Domenica 21 marzo 1999 si è svolto in Italia il Primo Sciopero dello Sguardo che consisteva nel lasciar spento il televisore per l’intera giornata con lo scopo di esprimere un crescente disgusto verso la mediocrità e lo squallore dei programmi televisivi. L’idea è stata del regista Silvano Agosti, mentre il sottoscritto, allora responsabile del Centro Audiovisivi di Mantova, l’ha promossa, organizzata e diffusa. Alla iniziativa hanno aderito circa diecimila persone e fra queste il maestro Mario Lodi e il giornalista Gianni Mura. Lo sciopero si è propagato a macchia di leopardo: da un circolo didattico di Reggio Emilia alla scuola materna di Alba, da medici di Avellino agli attori di Roma, da autisti delle corriere di Mantova a educatori di Macomer, da una scuola steineriana di Bologna ad un sacerdote di Verona, che durante l’omelia domenicale ha invitato i fedeli a spegnere il televisore.
Lunedì 22 marzo ho ricevuto molte telefonate da persone che avevano aderito. Mi piace ricordare quella di una mamma di Genova che mi ha raccontato che il figlio, prima di andare a letto, ha baciato il televisore dicendo: “ci vediamo domani, ma vedi che oggi ho resistito”. Una simpatica signora di Cuneo mi ha messo al corrente che il Primo Sciopero dello Sguardo era stato motivo di un’aspra discussione col marito “ma era tanto tempo che la televisione ci impediva di farlo” ha concluso. Una famiglia di Trento aveva invece coperto il televisore con un drappo nero…
E sembra impossibile che l’iniziativa abbia avuto successo nonostante sia stata diffusa con il passa parola e il telefono. Infatti nessun quotidiano italiano, fatta eccezione per un breve trafiletto su Il Giorno, una apparizione sulla rubrica “Sette giorni di cattivi pensieri” di Gianni Mura su Repubblica e per lo spazio occupato su due quotidiani locali (Gazzetta di Mantova e Voce di Mantova), ha dato notizia di questa iniziativa. La cosa non mi ha stupito perché Lo Sciopero dello sguardo non cercava lo scontro frontale con il nemico televisivo, ma optava per il silenzio che, paradossalmente, diventava la più alta forma di comunicazione.
E non mi ha stupito che anche i giornali di sinistra si siano disinteressati dell’iniziativa perché assolutamente incapaci di riflettere sugli stravolgimenti operati dalla televisione e dalle nuove tecnologie che, in modo coercitivo, forniscono tempi e modi della comunicazione.
C’è anche chi ridicolizza l’iniziativa, come Il Manifesto che nei giorni precedenti il 21 marzo pubblica un lungo articolo in cui si commentavano positivamente i risultati di una ricerca che dimostrava come la televisione tenesse unite le famiglie. Ironicamente, sempre sullo stesso giornale, Adriana Zarri ci definisce “anime belle”.
Lo Sciopero dello Sguardo ha rappresentato invece un piccolo passo per la riappropriazione da parte dell’uomo dei suoi bisogni più profondi e naturali. In questa direzione ha assunto significati che prescindevano da momenti ludici o spettacolari, diventando un modo per esprimere una comunanza di idee con padre Alex Zanotelli e i poveri che vivono nelle apocalittiche periferie del mondo e con tutti coloro la cui esistenza è totalmente ignorata e oscurata dal rumore televisivo.
E mi ha stupito che questo concetto, così semplice ed elementare, sia sfuggito ai redattori de L’Unità e del Manifesto, forse erano troppo impegnati a fissare il dito senza accorgersi che stava indicando un cielo pieno di nubi nere e minacciose.
Lo Sciopero dello Sguardo è stato un invito a riflettere sul fatto che ogni tecnologia innovativa, e la televisione ne costituisce un significativo esempio, che faccia diventare l’essere umano un semplice contenitore di plastica, da modellare e dipingere a seconda della densità e del colore delle sostanze versate, è destinata a diventare padrona dell’uomo perché gli toglie i suoi punti di riferimento naturali e antropologici e si trasforma in Hal, il computer di 2001 Odissea nello spazio.
Stanley Kubrick rappresentava queste cose già nel 1968: la profezia purtroppo si è avverata. Rimane solo da augurarsi che qua e là, come in Fahrenheit 451, a prescindere dalla visibilità data dai media, si creino e prosperino piccole isole di resistenza.

Commenti