Ecco, abbiamo trovato la cena!» dice Simone.
«Non fatemi del male!»
«Chi ha parlato?»
«Io. Aiutatemi vi prego!»
Il cervo stava parlando.
«Si vede che siamo fusi. È ‘effetto delle canne, o del vino.»
«Noo. Aiutatemi!».
Sbalorditi i giovani acciuffano quel grande cervo parlante e lo nascondono in un grande sacco di iuta. Poi accendono un fuoco per distrarre i cani con l’odore. Come gli antichi indiani d’America cominciano a far ascendere al cielo strane forme di quel fumento fragrante come incenso. Parevano ciambelle di un grosso sigaro che sfumavano nell’aere terso.
Arrivano i cacciatori coi brandi inalberati. I ragazzi riescono alla fine ad eluderli e a salvare il cervo, dopo alcune battute, non di caccia, ma di verbale tenzone. Aiutano quel cervo a riprendersi e fanno delle lunghe chiacchierate con esso. Dopo qualche giorno, il cervo si era rimesso, li accompagna in un cunicolo. Entrano i giovani lungo il torrente Margorabbia e giungono su di un’altra parte dove c’era una foresta appesa alla costa. E lì “ecco apparir Gerusalem si vede”: la città degli elafantropi. Una serie di piccoli usci si affacciavano alla rocciosa rupe. Dentro la pietra di dimenavano catacombe infinite. Era difficile acciuffarli. Una volta entrati in quei cunicoli era come essere nel Labirinto del Minotauro. Non te ne uscivi agilmente, senza un filo d’Arianna. Erano bellissimi. corpi di cervo, fusto tutto peloso ed umano, con testa umana. C’erano maschi e femmine. A guardare quegli umani si spaventano e fuggono via. Ma il cervo parlante li chiama. Come era uscito fuori quel cervo parlante? Dalla mescolanza degli uomini e degli animali. Quel cucciolo di cervo un po’ birbante e ribelle, disobbedendo ai suoi avi, aveva voluto fare una passeggiata in parti dell’immane boscaglia più pericolose, battute da cacciatori.
Il più anziano di loro, che era anche il loro capo, si chiamava Erminio. I nostri amici stanno tanti giorni in compagnia degli elafantropi. Stavano bene e si divertivano. Erminio racconta la loro storia:
«Sapete, amici, noi non ci troviamo qui per caso. Siamo figli di soldati sbandati che furono aiutati da un medico folle, che si chiamava Erminius Krusk. Proveniva dall’impero Germanico. Allora c’era ancora Guglielmo II, il Kaiser. Infuriava la prima guerra mondiale. Molti prigionieri furono portati qui, ma soprattutto mutilati di guerra. Nel 1918 non si capiva nulla, c’era uno sbandamento generale. Il medico Erminius lavorava presso la base dei soccorsi per i feriti di guerra nelle trincee del monte Grappa. Cercava di aiutare tanti poveri giovani che erano mutilati. Chi aveva perso una gamba, chi tutte e due, chi le braccia. La maggior parte erano i ragazzi del 1899. Erano in tanti, dopo Caporetto ci fu l’apocalisse. Allora si decise che molti ragazzi mutilati, sia tedeschi che italiani, curati dal dottor Erminius Krusk, che era di origine austriaca fossero inviati in una colonia per riprendersi, presso Germignaga, un’amena località sulle rive del Lago Maggiore. Il generale Diaz acconsentì ed anche se il campo era gestito dai tedeschi, su queste cose non c’era rivalità, perché i medici aiutavano tutti i soldati, a qualunque schiera appartenessero. Allora venne creata una clinica nel bosco, con delle casette, per venire in soccorso dei giovani gravemente mutilati della guerra. Tra questi figlioletti era stato condotto anche un figlio del tenente Rommel, figlio che aveva avuto con un’infermiera italiana. Ma dopo la fine della guerra tutti si dimenticarono di questi giovani eroi. Erano molto depressi. Erano stati abbandonati da tutti. Le loro ragazze non li aspettavano più. Allora il medico Erminius pensò di risolvere questo grave problema innestando il corpo dei ragazzi mutilati su di un corpo di cervo. All’inizio provò con alcuni giovani volenterosi. Nella clinica c’era una sala operatoria un po’ alla buona. Aiutato da alcune nobili infermiere, sue seguaci, con lenzuola appese per garantire l’igiene. Faceva l’anestesia a fior di grappa e alcolici forti. Riuscì a fare alcune operazioni. Alcuni ragazzi riuscirono a sopravvivere a quel folle intervento. Così nacquero gli uomini cervo, che furono denominati elafantropi. Quel che Ermius non aveva previsto era una specie di darvinismo genetico: in fondo quando i primi elafantropi cominciarono ad accoppiarsi, secondo le leggi di Mendel, alla prima generazione generarono de cervi, alla seconda degli elfantropi. Nessuno poteva immaginarselo. Nel 1922, prima della marcia su Roma, alcuni contadini e cacciatori del posto si erano accorti degli elafantropi e pensavano che fossero degli esseri diabolici. Accompagnati da esorcisti, vennero e bruciarono la clinica. Il dottor Erminius Krusk e le sue infermiere rimasero dentro e furono arsi insieme a dei ragazzi mutilati. Quei pochi elafantropi che erano sopravvissuti fuggirono verso i monti. Da allora ci siamo propagati e viviamo nascosti agli occhi umani. Ci rifugiamo in queste grotte sconosciute e inaccessibili ove ci sono dei dirupi per noi agili, ma ardui per chi volesse addentrarsi. Però ultimamente alcuni speleologi stanno cercando di esplorare questa foiba amplissima. Siamo in pericolo e dobbiamo fuggire».
A quel racconto i nostri amici rimangono estasiati. Erano commossi e scendevano dai loro occhi dei vaporosi lacrimoni che solcavano sui volti da carbonai delle trincee, tanto al rammento della Grande Guerra. Erminio aveva citato anche Rommel, “la volpe del deserto”, il quale aveva partecipato alla Strafexpedition. Dormono qualche altra notte con loro, insieme alle “cime dei monti”, con la testa accovacciata sui loro morbidi corpi. Quella foiba minuta all’entrata poi si ampliava in una serie di gironi danteschi. Per aiutare i nostri amici a Simone venne un’idea:
«Vi aiuterò io. Chiederò aiuto alla baronessa Antonietta di San Leggero, che è la nipote di Antoinette, colei che era un tempo proprietaria delle isole stupende di Brissago, affinché vi ospiti presso le isole. Dobbiamo solo organizzare la traversata.»
«Ah sì! Come facciamo?» si chiedevano sbigottiti.
Quel giovane pareva proprio “Simone da Locarno”. La nostra piccola comitiva riparte. Antonietta di San Leggero era in effetti una discendente della baronessa Antoinette de Saint Lèger, di origini russe, la quale nel 1885 aveva acquistato le isole di Brissago, insieme al marito Richard Fleming.
Tornano a Locarno. Ne parlano con fidati amici, anche adulti. All’inizio non li credeva nessuno, ma Simone aveva provveduto a fare delle piccole foto con la classica polaroid istantanea. Alla fine viene concessa l’impresa. Simone da Locarno pareva come Cristoforo Colombo che aveva ottenuto le caravelle dalla regina Isabella di Castiglia. Poi, con l’auto di Antoinette, di alcuni sacerdoti ferventi, tra cui don Fernando Giacobini, e di nobili ticinesi ed artigiani, viene allestita una flottiglia, che avrebbe dovuto trasportare gli elafantropi da Germignaga alle isole. Dovevano agire di nascosto e di notte. Erano state costruite una decina di ampie zattere, quasi invisibili. Molti giovanetti di Locarno si erano uniti a quella prodigiosa avventura.
E così la flottiglia parte da Locarno il 10 agosto del 1985. Era una splendida serata, le stelle cadenti indoravano il cielo blu notte. Sulla zattera madre, guidata da Simone, era apposto uno stemma visconteo, come ai tempi antichi: il biscione che tiene il bambino in bocca, mentre don Fernando era là che benediceva. Intanto un altro gruppo si trovava nei paraggi di Germignaga. Avevano avvisato gli elafantropi e si erano appostati in una zona paludosa alle foci del Tresa, dove, secondo la tradizione, era avvenuta la battaglia di Germignaga.
Simone era esperto anche di canottaggio e di barche a vela. Il vento era favorevole. Alla fine riescono nell’ardua impresa. Gli ultimi esemplari di elafantropi erano stati trasportati sulle isole di Brissago e nascosti alla vista degli umani.
Coloro che hanno visto e sapevano non dicevano niente a nessuno per proteggere quei rarissimi esemplari. Don Fernando aveva celebrato una messa una messa in onore di Erminius Krusk presso una cappella, uniche vestigia rimasti in piedi del convento delle Umiliate che si trovava nell’isola di Brissago.
Nei pressi delle rovine della clinica di Germignaga i nostri amici avevano trovato una bronzea targhetta, con su scritto:
«Oh eroi d’Italia!
Oggi la vostra Patria
vi ringrazia, unita:
Voi che la vostra vita
donaste
per liberarla dal nemico
che impediva che le sue membra
fossero un unico corpo,
un’anima sola,
una singola vita.»
Infatti la prima guerra mondiale è stata anche l’ultima pugna risorgimentale e con essa le terre irredente erano state rimesse nelle mani dell’itala gente.
Sull’isola di Brissago c’è ancora una lapide in memoria di Erminius Krusk e di ciò che aveva fatto. È un’isola meravigliosa, dove un tempo gli illuminati s’incontravano e nudi calpestavano la terra, come ai tempi del paradiso antico. Quell’isola è infatti un Eden e la baronessa l’aveva acquistata apposta per crearvi un giardino meraviglioso.
Dopo quarant’anni, gli amici dell’antica comitiva, dacché ognuno aveva battuto la sua strada nella vita, tornano a Germignaga e si abbracciano piangenti, il 10 agosto del 2025.
Simone era diventato un ingegnere navale: tre figli e felicemente sposato con Erminia. L’aveva preso forse per assonanza con Erminius. Erminia non a caso faceva l’infermiera. Dario era frate, Elena e Giacinta divorziate con prole. Flora conviveva con un medico, il dottor Giovanni Senzaterra. Pareva quel sovrano inglese, fratello di Riccardo Cuor di Leone. Erano tornati da soli, come ai vecchi tempi, avevano ripercorso i sentieri del bosco delle fate, fino all’ingresso della foiba. Erano andati su. Si erano portati di nuovo una tenda. Erano scesi nella grotta. Ad un certo punto sentivano dei rumori. Degli strani animali si avvicinavano. Erano cervidi parlanti. Cantavano. Si sono spaventati.
«Di nuovo?».
Alcuni elementi della discendenza degli antichi elafantropi avevano mantenuto la fisionomia da cervo, ma il cervello era umano. Altri erano a testa di cervide e busto umano.
Era un mistero bello. Dopo “quarant’anni nel deserto” si erano ritrovati a Germignaga.
In effetti c’era una colonia elioterapica, costruita agli inizi del Novecento e durante il regime fascista ampliata, detta “bislunga”, ma la colonia del dottor Krusk era nascosta nei boschi. Era tutta in legno, progettata dall’architetto Arcangelo Merlini: pareva una chiesa gotica che si confondeva con le arcate slanciate delle colonne e dei pilastri arborei della foresta.
I nostri amici erano innamorati di questo piccolo borgo lacustre, ricco di storia e di cultura, con le sue chiese sontuose e antiche, come quella di san Giovanni e quella di san Carlo, le processioni fantastiche, come quella dell’Intiero, il Venerdì Santo e della Madonna del Rosario. La prima volta che Simone aveva visitato quei luoghi ameni era una vigilia di san Silvestro: infatti sulle rive del torrente di Acqua di san Giovanni si brucia un fantoccio di cartapesta, “Se brusa ul vecc”, simboleggiante l’anno vecchio, con una festa molto sentita. Vicino sorge Premaggio, un borghetto su una penisola piccina tra il Tresa e il Margorabbia, molte volte allagata dalle superbe onde.
Gli elafantropi non erano spariti del tutto da Germignaga, piccola gemma della Valtravaglia. Ma nessuno sapeva niente. I nostri vecchi amici andavano ogni tanto a trovarli di nascosto. Non erano in pericolo e potevano rifugiarsi nei gironi della foiba dantesca senza che nessuno se ne avvedesse, neppure gli speleologi più acuti. I nostri avevano fatto un patto con gli elafantropi: il silenzio.
I figli di Simone, Erminio, Giovanni e Vittorio, insieme agli altri, facendo grandi cominciano anche essi a fare le paterne gite da soli. E vanno ogni tanto in quella città ctonia abitata da questi strani esseri. I paesani di Germignaga li conoscono e portano loro vivande nel loro piccolo forte fatto di tende. Ma non possono neppure immaginare che essi di notte danzano assieme agli elafantropi.

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