venerdì 8 febbraio 2019

«se esiste un dio, mi deve chiedere Perdono!»

Ovvero sulla necessità di “per-donare Dio”

saggio di GianniCriveller 
puoi scaricare il pdf qui 



Nel 2013, dopo la mia espulsione da Pechino e il conseguente fallimento di un progetto su cui avevo lavorato per 18 anni, ho chiesto di trascorrere sei mesi a Gerusalemme, per guarire dalla malinconia. Grazie ad alcuni amici ebrei, ho potuto partecipare a un corso di tre settimane di studi intensivi sull’Olocausto, presso lo Yad Vashem, il famoso Museo dell’Olocausto di Gerusalemme.

Dov’era Dio? Perché rimase in silenzio?
I compagni di corso erano una cinquantina, insegnanti ed educatori quasi tutti di origine ebraica e provenienti da tutto il mondo. Ero l’unico prete cattolico, e non fu facile, in quelle settimane, leggere, sentire e vedere molte storie e immagini orribili. Abbiamo incontrato sopravvissuti, e i migliori esperti di Olocausto di varie parti del mondo. Sono stato esposto a critiche giuste e a qualcuna forse ingiusta contro la Chiesa cattolica. Infine ho anche ricevuto un diploma. In 140 ore di insegnamento abbiamo affrontato molte domande filosofiche, politiche, etiche e teologiche di difficile soluzione. Ci siamo impegnati in dolorose discussioni, cercando di dare un senso a ciò che apprendevamo. Possiamo ancora credere in Dio dopo Auschwitz? Dov’era Dio? Perché rimase in silenzio? Sia ebrei che cristiani cercano risposte a queste domande, ma trovarle è impresa assai difficile. Dopo l’Olocausto, teologi ebrei e cristiani hanno cercato un nuovo punto di partenza perché l’orrore sperimentato era in netto contrasto con l’idea consueta di Dio.

“Eccolo: è appeso lì, a quella forca...”
Elie Wiesel (1928-2016), Premio Nobel per la Pace 1986, in Notte (1958) ha descritto l’orrore del campo di sterminio nazista, che lui stesso ha vissuto da ragazzino, vedendo con i suoi occhi la distruzione della sua famiglia. In una nota pagina del libro, egli narra l’orribile esecuzione di un ragazzino innocente, appeso tra due prigionieri. La gente era costretta a camminare intorno ai tre pali d’impiccagione. Il ragazzo era troppo leggero: la corda non riusciva a soffocarlo abbastanza velocemente. L’agonia fu lunga e sconvolgente. Qualcuno, davanti a quel ragazzino agonizzante, faceva domande angoscianti:

Dietro di me udii il solito uomo domandare:  Dov’è dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:  Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca… (Notte, 66-67)

Dio moriva insieme a quel ragazzo.
Il teologo luterano Jürgen Moltmann, autore de Il Dio Crocifisso (1964), ha interpretato questo episodio attraverso la teologia della croce: Dio soffre con coloro che soffrono. Infatti le tre forche, con il piccolo innocente nel mezzo richiamano, plasticamente, la scena del Calvario. Dio soffre con coloro che soffrono; Dio muore con coloro che muoiono. Anche papa Francesco spesso descrive  la sofferenza umana come condivisa da Dio. La teologia italiana della croce (Bruno Forte e Piero Coda tra gli altri) si rifà all’impostazione di Moltmann.
Per Wiesel, tuttavia, quel tragico episodio probabilmente non significava che Dio muore in solidarietà con il ragazzo, ma che Dio non ha più diritto di vivere. Come se anche Dio meritasse di morire, dopo aver lasciato agonizzare un bambino innocente in quel modo orribile.
Wiesel dedicò tutta la sua vita a studiare l’inazione di Dio: perché non ha impedito l’orrore? Perché ha permesso al suo popolo di essere di-strutto? Perché è rimasto in silenzio?

Ero ossessionato da tante domande. Dov’è Dio? Nella sofferenza o nella ribellione? Quando un uomo è veramente uomo? Quando si sottomette a Dio o quando si ribella a lui? Dove porta il dolore?1

Wiesel si augurava che almeno la teologia e la filosofia potessero offrire una risposta. Dopo anni di ricerca, egli concludeva che non c’è alcuna risposta. Non sapeva nemmeno se e quanto credesse ancora in Dio.

“Basta Signore! Non devi rimanere in silenzio.”
Il tema del silenzio di Dio è stato affrontato anche da autori e artisti di origine cattolica, per quanto estranei al cattolicesimo istituzionale. Se ne è avuta riprova con il film Silenzio (2017) di Martin Scorsese, basato sul famoso romanzo Chimmoku (ovvero Silenzio, 1966) dello scrittore giapponese Shusako Endo.
La storia del romanzo e del film si basa su una vicenda storica, quella del missionario gesuita Giuseppe Chiara, originario di Chiusa Sclafani (Palermo). Nel 1643, Chiara si recò in Giappone nonostante la sistematica e violenta persecuzione contro cristiani e missionari. Era animato dall’eroica determinazione di riscattare con il martirio la vergogna gettata sulla Compagnia di Gesù dal vicario provinciale Cristóvão Ferreira, il quale aveva apostatato dopo essere stato sottoposto a tortura. Si trattava di un’impresa disperata: Chiara e compagni furono infatti subito catturati e tra-sportati prima a Nagasaki e poi a Edo (oggi Tokyo). Qui vennero interrogati dalle autorità giapponesi, assistite dallo stesso Ferreira in qualità di interprete, e sottoposti alla “tortura del pozzo”. L’orribile supplizio consisteva nell’appendere i condannati per i piedi, applicando un piccolo taglio dietro le orecchie o sulla fronte e calarli in una fossa colma di sterco, dove erano lasciati morire lentamente di dissanguamento, fame e congestione cerebrale.
Giuseppe Chiara non resistette alla prova. Fu costretto a calpestare immagini di Gesù e di Maria, ad aderire al buddhismo, a sposarsi e a scrivere opere contro al cristianesimo. Morì a Edo nel 1685, a 82 anni, senza mai riacquistare la libertà.
La vicenda di Chiara, oltremodo straziante e contro- versa, ha ispirato la figura di Rodrigues, il protagonista di Silenzio. Il romanzo e il film sono centrati attorno alla domanda: Dov’è Dio? Perché non aiuta chi soffre a causa sua? Perché rimane in silenzio? Il superiore Ferreira protesta contro Dio:

“Basta! Basta! Signore, è adesso che tu dovresti infrangere il silenzio. Non devi rimanere in silenzio. (…) Devi dire qualcosa… Ho sentito le voci di quella gente per cui Dio non ha fatto nulla. Dio non ha fatto assolutamente nulla. Ho pregato con tutte le mie forze, ma Dio non ha fatto nulla.” (Silenzio, 199).

Shusako Endo, romanziere dalla fede tormentata, trova scandaloso che “mentre gli uomini levano la loro voce angosciata, Dio rimane silenzioso, a braccia conserte” (ivi, 83). La figura più emblematica del racconto è forse Kichijiro, giapponese e cristiano, accompagnatore dei missionari, e protagonista di abiure e tradimenti. È proprio in quest’uomo pieno di debolezze, incapace dell’eroicità dei martiri, ma consapevole della sua fragilità e sempre pronto a chiedere il perdono, che sia Shusako Endo che Martin Scorsese si riconoscono. Entrambi cattolici “irregolari”, hanno avuto un rapporto problematico con l’istituzione ecclesiastica e con lo stesso Dio. Kichijiro è il primo a denunciarne l’insostenibile silenzio: “Perché Dio ci ha imposto questa sofferenza? … che male abbiamo fatto?” (ivi, 76).
Il silenzio di Dio non viene risolto, ma il romanzo e il film propongono un esito paradossale al dramma con cui Rodrigues ha dovuto confrontar-si. L’apostasia non fu un tradimento, ma un atto d’amore estremo, fatto in nome e ad imitazione di Cristo. Abiurando, Rodrigues risparmiò orribili sofferenze ai cristiani, torturati sotto i suoi occhi. È Ferreira a spingere Rodrigues a rompere gli indugi: “Un prete dovrebbe vivere a imitazione di Cristo. Se Cristo fosse qui… Certamente Cristo per loro avrebbe abiurato” (ivi, 201).
È dunque lo stesso Gesù a invitare Rodrigues all’estremo e paradossale atto di eroismo alla rovescia. Rodrigues si trova di fronte al volto di Gesù, il volto che aveva «considerato la cosa più bella della sua vita». Fu proprio quel volto che gli parlò supplicandolo: “Calpesta! Calpesta! (…) Io sono venuto al mondo per essere calpestato dagli uomini!” (ivi, 203). Rodrigues rinuncia alla gloria del martirio, alla fama di buon gesuita e di buon missionario per salvare gli altri. Perde stesso, accettando la vergogna del tradimento, ma restituisce alla vita i suoi poveri cristiani. Abiurando, sperimenta una identificazione particolare con Gesù, che ha dato la sua vita per salvare gli altri. Nel desiderio di martirio che condanna innocenti a una sorte orribile, può annidarsi più orgoglio che fede. La Chiesa di Silenzio non è fatta solo di martiri, ma anche di persone in difficoltà e controverse, come Kichijiro, Ferreira, Rodrigues, Endo e Scorsese.

“Dio nessuno l’ha mai visto.”
Nel gennaio 2017 nel-la località di Rigopiano, in Abruzzo, decine di persone sono state sepolte vive da una valanga provocata dal terremoto. Un giovane coraggioso soccorritore ne salvò alcune, tra cui dei bambini. Il suo nome era Davide De Carolis. Due giorni dopo, in un’altra missione di salvataggio, morì in un incidente d’elicottero in un altro intervento di emergenza. Una tragedia dopo l’altra, troppo da sopportare. Sulla bacheca di facebook, una parente di quel giovane scrisse in segno di disperazione: “Dio non c’è… lo dicevo io che non c’è!!!!!”
Alcune persone, come gli amici del biblico Giobbe, tentarono di correggerla, o di darle qualche parola di consolazione: “Dio c’è, e di lui abbiamo bisogno proprio in momenti così”. Ma lei, ad ogni affermazione, ribadiva disperatamente: “No, no… Dio non c’è.”
Nel capitolo nove del Vangelo di Marco si riporta il dialogo tra Gesù e un uomo disperato per la terribile malattia da cui il figlio è afflitto fin dall’infanzia. Il padre si rivolge a Gesù non come credente, ma come uno che le ha viste tutte e che non ha più nulla da perdere. Non è la fede che lo spinge, ma la disperazione: “Se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci”. E Gesù: “Se tu puoi? Tutto è possibile per chi crede”. E il padre: “Credo; aiuta la mia incredulità!” (Mc 9,22-24).
Quest’uomo riconosce dentro di sé la contemporanea presenza dell’incredulità e dello sforzo di credere. Carlo Maria Martini disse che il credente “si riconosce in certo Gesù risponde che una fede piccola, come un granello di senape, è più che sufficiente per fare cose incredibili (Luca 17,6). Dentro di noi ci sono sia il credente che il non credente: la linea che separa la fede dall’incredulità è molto sottile. Penso che sia meglio così. “Dio nessuno l’ha mai visto”, scrive Giovanni sia nel Vangelo che nella sua prima lettera. Dunque di Lui non si può dire molto. Forse sarebbe bene rinunciare a parlare frequentemente in nome di Dio. Il male radicale e il dolore innocente sono l’obiezione definitiva alla fede. E oggi queste domande emergono in modo più acuto per la consapevolezza che abbiamo della vastità immane del dolore e della sua pervasività. Teologi, vescovi e preti… parlando in suo nome cercano di difendere Dio. Spesso le loro argomentazioni non sono convincenti. Alcune sono insufficienti, altre persino offensive. Le rappresentazioni tradizionali di Dio sono, oggi, inaccettabili alla maggior parte delle persone, che rigettano l’immagine maschilista e paternalista di un Dio padre-padrone con diritto di vita e di morte sui suoi sudditi. Di un Dio così possiamo fare a meno. Il rifiuto di credere a un Dio così è non solo comprensibile, ma auspicabile. C’è già troppa gente che, in nome di Dio, opprime le donne, violenta i bambini e semina morte.
E
lie Wiesel aveva osservato che certe risposte alla questione del dolore non corrispondono alla do-manda. E se una risposta c’è, è senz’altro sbagliata, perché non può valere “le lacrime silenziose di un bambino e di sua madre”. Papa Francesco, di fronte alla sofferenza dei bambini, ha detto di non avere risposte. Neanche la Bibbia dà risposte univoche ed esaurienti.


“Dio, se esiste, deve chiedermi perdono!”
Nelle pareti di un bunker del campo di concentramento di Mauthausen (Austria), dove i detenuti venivano torturati per sperimentazioni mediche, sono state trovate alcune scritte di disperato avvilimento per la dolorosa morte imminente. C’è il grido di Gesù, mutuato dal salmo 22: “Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Mi ha colpito la seguente scritta, che ha ispirato il titolo di questo mio contributo: “Se esiste un Dio, deve chiedermi perdono!”2 È una frase forte, certo, ma in fondo non troppo distante dal grido di Gesù rivolto al Padre: “Perché mi hai abbandonato?”. Sono secondo il Vangelo di Marco (il primo a essere stato scritto), le uniche parole di Gesù in croce (Mc 15,34). Se teologi e filosofi non hanno risposte, Etty Hillesum suggerisce che solo i poeti possono parlare dell’orrore di un campo di concentramento. Per farlo lei stessa ha chiesto di diventare poeta. Dall’orrore di Westerbork scrive agli amici più cari:

Riflettevo con aria ispirata: “si dovrebbe scrivere la cronaca di Westerbork”. Un uomo anziano seduto alla mia sinistra– anche lui con il suo cavolo rosso – aveva replicato “sì, ma ci vorrebbe un poeta”. Quell’uomo ha ragione, ci vorrebbe proprio un grande poeta. (Lettere, 37)

Qui, si potrebbero scrivere delle favole. La miseria che c’è qui ha passato a tal punto i limiti della realtà da diventare irreale. Si dovrebbe proprio essere un grandissimo poeta per saperla descrivere. (ivi, 95-96)

In me c’è un pezzetto di Dio che potrebbe farsi poesia. In un campo [di concentramento] deve pur esserci un poeta, che da poeta viva anche quella vita, e la sappia can-tare. (Diario, 230).


Una sorgente molto profonda è dentro di me
Un’altra immagine, alquanto poetica, impiegata da Etty per descrivere Dio è quella della “sorgente” che dobbiamo salvare in noi stessi.

Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietra e sabbia: allora Dio è se-polto, allora bisogna dissotterrarlo di nuovo. (Diario, 60).


Un tema, quello della sorgente interiore, che fa pensare a una poesia di Emily Dickinson intitolata Hai un Ruscello nel tuo piccolo cuore: “Bada, affinché questo piccolo ruscello di vita, / In qualche ardente meriggio non si prosciughi!”3
Emily rifiuta il Dio crudele appreso dall’educazione bigotta a cui fu sottoposta. Figlia della famiglia più in vista della sua città, l’unico atto pubblico della reclusa Emily è stato quello di rifiutarsi, nella puritana Amherst, di dichiararsi pubblicamente cristiana. Gli scritti di entrambe, Etty e Emily, verranno conosciuti solo dopo la loro morte, subendo, almeno inizialmente, anche delle manipolazioni da solerti editori.


“Si ha in sé tanto amore da riuscire a perdonare Dio!”

Il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, contemporaneo di Etty Hillesum, e come lei ucciso dai nazisti, parla di un Dio debole, impotente.

Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona. (…) Dio si lascia cacciare fuori dal mondo sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli ci sta al fianco e ci aiuta. È assolutamente evidente che Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza, della sua sofferenza! (…). Solo il Dio sofferente può aiutare.” (Lettera del 16 luglio 1944, in Resistenza e Resa, Queriniana 2002).

Hillesum si rese conto che Dio non solo non può aiutare; anzi proprio Dio ha bisogno di aiuto e di essere “salvato” nel cuore delle persone.

L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. (…) Tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. (…) Io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me. (Diario, 169-171)

Etty ha un atteggiamento “cavalleresco” verso Dio. Se ne prende cura, impedisce che venga cacciato e cancella- to. Molti uomini di-struggono Dio; lei, una donna, lo fa rinascere e si spinge più in là di Bonhoeffer, fino al punto di voler perdonare Dio per la sua apparente “distrazione” dalle vicende umane. Lo dichiara in un documento molto particolare e commovente: l’ultima lettera al suo amante Julius Spier, del luglio 1942. Una lettera romantica, illuminante e disperata, come lo era Etty.

Delle cose ultime, essenziali della vita e del dolore non si può parlare, la voce non ce la fa. Io comprendo tutto di te e tutto ciò che ti riguarda io lo porto con me e ho ringraziato di nuovo Dio per il fatto che nella mia vita esista un uomo come te.
Devi occuparti della tua salute; è il tuo primo sacro dovere se vuoi aiutare Dio. Un uomo come te, uno dei pochi ad essere una dimora autentica per un po’ di vita, un po’ di dolore, un po’ di Dio – i più infatti hanno tradito da tempo sia la vita che il dolore e Dio, per essi sono ormai suoni vuoti ha il sacro dovere di mantenere, nel migliore dei modi possibili, il suo corpo, la sua “dimora terrena” in buono stato, per poter offrire a Dio ospitalità il più a lungo possibile. (…)
La mia autenticità e il mio amore hanno mille anni ed ogni giorno invecchiano di mille anni. Quest’epoca, come noi la esperiamo, posso sopportarla, posso anche perdonare Dio per il fatto che vada come deve andare – il fatto è che si ha in sé tanto amore da riuscire a perdonare Dio!4

Quanto a Elie Wiesel, alla fine della sua vita affermò che, dopo tutto, poteva solo dire che era finalmente pronto a perdonare Dio. Era disponibile ad accettare la sofferenza che aveva colpito la sua famiglia e i suoi amici, e a perdonare Dio.

“E rimettici i nostri debiti, come noi rimettiamo i tuoi.” 

Giorgio Caproni è una voce poetica contemporanea che ha sfidato Dio, chiamandolo in modo piuttosto spregiudicato alle sue responsabilità. In Deus Absconditus, Caproni suggerisce qualcosa di molto simile a quanto indicato da
Wiesel circa la morte di Dio.

Dio non s’è nascosto. Dio s’è suicidato.
(citato in E. Laudazi, 90)

In un’altra poesia, Caproni riecheggia le note dichiarazioni di Nietzsche.

   Cacciatore, la preda 
che cerchi, io mai la vidi.
  Zitto. Dio esiste soltanto 
nell’attimo in cui lo uccidi. 
(Ribattuta, in Laudazi, 95-96)

Dio non risponde, come aveva protestato Ferreira in
Silenzio:

Non mi ha risposto.
Gli ho scritto tante volte. Non mi ha mai risposto.
Io credo che sia morto. Non penso che si tenga nascosto.
(Benevola congettura, in Laudazi, 96)

Una delle colpe da perdonare a Dio è, secondo Caproni, quella di non esistere. Caproni lo esprime in modo irriguardoso e paradossale allo stesso tempo:

“Ma se Dio fa tanto”, disse, “di non esistere, io,
quant’è vero Iddio, a Dio io Gli spacco la faccia”.
(Lo stravolto, in Laudazi, 89)


O forse, più semplicemente,

«Dio (…) deve essere cercato dove non si trova” (Apparato critico, in Laudazi, 95)


Sorprendentemente, alla fine della sua vita, come Wiesel e Hillesum, Caproni è disponibile a perdonare Dio. Lo dichiara in Res amissa, del 1987, ma pubblicata postuma nel 1991.5

Dio di bontà infinita.
Noi preghiamo, per te.
Preghiamo perché ti sia lunga 
e serena la vita.
Ma anche tu, se puoi,
prega, qualche volta, per noi. 
E rimettici i nostri debiti 
come noi rimettiamo i tuoi.


“Di tanto male vi chiedo perdono, uomini…”
In una sua struggente poesia, il poeta “religioso” David Maria Turoldo mette in bocca a Dio una richiesta di perdono che rivolge a noi:6

Signore, hai mai desiderato mori-re? 
Sai cosa vuol dire: non farcela più,
perché il male è troppo grande, e amaro,
da renderci tanto infelici?
Dice un midrash antico che a volte
tu fai, a sera, delle nostre preghiere
un tappeto disteso nel cielo
e sopra tu pure ti prostri e preghi,
e questa sarebbe la tua preghiera:
– Di tanto male vi chiedo perdono, uomini…
(…)
Oh, le preghiere che salgono da tutti i deserti
dopo questo andare, e andare…
Come sono le preghiere di queste moltitudini
di braccianti, di deportati, di torturati, di uccisi?
Anche di te noi abbiamo pietà,
perché devi avere il cuore che scoppia,
e le notti che certo piangi per noi… (…)

Una teologia umile
Dio non risponde alle domande: questo è ciò che abbiamo appreso da Auschwitz e dagli scritti di Wiesel. Dobbiamo continuare a fare domande, a sfidare Dio senza mai sentirci troppo sicuri della nostra fede7. Il proposito di perdonare Dio – da parte di Hillesum e Wiesel – sono una paradossale dichiarazione di fede; una dichiarazione di fede al contrario, come l’atto di fede nascosto nell’apostasia di Rodrigues in Silenzio.
Il gesto di perdonare Dio sembra prendere radicalmente sul serio l’umanità di Dio, che è la vera straordinarietà del messaggio evangelico. L’umanità di Dio ha il suo epilogo più impressionante nell’impotenza, fragilità e fallimento della croce.
Parlare e agire in nome di Dio, fare i suoi avvocati, può trasformare la fede in religione ideologica, in oppressione violenta. Se Dio sta in silenzio, abbiamo il diritto di protestare contro di lui, ma non di prendere la parola al suo posto. I tentativi umani di rompere il suo silenzio hanno spesso causato più danni di quelli che volevano correggere.
Non c’è forse nella smania di giustificare Dio, la religiosa, clericale e insopportabile pretesa di sostituirsi a lui?
Occorre forse ripartire da una teologia umile.



Note

[1] Robert E. Douglas, Jr., Elie Wiesel’s Rela-tionship with God, in www.stsci.edu/~rdouglas/publications/suff/suff.html

[2] Cfr. ospitiweb.indire.it/~copc0001/ebraismo/mauthaus.htm

[3] Emily Dickinson, The Complete Poems (Tutte le poesie), traduzione di Giuseppe Ierolli, www.emilydickinson.it/f0051-0100.html

[4] Dall’articolo di Nadia Neri, “Etty Hillesum: paradigma vivente di femminilità integrale”, in Alfa Zeta, n.10-11, 1996, 38-43. Il testo della lettera, allora inedita, è a p. 43, tradotta da Andrea Vitolo. La lettera è riportata solo in parte.

[5] Giorgio Caproni, Tutte le poesie, Gar-zanti 20074, p. 897. V. an- che conferenza di Alberto Luciano (Università di Verona) “La morte di Dio nella poesia del Novecento, www.dlls.univr.it/documenti/Persona/curr/curr318625.pdf

[6] Poesia scaricabile da vari siti, incluso il seguen-te goo.gl/TJQoYq

[7] Krista Tippett, Evil, Forgiveness, and Prayer – Elie Wiesel, in https://onbeing.org/blog/evil-forgiveness-and-prayer-elie-wie-sel/; Garth Wehrfritz-Hanson, Elie Wiesel on forgiveness
dimlamp.wordpress.com/2009/11/03/elie-wiesel-on-forgiveness/



Note bibliografiche
Elie Wiesel, La Notte, Giuntina 1980.
Shusako Endo, Silenzio, Rusconi 1982.
L’edizione integrale del Diario (1941-1942) di Etty Hille- sum è uscita nel 2012 da Adelphi, Milano. In questo studio cito dai due volumi degli scritti di Etty più diffusi editi da Adelphi nel 1996 e 2001 rispettivamente: Diario (1941-
1943) e Lettere (1942-1943).
Quasi tutte le citazioni di Caproni sono trat-te dal saggio di Ennio Laudazi, “Giorgio Caproni: l’esilio volontario da Dio”, RVS, n. 65, 2001, 81-104, scaricabile in http:// files.edizioniocd-it.webnode.it/200000363-87f9c88f51/03_Articoli_CaproniL-EsilioVolontarioDaDio_Laudazi.pdf

Gianni Crivellerdi Treviso, è vissuto molti anni a Hong Kong e dintorni. Insegna, ricerca e scrive di Cina, letteratura e cristianesimo, missiologia ed è invitato a numerosi convegni, dibattiti e conferenze. Tra i suoi titoli: Vita del Maestro Ricci, Xitai del Grande Occidente (Brescia, 2010); 500 Hundreds Years of Italians in Hong Kong and Macau (Hong Kong, 2013). Ha scritto su Etty Hillesum in Chi scrive ha fede? (Fara 2013) e sulla malinconia di Matteo Ricci in Letteratura… con i piedi (Fara 2014); su Simone Weil in Uno scarto di valore a Bardolino (2016). Suoi saggi sono presenti in altri volumi fariani fra cui Perdono: dal rancore al ricordo (“«Se esiste un Dio, mi deve chiedere perdono!»”, 2017), La responsabilità delle parole (“La responsabi-lità della parola: Lorenzo Milani, da Barbiana a Hong Kong”, 2018) e Distanze (“La poesia abita e riduce le distanze. L’eredità poetica di scrittori armeni vittime del geno-cidio”, 2018). Scrive per vari blog letterari e testate. È attualmente preside della Scuola teologica internazionale del PIME (Monza). Vi era entrato qualche decennio fa come studente.

http://www.osservatoreromano.va/it/news/julia-ching
sundayex.catholic.org.hk/node/3897
www.mondoemissione.it/author/gianni-criveller

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