Instagrammando (racconto socialpusher)

di Vito Venturini





Pur non usando abitualmente Instagram, in questi giorni, sono stato incuriosito dalla parola “instagrammare” che, nel novero dei neologismi, va intesa come l’azione fatta da chiunque pubblichi contenuti sul noto social media. Non riesco tuttavia a concepire il perché questo verbo non trovi miglior uso in un suo secondo significato ovvero nell’azione, certamente più comune e diffusa, consistente, sullo smartphone, nell’aprire l’omonimo applicativo e scorrere insistentemente davanti alla vista i contenuti, lasciandosi trasportare da ciò che viene fatto fluire: infatti questo accade molto più spesso ed inoltre in forma quasi del tutto spontanea. Mentre infatti l’atto del postare è generato da un processo, anche faticoso, alla cui base sta la volontà e gli interessi di chi posta, l’azione del fruire di tutto ciò muove dalla istintiva curiosità dell’utente e senza tener conto del tempo perché una mente, tutta presa dal flusso delle proiezioni, abbandona progressivamente il sentimento dello scorrere dei minuti e rimane pertanto impigliata in un gap temporale da cui risulta piuttosto difficile uscire. 

Per questo ho scelto specificatamente di usare, per circoscrivere tale atto, proprio solo il gerundio presente, “instagrammando”, perché definisce molto bene, come tutti i gerundi presenti del resto, la pienezza di un’azione, senza rifletterne l’inizio o la fine. Per meglio comprendere dove vorrei indirizzare il ragionamento potrei citare qualche gerundio presente dei verbi più comuni quali “vivendo”, “pensando”, “cantando”, “mangiando”, tutte azioni che, così coniugate, appaiono piene e intense, tali da coinvolgere tutto il nostro essere, spostandolo fuori dal senso comune del tempo. 

Un giovinetto molto istruito di origini recanatesi in un suo celebre scritto ne utilizza ben due “sedendo e mirando”, uno seguito dall’altro, proprio per dare l’idea di come ci si possa via via astrarre mentalmente dalle costanti spazio temporali delle nostre esistenze per cercare un varco, tentare una fuga, una consapevole evasione verso ciò che l’immaginazione riesce a proiettare dentro di noi. 

Con ciò non voglio sostenere che Instagram abbia sostituito la grande poesia, ma certamente, insieme a Tiktok, più gettonato dagli adolescenti, induce a creare nella testa una distorsione del processo attentivo che parte dalla voglia di distrazione o evasione, comune in tutti noi, fino a trascinarci, con tutto il nostro essere, in avventure che, da pochi secondi, si susseguono verso l’infinito, avventure, se vogliamo, anche piuttosto coinvolgenti, se molto spesso non riusciamo ad interromperne il flusso. 

I ragazzi sanno benissimo qualcosa di quest’ultimo inconveniente dato che, in barba ai genitori, instagrammando o tiktokkando (ma quest’ultimo termine fa già più ribrezzo), spesso si producono in interminabili sessioni notturne senza capo né coda che friggono il cervello attraverso l’insistenza pervasiva dei meccanismi di scroll. Frittura neurale molto simile a quella che accadeva alcuni decenni or sono, laddove la meglio gioventù usava droghe sintetiche come l’LSD per ottenere lo stesso effetto con un’unica differenza: l’LSD, secondo me, dava meno dipendenza. 

Ma che cosa ci rende seguaci se non emulatori delle comunità social fino a farci perdere la cognizione del tempo? I fattori possono essere parecchi ma il vero pusher, quello che su Istagram o Tiktok ci vende la “roba” per distrarci dal reale, è uno solo e si chiama: Algoritmo. E siamo noi che ce lo cerchiamo e lo coltiviamo, o meglio ce ne rendiamo succubi.

Tutti a questo proposito sanno a che cosa mi riferisco: più clicchi sulla rete e più la rete ti restituisce immagini, video o informazioni pertinenti alle tue ricerche. Tu dai in pasto le tue curiosità alla rete e l’Algoritmo, attraverso la rete, ti restituisce la migliore “roba” che trova per soddisfarle. 

Di algoritmi vivono i più comuni motori di ricerca, di algoritmi si nutrono i social e dagli algoritmi ci lasciamo sopraffare tutti noi, chi più e chi meno consapevolmente. 

A questo riguardo qualche episodio non può essere sottaciuto. Ad esempio instagrammando sul telefono di mia suocera ogni due per quattro saltano fuori dei neonati che si attaccano al seno materno, lei dice che sono video che la rendono rilassata e felice: la diverte sentire i vagiti, vedere queste piccole creature che, nel momento della poppata, si attaccano voracemente al seno con un misto di pianto e soddisfazione, per lei questo momento dell’infanzia è una gioia. Non chiedetemene i risvolti, semplicemente posso dire che mia suocera potrebbe trascorrere dei giorni a vedere ininterrotte sequenze di poppanti senza venirle mai meno dal volto un sorriso genuino e spontaneo. Stessa cosa posso notare per un’amica di mia moglie cui piacciono i somarelli: ad ogni scrollata dello schermo ecco apparire dei ciuchini, di preferenza giovanissimi, che brucano, scalciano e ovviamente ragliano. Per lei è quasi una funzione religiosa quotidiana trascorrere almeno un mezzo pomeriggio in video compagnia degli amici a quattrozampe dal volto mite e dalle orecchie sovradimensionate. 

In un bar dove ero entrato per bere un caffè ho notato la presenza di un avventore dall’aria trasognante e, in effetti, stava instagrammando. Non ho potuto quindi non sbirciare il susseguirsi delle immagini a video: erano quasi tutti ragazzi piuttosto giovani che si facevano tagliare i capelli in varie fogge lasciando al barbiere la libertà di plasmare sul proprio capo mille disegni differenti. Dallo schermo l’attenzione si è quindi spostata sulla testa del signore: stempiato, ostentava un banale riporto a coprire sul davanti una fronte piuttosto pronunciata, ai lati due basette incolte che prolungavano la loro corsa verso la parte terminale della mascella e sul retro una zazzera tirata su a rasoiate fino a metà nuca, un vero obbrobrio, probabilmente faidaté. 

A un mio amico invece, instagrammando, ogni due o tre video di varia umanità gliene capita sempre uno in cui una giovane donna, succintamente abbigliata, ad un certo punto procede a scoprirsi il seno o, non di rado, le cosce, fino a mostrare appieno le fattezze del suo organo genitale, sottoposto in precedenza ad accurate depilazioni. Lo so perché una volta mi ha chiesto come fare per togliere di mezzo questi ameni intermezzi che però potrebbero causargli qualche serio inconveniente in famiglia. Ma non sapendo come aiutarlo, mi sono chiesto come sia stato possibile che, a mia suocera, capitassero soltanto neonati in poppata e a lui invece giovani donne dalla vagina open air. Evidentemente ciascuno sarà andato un po’ troppo alla scoperta di quel qualcosa che lo incuriosiva: dai un input, danne un altro ed ecco che l’Algoritmo ti restituisce quanto di meglio vai cercando. Instagrammando invece sul cellulare di mia moglie trovi ricette, poi diete, poi borsette, poi gatti, poi unghie finemente smaltate. Conosce vita, morte e miracoli di alcuni influencer e non se ne sbarazzerebbe mai, anzi, mi riferisce spesso le novità subentrate nelle loro esistenze, ma qui purtroppo la schiettezza delle mie risposte spesso non viene apprezzata. 

Concludendo: una volta le comunità si creavano perché alimentate da una sete collettiva di sapere che sfociava in una dimensione di ricerca interiore dalla quale derivava spesso la conversione in una delle varie forme di religione e fede. I più esasperati in questa ricerca trovavano, sul proprio sentiero, i riscontri nei miracoli, nelle visioni, nei fenomeni definiti soprannaturali che giustificavano il percorso di ciascuno verso la divinità. 

Oggi, ai tempi dei social e della rete, il vero Dio è l’Algoritmo, quello che fornisce le risposte più attendibili a tutte le curiosità, e la comunità è quella dei seguaci che trascorrono moltissime ore a vedere le gesta di cuoche, meccanici, carrozzieri. 

Non ci sono più nemmeno i miracoli o le visioni soprannaturali, solo bambini che poppano, ciuchini, borsette, ricette, unghie smaltate, capelli domati, pudenda depilate. 

Nemmeno i gatti vengono ormai risparmiati da tutto questo: conosco amici che, pur di evitare che i propri pets si annoino, accendono i tablet e trovano su YouTube appositi video di alcune ore contenenti uccellini e scoiattoli che apparendo e sparendo, cinguettando e svolazzando intrattengono l’attenzione dei felini per diverse ore. 

Warhol profetizzava che nel prossimo futuro a ciascuno toccasse la propria dose di celebrità ma, da quello che posso riscontrare, nell’attuale presente a ciascuno tocca piuttosto la propria dose di videotossicità.

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