giovedì 21 luglio 2016

Francesco Di Sibio vince il Faraexcelsior 2016

I giurati (Claudio Fraticelli, Elisabetta Sala, 
Fabio Cecchi e Stefano Martello) 
della VI edizone del concorso 
sez. Narrativa (v. anche sez. Poesia)
hanno decretato vincitore

Francesco Di Sibio (Frigento, AV)

per l'opera

; (punto e virgola): quattro racconti




Irpino, nato a Pontedera (PI) nel 1975. È uno dei curatori della collana foto-poetica Pietre vive edita da Delta 3 Edizioni, di cui sono usciti i primi tre volumi (Abbazia del Goleto, Compsa, 2012; Castello d’Aquino, 2013). Il suo testo Un senso del viaggio: il ritorno è inserito in Letteratura… con i piedi (Fara 2014), il racconto Pedalando senza fretta è presente nell’antologia Emozioni in marcia (Fara 2015), mentre il testo teatrale Caporetto. La Grande guerra della letteratura è inserito nell’antologia Il luogo della parola (Fara 2015). Nell’ottobre 2015 è uscito il suo primo romanzo, Qualcosa si è rotto, in formato e-book (Passerino Editore).
Il vino di mio padre
Quella fu sicuramente la richiesta più strana che avesse ricevuto durante la sua carriera. Certo un tassista incontra tante e tante persone ogni giorno, ed è facile immaginare la molteplice umanità che si sporge oltre lo sportello dell’auto bianca per essere accompagnata nei soliti posti famosi della città, in vie o vicoletti sperduti, dove si trovano il museo trendy, il localino alla moda, il negozietto ricercato. Un viaggio in quattro ore, andata e ritorno, per l’Irpinia, a caccia di un fantomatico vino, invece, sbaragliava di sicuro tutte le eventuali argomentazioni concorrenti.
Porto di Napoli, Molo Angioino. Era appena attraccata una grossa nave da crociera, di quelle che fanno il giro tra i porti del Mediterraneo, le perle più belle tra Europa, Asia e Africa. Una giovane coppia di americani, riconoscibile più che altro dall’abbigliamento, si era fiondata verso il taxi in testa alla fila.
– Cerchiamo un vino rosso di un paese della provincia di Avellino, lo beveva mio padre. Abbiamo poco tempo, solo quattro ore e poi la nave riparte per Civitavecchia e Genova.
Le parole pronunciate di getto dalla donna, che la moda avrebbe definito poco elegantemente curvy, furono dette in verità in uno strano slang italoamericano, una finta lingua databile almeno a cinquant’anni prima. Cosa che strideva con l’età reale della signora che, a occhio e croce, non superava la trentina. Ma il tassista ci era abituato. Quanti ne aveva sentiti mischiare inglese e italiano, a Napoli proprio, che con i soldati americani della locale base NATO ci aveva campato e ancora ci campava.
Connie era nata negli Stati Uniti ed era la prima volta che metteva piede sul suolo italiano, terra dei suoi genitori. Fino a quel momento aveva vissuto con due idee diverse dell’Italia: una appresa dai libri di studio e di svago, oltre che dal cinema, la sua grande passione; l’altra instillata a piccole dosi dal padre, un imbianchino immigrato nell’hinterland newyorchese, e dalla madre, operaia in una fabbrica di famose scarpe da ginnastica. Il marito, Stefano, era invece di origine greca.
La richiesta di Connie rimase lì, ferma nell’aria. Il tassista stava rimuginando, svolgendo un ballottaggio a mente tra un: – Mi spiace, sono fuori servizio. (che poteva tranquillamente essere tradotto in: se la prendano altri questa grana). E un: – Di preciso dove volete che vi porti?
Ma alla fine se ne uscì fuori con un semplice: – Va bene, salite. Prendo verso l’autostrada e poi mi darete altre indicazioni. Insomma, il senso dell’avventura aveva preso il
sopravvento. Pattuirono un prezzo forfettario e partirono. (…)
«Quattro novelle di felice riuscita, scorrevoli ed equilibrate. Le storie sono lineari e misurate. Ci sono pecche grammaticali, vero, ma anche intuizioni narrative brillanti. Il meglio si raccoglie negli episodi numero due e quattro. Si aggiunge una constatazione: viene qui premiata una qualità di rado riscontrata nelle opere in concorso, cioè la giusta ambizione. La ricercatezza è infatti un pregio entro i limiti. Anche la varietà dei toni è un pregio poiché vario, in fondo, è l'insieme dei lettori.» (Fabio Cecchi)



«Seppure con qualche imprecisione formale, i quattro racconti sono moto gradevoli. Il migliore a mio avviso, quanto a struttura e stile narrativo: Il vino di mio padre.» (Elisabetta Sala)



«Periodi brevi ma con pennellate efficaci, proprietà e conoscenza della materia affrontata.» (Claudio Fraticelli)





Opere votate



Il tempo del castagno

di Franca Oberti (Arlate di Calco, LC)

Franca Oberti è nata a Genova, ma vive in Brianza da più di vent'anni; ha svolto diverse attività fino ad avere il desiderio di sviluppare quelle capacità che, fin da bambina, sentiva di dover approfondire. Si è diplomata all'A.MI University di Milano come Pranoterapeuta-Naturopata e pratica la sua attività in diverse regioni d'Italia. Scrive poesie e racconti e pubblica articoli di saggistica su testate locali e quotidiani e su un bimestrale di ispirazione cattolica. Ha vinto numerosi premi letterari e suoi scritti sono stati inseriti in decine di antologie; ad oggi ha pubblicato tre raccolte di poesie. Attiva in ambito sociale, ha ricoperto cariche amministrative per diversi anni e svolge da sempre attività di volontariato. È sposata da più di trent'anni, ha due figli adulti e ama le tradizioni e la vita semplice. Si occupa di cucina naturale e tiene conferenze su diversi argomenti inerenti la medicina alternativa.
 
“Che il sole ti porti nuova energia durante il giorno,
che la luna dolcemente ti rigeneri di notte,
che la pioggia ti lavi via le preoccupazioni,
che il vento soffi nuova forza nel tuo essere,
che tu possa camminare per il mondo
e conoscere la sua bellezza
tutti i giorni della tua vita.”
(Benedizione Apache)

PREMESSA

Lasciare il mare e l’Appennino alle spalle, per vivere in pianura, non è mai un cambio favorevole. Chi nasce vicino al mare, ne sente, a lungo andare, una nostalgia profonda e cerca disperatamente “acqua”, qualunque acqua, pur di sentire lo sciabordio e il fruscio della risacca. Poi c’è il vento. Chi vive vicino a un fiume, al mare, non sarà mai senza vento. Il vento spazzola i capelli e asciuga la pelle; per la medicina cinese, pulisce il fegato, quando è più impetuoso, ci ricorda la nostra pochezza. Negli assolati pomeriggi della pianura, dove non si muove una foglia e il sudore cola sul viso, rimpiango il mare, la brezza che scioglie i nodi dei capelli e il profumo di salino che penetra nelle narici.
In questa raccolta si alternano i racconti dei “vecchi”, le leggende, le storie sentite casualmente, le migrazioni, le paure che si coltivavano un tempo nei paesi, tutto legato alla tradizione popolare, alla mia famiglia e ad un pizzico di storia dei paesi dove ho le mie radici.
Tutto è partito da un fatto realmente accaduto circa duecento anni fa. Un paese che, nei documenti antichi viene identificato come “Campuantigu”, fu inghiottito da una frana e delle case e della gente che lo abitava, non si recuperò nulla. Qualche decennio fa, in occasione di lavori sull’Appennino per tracciare strade di collegamento tra un paese e l’altro, emersero resti umani, suppellettili, ruderi di case. Poteva essere un momento di scoperta archeologica moderna, un modo per studiare gli usi e i costumi dell’epoca, ma il periodo del dopoguerra era solo di ricostruzione, tutto era stato distrutto, non importava se 100 anni prima o solo 4 o 5. Tutto ciò che fu ritrovato, venne occultato, con più passaggi di ruspe, dalla costruzione dei terrapieni e da brandelli di asfalto.
Quando si supera l’età della scalata sociale, della corsa al successo, alla carriera, alla costruzione della famiglia, si ritorna un po’ bambini e il desiderio di ricordare il passato diventa vitale, quasi a voler lasciare qualcosa del nostro passato per i posteri, salvo poi, non suscitare alcun interesse. In questi racconti ho riversato tanti dei miei ricordi e l’ho fatto consapevole che era un bisogno mio, una gioia far rivivere tante vere o finte leggende che mi aiutarono a crescere. Se poi saranno interessanti anche per altri, vorrà dire che le vite vere dei miei protagonisti, non sono state vane.
Il filo conduttore sono i “cafoni”, i “villani”, i “braccianti”, gli “zappaterra”, gente spesso disprezzata, derisa perché incolta; incompresa perché non dimostrava spinte a migliorarsi, presa com’era dalle necessità quotidiane. Nei miei ricordi, tra i tanti lati negativi e positivi, è rimasta la consapevolezza di un ciclo circadiano ormai inesistente, di una vita scandita dalle stagioni, di rituali più o meno spirituali, piccole superstizioni per ingraziarsi il buon Dio. Sono ricordi di giornate complete, senza lamenti inutili, dove si risparmiava anche il fiato per proseguire in ogni azione che comportava quasi sempre impegno fisico. A guardare bene, sono sempre stati loro, i contadini, che ci hanno insegnato la sopravvivenza, e insegnavano alle nuove generazioni come tramandare la vita, in ogni sua forma. Sono fiera di essere figlia di contadini e sogno ancora di risentire il leggero fruscio della falce nel taglio del fieno. 
(…)


«Ho apprezzato l'omogeneità della raccolta di racconti, l'ambientazione nel mondo contadino, la saggezza popolare che ne promana. Il mio preferito: Il discolo redento.» (Elisabetta Sala)


«Una bella collana di storie e storielle. L'affresco presenta scenari della civiltà come era prima che il progresso lasciasse alla ruralità qualche sgocciolo appena di riguardo. Intento veramente ammirevole. Sull'altro piatto della bilancia, il linguaggio rincorre una chiarezza perfino ostentata, rare le svolte. Una sorta di riflessione familiare, apposta a cornice, risulta infine innesto superfluo.» (Fabio Cecchi)



«Stanze di vita quotidiana, di tempi passati che compongono un sottile velo di nostalgia tra il narratore ed il narrato.» (Claudio Fraticelli)





I mostri arcudari

di Daniele Rublev Elmo (Torino)

Daniele Rublev Elmo nasce a Castellamonte il 26/12/1977 da due professori di lettere. Si appassiona in età giovanile a mitologia psicologia e filosofia seguendo le orme e i consigli del padre filosofo-scrittore-pittore e maestro di yoga. A queste passioni si aggiunge subito quella della musica che lo porterà a suonare (come bassista) in molti locali del torinese e in Italia col gruppo L’Inferno di Orfeo. Padre di due bambini nati nel 2008 e 2012 prosegue lo studio delle proprie passioni alla ricerca di una “vita altrove”. Ha vinto il concorso Pubblica con noi 2016.

Persi nell’abbagliante nero del mare di Alicudi. In barca, insieme ai pescatori dell’isola, una voce che si rivolge al cielo. Perché il cielo possa placare il mare.

D’u ventu e d’u mari,
salvaci o signore dalla furia.
Ca’ semu nelle tue mani,
e la tua potenza ora invochiamo,
che ci sia un oggi e macari un domani,
taglia chista trumma
ca’ sinnò moriamo

O qualcosa del genere insomma, ma non ricordo bene. Dice Italo gridando contro cielo e mare.
Senti, senti quest’altra ragazzo che l’è forte. Mi dice Pierangelo eccitato come un bambino.
Dopo quest’invocazione da de profundis Italo mi racconta la leggenda dei tagliatori di trombe che a quanto pare solcavano i mari insieme ai marinai per “tagliare” le trombe marine con questa formula magica che si tramandano da chissà quanto tempo.
Pare, mi dice ancora il signor Pierangelo, che addirittura i comandanti di Aliscafi e navi non si sognino di andar per mare senza un tagliatore di trombe. Infastidito dal mio sguardo cinico Italo mi indica un vecchio che, seduto in un angolo, scruta l’orizzonte marino. E secondo te che ce lo portavamo a fare quel vecchio? È l’ultimo tagliatore di trumme presente sull’isola, e sarebbe il caso che qualcuno prendesse il suo posto vista l’età.
Suvvia giovane, togliti quello sguardo come se stessi avendo a che fare con vecchi dementi o con poveri ignoranti.
Non era mia intenzione e spero…
Non ti preoccupare, mi interrompe. Devi capire, mi dice il signor Pierangelo accostandosi a me stringendomi l’avambraccio destro, che la vita cambia a seconda di dove ti trovi. Le tue idee, le tue valutazioni, ciò che credi vero o falso, qui deve essere ricalcolato, lo capisci?
Cuntaci le storie delle streghe, Angelì, dice ancora Italo al signor Pierangelo, che proseguì raccontandomi una serie di storie riguardanti le streghe di Alicudi, motivandole ancora – senza farsi sentire da Italo – con l’epidemia di segale cornuta avvenuta sull’isola che avrebbe drogato tutti gli isolani di acido lisergico all’inizio del novecento.
Ma questa storia la conosco già. Motivo per cui vado a sdraiarmi su una panca che fa da perimetro alla poppa dell’imbarcazione e tiro fuori il diario di Lucio. Penso che le storie che sto per leggere abbiano a che fare proprio con quell’epidemia.


«Un climax di racconti ove l'etnicità isolana viene dipinta con la diffusione del profumo e dei colori magici di Alicudi. Con sagaci richiami linguistico/dialettali, si delineano personaggi che compongono l armonia tra ambiente, persone e linguaggio. (Claudio Fraticelli)



Un'opera sorretta per intero da una scrittura notevole la cui sapienza e sostanza aiutano il lettore a "stringersi" alle pagine. Il contributo di una ideazione e progettazione dall'attento sviluppo si discerne con facilità. C'è del rimarcabile anche nei pochi inserti di poesia. Veniamo agli interpreti. Le figure di Ellena e Joseph vengono presentate e abbinate per mezzo di una tecnica sublime. La vicenda attorno a Roberto, al contrario, non ingrana come da aspettative. Un ulteriore pregio è la localizzazione, la preferenza per una geografia non così illustre a dispetto dell'aura e richiamo, oggi sempre più forte, dei grandi centri urbani. (Fabio Cecchi)





Letture e Lettere

di Saverio Caponi (Firenze)

Saverio Caponi (n. 19/8/1969), vive e lavora a Firenze. Dopo gli studi in Filosofia svolti presso l'Università di Firenze ha frequentato La Scuola di filosofia orientale e comparativa, sotto la direzione scientifica di G. Pasqualotto, nella città di Rimini. Un suo racconto dal titolo Passo passo è inserito in Emozioni in marcia (Fara 2015).

ZAINETTO PREINDIVIDUALE
ECOLOGIA DELL'INDIVIDUAZIONE
Ecosofia: Alti Luoghi di una montagna interiore

(…) Salire in montagna è senz’altro, anche per Gilbert Simondon, un movimento che si caratterizza in relazione ad un certo forte sentimento. Così come una spedizione o una navigazione del resto, che sono sostenute fondamentalmente da una base rappresentativa, volontaria, affettiva: il desiderio di conquista e il senso della competizione certamente influiscono sulle motivazioni che permettono di passare dall’esistenza corrente a certi atti d’eccezione; ma in realtà qui agisce, è in opera, un pensiero più primitivo e più ricco di quello che parla in termini competitivi e 'sfidanti': si tratta di un “pensiero magico” da comprendere  - ben oltre un appello ai modi di pensiero delle superstizioni – nelle sue forme più alte, nobili e sante, con uno sforzo di piena illuminazione. Magico, del resto, ci appare istantaneamente l’universo dipinto dal nostro filosofo, costituito dalla rete dei luoghi di accesso a ciascun campo di realtà e intessuto da soglie, cime e sommità, limiti e punti di passaggio, collegati gli uni agli altri attraverso la loro singolarità e il loro carattere eccezionale. Una rete non solo spaziale ma anche temporale: in un universo siffatto, come si può ben immaginare, esistono delle date importanti, dei momenti privilegiati per cominciare ad esempio tale o tal’altra azione; la nozione stessa di cominciamento è magica in tal senso – il primo atto di una serie – se la si considera in qualche modo capace di governare tutta la durata di un’azione e tutto il seguito degli sforzi felici o infelici; le date in quest’ottica sono dei punti privilegiati del tempo che permettono lo scambio tra l’intenzione umana e lo sviluppo spontaneo degli eventi: attraverso queste strutture temporali si opera l’inserimento dell’uomo nel divenire naturale, nello stesso modo in cui si esercita l’influenza del tempo naturale su ogni vita umana (che diviene “destinata”). Ai nostri giorni, e nell’ambito di una vita urbana civilizzata, residui (utilitaristici) di questo potere magico si possono riconoscere in quei tentativi di ricercare dei “punti chiave” nuovi o antichi nell’ambito, ad esempio, dei viaggi di vacanza: una riviera o l’alta montagna, dal punto di vista dello spazio, la frontiera di un paese estero da attraversare. Certe date festive, inoltre, possono ancora funzionare come momenti privilegiati del tempo, in cui talvolta può ancora verificarsi un incontro tra i momenti e i punti singolari.   (…)     
«Lo ammetto, con tutto il rispetto per chi ha saputo “costruire” un mosaico cosi vasto di parole e così ricco e stimolante di idee, di andate e di ritorni. Sono state le prime pagine, a colpirmi ed a inguaiarmi. Perché mentre procedevo, faticavo a concentrarmi e tornavo alla Montagna, a quel Luogo che è tutto, che è razionalità – nel momento in cui controlli che i lacci siano ben stretti – e poesia, quando non riesci a pensare che alla Croce che andrai a toccare. Che è sfida fisica e mentale, che è accettazione dei propri limiti e, nel contempo, contorno affascinante di una tensione che si gioca tutta nella tua testa. Tutti gli uomini e tutte le donne andrebbero “misurati” in montagna, per capire se le virtù della pianura sono reali o solo una conseguenza del terreno pianeggiante.» (Stefano Martello)



«Scrittura ed argomenti complessi che, pur caratterizzandosi per uno sforzo didascalico, essenzialmente avvicinano il lettore a confrontarsi con alcuni aspetti della philosofia perennis.» (Claudio Fraticelli)





Due racconti

di Roberto Morpurgo (Bulgarograsso, CO)

Laureato in filosofia, Roberto Morpurgo scrive poesie, aforismi, saggi, racconti, soggetti cinematografici, pièces teatrali. Ha pubblicato in volume L’azzurro del mare (poesie, Joker) Pregiudizi della libertà I (aforismi, Joker), El Djablo (racconti, Puntoacapo, 2009). Ha diretto per la scena e per la radio i suoi atti unici Tubor e L’Autoritratto. Per Schegge d’Autore (RM) e per La corte della Formica (NA) ha curato nel 2008 la messinscena e la regia del suo monologo L’Isola;  sempre al teatro Tordinona di Roma ha poi allestito e diretto le sue pièces Bogey (2009), L’Appello (2010), Pioggerellina nella stanza (2011), L’Intervista (2012). Altre sue pièces sono andate in scena a Roma a cura della compagnia Gnut. Dirige per Puntoacapo la collana di teatro Il Porcospino. Ha vinto il concorso La vita in prosa 2012 con il racconto Muette.


Anche Francesca di là dal vetro

Ci fu un tempo di cui ricordo tanto quanto me ne vergogno, un tempo in cui tutto mi appariva bello forse solo perché estraneo, meglio ancora inaccessibile. Quel tempo non è finito, è ovvio, e nemmeno finirà con me, perché io lo scriverò, ne scriverò, e anzi non ho forse già iniziato a farlo? Lei - ancora non avendo ritrovato il suo nome - lei era la sola ragazza che pur non essendomi appartenuta, nemmeno apparteneva a quel mondo di schiamazzi e bagliori che io come dall'altra sponda del vetro osservavo con diffidenza - diffidenza, avrei detto allora, ma oggi: malinconico sospetto. Lei stava spesso in disparte, pur essendo ovunque bene accetta, e pur non potendo vantare come me gli appellativi di orsa, o di nevrotica, o di bella tenebrosa. Bella questa! Si chiamava Francesca, ora posso dirlo che l'ho rivista in viso. Si fece baciare un seno e offrire una colazione nel suo piccolo atelier di bricoleuse, e fu tutto. Non ci fu mai che poco altro: un bacio, numerato nel taccuino di una implacabile memoria, una mezza passeggiata intorno al suo isolato, qualche telefonata, un complimento, forse, e solo a lei indirizzato. Sei così cupo... (i Due racconti si possono leggere integralmente qui narrabilando.blogspot.it/2016/07/due-racconti.html )

«Tra immagini riflesse di ambienti ed oggetti di vita vissuta, compare fascinoso il profilo di Francesca, figura/fantasma che non smette di sconvolgere le emozioni e i desideri, sfiorati e non afferrabili dalla psiche di uomo. Con Lodola il percorso di conoscenza, se così si può dire, o forse di apertura al femminile si fa magico, simbolico, attraente con ogni aggettivo possibile per descrivere l'ingresso desiderato in un mondo incantato.» (Claudio Fraticelli)





La tenda rossa. Viaggio nell’altrove

di Tullio Bugari (Jesi, AN)

Tullio Bugari si occupa di ricerca sociale, immigrazione e intercultura. Ha pubblicato: - nel 1999 insieme a Giacomo Scattolini, Izbjeglice / Rifugiati. Storie di gente della ex Jugoslavia, con un racconto di Predrag Matvejević, Pequod. - nel 2000 Itinerari, storie di viaggio dentro al mondo, storie di migranti raccolte nelle Marche, in Catalogna, in Svezia e in Germania (Programma EU Comenius). - nel 2004 ha curato Parole condivise, il racconto a più voci di un’esperienza di accoglienza scolastica per minori stranieri nelle scuole di Ancona, Franco Angeli. - nel 2007 e 2008 ha curato l’antologia Alfabetica, dedicata alla nuova letteratura italiana scritta da poeti e scrittori di origine non italiana, ed. GEI. - nel 2011 insieme a Giacomo Scattolini, Jugoschegge, storie e scatti di guerra e di pace, Infinito. - nel 2013 In bicicletta lungo la Linea Gotica, sui sentieri della seconda guerra mondiale con la Staffetta della memoria, Infinito. - nel 2016 L’erba dagli zoccoli, racconti di una lotta contadina, Vydia. Suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste web Sagarana e La macchina sognate; nel 2015 il racconto Che il cielo mi abbia in gloria è stato pubblicato nell'antologia Rapida.mente, Fara 2015.
 
1. Quando si dice che un ragazzo deve andare a scuola

Sembrava una giornata normale, come tutte le altre, di quelle invernali e buie, con la sveglia che interrompe i sogni ancora caldi e le voci del babbo e della mamma che chiamano una... due... più volte… dentro un dormiveglia dolce come un pensiero che si attarda.
È con questo spirito che il nostro piccolo eroe stava emergendo dal torpore… quindi i primi movimenti con studiata lentezza... gli stiracchiamenti di braccia e gambe... e le immagini della mente che si riordinano... ma con calma, ha bisogno di un po’ di tempo ogni mattino prima di realizzare che ora si trova in questo mondo.
Una giornata come le altre, per il nostro piccolo eroe che possiamo chiamare Robinson. Ora era seduto sul letto, mentre con i sogni oramai svaniti la sua memoria tornava al film della sera prima, La tenda rossa, la storia degli esploratori sfortunati che volevano raggiungere il polo nord con un dirigibile, ma sulla strada del ritorno erano precipitati in mezzo ai ghiacci.
Dopo il caldo del letto il solo pensiero del pack - si chiamava così quella bianca distesa - faceva venire i brividi. Non di freddo, perché i brividi immaginati non mettono freddo, si limitano a farci trattenere il respiro, quando tra i denti stretti aspiriamo con rumore l’aria e agitiamo le spalle, senza provare freddo ma limitandoci a mimarlo.
Come si chiamava quel generale che come un padre malinconico cercava di fare del suo meglio? Anche se c’era ben poco da fare se non aspettare che qualcuno li andasse a cercare, e li trovasse davvero.
Perso dietro alla sua domanda il nostro piccolo eroe non poteva certo prestare attenzione ai ripetuti richiami di suo padre e sua madre: “sbrigati che la colazione è già pronta, sbrigati che facciamo tardi, sbrigati che il latte si raffredda, sbrigati che dobbiamo fermarci in pizzeria, sbrigati, sbrigati, sbrigati… hai capito che devi sbrigarti o sei diventato sordo, o vuoi che la mangi io la tua colazione, o pensi che stiamo qui ai tuoi comodi, Signor signorino: insomma, vedi di sbrigarti!”
“Come si chiamava, babbo, quel generale che si era perso al polo nord?”
“Nobile, il generale Umberto Nobile, con il dirigibile Italia, nel 1928, molti anni prima della guerra: volevano arrivare al polo nord ma durante il viaggio di ritorno una tempesta li ha fatti precipitare. Che sfigati! E adesso sbrigati per la miseria che non è l’ora di chiacchierare: mangia, lavati, indossa le scarpe, il grembiule, prendi la borsa, la giacca, il cappello, la sciarpa, ma ti sei pettinato, ti vuoi sbrigare. E la borsa? Cosa fai? La lasci a casa? Dai, muoviti, andiamo, svelto, corri che la tua scuola è l’ultima, ai margini della città!” (…)


«Questo racconto è un gradevole omaggio. A quella Fantasia sregolata e anarchica tipica dei bambini. Che non tiene conto di alcun limite temporale, spaziale e fisico. Che è pronta a far parlare elefanti seduti su di una nuvola, senza preoccuparsi in alcun modo di quei parametri che un giorno circonderanno le vite di quei narratori strampalati e divertenti. Le ascolto o le leggo sempre con piacere, queste avventure bizzarre; questo processo di incubazione che sottende alla crescita ed al cambiamento. Con la speranza che rimanga qualcosa, tra il mutuo da pagare e l’accreditamento professionale, tra le righe o ostentato, poco importa.» (Stefano Martello)



«Robinson non è forse un nome originale per parlare di viaggi di un ragazzo. Va apprezzato il tentativo di coniugare l’immaginazione fresca del ragazzo e l’ardimento che la storia racconta.» (Claudio Fraticelli)





Forse c’è bisogno dei sogni

di Yelice Feliz Torres (Varese)


Yelice Feliz Torres nasce a Santo Domingo (Repubblica Dominicana) nel 1979. Dopo un’infanzia vissuta nel Centroamerica, la terra scoperta da Colombo, ove ha compiuto anche un percorso di studi universitari, è venuta in Italia, sulle orme della famiglia.  Segue fin da piccola un percorso di vita alla ricerca di qualcosa che possa completare il suo essere, sempre amante dello studio, della lettura. Lo scopo del suo fare letteratura è l’allegria e la felicità, da implementare sempre in ogni momento della vita.

I. Il senso della vita

Sei stato creato per poter fare di tutto e di più...
Devi soltanto crederci, fare il primo passo e andare sempre avanti...
A volte la vita può presentarsi in modo molto difficile. Ci sentiamo non appartenenti a tutto quello che ci circonda, molte persone ci fanno sentire inutili, deboli, tristi, soli… ci sentiamo come se qualcuno ci abbia buttato in fondo ad un pozzo buio e senza niente, siamo pieni di tante cose ma pieni solo di cose vuote ed inutili che non servono a niente. Per molti tutto ciò è il tutto perché sono abituati a vivere inmersi a tutto quello che non conta niente.
A volte ci sentiamo come se tutto il mondo sia caduto solo sopra la nostra testa e il brutto è che sembra che a nessuno importi il nostro stato d’animo. A volte ci sembra di non essere capaci di niente, ci chiediamo se abbia un senso vivere questa vita che sembra solo piena di miseria, e di inutilità, di dolore e di sterilità.
Dov’è il bello del quale alcuni parlano?
Dov’è quella luce che dovrebbe aiutarci a vedere?
Dov’è chi può interessarsi per almeno un po’ della nostra situazione? Della nostra disperazione? Dove?

Urliamo, piangiamo, ci disperiamo, ma non troviamo mai nessuno. Vorremmo trovarlo, vorremmo vederlo… chi potrà mai aiutarci ad uscire da questo inferno nel quale ci troviamo immersi, chi potrà mai?
Ma come ci siamo arrivati fin qui?
A tutti ci capita nella vita di attraversare la selva oscura: «Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura,/ ché la diritta via era smarrita».
Dove ho perso la strada di casa mia?
Come posso in tale situazione trovare un senso per la mia vita?
Dov’è questo senso?
Cosa devo fare? Dove devo cercare?

Ecco il nostro grido disperato…

Trasmettere agli altri come la vita deve essere vissuta non è un compito tanto facile. La vita è come un fiume in piena, a volte percorre tragitti comodi e sinuosi, a volte ardui, cascate, dove questi percorsi sembrano inghiottirci o soffocarci senza che possiamo fare niente, o almeno senza saper di poter fare qualcosa. Ci sentiamo inutili, senza scopo, senza mezzi, senza niente e per di più senza nessuno. E ci immergiamo nel pianto e nella disperazione che piano piano ci consuma, senza neanche renderci conto che gli anni ci sorpassano e volano via come niente, lasciandoci sempre più immersi a piangere e a rimpiangere sempre la stessa situazioni.
Ma perché tutto questo? Perché la vita deve essere vissuta così?
La vita non è qualcosa che ci appartiene in modo egoistico e singolare, ma è energia. Noi siamo come degli accumulatori di energia vitale. L’energia pullula innanzi a tutti. Essendo dei centri energetici, ognuno di noi ha un alone di elettricità. Siamo unici, ma in comunione con tutti gli esseri viventi, compresi gli astri. Il mondo stesso è un grande animale vivente, ed ha una grande anima. Se ci fermiamo a guardare per un istante la natura e tutto quello che le concerne ci renderemo conto che viviamo in un mondo incantato, magico, unico, illimitato, dove le piante crescono senza che nessuno spieghi loro come fare e così anche gli uccelli del cielo, volano, cantano, preparano il loro nido, danno da mangiare ai loro piccoli e li riempiono d’amore, e poi gli animali e i pesci del mare vivono e nessuno insegna loro come fare, tutto viene da sé. Tutto è già innato. Poi ci sono le stelle del cielo che brillano con una luce unica e autonoma e così anche la luna: con tanto amore furono create per dare luce alla notte e così illuminare il nostro cammino. E poi il sole e la pioggia, quanto sono stupendi! È tutto una grande meraviglia. (…)


«È da un po’ di tempo che non mi interrogo sulla mia vita, su quello che è stato e su quello che ancora spero di ottenere o meritare o “sfangare”. Qualcosa, comunque, filtra sempre. Un attimo di consapevolezza che fa vacillare la teoria dell’onesto soldato che, pur non comprendendo appieno gli ordini ricevuti, cerca di conquistare o tenere la posizione. Ma le informazioni sono troppe, e troppo veloci, non le riesco nemmeno a codificare nella loro interezza e potrei anche aver ragionato su uno spunto che credevo essere corretto ma che, in realtà, era altro. In quel momento, per salvarmi, mi concentro su qualcosa di piccolo, che possa inquadrare con facilità. E mi assolvo con una risposta parziale. Ecco perché ammiro chi si interroga sulla vita; chi sceglie di non privilegiare l’obiettivo di breve termine lanciandosi alla caccia della preda più grossa e pericolosa. Chi sceglie – per coraggio, per imprudenza, per necessità, per fede – di misurarsi con quanto c’è di più misterioso e profondo.» (Stefano Martello)



«I grandi interrogativi della umana esistenza trovano una prima esposizione, pronte a scendere nelle dense profondità delle questioni sollevate.» (Claudio Fraticelli)



Celestina

di Adalgisa Zanotto (Marostica, VI)

Adalgisa Zanotto è nata a Bassano del Grappa (VI), vive a Marostica (VI). Coniugata e madre di tre figli. Lavora presso un Ente Pubblico. Collabora con gruppi di scrittura creativa e laboratori di poesia. È attiva in associazioni impegnate nel volontariato sociale. La passione per la scrittura l’accompagna da sempre, scompagina la sua vita, accresce la sua libertà, allunga i passi del cuore. Crede che le esperienze di ogni persona sono romanzi mai scritti. Ha vinto la sez. Racconto del concorso Rapida.mente 2015 con pubblicazione premio nella omonima antologia. Il suo racconto La Fessura è stato selezionato dal concorso Come farfalle diventeremo immensità ed inserito nella antologia La mia sfida al male (Fara 2016). Un suo testo in Uno scarto di valore a Bardolino (Fara 2016).

 I colori della libertà

Non dovevo essere viva, avere un nome, tanto meno un volto. 
Non sapevo fosse un problema nascere senza gli occhi.
Non immaginavo si dovesse morire all’idea di non poter vedere.
Invece la vita ha voluto vincere, il mio corpo ha scelto di vivere.
Sono stata fortunata d’incontrare Lisa e Franco che mi hanno accolta nella loro famiglia. Insieme ogni giorno a ricominciare, ad aggiustare il tiro, a rimuovere anticaglie, a rovesciare la prospettiva, a concederci nuove insospettabili possibilità. Non conto le volte che sono stata in questo ospedale.
Lisa mi ha assicurato che il 14 ottobre, giorno del mio compleanno, comunque sarò a casa e ci sarà una grande festa.
Boh! La situazione mi sembra dura, senza ossigeno fatico a respirare, non ho più la forza d’affrontare la tosse.
“Non so cosa farei per regalarle un attimo di felicità” ho sentire Franco dire a Lisa.
Dio mio, tutto il bene che mi vogliono è gioia pura. Non ce la faccio più, ma non voglio preoccuparli oltre.
Per me hanno sempre scelto la vita! A loro ho consegnato la mia fragilità.
Potevo essere una larva da accudire, senza passato, né presente, né futuro, senza speranza.
Il loro amore invece mi ha risvegliato l’anima ed ho conosciuto la gioia e tante altre emozioni.
Che meraviglia veder nascere e crescere i miei pensieri. Per arrivare all’alba non hanno trovato miglior strada che il buio. Con fili di luce o con lievi sussurri il silenzio m’ha condotto lontano.
Le cose le capisco al volo e so andare al di là di quello che non vedo.
Troppe giornate sono state gradini d’una risalita impossibile, in altre ho conosciuto persone veramente eccezionali.
Grazie a loro un’incredibile scoperta: pensare solo a me è la vera cecità. Sì, perdere di vista me stessa, sorridere a piene mani per essere semplicemente contenta.
Oggi però mi sento troppo stanca.
Le carezze di Franco riescono a tracciare sul mio corpo una traiettoria che raccoglie le parti di me sparse e perse sul letto. Non ho voglia di sentire sciocchezze, né sopporto pietismi. Mi basta avere qualcuno che mi dona la sua presenza.
“Dimmi la verità: scommetto che non hai ancora deciso chi invitare alla tua festa?” La sua voce vicino al mio viso è calda e rassicurante e per un attimo annego nella pace.
Chissà se ci sarà Stefano. Solo a pensarlo il cuore batte al ritmo di un tamburo in una stanza vuota.
Oh, non l’ho più rivisto. Ricordo il suo braccio appoggiato al mio, sul bracciolo della sedia in riva al mare. Un contatto nuovo, amorevole, quasi meraviglioso. Mai avevo sentito quel fuoco dentro.  Lisciava come un sapone alla lavanda ogni angolo della pelle.
Con le braccia così vicine ero piacevolmente sconvolta. Un bambino aveva osservato: “Mamma, se strizzo gli occhi a fessura il mare diventa una valle di diamanti.”
Sì, accanto a Stefano ero in una valle di diamanti. L’aria salmastra mi solleticava le narici e i pochi granelli di sabbia, inspirati con l’aria, rendevano piacevolmente ruvido il contatto fra lingua e palato.
“Stai facendo la lista, vero?”
Che fastidio, le parole di Franco interrompono i miei ricordi.
Lui non sa che penso spesso a mamma, la immagino che lavora, che guida, che cucina.
Chissà dov’è? Cos’ha da fare per non essere qui?
Se chiudo gli occhi (faccio per dire) mi sembra d’annusare il suo odore, nelle orecchie ho il timbro della sua voce, riconosco i suoi passi quando camminava saltellando, felice d’avermi in pancia.
Poi un giorno non ha più cantato, non ha più saltellato.
Piangeva e tremava. (…)


«Semplice, racconta il bello della debolezza, la gioia nella sofferenza.» (Elisabetta Sala)



«Scrittura agile ed immediata, presenta storie di riflessione su temi di attualità civile.» (Claudio Fraticelli)





Nata per  non vivere

di Valeria Franco (Varese)

   
Studentessa  del Liceo classico Ernesto Cairoli.


La vedi anche tu?
La vedi quella bambola appoggiata lì?
Come “quale”? C’è solo quella!
Sì, capisco che la stanza sia buglia e si fa faccia a vedere, ma l’unico raggio di luce che filtra cade proprio su di lei, sulla bambola adagiata su quel tavolo, là in fondo. Ora la vedi?
Non sarebbe bellissimo se potesse muoversi? Non mi importa se è inanimata, io voglio che si muova! Potrei attaccare dei fili ai suoi arti e renderla un burattino, ma non avrebbe senso, muterei la sua natura per creare un’inutile volontà illusoria.
Io voglio che viva, che si animi.
Non è giusto che il mondo fuori da questa stanza nasca, si evolva ed appassisca mentre lei resta imprigionata nel buio, dimenticata da tutti con gli occhi di bottone fissi su una porta perennemente sigillata.
Anche lei dovrebbe avere il diritto di morire, dopo aver vissuto ovviamente. Invece è condannata ad essere inanimata: nata per non vivere.
Non sarebbe bello rompere le regole della realtà? Prova ad immaginarlo, anche solo per un momento. Questa stanza così sola ed appartata, tale è la sua lontananza dal mondo che forse riesce a liberarsi dalle sue briglie. Una stanza talmente isolata da riuscire a scindersi dalla realtà e a creare al suo interno l’impossibile. (…)

Ecco, ora guarda di nuovo la bambola. Cosa vedi?

«Un noir che stimola la lettura tra colpi di scena, irreali, ma capaci di rappresentare con efficacia la lotta tra bene e male.» (Claudio Fraticelli)







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Mi manchi

di Sandro Serreri (Tempio Pausania, OT)

Sandro Serreri è nato a Massa Marittima (GR) il 01.10.1963. Vive e lavora in Gallura. Mail: sandroserreri@libero.it

Ho avuto paura di me, di te, di noi. Di noi, soprattutto. Di noi quando stavamo troppo vicini. Quando ci sfioravamo – ricordi? –, ci toccavamo. Ho avuto paura di me, dei miei sentimenti nascosti, camuffati, traditi, quelli strani, velati, da sempre chiaroscuri nelle ombre colorate. Ho continuamente avuto paura di quel che sudavo quando ti vedevo e mi fingevo distratto, smarrito, fuori luogo. E tu te ne accorgevi e sorridevi con malizia disarmante. Dimmi, che altro potevo fare davanti al tuo sorriso e ai tuoi occhi? No, non potevo non aver paura! Paura della tua vicinanza così fisica che, annusando il tuo odore insieme al tuo profumo, la memoria andava subito a quelle sere e a quelle notti dove dormire era quasi impossibile e lo smarrimento dei sensi fortissimo.
Due adolescenti, ecco quel che eravamo ed io con le mie paure e le mie timidezze più di te, molto più di te. Al mattino, poi, mai saliva la vergogna come, invece, il buon caffè versato nel latte bollente. Vergogna: e perché mai? Bastava la paura, la paura mia e tua.
Questa paura, comunque, mi faceva star male, mi metteva di fronte un senso di vuoto così grave che mi era sempre molto difficile riuscire a non piangere come un bambino. Tu eri lì con i tuoi grandi occhi, bellissimi, e nulla mutava dentro quella stanza del mio cuore che tu solo conoscevi per averla felicemente abitata, resa viva, calda, confortevole.
Ah quanto ti sono grato! Per questo, credimi, sento di amarti ancora. E non mi vergogno di provare tuttora lo stesso amore anche se questo mi fa paura come allora, più di allora. Ciò vuol dire che anch’io sono sempre dove ci siamo lasciati. Mi ero detto partito, lontano, un altro, cambiato, dimentico, ed invece eccomi ancora qui, con lo stesso bagaglio di sentimenti, di passione, di tenerezza che insieme continuamente aprivamo senza stancarci, mai sazi, mai appagati.
Dimmi, tutto questo non è sorprendete? Bello? Magico? Perché, allora, ancor oggi dovrei aver paura? Perché continuare ad agitarmi e ad arrossire? Forse, questa, è vergogna o, ecco, piuttosto, paura di scoprire che il nostro amore non è mai andato via? Che ancora amo quel sorriso, quegli occhi? Che non ho mai cessato di provare lo stesso sconvolgente sentimento di tanti anni fa?
Ecco, quel che mi fa paura: la paura di amare e di sentirmi ancora amato. E noi due ci siamo amati, amati come solo noi due potevamo amarci, infinitamente piccoli dentro le nostre reciproche timidezze ed ingenuità. Ed io, ricordo, ero molto più ingenuo di te. Per questo – o per altro? –, non ci siamo mai spinti oltre certe geografie dei nostri corpi e dei nostri sensi e siamo rimasti ignari di tutto quel che va fatto una volta raggiunti faticosamente i confini. Forse, però, è stato bene così, sia per me che per te. Comunque, resta la domanda: perché non siamo mai andati oltre? Perché io ho trattenuto te e tu hai trattenuto me? Ancor oggi non so quel che ci dicevano in quei momenti il nostro cuore, la nostra pelle, il nostro tatto. Resta un mistero. Lo sanno, forse, quelle notti e, molto segretamente, lo so anch’io e anche tu, ma, chi sa perché, abbiamo sempre sentito che era bene non dirlo, non scriverlo. E così è stato. (…)


«Ho apprezzato il miniracconto "Dare pane a chi non ha i denti"» (Elisabetta Sala)



«Introspettivo, molto descrittivo con approdi moraleggianti. Una scrittura  scorrevole.» (Claudio Fraticelli)





La guerra dei bambini

di Federigo Festini (Firenze)

“Nacqui in tenera età, come era costume della mia famiglia, in quel di Firenze. Di sana e robusta costituzione, crebbi talmente in fretta che a soli sei anni ero il primo di quattro fratelli. Non sapendo come ammazzare il tempo mi sono laureato in medicina e da  allora mi guadagno la vita tastando, auscultando e scrivendo ricette. È  stato proprio scrivendo ricette che mi sono accorto che scrivere mi  piace e allora, ho cominciato a scrivere racconti e capita di rado, devo  dire, molto di rado, di prescrivere un racconto e pubblicare una ricetta. Ma i pazienti curati coi racconti sono guariti tutti... Le  ricette invece non hanno convinto la critica. Pazienza. Padre e marito complicato, a quarant'anni ho abbracciato la meditazione  o meglio, la meditazione ha abbracciato me e da allora procedo, non
senza difficoltà, di porta in porta, fino alla prossima dimora.”

IL GRANDE ORSO

“Signor Conte! Signor Conte!” Johannes era letteralmente ruzzolato dentro la vasta sala delle riunioni dopo aver superato con una capriola le esterrefatte guardie che ne difendevano il massiccio portale e con una agilità incredibile per quel piccolo corpo deforme era arrivato in scivolata proprio davanti al suo signore a cui adesso abbracciava il ginocchio in segno di irriverente sottomissione.
“A parte il fatto che forse era meglio che come tutti gli esseri umani tu avessi semplicemente bussato alla porta invece di tentare di falciarmi al suolo, avevo espressamente e assolutamente proibito a tutti di disturbare questa riunione con i miei cavalieri, qui non stiamo giocando Johannes, la situazione è estremamente critica, stiamo forse per dover affrontare una guerra e non è proprio il momento per i tuoi giochetti e i tuoi scherzi vattene! Per questa volta ti lascio la testa sul collo e ti eviterò le frustate, ma solo perché sei il mio buffone preferito”
“Il solo signor Conte!”
“Cosa?”
“Non il preferito mio signore, l’unico e non ce ne sono più in giro, sono l’ultimo. Se mi farete tagliare la testa chi vi allieterà le serate? Chi vi farà conoscere la verità? Chi vi suggerirà all’orecchio gli umori del popolo e dei vostri cortigiani? Chi vi proteggerà dalla vostra stessa superbia e testardaggine?”
“Brutto, piccolo, infame... fuori subito da qui e non farti più vedere fino a stasera o quel tuo ridicolo cappello non ti servirà più a niente!!”
“Ma signore è una questione della massima...”
“Fuori! adesso!”
Il Conte Ullrich era in piedi immobile davanti al grande camino in cui stavano consumandosi i ciocchi che nelle ultime ore avevano provveduto, unitamente a una tensione nervosa palpabile, a riscaldare l’enorme sala. Si stagliava alto, elegante, non tanto nelle sobrie vesti quanto nel portamento; i capelli lunghi e neri striati di grigio sulle tempie incorniciavano un bel volto spigoloso in cui spiccavano una scura barba e due occhi verdi e profondi che sembravano sondare la realtà oltre il visibile. Indossava una semplice tunica rossa sopra un paio di brache di cuoio, un paio di lucidi stivali neri, una cintura in cui era infilato un coltello da caccia e un mantello bianco con lo stemma del casato. Lo stesso stemma che giganteggiava sopra il caminetto, un grande orso rampante inscritto in uno scudo inquartato in bianco e rosso, il blasone dei Conti del Bearn. (…)

«Fiaba un po' buonista ma ben scritta.» (Elisabetta Sala)



«Il misto di ambientazione medievale e un pizzico di fantasy compongono una piacevole lettura sorretta da buoni sentimenti.» (Claudio Fraticelli)





L’assoluto

di Massimo Sannelli (Genova)

Massimo Sannelli è nato nel 1973. Vive e lavora a Genova. Si è laureato in Lettere presso l’Università di Genova, sotto la guida di Edoardo Sanguineti, e si è perfezionato in Filologia Latina medievale presso la Sismel (Firenze), negli anni della direzione di Claudio Leonardi. Tra il 1994 e il 2004 ha scritto su riviste nazionali e internazionali di poesia, italianistica, filologia classica e romanza (“Lettere Italiane”, “Maia”, “Medioevo Romanzo”, “Poesia”, “Resine”,”Rivista di Storia e Letteratura Religiosa”, “Semicerchio”, “La Rassegna della Letteratura italiana”, “Medioevo Latino – MEL”). Nel 1997, con “il melangolo”, inizia un lavoro di edizioni medievali (Boezio di Dacia, Anonimo di Erfurt, Alano di Lille, Monaco di Montaudon, Ugo di San Vittore) che sta continuando, presso “la Finestra” (Trento). Le sue poesie sono raccolte nel volume L’aria (Puntoacapo editrice 2009). Nel 2010 ha pubblicato  con Fara un commento originale alla Comedìa di Dante. Come attore, appare in film sperimentali e in azioni di teatro di ricerca, in film e spettacoli di Alessandra Chiodi, Gabriele Casassa, Fabio Giovinazzo, Denis Astolfi, Alessandro Seri e Nino Cannatà. Per il cinema, è uno dei collaboratori accreditati del film La bocca del lupo di Pietro Marcello (David di Donatello e Nastro d’Argento; Caligari Preis al Festival di Berlino e primo premio al Festival di Torino). Con Scuola di poesia edito da Vydia editore ha vinto il premio “Il Golfo” 2012. Il suo sito è www.massimosannelli.blogspot.com


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Ketoprofene buono, di dose in dose –

è il mio tipo di orgia, ora. ero malato, e voi mi avete curato, in nome della chimica e della grazia.

Perpetuum mobile di Busoni, To the Wonder di Malick, gli Afterhours, ma anche i primi 30 minuti di Creed – quello che è mio è tuo, ma la mia casa non è la tua casa – e quello che è doloroso non è il pericolo, ma l’errore (cadere).

le gambe sono natura e scultura, belle; e la bellezza è questa iena delicatissima, l’angelo-iena, che morde e fugge, morde e fugge, e io non mordo e non fuggo, ma si impone lei, non schifosamente, ma bene. “Sarai cosí sola, ora che mi hai” è un verso potentissimo, ma vero [per me è vero]. Ora che hai capito l’errore – l’amore disperato è l’errore, e la peste – ti dirigi ad una nemesi particolare, e non la conosci ancora. Quale nemesi? Rifiutare la storia d’amore, ma non l’amore. E rifiutare la storia.

ma che cosa vuoi rifiutare? Vuoi rifiutare un piacere, come il sonno. Tu non puoi. Vuoi rifiutare la domanda e l’offerta, dove sei quello che chiede, chi ottiene e prende, e riceve e dà, qualcosa – e non sai chi sei? vuoi essere nel letto, nel contrasto. Nella pace, forse. E la pace non ti basterà mai – vorrai il tabacco, almeno questo, e non ti basterà neanche il tabacco, allora vorrai volare, come quando vedi l’aereo sopra Genova, vuoi questo pensiero della fuga, ma non ti basterà neanche l’idea del volo. Solo una presenza può bastare, forse, finché non la vedrai e allora sono cazzi molto amari, e tu lo sai, questo? lo sai?

andare to the wonder è l’ideale ideale? Forse. Forse. ora io sono un perfettissimo bastardo, dentro e fuori, e magistrale. E insegno uno stile, prima di tutto; e dico che il maestro fa quello che vuole, quando vuole. È superbo, ma insegna. In ogni parola insegna, ma non è buono, né gentile, né quieto. Quando insegno per le agenzie e per le scuole sono piú buono, perché sono dentro un’istituzione. Ma nella mia solitudine no. E questo stile? Ma questo stile. Ma questo stile che cosa è? È il nuovo modo nuovo di gridare al lupo, per vedere se rinasce Rimbaud, e se stavolta si organizza per non morire. Forse rinasce tra i miei allievi. Perché no? Tutto quello che faccio tende a questo eroe, separato ma sano: iena mangia iena, dente tocca dente, guancia sfiora guancia, ghigno vede ghigno, occhio vede occhio, di pensiero in pensiero (sono tutti pensieri; e sono soli). (…)


«Pastiche di scrittura creativa per palati singolari.» (Claudio Fraticelli)





Una riviera invisibile

di Giorgio Massi (Ascoli Piceno)

Giorgio Massi Giorgio Massi (Ascoli Piceno, 73). Studi classici, laurea in Giurisprudenza. Promotore di eventi artistici e culturali. Appassionato di critica, filosofia e cinema.
Incipit

Perché non ho la radio in auto? Bella domanda.
Non lo so.
Forse, perché al volante mi distraggo facilmente. Forse, perché mi piace guidare senza il sottofondo di canzoni metal o il requiem di una radiocronaca di calcio, i dispacci di un comizio della Camera, o il conforto di un bollettino meteo, il jingle pubblicitario sputato con voce catarifrangente di un ex cantante di blues.

Alla fine, riempio il silenzio dell’abitacolo soltanto con i miei pensieri.
Fragili come birilli, duri come balle da bowling.

Si tratta di fisse di un sopravvissuto del terzo millennio.
A ogni viaggio risuona sempre la stessa domanda: .
Questo ancora non lo so. Forse un critico senza ali.
Un predestinato alla gogna.
Un amante del fuoco letterario, o un semplice amico dei gatti.

Un disperso nella Riviera.
Squarcio di terra adriatica scolpita nel vetro.


«Il ricorso alle iperboli e alle metafore paradossali sono ingredienti di un incalzare di parole che confinano con il non sense e gli odori, rumori e scorrimenti di vita quotidiana.» (Claudio Fraticelli)


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