DUE SORDI, COLORATI E MUSICALI

 di Sandro Serreri




Due sordi, colorati e musicali, hanno fatto di una fragilità umana un’arte eterna. Questi sono: lo spagnolo Francisco Goya (1746-1828) e il tedesco Ludwig van Beethoven (1770-1827), un pittore e un musicista. Entrambi non sono nati sordi, ma lo sono diventati. Il primo, dopo una grave malattia, a 46 anni, nel 1792, il secondo a 28, nel 1798 e, progressivamente, sino a esserlo del tutto dopo dieci anni di inutili e costose cure mediche. Goya morì nel 1828 e pertanto la sordità lo intristì non poco per ben 36 anni, mentre Beethoven nel 1827 e lo tormentò sino all’angoscia per 29. La loro vicenda umana e storia artistica non s’incontrarono mai per tutto il corso degli anni turbolenti e dei grandi sconvolgimenti sociali e politici che mutarono il volto dell’Europa. Eppure, i due europei hanno tanto in comune. 


Strano a pensarci e a dirsi, ma un pittore e un musicista percorrono quasi lo stesso sentiero, pur con diversi strumenti: colori e note, tele e pentagrammi, ma lavorando in fondo per lo stesso fine: catturare e interpretare la Realtà nei suoi colori e suoni, nella sua tavolozza e sinfonia. Anzi, i due, pittore e musicista, si offrono una comune mano nel fissare e nel donare espressione a tutto quello che in Natura è in continuo movimento, dall’alba al tramonto, notte e giorno. Chi più di un pittore e di un musicista possono afferrare e catturare l’essenza dei colori e dei suoni che altrimenti si smarrirebbero nell’avvicendarsi delle quotidiane atmosfere? Nessuno, vi dico, nessuno, e vi ripeto!


In questo lavoro artistico molto si sono affaticati, fisicamente e spiritualmente, nel Corpo e nella Psiche, Goya e Beethoven, soprattutto quando l’handicap, il deficit uditivo li ha spinti e accompagnati in un forzato isolamento, innaturale per entrambi essendo l’uno pittore di corte con la gran vita sociale che questo comportava e l’altro protagonista assoluto di concerti da camera e di teatri con applausi, ovazioni e richieste di bis. La sordità, in questi casi, ancor più diventa malattia dell’anima, che fortemente sconvolge la visione della vita e del mondo. L’arte di entrambi ne porta e mostra le ferite, le lacerazioni profonde, il duro combattimento contro il limite per la istintiva sopravvivenza. L’Arte, quella con l’A maiuscola, che ha a che fare con una fragilità fisica condizionante, si irrobustisce sino a diventare titanica. 


Goya e Beethoven cavalcarono il Pre e il Romanticismo raccogliendo a piene mani il buon lievito sparso dal potente vento del Divenire storico inarrestabile per tutta l’Europa post-medioevale e, in una contraddizione che sa di sovraumano e quindi anche di divino, non restarono sordi, nonostante la sordità, ma udirono i colori e i suoni profondi, quelli che danno senso e valore alla vita, al suo nascere e morire, al suo volare e sprofondare, e ascoltandoli metafisicamente tracciarono e indicarono il presente e il futuro, ben oltre le tragedie contemporanee dove c’è sempre qualcuno che muore. Attraverso le loro opere, in particolare quelle della maturità, Goya e Beethoven insegnano, in questo nostro tempo sporco di sangue e rumoroso di bombe, a tutti i veri sordi qual noi siamo, che è sempre possibile trasformare e trasfigurare, dentro le umane fragilità, colori e suoni e farne capolavori di pace e di speranza. 

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