Pronto? … Sono Pina

di Giuseppe Callegari


Il pensiero di dimenticare, di cancellare dalla mia memoria mi assale improvvisamente, mi turba e intristisce perché è un indice poco rassicurante della mia relazione col mondo. Fortunatamente riesco a liberarmene abbastanza in fretta e ricomincio a danzare fra passato, presente e futuro.

E così figure del passato vengono attualizzate e si fondono col presente ed insieme prefigurano il futuro che, a sua volta, può ridiventare passato con l’irruzione di nuovi personaggi.

Il mio non è più il mondo lineare sequenziale, ho scelto la circolarità popolata da fatti e persone attraverso una commistione che posso shakerare in modo diverso assecondando il mio umore.

Ed ecco che appaiono i miei suoceri, campani di Napoli, che mi adoravano e che penso di andare a trovare prossimamente con la mia Cinquecento.  Vedo già mio suocero che prendendomi sottobraccio mi porta a fare una passeggiata e Assunta, sua moglie, che lavora ancora come infermiera all’ospedale perché il primario non riesce fare a meno della sua bravura e della sua esperienza.

Nella mia frequentazione quotidiana non possono mancare i miei genitori: mia madre, dolce e buona, che mette in fibrillazione la cucina quando viene a trovarci un cugino missionario e poi mio padre, agricoltore, a cui consiglio di non vendere ulteriori appezzamenti di terreno e lui, a sua volta, che mi invita a prendere un titolo di studio, non ricordo più quale  e ho conosciuto mio marito Achille.

Dal lavoro sbucano figure che sono stampate nella mia memoria: Salvatore Cammarata, un ragioniere siciliano, che mi portava cesti di magnifiche arance e anche adesso non mi fa mancare la sua prelibata frutta. Poi Pinotti, giovane e simpatico, che mi ha invitato al suo matrimonio e Agostino Verga, il direttore, che mi stimava molto. Purtroppo mi tormenta ancora la presenza di Giovanna Rimini, invidiosa e frustrata, che è entrata in ruolo perché raccomandata da un usciere. Però io mi vanto di andare d’accordo con tutti, un po’ come la mia cagnolona Midì, un labrador color miele, che riportava a casa i bambini che si perdevano trascinandoli dolcemente dopo averli afferrati all’orecchio con la bocca.

Intanto faccio una breve visita alla Casa delle rose, un albergo sul mare (Adriatico o probabilmente Ligure) che offre un buon servizio culinario e  dove conforto   un signore anziano, vedovo e solo. Alterno le mie frequentazioni fra questa struttura e un’altra di cui non mi viene il nome, dove svolgo la funzione di animatrice in cambio di un pasto gratis. Ma non mi piace raccontare di questo mio impegno nego decisamente la mia presenza e poi descrivo un uomo alto e slanciato con il camice bianco, sicuramente un medico, che avanza a lunghe falcate mentre mangia un panino con prosciutto cotto, certe volte però può essere anche crudo. 

Non dico mai no perché il mio si comprende tutta la gamma, dal positivo al negativo. Il modo, il tono, l’espressione degli occhi sanciscono l’affermazione o la negazione. Ad esempio, mi è stato comperato un cappello che non mi piace assolutamente, ma lo decanto, cercando però di affibbiarlo ad un signore che frequenta quotidianamente la mia abitazione.

Un posto privilegiato in questo mio caravanserraglio quotidiano è occupato dai miei figli Roberto e Assunta. Il primo lavora all’INPS e ha sposato una dottoressa, la seconda insegna ed è una presenza costante in casa, mentre Roberto si è preso il compito di sostituirmi alla Casa delle Rose quando i miei impegni mi impediscono di presenziare.

Mi chiamo Giuseppina, detta Pina, ho ottant’anni, mi sono accomiatata dal mondo reale e mi ribello a coloro che con insopportabile petulanza mi vogliono riportare alla logica della causa che genera l’effetto.

Sono diventata un granello di sabbia mosso da folate di vento e volteggio alla ricerca di sensazioni ed emozioni all’interno di un paesaggio, incerto e indefinibile, a cui tento di dare il soffio della vita.


                                        


             

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