Mondrigone è una splendida frazione di Borgosesia, perla della Valsesia. C’è un santuario dedicato a Sant’Anna ed un museo in cui è conservato un bel torchio civico. Prima i vignaioli portavano le uve per farne il mosto. Ma sapete come è nato quel maestoso torchio? Siamo nel Seicento.
– Peste! Peste!
Strepitano vecchi e bambini, donne e uomini, invasati di panico. Il terrore è scolpito sui volti delle genti. Questa misteriosa visitatrice, foriera di morte, fa strage ovunque giunga. Aveva toccato anche il felice e remoto borgo di Mondrigone. Più avanza, più notizie nefaste si odono ininterrotte. Ogni viandante può essere un untore. Deserte sono le città, chiuse le porte, serrati i castelli. Fugge la gente verso le montagne.
– Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto?
Tutti scappano, certi di essere colti dal morbo crudele, solo appropinquandosi ad un infermo: che spettacolo manzoniano! Chi assiste i miseri appestati? Vengono ammucchiati per strada, vivi e morti, o in lazzaretti, in ospedali, o si lasciano in casa, soli ed abbandonati. Si dimenticano anche i parenti e gli amici. La parola d’ordine è:
– Fuggire! Fuggire! Il morbo infuria. La peste nera!
È tanti secoli che non ci fa visita questa terribile mietitrice, eppure il suo nome ancora risuona spaventevole. La storia ha conosciuto questa violenta sterminatrice di popolazioni, terrificante giustiziera, mandata da Dio a punire le umane iniquità. La peste è stata la regina indisturbata per tanti lustri, basta seguirne con animo sbigottito, il suo corso sterminatore, più o meno cruento, ad intervalli più o meno estesi.
A cosa serve fermare viaggiatori, sequestrare merci, sorvegliare sospetti, costringerli a rigide quarantene, disinfettarli con lavande e profumi prima di rimetterli in giro? L’igiene certamente non è curata, ma quid prodest? I principi, i nobili, prendono precauzioni, ma quid prodest? La morte non guarda in faccia a nessuno.
– Fuggire! – Ecco il supremo comandamento.
– Cede cito! – Parti presto!
– Longinquo abi! Scappa lontano!
– Serusque reverte! – Torna tardi!
– Mox! Longe! Tarde!
– Subito! Lontano! Tardi! – Ecco i tre avverbi che si usano sovente in tempo di peste.
Si cercano le cause nei moti degli astri. Si accusano gli ebrei. Si cercano gli avvelenatori di pozzi e fontane. E, oltre alla peste, si aggiunge lo sterminio di tutti i sospettati, ebrei in prima fila, capro espiatorio di tutti i mali fino al Novecento. Mentre l’eterno sonno tange le crocifisse membra dei colpiti, molti si abbandonano a frenesia e a lussuria.
– Carpe diem! – Cogliere la fuggitiva vita!
Il timore di una fine così terribile rompe tutti i vincoli morali. Tutti fuggono, tranne qualcuno: un uomo generoso, un magistrato ardito, un medico zelante, un religioso ardente di carità. Sono gli eroi che affrontano la furia del demonio della peste. Manzoni parla dei monatti, soccorritori degli appestati. La storia ricorda sempre con sgomento questo virus letale.
In quel tempo girava per il vercellese un frate minore osservante. Veniva da lontano. Era uno dei pochi pellegrini che si avvicinava a soccorrere gli appestati. Come san Rocco, aveva dietro un cane che gli andava a rovistare qualche tozzo di pane e glielo porgeva, addentandolo nella morbida boccuccia. Girava con un abito semplice, un bastone, una borraccia, una bisaccia, recando con sé uno strano unguento che offriva per alleviare i funesti sintomi del pernicioso morbo. Lo chiamavano fra’ Castoro, più che altro perché aveva un muso simile a quello di un coniglio, con un paio di denti che sporgevano e che lo facevano, pertanto, assomigliare al semiacquatico roditore. Fra’ Castoro confessava, comunicava e predicava la fine del mondo e l’avvento di una nuova era, dominata dallo Spirito di Dio. Pareva un trecentesco gioachimita. La cosa strana e che portava degli inconsueti tralci di vite e a chi domandava a cosa servissero, rispondeva con le parole del vangelo:
– «Ecco io sono la vite e voi i tralci».
Gira e rigira, cacciato da tutti come appestato o untore, viene a finire a Montrigone. Allora, nel 1630, infuriava la peste. Anche un nobile del paese, il mugnaio Gianbattista Daj, ne è colpito. Lo chiamavano Panigà, che significa panettiere. Fra’ Castoro proveniva da Montragone, in Campania. Che strana assonanza tra Mondrigone e Mondragone! Fra’ Castoro recava con sé i tralci di vite, da cui fin dall’antichità si produceva il vino Falerno. La popolazione di Mondrigone accoglie subito quello strano frate. Lo riteneva un santo, un taumaturgo, o semplicemente un uomo del destino. E Panigà lo manda subito a chiamare.
– Fai qualcosa per me! Ti prego!
Disse:
– Io vi guarirò da ogni male, ma voi erigerete un santuario dedicato a sant’Anna, pianterete questi tralci, che io reco con me e che rinfresco ogni giorno per non farli disseccare, fabbricherete un torchio civico per tutta la povera gente.
Detto fatto! Così fu! E con intense preghiere di fatto quel santo frate riusciva a cacciare i demoni della peste da Mondrigone. Per ringraziare Dio, allora, Panigà finanzia la costruzione di un santuario dedicato a sant’Anna e di un torchio civico, per dare a tutti la possibilità di coltivare la vite e di bere il vino, calice di salvezza, medicina preziosa dei mali. Che strano! Fra’ Castoro proveniva da Mondragone, in Campania e lì anche ci sono ancora i ruderi di un monastero benedettino dedicato a sant’Anna de aquis vivis. Come se l’acqua fosse stata tramutata in vino, similmente a Cana. Falerno significa splendente, luminoso e si riferisce alle foglie di vite, che tenere e generose, riflettono la luce del sole come se fossero argentate. Da allora si diffondeva la coltura della vite nel vercellese e tutti ne producevano e tutti andavano al torchio di Mondrigone, che era considerato magico, perché benedetto da fra’ Castoro.
Ad un certo punto, fra’ Castoro sparisce, non si trova più! Era un pellegrino, era partito. Taluno aveva detto che era in viaggio verso Santiago di Compostela, talaltro che era la reincarnazione di san Rocco, infatti, il suo cane, che lo seguiva sempre, andava a prendere del pane da Panigà e lo portava all’eremita che dormiva all’agghiaccio sul monte Rigone. E qualche altro ancora credeva che fosse la reincarnazione del mago Fracastoro. In tutti i modi, da allora la devozione verso sant’Anna è stata sempre viva presso gli abitanti di Mondrigone. Tutta la popolazione era stata guarita dal terribile morbo.

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