a cura di Adele Desideri
Gentili lettori, segnalo quanto segue:
*In ricordo dell’amico e mentore Tomaso Kemeny, mancato il 5 novembre 2025, ripresento il discorso che ho tenuto in occasione del suo compleanno, 17 settembre 2015, festeggiato alla Palazzina Liberty di Milano.
Festa di compleanno di Tomaso Kemeny
17 settembre 2015
Teatro Filodrammatici
Via Filodrammatici 1
Milano
Inizio il mio intervento, con una domanda:
“Quanti anni hai, Tomaso?”
Certo, non tutti quelli anagrafici - che pure ci sono - se lucida, fremente di passione, si agita in te ancora così intensa la poesia, e - mai disgiunto da questa - vibra, risuona, tuona, il sentimento sapiente, coraggioso e genuino, caparbio e umile, della Bellezza.
Ritrovo la Bellezza non solo - è ovvio sottolinearlo - nei tuoi versi, nei saggi, negli acuti e ispirati discorsi, ma anche nel tuo stile, nell’eleganza…
La mia nonna materna, toscana di nobili origini, mormorava: “La classe… La classe ‘un è acqua…”.
E nell’aspetto esteriore; ne sorridiamo, quando ti dico: “Sei il poeta più bello che conosco…”.
Spesso abbiamo collaborato, e molto mi hai insegnato. Senza darlo a vedere, eludendo toni magistrali o accademici, sfumature di superbia o di orgoglio.
Tu indichi la strada, il cammino lungo il sentiero della maturità della scrittura e della vita, e chi ti ascolta quasi non se ne accorge…
E, allora, tanto incisivo è quel che comunichi, quanto naturale - in chi davvero ti ascolta - scaturisce la riflessione personale, l’inclinazione all’autocritica, la revisione delle proprie opinioni, della propria indole di scrittrice - nel mio caso - di donna, che prova e riprova a dialogare con il mondo e con l’altro da sé.
Non pretendi di imporre regole, né chiedi univocità di pareri. Essere in disaccordo con te, in disaccordo intellettuale, non genera un conflitto, bensì un privilegio.
Sono svariate le occasioni nelle quali mi hai invitato a partecipare, ne cito alcune:
Lo strepitoso avvenimento Le avventure della Bellezza percorsi e illuminazioni, per celebrare il ventennale del Mitomodernismo, alla Casa della Poesia di Milano, presso la Palazzina Liberty, il 16 dicembre 2008, a cui sono seguiti gli Atti (Arcipelago Edizioni, 2009). D’altronde, hai contribuito in modo essenziale alla nascita del Mitomodernismo…
Un giorno, a fine estate del 2009, ho ricevuto una tua mail: mi coinvolgevi, per l’imminente 13 ottobre, ancora alla Casa della Poesia, nell’evento Chi ha paura della bellezza?
Ho subito pensato: “Titolo geniale. Nell’analogia con il dettato di Edward Albee, - e con lo stile surreale, provocatorio di Virginia Woolf (ho in mente Orlando) - rintraccia un quesito fondamentale per la società contemporanea: chi, chi, ha paura, oggi, della Bellezza?”.
Anche da questa densa serata, sono derivati gli Atti (Arcipelago Edizioni, 2010).
Nell’autunno 2013, invece, mi giunge un’ulteriore tua mail … e la richiesta di intervenire, sempre alla Casa della Poesia, a La nascita della Grazia erotico - eretica - eroica, il 3 dicembre 2013. Ho sorriso: “Erotico, eretica, eroica: un gioco di suoni, di immagini, di dissidenti speranze…
E poi, il 6 dicembre scorso, ci siamo ritrovati in Galleria Vittorio Emanuele, a recitare liriche… il microfono funzionava proprio male…
I passanti si soffermavano, incuriositi e un po’ preoccupati… Era il Grand Tour Poetico e del Movimento Mitomodernista… Apparivi affascinante, con un abbigliamento, mi scuso per la rima, grazioso e stravagante…
Ma altri ricordi mi legano a te.
Nel Foyer dello Spazio Oberdan (Milano), il 26 ottobre del 2011, eravamo in tanti alla mostra a cura di Eloisa Guarracino, Animalidiversi (Provincia di Milano/Assessorato alla Cultura).
C’erano poesie autografe e disegni di numerosi artisti, provenienti da tutto il mondo. Ne è scaturito il volume Animali diversi. Antologia di poesie contemporanee sugli animali (Nomos Edizioni, 2011).
È giusto citare anche l’antologia di liriche - originale, e profonda nei commenti puntuali del redattore e critico Vincenzo Guarracino - L’amore dalla A alla Z (puntoacapo 2014), presentata alla Casa della Poesia, il 12 febbraio 2015.
E non voglio dimenticare Angelo Tonelli – la sua rassegna Altramarea, a Tellaro di Lerici, dove è piacevole rivedersi a fine agosto…
E il suo È-vento di poesia: azione mitomodernista in due atti. Venti poeti per la rigenerazione dell’Occidente, ideato con Massimo Maggiari, per conto del College of Charleston e dell’Associazione Culturale Arthena, a San Terenzo di Lerici, nella Villa Shelley, il 18 maggio 2013.
Eravamo un po’ incerti e un po’ commossi, abbiamo lanciato in volo, dal litorale, su nel cielo, i nostri versi…
Sempre sei stato disponibile, Tomaso – pronto – nell’accettare le mie proposte di collaborazione, tra le quali rammento:
La poesia, il sacro, il sublime, a di Alessandro Ramberti e mia, a Milano, nell’Oratorio della Basilica del Corpus Domini, il 28 novembre 2009, confluito negli omonimi Atti (Edizioni Fara, 2010).
Etica e bellezza, un mio progetto, realizzato insieme a Gilberto Isella, al P.E.N. della Svizzera italiana e retoromancia e all’Università della Svizzera Italiana, a Lugano, il 26 novembre 2013 (Atti ne I Quaderni del P.E.N., GuaraldiLAB/EUSI, 2014).
Siamo andati a Lugano, con Quirino Principe: mentre guidavo l’auto, era emozionante ascoltare il vostro dialogare pacato, ironico, meticoloso…
Un giorno ti ho telefonato, per proporti – come vicepresidente del direttivo della Casa della Poesia di Milano – un convegno annuale sulla poesia femminile.
Per inciso, è opportuno sottolinearlo: sei l’unico, nel direttivo, a tenere viva la Casa della Poesia. La festa del tuo compleanno avrebbe dovuto svolgersi nella Palazzina Liberty, non qui al Filodrammatici…
Mi hai risposto, domandandomi:
“Ma esiste una poesia femminile?”
Io sono convinta che la sessualità influenzi davvero il modo di essere, di pensare, di ricordare, di scrivere.
Tu contrasti con questa opinione, e proprio dal nostro contrasto, il confronto con le autrici invitate, il 13 novembre 2014 – Margherita Rimi, Rita Pacilio e Maddalena Capalbi – all’evento Le donne e la poesia, a cura mia, tua e di Cinzia Demi si è rivelato fruttuoso, latore di considerazioni che ancora mi accompagnano, mi stimolano, mi stuzzicano…
Vedremo a novembre 2015, per il prossimo Le donne e la poesia, quali altre fortunate meditazioni ci donerà la sorte…
Purtroppo a Recanati, il 17 marzo 2011, non ho potuto eseguire la lettura liturgica sul Colle dell’Infinito.
Ti ho inviato, però, una poesia in cartolina, per la precedente mostra presso la galleria Eroici Furori Arte Contemporanea, a cura tua e di Silvia Agliotti, a Milano, nel febbraio 2011.
Ti sei offeso, per l’assenza… ma – ti ho scoperto indulgente – non hai serbato rancore…
Ti ringrazio – non per vanagloria, cito i miei libri, solo per sincero spirito di riconoscente umiltà – per avere prefato il Il pudore dei gelsomini (Raffaelli, 2010), poi pubblicato in e-book, nella traduzione in spagnolo di Carlos Sánchez (Raffaelli, 2015). Quindi ti ringrazio due volte.
E per avere presentato sia Il pudore dei gelsomini, nell’aprile del 2010, insieme a Davide Rondoni e a Francesco Napoli, sia il più recente Stelle a Merzò (Moretti&Vitali 2013), nel novembre 2013, con Paolo Lagazzi, Francesco Napoli e Alberto Sinigaglia.
Ma ti ringrazio soprattutto per avere sempre rispettato la mia identità cristiana e cattolica, pur non condividendone molti assunti.
E nel cuore conservo le tue Quarantacinque poesie 1952-1961 (Nomos Edizioni, 2012) quelle dei tuoi vent’anni.
Perché non mi interessa tanto sapere quanti anni hai oggi – sai, Tomaso - bensì continuare a vederti e a pensarti alla luce delle Quarantacinque poesie, nelle quali è segnata, a tinte vivide, la tua giovinezza, e della tua giovinezza ciò che ancora ti illumina e ti conforta: il senso struggente e voluttuoso della Bellezza.
Adele Desideri
*Il video di Adele Desideri Alla prima luce del tempo feriale, al link
youtube.com/watch?v=aCnWl4kSBbM&t=2s
“Se potessi, dipingerei l’Angelo/ custode - il suo sorriso/ quando riposa - socchiuse le palpebre//. E poi il seme e l’agricoltore,/ il polline e l’ape, un caldo fiato/ - certe impaurite veglie.// Se potessi, dipingerei la quiete/che precede l’ora del dopo,/ le furie che distillano incubi/ di sabbia. Se potessi, dipingerei/ di blu il vestito nuziale,/ di rosso quello delle esequie.// Ma nei giorni di festa ossequierò l’altare,/ e alla prima luce del tempo feriale/ sarò ferma - quando, saettando,/ passerà il treno che conduce al confine -/dall’originario vagito all’ultimo sospiro.// Sarà forte quel suono - il soffio/ un fibrillante andare...//” (dalla raccolta inedita di Adele Desideri, Lune e sole).
*L’articolo, di estrema attualità, di Abdalla Amara, Straniero due volte, a cura di Adele Desideri
Abdalla Amara, studente della classe V liceo delle Scienze Umane, è nato a Treviglio il 9 marzo 2005. Ha vissuto i primi anni in Italia, poi in Egitto fino al 2011, prima di tornare definitivamente a Milano. Ama il cinema e la scrittura.
“DAKAR, Senegal – Pubblico con piacere la lettera di Abdalla Amara per chi cerca di andare oltre l’apparenza e per le persone che vedono l’identità di ogni individuo come una nebulosa di sensazioni in costante evoluzione. Sempre più persone in Italia, che lo si voglia o no, si trovano a scegliere quotidianamente il miglior modo per affrontare le reazioni che rispecchiano una delle loro tante “particolarità”. Questa lettera, curata dalla poetessa Adele Desideri e ispirata dallo spettacolo teatrale della regista Renata Coluccini, è un piccolo-grande tassello in un mosaico complesso che sta dando all’Italia (come al resto del mondo) un volto nuovo. Il percorso è lungo e tortuoso e le ragioni per arrendersi: molteplici quanto le prospettive. In un mondo piccolo dove gli interessi di tutti si intersecano tra di loro è necessario capire come trasformare gli svantaggi potenziali in vantaggi lungimiranti” (Matteo Fraschini Koffi)
matteofraschinikoffi.com/index.php/news/1757-straniero-due-volte
*L’intervista ad Alberto Farina e alla moglie Antonella Riva, a cura dei co-conduttori Stefano Pietta e Manuela Monfredini, all’interno della rubrica QUATTRO CHIACCHIERE CON…, puntata del 18 dicembre 2025, SteRadioDJ, nella quale è presentato il romanzo di Alberto Farina, opera prima, Come nuvole nel vento (Nulla die, 2025). Nell’intervista i due coniugi trattano, inoltre, di musica classica, di letteratura e di escursioni in montagna, mente testimoniano, con il motto “Be invictus”, il senso più profondo di un’inclusione positiva, densa di fiducia e di amore per la vita.
Da ascoltare steradiodj.it/video-rubriche/quattro-chiacchiere-con
*Il libro di Matteo Fraschini Koffi, Pesce grande, pesce piccolo, Senegal: Dakar, Mbour,Saly, Ngaparou, Popenguine, Ndayane, postfazione di Silvio Valpreda, Collana NON GUIDE DI VIAGGIO, Eris 2026.
“Gli abitanti dell'oceano si dividono in almeno due grandi sottogruppi: i pesci e gli esseri umani. A volte i loro interessi convergono, altre divergono e anche all'interno di ciascun gruppo coesistono interessi differenti che generano tensioni. Matteo Fraschini Koffi ci racconta dal basso cosa sia la modernità in Senegal, Africa Occidentale, una modernità fatta di cemento e contrapposizione tra lo sfruttamento industriale e artigianale delle risorse: in questo caso quelle del mare, cioè il pesce, il turismo e il trasporto commerciale. La costa atlantica dell'Africa è una delle zone più pescose del mondo e questa risorsa ha scatenato l'appetito di pesci sempre più grossi o meglio di pescatori che arrivano da sempre più lontano. L'autore ci porterà nelle sue peregrinazioni tra Dakar, Mbour, Saly, Ngaparou, Popenguine, Ndayane, in quella che molti considerano la «democrazia faro dell'Africa occidentale» e che sta attraversando un periodo di transizione molto complesso” hoepli.it/libro/pesce-grande-pesce-piccolo/9791280495860.html
“Mangiamo mentre tutto intorno a noi è buio, le scimmie non si fanno vedere. Il cielo stellato sembra finto o forse, ci domandiamo con un po’ di sarcasmo, è proprio finto e quelle che vediamo non sono stelle ma satelliti di Elon Musk, che sul pianeta Terra è il più ricco” (pag. 49).
“Lo sviluppo edilizio selvaggio ha fatto sì che a Rufisque molti canali di scolo siano stati costruiti a cielo aperto e, a seconda dei quartieri, molto vicino alle abitazioni. All’interno si sviluppano colonie di insetti, specialmente zanzare, che costringono gli abitanti dei palazzi a fianco delle fognature a tenere porte e finestre chiuse, soprattutto quando inzia a calare il sole” (pag. 73).
*Il volume di Filippo Ciantia, Elio Croce, fratello missionario comboniano, Itaca Edizioni, 2024
Filippo Ciantia ha vissuto in Uganda con la moglie e i suoi otto figli dal 1980 al 2009 lavorando come medico per conto di Ong come Cuamm e Avsi e realizzando progetti in collaborazione con il governo italiano, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e agenzie di cooperazione internazionale.Dal 2009 al 2016 è stato direttore del progetto Cluster tematici di Expo Milano 2015.Da maggio 2016 a marzo 2017 ha diretto l’ospedale Dr Ambrosoli Memorial Hospital a Kalongo, in Uganda.Da giugno 2017 a gennaio 2021 è stato direttore generale della Fondazione Banco Farmaceutico itacaedizioni.it/autori/filippo-ciantia
“Elio Croce nasce a Moena il 3 aprile 1946. Di temperamento vivace, ancora adolescente è attirato dalla vita dei missionari comboniani e dall’idea di dedicare la propria vita agli altri.
A dodici anni, entra nella scuola professionale per fratelli coadiutori dei comboniani a Thiene. Gli studi tecnici sono accompagnati dal desiderio di «servire Dio» come seguace di Daniele Comboni.
La sua missione inizia nel 1971 a Kitgum, lavorando nell’ospedale St. Joseph’s. Nel 1985 è chiamato a Gulu, nel grande ospedale Lacor, sviluppato dai coniugi Lucille e Piero Corti. Qui per vent’anni ha sfidato la guerriglia e nel 2000 ha affrontato una epidemia di Ebola.
Il coraggio, la fede, la carità sono le dimensioni di una vita avventurosa e affascinante. Sapeva fare di tutto e ha insegnato il lavoro a tanti. Instancabile nell’organizzazione dell’ospedale per far fronte a ogni emergenza, non temeva alcun pericolo. Quando aveva bisogno, la gente chiamava lui, uomo geniale e burbero, sorridente e deciso, coraggioso e amabile, generoso e forte.
Dopo aver lavorato per oltre 40 anni negli ospedali, al servizio dei malati e dei poveri, la sua ultima opera è stata una chiesa, grande e bella, per il popolo del quartiere nato attorno all’ospedale.
Contagiato dal Covid-19, è salito al cielo l’11 novembre 2020, festa di San Martino” itacaedizioni.it/catalogo/elio-croce
“Lo avevano visto crescere e maturare, cadere e risollevarsi. Ora era pronto. Lo avevano ammirato per la sua capacità lavorativa e la genialità, ora erano ancor più ammirati per la trasformazione che una fede purissima aveva operato in lui: uomo di preghiera, attento a tutti i rapporti, consegnato alla missione con una leggerezza sconosciuta prima, ancora ruvido, ma puro. Ora era pronto per un palcoscenico più grande, per opere che neppure avrebbero potuto immaginare” (pag. 73).
“Ha quarant’anni e da diciassette è in Uganda. È il factotum degli ospedali missionari, è trentino di Moena, ha la barba e una pancia così. È sempre in movimento, con gli stessi blu jeans e una maglia di sotto di lana bianca, mezze maniche, sporca sulla pancia. Porta gli zoccoli. Non ha altro abbigliamento. È al di fuori di schemi e regole, ma alla sera è pulito e lavato per pregare il Signore” (testimonianza di Bruno Molinari, pag. 119).
*I due libri di poesie di Dante Maffia
Singhiozzi di carta, prefazione di Davide Rondoni, Genesi Editrice, 2024.
“Ecco perché i poeti paiono tutti un po’ egocentrici, semplicemente perché richiamano alla esistenza di quel che invece tutti tendono – forzatamente o pigramente – a dimenticare: l’io, la sua reale consistenza, la sua misteriosa inafferrabile e necessaria essenza in relazione coagente con il mondo” (dalla Prefazione di Davide Rondoni, pag. 12).
“La morte?/ Non mi conosce./ se mi dovesse incontrare/ cambierà strada/ per il mio aspetto indisponente./ L a sua arma è la dimestichezza.//” (pag. 28).
“Ci fu un tempo in cui/ fui gatto randagio./ Mi contentavo degli avanzi,/ miagolavo rabbioso/ alle lucciole e ai calabroni./ Fu quasi una pausa./ Dopo, gli avanzi,/ ho dovuto pagarli/ con sangue e lacrime,//” (pag. 52-53).
“Oggi a pranzo ali di farfalle fritte,/ grilli allo zafferano/ e pancetta di ranocchie al forno./ Non è un modo bizzarro di mangiare,/ è seguire la corda degli impiccati,/ tessere la rugiada della malinconia/ e sostare nei pressi d’un cimitero/ dove i morti continuano a vivere/ senza badare agli occhi cuciti./ E cantano perfino, verso sera,/ se il vento non offusca le ragioni/ del silenzio che vuole il sublime/ e rosica le sfere della macerazione./ Stasera, se possibile, un bicchiere/ d’Amarone, facciamo una bottiglia./ E tartarughe alla griglia e le sfere/ rotte della gramigna/ che si vezzeggia da sola sul balcone.//” (pag. 62).
“L’arte convince spesso anche gli Dei.//” (pag. 83).
Pitagora sibarita, Prefazione di Marco Limiti, Edizioni Progetto Cultura, 2024
“È un’opera, questa, in cui Dante Maffia diventa caustico e ribelle. La sua immensa cultura e la sua esperienza di vita scendono in combattimento perché non sopportano più le assuefazioni, le nozioni, ciò ch’è prestabilito e registrato come in un libro dei morti. Lo fa con una irriverenza che ha sapore altamente filosofico; come un giocoliere che si esibisce alla Fiera di Atene non per sbalordire, ma per avvisare, con la verve che ha ereditato da Tommaso Campanella e da Elias Canetti” (Remo Bodei) progettocultura.it/index.php?id_product=1602&rewrite=pitagora-sibarita-dante-maffia
“E i numeri che fanno?/ Quale compito dopo colazione?/Quale faccenda da sbrigare?/ Certo, bisogna decidere/ se sono loro a governare/ o se invece è la parola./ A me che ne viene?/ Solo fastidio.//” (pag. 37).
“È che mi piace guazzare/ nelle contraddizioni, sapere per negare,/ non sapere sperando,/ accendere roghi e falò/ sul limite dell’antimateria./ (...)/ Povero Cantor,/ vedeva e non credeva/ e finì male./ Io non vedo e credo,/ dove finirò?/Io non vedo la luce ma la sento,/ non vedo il mare e godo la risacca,/ non vedo la Parola ma ne scorro/ la sublime deità e il suo firmamento./” (pag. 37).
*Il romanzo di Ismail Kadare, La città di pietra, traduzione di Francesco Bruno, La nave di Teseo, 2021, seconda edizione 2023
“Ismail Kadare è considerato uno dei più grandi autori europei. Nato e cresciuto in Albania, ha lasciato il paese nel 1990 in contrasto con la dirigenza comunista, e ha chiesto asilo politico in Francia. La sua opera va dalla poesia alla narrativa alla saggistica. Ha vinto il Prix Méditerranée per stranieri con La Pyramide. Dal 1996 è membro associato a vita dell’Académie des sciences morales et politiques. Nel 2005 gli è stato riconosciuto l’International Booker Prize, mentre nel 2009 ha vinto il premio Principe delle Asturie. È stato più volte candidato alla selezione finale per il Premio Nobel. Nel 2018 è stato insignito del Premio Internazionale Nonino. La nave di Teseo, presso cui è in corso di riedizione la sua opera, ha pubblicato La bambola (2017) e La provocazione (2018), Aprile spezzato (2019), La città di pietra e Le mattine al Café Rostand (2021) lanavediteseo.eu/portfolio/la-citta-di-pietra
“Una città costruita totalmente in pietra, scoscesa e antica, arroccata sulla montagna. Una città strana, difficile da descrivere perché non somiglia a nulla. Un luogo in cui non è facile essere bambini ma, sotto le fredde pietre, la vita scorre tra antiche abitudini, misticismo e folklore. La Storia porta con sé le sue tragedie, il secondo conflitto mondiale, da cui il bambino protagonista riesce a difendersi come solo i bambini sanno fare. Affronta le fughe, i bombardamenti, la morte, i soldati che parlano lingue straniere e si contendono la città come fossero gioco e scoperta. Accompagnato da un’umanità varia e sorprendente, affronterà la vita e le stagioni fino a diventare uomo. Ismail Kadare ci regala un romanzo in cui il mondo e la guerra sono visti con gli occhi e la fantasia di un bambino ma anche con l’acutezza e la forza della scrittura del più grande scrittore albanese contemporaneo” lanavediteseo.eu/portfolio/la-citta-di-pietra
“Nonna Selfigé, Gegiò, zia Gemò, l’altra nonna, comare Pinò. Non c’è più nessuna di loro. Ma agli angoli delle vie m’è parso di ravvisare qualche tratto familiare, come dei lineamenti umani, ombre di zigomi e d’orecchi. Loro sono lì, eterne, pietrificate, con i segni lasciati su di loro dai terremoti, dagli inverni, dagli umani flagelli” (pag. 297).
*Ancora il romanzo di Ismail Kadare, La Bambola, traduzione di Liljana Cuka Maksuti, La nave di Teseo, 2015, seconda edizione 2017, Premio Nonino 2018
“La Bambola, piccola e fragile come cartapesta, è la madre di Ismail Kadare, cui questo romanzo è dedicato. Kadare fa ritorno da lei a Gjirokastër, la sua città natale in Albania, ripercorrendo la sua stessa storia, la sua educazione e le ragioni del distacco voluto da un Paese e da una famiglia forti e segnanti. Una madre sensibile, insicura e indebolita dal confronto austero con le tradizioni balcaniche che la suocera incarna; un figlio emancipato, libero e indipendente, da cui teme un abbandono radicale e irrazionale per dedicarsi al suo percorso intellettuale, alla fama come scrittore e a un amore ribelle fuori dal matrimonio. Ismail Kadare, il più grande scrittore albanese contemporaneo, ci consegna un romanzo potente e delicatissimo come solo il rapporto con una madre può essere, riuscendo a esprimere, nella cura estrema delle parole e dello sguardo, l’indicibile che governa la tensione più profonda, quella verso il nostro stesso sangue e la nostra terra” lanavediteseo.eu/portfolio/labambola
“All’inizio in maniera confusa, poi in modo sempre più chiaro, comprendevo che quelle cose che quasi non mancavano mai nelle canzoni e nei versi per la madre, come il latte, il seno, il profumo, la dolcezza di una madre, non era semplice per me ritrovarle in mia madre” (pag. 9).
“Secondo un’abitudine che il nuovo regime non era riuscito ancora a cambiare, le donne della città quando «andavano dal padre» si facevano accompagnare da qualche donna rom. Loro portavano la valigia con il cambio e, quando c’erano, i bambini appena nati, mentre l’altra signora portava l’ombrello” (pag. 42).
“Senza saperlo, si era messa nel confronto più inutile e più tragico: lei da una parte e quella che si poteva definire «l’arte» del figlio dall’altra parte. Una delle due sarebbe caduta. E sapeva, senza dubbio, che sarebbe stata lei a perdere il confronto.
Il suo grido, «non rinnegarmi», in verità era «rinnegami, se questa cosa ti può servire»” (pag. 57).
*Il romanzo di Fatos Kongoli, La vita in una scatola di fiammiferi, traduzione di Caterina Zuccaro, Rubettino, 2015
Fatos Kongoli è tra i maggiori esponenti della letteratura contemporanea albanese. Di lui e delle sue opere hanno scritto le testate europee più importanti come Le Monde, Le Figaro, La Stampa, Le Temps, Le Soir, Der Tagesspiegel, The Independent, The Guardian. È stato paragonato a Kafka, Dostojevski, Solzenicyn, e i suoi romanzi, tradotti in dieci lingue, sono apprezzati ovunque store.rubbettinoeditore.it/autore/fatos-kongoli
“Bledi Terziu, cronista di nera senza più un lavoro, abbandonato dalla compagna, vive da mesi nella solitudine del suo nuovo appartamento al centro di Tirana quando riceve la visita, inaspettata, di una giovane zingara. O?uscato dall’alcol, Bledi tenta maldestramente di possederla ma la ragazza, quasi accidentalmente, muore, precipitandolo in una confusa disperazione. Riavutosi, Bledi cerca di disfarsi del cadavere e di cancellare ogni traccia, convinto che riuscirà a farla franca. Psicologicamente provato, però, in balia di un costante stato febbrile, vede riemergere dal passato, come rigurgiti della coscienza, frammenti della sua miserabile vita. Rivede la Tirana della sua infanzia, angusta e oppressa dal regime; quella corrotta e insensata della transizione; e quella attuale, della società “libera”, confusa tra lo scintillio delle luci e gli anfratti bui di continue nefandezze. Senza risparmiare perversità e zone d’ombra Kongoli adotta qui, per la prima volta nei suoi romanzi, una visione be?arda anziché tragica del mondo che descrive. Ne risulta un quadro compassionevole del dolore e dello sconcerto umani, attraverso le vicende di un povero diavolo percosso dai venti della modernità e vittima della propria follia” store.rubbettinoeditore.it/catalogo/vita-in-una-scatola-di-fiammiferi
*La natura in poesia: passeggiata poetica a Montemarcello
Montemarcello, un piccolo borgo della Liguria in provincia della Spezia (Comune di Ameglia), è tra i Borghi più Belli d’Italia e nel Parco Naturale di Montemarcello, Magra, Val di Vara: da Punta Corvo si domina il Golfo della Spezia (definito Golfo dei Poeti da Sem Benelli, poeta e scrittore, nel 1910). La via che vi conduce è percorsa ed amata da tutti coloro che vengono per ammirare il panorama del Golfo: nacque, perciò, il progetto di dedicarla alla poesia, come “Strada Poetica”.
Quest’anno il tema poetico è rappresentato dai fiori e dalla vegetazione: tema che, in tutti i suoi vari aspetti, è stato molto amato dai poeti. Ada Negri, Trilussa, Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio, Emily Dickinson, Giacomo Leopardi, Lord Byron sono alcuni dei poeti le cui poesie, esposte nei leggii lungo il percorso della via, saranno compagne nel vivere la passeggiata poetica.
Quest’anno, l’inaugurazione della Strada Poetica si terrà il 20 giugno prossimo.
Alla sera, nella piccola piazza del paese, vi sarà la recita delle poesie con musica e danza performativa, a cura di Balletto Civile (storica compagnia spezzina, fondata nel 2003).
Sarà un’occasione per vivere il clima della Notte Romantica, promossa in tutta Italia dall’Ente dei Borghi più Belli d’Italia.
Strada Poetica è un progetto di La Marrana arteambientale, creatrice del Parco d’arte ambientale a Montemarcello.
Sede: Via Nuova 47, Montemarcello (Ameglia, SP) info@lamarrana.it
Telefono: 335 6328606
*Il saggio di Eugenio Borgna, In dialogo con la solitudine, Einaudi, 2021
“Nella solitudine si è aperti al mondo delle persone e delle cose, e al desiderio di essere in relazione con gli altri, nell’isolamento invece si è chiusi in se stessi, nei confini della nostra soggettività, nulla conoscendo delle speranza, che è orientata senza fine al futuro (…)
Non è facile liberare la voce della solitudine dall’incantesimo dell’isolamento, e ridonarle il suo timbro limpido e musicale” (pp. 4-5).
“Ci sono solitudini rapsodiche e struggenti, dolorose e nostalgiche, friabili e impenetrabili, creatrici e raggelanti, autistiche e dialogiche, aperte e chiuse alla speranza, e ciascuna di queste forme di espressione della solitudine ci immerge in una diversa relazione con il mondo della vita” (pag. 66).
“La morte volontaria è una silenziosa dolorosa interlocutrice di ogni incontro: mai estranea alla depressione, e alla dissociazione mentale, o anche alle crisi adolescenziali (…) La Psichiatria, quando si confronta con le grandi emozioni della vita, ha bisogno della poesia nella quale si riflettono meglio le luci e le ombre della solitudine” (La solitudine in psichiatria, La solitudine nella poesia, pag. 67-68).
“In interiore homine habitat veritas, sono le celeberrime parole di sant’Agostino, che non dovremmo mai dimenticare, ma moli ostacoli si incontrano nel nostro viaggio dalla esteriorità, nella quale siamo immersi, alla interiorità” (pag. 97).
“La solitudine di chi muore è di indicibile profondità, e talora solo un qualche gesto ha ancora senso; una carezza, uno sguardo che arda di dolore e di affetto, di vicinanza umana e di comunione, una preghiera che nasca dal cuore, e la speranza contro ogni speranza. L’ultima solitudine non ha parole che possano consolare se non quelle che si nutrano di questa speranza” (pag. 98-99).
“La solitudine è premessa alla conoscenza, della nostra interiorità, della nostra soggettività, e della interiorità, della soggettività degli altri da noi” (pag. 106).
“La percezione dell’oltre scatta quando la coscienza raggiunge il punto di soglia. Il dentro si collega con il fuori, l’anima individuale con l’anima del mondo” (Carla Stroppa, L’amore impossibile e le donne. Slanci, cadute e trasformazioni del desiderio, Moretti&Vitali 2022, pag. 103).

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