venerdì 11 ottobre 2013

Giambattista Bergamaschi
Tra le righe

Ottobre 2013




Una sorta di autobiografia fantastica questa seconda silloge narrativa di Giambattista Bergamaschi, appena edita (in ebook liberamente scaricabile) da www.grazzaniseonline.eu/spip.php?article612, eccellente vetrina culturale e letteraria su cui da anni il nostro autore ama pubblicare alcune tra le proprie cose migliori.

Quaranta racconti in III persona, indifferentemente brevi o lunghissimi, intessuti con squisita e sorvegliata perizia linguistica finiscono per lasciare in bocca, a conclusione di una lettura avvincente, il nostalgico piacere di un viaggio che avremmo preferito proseguire (perché quella dovrebbe essere la vera realtà, nel bene come nel male...), l'indelebile impressione di aver attraversato, in virtù del prodigio letterario, un completo universo - vero o presunto tale - di casi umani e situazioni esistenziali, un'autentico rizoma di visioni o riflessioni sull'infintesimamente piccolo come sull'immensamente grande, in cui Bergamaschi ama con naturalezza perdersi, cimentandosi nella sperimentazione delle più svariate tecniche narrative, tra le quali per nulla trascurabile il suggerimento in nota di link musicali da aprire ad inizio lettura.

A me piace narrare - scrive l'autore stesso nell'Introduzione al proprio lavoro - vuoi per nostalgia vuoi per immortalare, come in un’istantanea, persino l’emozione apparentemente più insignificante e tuttavia a mio giudizio degna d’esser condivisa con altri, ovviamente in una modalità “efficace” o non banale (si veda, ad esempio, la tecnica epistolare con cui viene resa, in stile diretto e quotidiano, l’amichevole Umberto o l’approccio ultraminimalista tentato in Arlecchino e Colombina, Sul Tevere, Dolcetto spaventato, Carnevale remoto, il tono velatamente scientifico-speculativo de I piani dell’osservazione ovvero elegiaco di Ad maiora e ancora il godimento di un umorismo tutto vernacolare in Bistrot bistrot!, fino alla garbata - ma ahimé fin troppo realistica - “illusione didattica” di Come passare dal Giappone al Carducci)”.

In Ad maiora, bruciante “racconto-non racconto”, accade di cogliere - “tra le righe”, ovviamente - uno dei valori forse più intensi del narrare stesso:

Questi temporali inauditi ed eterni, questi fiumi di pioggia a pianger senza fine, questo rigido, umidissimo inverno di fine maggio, ad un mese giusto dagli stregati giorni di pieno sole d’aprile, trascorsi in libertà lungo la costiera…

Gente senza più un lavoro, giovani senza futuro, nel disfacimento dell’astrattismo immobilista, nel parolaio, “diplomatico”, prudente stallo…

Quanta rabbia spietatamente repressa umilia ogni difesa immunitaria!

E ci si ammala di tristezza, di rancore, d’odio e disperazione, di non sapere, di non potere.

Ci si ammazza.

Meriterebbe - un tal naufragio - più d'un semplice racconto, e non può passare così, impunito, sì che una narrazione non ne stagni il ricordo.

Per poter scordare…
Per dimenticare, un giorno, tutto il male.

Par quasi di vederlo, di udire la sua voce, in classe - sguardo distante da cantastorie -, mentre seduto tra i suoi ragazzi “racconta” la magia della relatività einsteiniana come la disperazione demografica dei nostri giorni, le intimità mai narrate di vocali e consonanti come le favolose peripezie di Odisseo per un Mediterraneo senza fine...

Ogni cosa può assurgere alla dignità di emozionante racconto, persino l'episodio più “insignificante” di una qualunque nostra giornata. Basta crederci, immaginare che qualunque esperienza umana, esistenziale o cognitiva, possa (debba poter) assumere (cfr. Jerome Bruner, La cultura dell'educazione, 1997) i connotati di un appassionante brivido narrativo.
Poi, naturalmente, raccontar bene è anche questione di “manico”...

Il resto è “spiegato” dall'autore stesso nell'articolata Premessa al bel volumetto, anche stavolta in più di un luogo cedendo alla tentazione di “raccontare” ciò di norma viene “trattato”:

Confiteor che, al termine di un’ultima messa a punto dei seguenti miei racconti - e prima ancora di impostare la presente introduzione -, a poche settimane da una proficua vacanza romana soavemente contrassegnata dalla struggente benedizione di Papa Francesco in Piazza San Pietro, sono stato non poco tentato di aggiungerne un ultimo un po’ speciale, tra fantapolitica e fantastoria, quello di un Paese che - oltremodo nauseato da tutto un cumulo di schifezze (che per delicatezza taccio), dunque irreversibilmente determinato nella volontà di riaffermare i più essenziali capisaldi di umana decenza ed evangelica moralità - decide di riavvolgere il rocchetto della storia di almeno centocinquant’anni, per implorare con tragica impazienza l’immediata annessione ad un redivivo Stato Pontificio incantevolmente retto dal santo e saggio Padre Jorge Mario Bergoglio.







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