La voce dell’unica donna italiana insignita – a sorpresa – del premio Nobel per la Letteratura, Grazia Deledda, ahimè! non risuona quanto, invece, dovrebbe risuonare a partire dalle aule scolastiche.
Eppure, questa piccola donna, nata e crescita in una cittadina di provincia della Sardegna appena unita al resto della nuova Italia, ha oltrepassato non solo il Tirreno, che l’Isola ha sempre visto come via minacciosa, ma anche la Città eterna e le Alpi.
La nuorese Grazia, con la tipica caparbietà che caratterizzava le donne benestanti della Barbagia di fine ‘800, andò controcorrente rispetto alla mentalità del tempo, che altrimenti l’avrebbe relegata dentro i tradizionali ruoli domestici e familiari, e questo nonostante le sue evidenti doti intellettive.
La Deledda – e questo è veramente un unicum rispetto al clima che si respirava riguardo il movimento di emancipazione femminile e di vera lotta per il riconoscimento dei diritti civili e della parità di sesso –, trova la sua libertà scrivendo, dando tempo alla scrittura. E la sua fu subito una scrittura evocativa, che vedeva e leggeva la realtà umana e sociale del suo tempo, contesto, come una condizione non solo sarda, ma universale. Infatti, nei suoi racconti e romanzi, gli uomini e le donne, le storie, appartengono non a un mondo circoscritto, ma riconoscibile ben oltre l’insularità, la arretratezza che molto mortificava le genti sarde.
Questa capacità a Roma, e non solo, venne subito riconosciuta dagli ambienti culturali, dai ristretti e gelosi circoli che, stranamente, si dimostrarono accoglienti e ospitali, propensi a una critica incoraggiante che Grazia ricevette come segno sincero di apertura e di introduzione nella nascente letteratura italiana del dopo unità nazionale.
Dunque, quel che riuscì a fare e a ottenere la scrittrice nuorese andò molto oltre le sue reali aspettative. E così accadde un vero e proprio miracolo: la Deledda divenne una scrittrice italiana, perché con le sue opere riuscì a entrare nella coscienza e nella identità nazionale, quella coscienza e identità che anche con lei e per suo merito, muoveva i suoi prima timidi passi.
Ecco, dunque, il genio di Grazia Deledda; il genio di una donna che scrive non per riscattarsi o per riscattare, ma per raccontare storie di vita semplicemente da una prospettiva che prima di lei non esisteva, non veniva considerata.
Per questo, la Deledda non va tanto ricordata e celebrata, dai soliti illustri accademici, ma letta. Sì, letta! Quanti studenti sardi, italiani, hanno letto: Cenere o Canne al vento? Allora, un invito: chi può, durante questo anno deleddiano, a cento anni dal suo Nobel, doni a uno studente un’opera di Grazia Deledda da leggere e amare.

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