Fantastica storia di una “purgata” staliniana
La compagna Juliana Ivanova Malinostock viene sottoposta all’ennesimo processo kafkiano, il 17 aprile del 1937, nel «processo dei diciassette», tra cui Radek, Muralov, Pjatakov, tra le purghe staliniane. Come in ogni processo di tal sorta, la povera, alla fine, vuoi per sfinimento, vuoi per fede nel socialismo, ammetteva le accuse propinate dagli inquisitori laici. Juliana viene spedita in un gulag nell’isola di Sakhalin, dove resta fino alla morte di Stalin nel 1953. Trattata duramente, insieme alle compagne, è l’unica superstite di quel famigerato campo, uno dei tanti isolotti sperduti dell’”Arcipelago Gulag”. Si salva per un miracolo, che nessuno sa più oramai. Juliana era figlia di un grande rivoluzionario dell’Armata Rossa, fedele di Trockij, Igor Malinostock, e di Anastasia Romanov. Era imparentata coi Romanov: era la cugina dell’omonima figlia di Nicola II, sterminata insieme alla famiglia, per ordine di Lenin, il 17 luglio del 1918. Juliana aveva studiato nel famoso Liceo Classico Mockobkar, chiuso poi nel 1918, e faceva l’insegnante di lettere russe nella scuola elementare, ma era una rivoluzionaria e, come tanti, si era resa conto della brutta piega che prendeva lo stalinismo, trasfigurandosi in totalitarismo.
Anche un altro socialista aveva fatto la stessa fine di Stalin: Benito Mussolini. Avevano ceduto alle grinfie del potere. Il potere non perdona: è demoniaco. Se scendi a patto col diavolo, sei fritto! Juliana era fidanzata di Jacov Dhzugashvili, figlio di Stalin. Jacov muore nel 1944 in un campo di sterminio nazista, lanciandosi contro un reticolato elettrificato, tradito dal padre, che come Crono divora tutti i suoi figli, quale un vecchio coccodrillo. Non è la prima volta che succede nella storia. Anche Pietro il Grande aveva fatto morire Alessio nelle carceri e Federico Guglielmo I aveva fatto uccidere l’amico di Federico II dinanzi ai suoi occhi per il solo fatto di aver sgarrato, invitandolo ad una gitarella in Inghilterra. Il figlio di Francesco Giuseppe, Rodolfo d’Asburgo, per i duri trattamenti subiti si suicida, non si sa se aiutato nell’opera dai servizi segreti.
Dopo la prima guerra mondiale c’è un vuoto cosmico. Tutte le grandi dinastie sono tramontate d’un tratto: i Romanov, gli Hohenzollern, gli Asburgo, gli Ottomani. Tutti hanno a che fare, prima o poi, con questo complesso di Crono. In questo caso la ribellione dei figli è storica. Jacov non aveva mai perdonato il padre, tanto meno Juliana poteva perdonare quell’”uomo d’acciaio” che tanto d’acciaio non era, ma era talmente fragile da potersi rompere facilmente. Come Hitler, anche Stalin, in fondo era un nevrotico, un insicuro. E quando queste persone arrivano al potere, colle loro manie di controllo, è la fine!
I nuovi monarchi assoluti provengono dal basso, dalla plebe che rincorsa da Menenio Agrippa aveva ricalcato l’impresa storica della secessione aventiniana. Il totalitarismo altro non è che un assolutismo democratico.
Anche la figlia Svetlana, in fondo, odiava Stalin, infatti, appena giunta in America, esclama:
– Sono stata allevata in una famiglia dove non si parlava mai di Dio. Ma una volta diventata adulta mi sono resa conto che è impossibile vivere senza avere Dio nel cuore. Sono arrivata a questa conclusione da sola, senza l’aiuto di nessuno, ma essa ha avuto enorme importanza per me, perché nell’istante stesso in cui l’ho raggiunto, tutti i dogmi del comunismo hanno perso ogni significato.
Il comunismo era una fede, che, se avvicinata al cristianesimo, avrebbe avuto effetti esorbitanti. E il vecchio padre Stalin era stato in Seminario da ragazzo. Anche egli aveva conosciuto Dio nella sua fanciullezza.
Juliana si salva dai duri trattamenti del campo di Sakhalin, perché viene morsa da un ragno velenoso della Siberia: la Steatoda. Era già molto provata, per cui il morso della falsa vedova, la manda subito all’altro mondo. Creduta morta, viene gettata, insieme ad altre povere donne, vittime del ludibrio e dello sterminio, in una fossa comune, imbiancata di calce. Ma la sua è una morte apparente. Durante la notte si risveglia e riesce subito ad uscire da quella manciata di terra e foglie con cui coprivano le fosse comuni, spesso ricettacolo di belve feroci che mangiano cadaveri. Esce e viene salvata da alcuni bambini delle popolazioni indigene che la portano a Sakhal, la città dei nomadi Sakhalin, una città fatta tutta di tende, intrecciate da fili d’oro. Il sovrano è la regina Hybursolin. Con le cure dei nomadi Sakhalin, Juliana si riprende in pochi mesi. Siamo nell’anno 1944. Per ironia della sorte, Juliana muore apparentemente, lo stesso giorno in cui muore il suo amato Jacov, figlio dell’uomo d’acciaio, Stalin. Era il 20 gennaio del 1944, giorno di san Sebastiano. Anche egli era stato un martire, però di Cristo. Stalin aveva fatto morire di fame il popolo ucraino nello Holodomor.
Se ti addentri nelle steppe centrali della grande isola di Sakhalin, ci sono delle farfalle strane: sono meravigliose, hanno ali ampie dai mille colori: rosso, oro, argento. Sono molto vistose e soprattutto, ma questo nessuno lo sa: la farfalla Sacla, o nera, come la foce dell’Amur, come viene chiamata dai Mongoli dell’isola, è una piccola fata. Sono piccole donne vellutate, corteggiate da pochi farfalloni maschi. E poi parlano. Bisogna stare in silenzio, vicino ai laghetti, ai corsi d’acqua, trai fiori, nelle praterie. Bisogna osservarle da vicino per capire che sono piccole donne parlanti. Se ti avvicini e non le fai spaventare, puoi parlare anche con loro. Nelle steppe dell’isola, Juliana passava intere giornate a pascolare armenti e, accompagnata dai bambini, andava ad ammirare quelle strane farfalle.
Juliana faceva lunghe chiacchierate con le fate di Sakhalin e racconta loro la sua storia. Alla fine le fate, commosse, decidono, senza dire nulla a Juliana, di vendicare questa povera donna e preparano una spedizione. Si fanno aiutare dai corvi Soker, veloci come aeroplani, e parte la campagna, alla volta del Cremlino. Sembrava una Luftwaffe, con quegli uccellacci neri, cavalcati dalle farfalline rosse. C’era una canzoncina che ci raccontavano da ragazzi:
La farfallina rossa
m’he muzzicato u musso,
‘nu pocu e vino russo
m’ha fatto ‘mbriacà!
Mannaggia accà,
mannaggia allà!
Alla fine le farfalline riescono nell’ardua impresa. Le guerriere Sakhal colpiscono durante la notte Stalin con minuscole frecce avvelenate del ragno Steatoda. Stalin poi muore di arresto cardiaco, per il veleno iniettato, il 5 marzo del 1953.
Durante il XX congresso del PCUS, tenutosi nel Cremlino, dal 14 al 26 febbraio del 1956, il nuovo protagonista della scena politica, Nikita Krusciov, denunzia i crimini di Stalin. Anche Juliana si reca a Mosca, sotto mentite spoglie. Si chiama ora Alessia Commenikoskji, in omaggio al grande imperatore bizantino. Durante il convegno, in cui si denunziano, si leva una voce dall’uditorio:
– E tu, compagno Krusciov, dove eri quando Stalin faceva tutte queste cose?
Allora Krusciov si alza e chiede più volte urlando:
– Chi è che ha parlato? Chi ha parlato?
Nessuno della sala risponde. Alla fine Krusciov, dice:
– Io ero dove ora sei seduto tu.
A Krusciov, però, non era nuova quella voce. Nikita conosceva bene la rivoluzionaria Juliana Malinostock. Aveva riconosciuto la voce di chi aveva parlato. Alla fine della conferenza si reca da lei, in segreto:
– Compagna Juliana!

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