mercoledì 14 gennaio 2026

Storie vive

Denis Astolfi, Dedicato ai curiosi, Amazon Italia Logistica 2025
Immagine di copertina di Celeste Astolfi

recensione di AR

“Sono un cacciatore di storie complicate e stravaganti e quando ne rintraccio una la seguo nell’ombra, senza turbarne lo sviluppo.”
Così scrive l’autore nell’Introduzione a p. 3. Ed è in effetti stimolante immergersi in queste storie strampalate, ricche di colpi di scena e vicende tragicomiche. Così veniamo presi dal fortuito incontro parigino fra una disegnatrice adolescente al suo primo viaggio in Francia e il musicista di strada di cui si parla in Due vite in un tratto; o  dall’incredibile viaggio a Santiago narrato in Due cervelli in fuga; o dalla “sceneggiatura” già pronta per essere riversata in un film di animazione, di Due cuori, un sepolcro!
Denis Astolfi esprime un umorismo creativo e struggente ed è abilissimo a intrecciare storie in cui il verosimile cavalca una fantasia che pure è assai realistica, viva e coinvolgente, perché calata in situazioni che possiamo aver vissuto, in sensazioni che abbiamo provato, in emozioni che tutti abbiamo sperimentato nei momenti in cui il nostro cammino ha imboccato svolte importanti.
Queste pagine ci divertono, ci commuovono, ci sorprendono, ci spiazzano, ci danno fra le righe insegnamenti preziosi, ben innaffiati di ironia e comicità.
Non privatevi della gioia fi sfogliarle (e di leggerle, naturalmente :).

In Conclusione (p. 271), il Nostro afferma:  “Ascoltate tutti, anche chi è diverso da voi. E, soprattutto, raccontate. Perché ogni storia avvia una scintilla e, se la scintilla è quella giusta, potrebbe riaccendere tutto quello che abbiamo dimenticato.”

La simmetria imperfetta

da Faranews Numero 80


In una rete di linee che s’intersecano: La simmetria imperfetta





Il prisma scompone la luce, ne restituisce colori fulgidi, abbaglianti densità cromatiche che accarezzano la materia, rivelandone inaspettati particolari, sorprendenti trompe l’oeil.
Johan Thor Johansson non è Alessandro Ramberti, ne è solo la proiezione fantastica, l’imperfetta simmetria dell’uomo. È il suo trompe l’oeil, la mistificazione che aleggia con la fantasia.
Johan Thor Johansson mostra un mondo in cui l’inverosimile (con la sua portata rivelatoria) è un aspetto piuttosto consueto del reale, ne è la prospettiva più autentica (inautentica?), quella che si avvicina al vero (al falso?). Così i giochi prospettici e i rovesciamenti evidenziano le sfaccettature segrete delle cose nonché i recessi più remoti di noi stessi (Johan Johansson è Alessandro Ramberti nella sua realtà parallela, forse il prodotto di un’allucinazione davanti allo specchio).
Il protagonista della storia è egli stesso uno che cerca (“ein Suchende”, potremmo dire, per entrare immediatamente in area germanica), all'interno del suo essere e agire, in relazione a ciò che accanto a lui accade e a chi accanto a lui vive.
Allora eccoci nel cuore del libro in cui specchi, labirinti si moltiplicano all’infinito, rimandando a nessun altro che a se stessi: lasciano scappar via il senso, quasi in una dimensione borgesiana e combinatoria (La√ è il titolo speculare di alcuni capitoli del libro), di letteratura al quadrato. Poi la grotta e la scalata impervia di una montagna, tipici topoi romantici della letteratura tedesca, situazioni da viandante goethiano verso lo Harz o di discesa nella profondità della terra (ma leggiamo: anima), tipica di quegli straordinari poeti-scrittori tra Weimar e Jena, nei quali misticismo e contemplazione misterico-alchemica della natura si fondono (alcune atmosfere ricordano racconti come Der Blonde Eckbert di Tieck, esperienze mistiche che rimandano alla formazione “esoterica” di un novalisiano Heinrich von Öfterdingen).
In più risulta fortemente straniante l’ambientazione: l’Islanda, che naturalmente riporta alla mente i Canti dell’Edda, esplicitamente citati nel libro; con le sue divinità pagane, le enigmatiche kenningar che muovono ad un senso altro delle cose; con i suoi ghiacci che nascondono incandescenti fluidi magmatici (e affiora alla mente Hebbel che riassume allo stesso modo, nei suoi diari, l'unicità dell'Hekla, il vulcano di ghiaccio dell'isola).
Tuttavia non è solo letterarietà quello che brilla ne La simmetria imperfetta, ma anche una serie di vicende ed esperienze alle quali l'autore attinge e che fanno parte del vissuto del Ramberti uomo: l'avventura giovanile di scout che lo hanno condotto ad un confronto con la natura (scalate di rocce e escursioni per grotte), i viaggi per studi e ricerche: letteratura e vita, anima ed esattezza.
Ancora una volta, dunque, i riverberi della letteratura sulla vita e i riflessi di quest'ultima sulla prima.
Nell'intera vicenda si cala, senza il minimo contrasto, l’anima profondamente cristiana dell’autore (ma chi dei due? Alessandro o Johan?) ed emerge prepotentemente l’aspetto etico-religioso di tutto il libro (ne siano testimonianza le citazioni di Confucio, dal Paradise Regained di Milton, la carità “paolina” che chiude il libro) tale da rendere la fiaba una parabola morale.
Nell'intreccio di una letteratura autenticamente naturale, popolare, primitiva, ingenua (tanto per restare ad un romanticismo tedesco di marca schilleriana) con la controparte ”sentimentale”, con il massimo di artificio risiede la ragione dell'opera, così come dall'incontro di una nordica tensione speculativa e di una mediterranea genuinità religiosa germoglia l'orientamento etico che ne sottende la funambolica architettura.
Così tra il linguista islandese Johansson e il linguista mancato Ramberti (per sua stessa ammissione: e si vedano a tale proposito gli intarsi linguistici che popolano il racconto, anche a mo' di chiave enigmistica dell'opera) si crea la sottile continuità, l'imperfetta simmetria, dello scrittore-moralista che vede la letteratura come “etica al quadrato”.

martedì 13 gennaio 2026

TRENTINO

di Vincenzo Capodiferro




Piccola fiaba ispirata alla muraglia cinese delle Dolomiti lucane. Passando per Pietrapertosa il mio pensiero subito volava… al Trentino…


Sapete perché il Trentino si chiama così? C’era una volta nell’anno Mille un re, che si chiamava Santo. Era un padre buono e la sua sposa era la regina di Mulla, il vecchio nome della città di Trento. Il nome derivava da Mull, che significa spazzatura, o da Mille, perché s’era ingrandita nell’anno Mille. Santo e la sua amata sposa, che si chiamava Santina, ebbero trenta figli e li chiamarono ognuno con il nome del numero corrispondente: Primo, Secondo, Terzo, Quarto… fino ad arrivare al trentesimo, il quale nacque alla fine, quando Santina era molto avanzata negli anni. Era molto basso di statura, perciò lo chiamavano Trentino. Trentino era molto intelligente ed attivo, perciò il padre, contravvenendo alla legge della primogenitura, voleva lasciare il regno di Mull a Trento, come si chiamava l’ultimo figlio, o Trentino, come lo chiamavano. Però gli altri fratelli non accettavano le risoluzioni del genitore e cominciarono a congiurare contro Trentino: 

– È basso, anche se bello, astuto! vuole prendersi il regno! Il castello di Mull, perciò, veniva chiamato del Malconsiglio, perché tutti i figli congiurarono contro Trentino e contro i Genitori, il re e la regina. Si formarono due gruppi, uno era a favore di Trentino, anche se erano pochi: Settimio, Ottavio, Decio, Quindecimo, Ventitreesimo, Ventisettimo. Tutti gli altri favorivano Primo. Tredicesimo e Diciassettesimo si disputavano la carica di Viceré. Alla fine decisero di andare a disperdere Trentino in una foresta. Però alcuni dicevano:

– Guardate che Trentino è molto furbo, se lo lasciamo nella foresta Giulia potrebbe ritirarsi. Egli parla con gli animali e con le piante. È esperto nella magia.  

La foresta Giulia era un’antica boscaglia che si ergeva per tutta la Venezia Superiore ed era immensa, facilmente ti ci potevi perdere. Prese questo nome perché Giulio Cesare vi si rifugiò durante la Guerra Civile con Pompeo con le truppe e così non si faceva mai trovare. La foresta poi fu tagliata per le riforme dei contadini. Allora intervenne Diciassettesimo:

– Portiamolo e caliamolo nella grotta di Friulio, è una grande voragine, senza fondo. Di lì non ne uscirà più. Ah ah ah!

Con la scusa di fare una gita tra le montagne e fare un picnic presero Trentino e lo calarono dentro l’immane voragine della caverna di Friulio.

– Aiuto! Aiuto! – Gridava il povero Trentino, ma quegli ingrati di fratelli senza cuore scapparono via. Pareva proprio come Giuseppe e i suoi fratelli. Quando tornarono a casa dissero al padre che era morto, caduto da una rupe e che il corpo era stato afferrato da una grande aquila e portato via.

– Adesso, come farò? – Balbettava Trentino stridendo i denti, ma non si scoraggiava. Le provviste finirono. Ad un certo punto udì da lontano una voce:

– Ah! Chi sei tu? Trentino!

– Come fa a sapere il mio nome? – Pensava tra sé: – E chi abita qui in queste grotte orrende? Staro sognando, o sono morto.

E comparve dal buio della caverna un uomo con una barba lunghissima, vestito di un manto finissimo e dietro seguiva una donna bellissima, pareva una fata e una corte di gnomi, di nati e di altri esseri strani. 

– Io sono il mago Friulio e questa è mia moglie Smeralda. Io sono il Signore di questa terra, il Friuli.

Si presero cura di Trentino, che stette in quella grotta per dieci anni. Intanto Primo aveva spodestato il padre, fatti rinchiudere i genitori nelle secrete del castello di Malconsiglio e dominava tirannicamente sulla città di Mull e su tutto il principato.  Aveva chiesto in mano anche una delle figlie di Friulio, Giacinta, che era bellissima, ma Friulio si era rifiutato, allora l’aveva fatta rapire dai suoi bravi. Giacinta era innamorata di Trentino. 

Friulio aveva le chiavi del regno di Fantasia, un regno infinito, ove esistevano interminabili schiere di esseri strani, mai visti. 

Per liberare Giacinta e il regno di Mull, Trentino assoldò dal regno di Fantasia un esercito di militi di ghiaccio, guidati da Frigerio. L’esercito partì alla volta di Mull per assaltare il castello di Malconsiglio. All’inizio tesero un tranello e mandarono in dono, da parte di Friulio, Signore del Friuli, una grande statua di ghiaccio, che pareva di vetro, facendo finta che Friulio avesse accettato le pretese di Primo su sua figlia Giacinta. Gli altri fratelli, soprattutto Diciassettesimo, erano diffidenti, ma Tredicesimo alla fine riuscì a convincere Primo ad accettare il dono, per prendere in moglie Giacinta con il consenso del padre. 

Fecero entrare la statua nell’atrio del castello di Malconsiglio. Tutti l’ammiravano, pareva di cristallo luminescente. Durante la notte dalla statua uscirono i soldati di ghiaccio, intanto un altro esercito, guidato da Trentino, aveva raccolto per strada tutti i ribelli, e si recava dritto al castello di Primo. Con un’azione congiunta i soldati di dentro e quelli di fuori che sfondarono il portone del castello. Irruppero, sconfissero il nemico. Fecero prigionieri i fratelli, li rinchiusero nella torre, liberarono i prigionieri. Santo e Santina furono liberati e Trentino fu proclamato re di Mull, con l’acclamazione di tutto il popolo che si era liberato della tirannia. Trentino sposò la principessa Giacinta e regnarono per lunghi anni, felici. Il regno prosperò sotto la reggenza di Trentino. Da allora la città di Mull fu chiamata Trento, in onore del re e il castello di Malconsiglio mutò il nome in Buonconsiglio.

sabato 27 dicembre 2025

La Terra promessa di Montale

Alberto Fraccacreta, Eugenio Montale. Il tu e la cultura ebraica, Quodlibet Studio 2025

recensione di AR



Il libro è strutturato come segue:

Introduzione. L’errante nel Canaan: l’identità con la cultura ebraica

I. L’arca delle muse attàh (אַתָּה) e il Femminile cabalistico

    1. «Il sospiro del frangente»: il dono e la grazia in Casa sul mare
    2. Lo slang “mistico” nelle Lettere a Clizia: la ricerca della propria identità nell’altro 
    3. Chi è Pilar? Storia di una musa montaliana

II. Il senso di confraternity

    4. Il “simbolismo autoriflesso” in Montale traduttore e tradotto
    5. Temi e lemmi montaliani nel Conte di Kevenhüller di Giorgio Caproni
    
III. La via: l’altrove e la fede

    6. Per un Montale siriano e gerosolimitano
    7. Appunti per un commento a Ho tanta fede in te negli Altri versi

Procedo a ritroso. 
Da III.7: “Ho tanta fede in te è una lirica fondamentale per tirare le somme non soltanto della tarda silloge, ma dell’intera scrittura montaliana, soprattutto se integrata con il ritorno bruciante di Arletta/Capinera nelle poesie finali.” (p. 132); “Scrive Franz Rosenzweig: l’ebreo «non crede in qualcosa, è fede egli stesso».” (p. 135); “L’io sfibrato ritorna alla possibilità di una pienezza d’esistere grazie alla presenza del tu. La fede nel tu è rafforzamento dell’io, attàh.” (p. 137).
Da III.6: “Luce d‘inverno è una considerazione sulla prossimità della vita e della morte, sul fatto che esse coincidono, «poiché l’evento che fa nascere a nuova vita» il poeta «è quello definitivo: è una scintilla che lo rende ’nuovo’ e ’incenerito’.(…)».” (p. 111, citando dal Commento di I Campeggiani e N. Scaffai a La bufera e altro); “A Gerusalemme Montale si confronta con il Cristo come mai aveva fatto prima.” (p. 119); “Sembra quasi che sia avvenuto il passaggio dalla pietas alla caritas, che coincide appunto con il salto dal ’sacro’ al ’santo’, tma presente in Montale già dei tempi del preziosissimo Quaderno genovese.” (p. 122).
Da II.5: “Fondamentale è sottolineare come il livornese, avviatosi al cammino pneumopoetico da una prospettiva ’errante’ del tutto montaliana, cerchi la trascendenza in uno scarto di negatività affermativa (la cosiddetta teologia negativa, (…). La via di Dio è, prima di ogni altra cosa , via negationis, patologia del divino, presunta inesistenza che deve esistere oltre la barriera inscalfibile ed evanescente del nulla, del mysterium iniquitatis, per conferire senso alle cose.” (pp. 92-93).
Da II.4: “Ciò che vorrei dimostrare è che il poeta-traduttore cerca nel testo in via di traduzione, più o meno consciamente, le immagini e le tracce di sé stesso (di ciò che caratterizza la sua individualità lirica) fino a riprodurle ed evidenziarle al di sopra della lettera.” (p. 69).
Da I.3: “Pilar, non identificabile in nessuna delle ispiratrici e al contempo comprendente ognuno dei caratteri essenziali di esse, rappresenta non soltanto la presenza paradigmatica della Virgo (Bernadette) e di una femminilità perfetta e assoluta, ma anche il luogo stesso dell’infanzia (il beccafico, Sylvia borin), i virgiliani Saturnia regna che riadducono il tu e l’io stesso verso una completezza biblica-prelapsaria ora negata, un’integrità della natura umana in senso sottinteso e più profondamente mariologico. Le muse sono così racchiuse in un’arca – il Nome-della-Madre – che le preserva dal diluvio dell’oblio.” (p. 63).
Da I.2: “Come dirà in L’immane farsa umana, poesia del Quaderno di quattro anni (OV 596), il tu è un «calco» dell’io. Importante notare che questo intuarsi presupponga infine una ricaduta nel me, a causa della mancanza di riflessione nel divino (agirebbe insomma la forclusione del Nome-del-Padre, l’assenza del Terzo).” (p. 43).
Da I.1: “Sospiro e patto, frangente e destino. Tutto sembra già scritto. Ma il varco è un’assenza di sospiro, un momento di dispnea che rompe l’andamento regolare del divenire, l’amor fati. Uno stacco improvviso, verticale, unico. Il Montale di questa poesia [Casa sul mare] è ancora decisamente il giovane lettore degli apologeti cristiani (Ernest Hello, in particolare), la cui presenza ricorre spesso nel Quaderno genovese.” (p. 31).
Dall’Introduzione: “(…) è quindi un ebraismo di identità, un dialogismo io-tu (colpa-salvezza) che costituisce il termine fondante del cosiddetto soggetto lirico.” (p. 17).

Alberto Fraccacreta interpreta al più alto livello la missione del critico letterario, mettendo a frutto le sue ampie e appassionate ricerche con una sapiente capacità di mettere assieme pezzi e frammenti, fili contorti o spezzati… che risultano di fondamentale importanza per indagare personalità assai complesse coome quella di Montale. Con l’ardire e la curiositas di un navigatore, Fraccacreta ci conduce nei meandri creativi ed esistenziali del poeta ligure con un approccio amicale e al contempo rigoroso, ciò che riscalda questi saggi irrorandoli di una umanità che affratella e cattura chi li legge. Questi saggi sono davvero una miniera per conoscere l’officina (anche con i suoi angoli in ombra e meno edificanti) di una grande anima del Novecento contraddittoria e al contempo illuminante, forse fiduciosamente scettica, in costante ricerca, come tutti, di un tu pregnante e mutevole che possa sostenerci, completarci, migliorarci e magari avvicinarci a un Tu indefettibile eppure sfuggente, che possa davvero salvarci. 

domenica 21 dicembre 2025

News da Adele Desideri dicembre 2025

Gentili lettori, segnalo quanto segue:


*Il numero di dicembre 2025 della rivista SENECIO, al link  senecio.it, con i seguenti contributi:
Francesca Angiò, Euripide, Poliido (P. Phil. Nec. 23 ?, col. I, vv. 47-48)
Giuseppe C. Budetta, PSYCHE
Maria Grazia Caenaro, Tragedia greca e cinema
Adele Desideri, Su M.B. Morzenti, Abu AvrahàmIncontrarsi oltre la storia
Anna Lonbardo, Alessandro Cabianca, tra “Echi e Discordanze” (Riflessioni e aperture)
Peppe Sini, Il tragico silenzio di noi pacifisti dinanzi alla guerra nel cuore d’Europa. Umile un appello Maria Nivea ZagarellaTesti (Teatro greco di Siracusa)

*Il saggio di Adele Desideri al libro di Manuel Bonomo Morzenti, Abu Avrahàm. Incontrarsi oltre la storia, Enrico Damiani Editore, 2024, fruibile al link senecio.it/rec/Desideri_MANUEL.pdf.

“Una famiglia araba e una ebraica si incontrano oltre la storia, nel nome di un unico padre” (al link enricodamianieditore.com/product/abu-avraham).

*Il romanzo di Luciano Curreri, Perdonaci, Padre, perché peccheremo, (Un testo dalla rivolta), Nerosubianco2025.
Curreri, con uno stile ineguagliabile, post-apocalittico, dà vita a una fiaba postmoderna dall’esito fatale, a una metafora ironica, cinica, dissacrante, nella quale denuncia i drammi sociopolitici e culturali contemporanei. Una metafora che illumina - e fa male.

“È un testo distopico e rastremato che racconta, quasi come fosse un soggetto cinematografico, la rivolta dei nuovi schiavi che combattono e conquistano la penisola italiana, svuotandola delle famiglie, dei boss, dei criminali, dei politici, dei tecnici piangenti, dei fanatici militari e di altre, (in)umane tipologie. Affidato volutamente alla parca descrizione di una carica iterata, ovvero a una marcia detta senza troppi fronzoli, che si gonfia via via e muove da Sud a Nord, tra paesi e città, e cui fa da contraltare la rappresentazione grottesca dei potenti che delinquono e perdono, il testo presenta un punto d’approdo che è un cul de sac, una strada chiusa. La rivolta si è estesa all’Europa – si intuisce alla fine del librino – ma è la rivolta a perdere, insieme a quell’Europa che ha saputo soltanto osteggiarla (...)” (al link nerosubianco-cn.com/prodotto/perdonaci-padre-perche-peccheremo).

“Tuttavia, vero è che chi pretende di avere, di possedere la vita degli altri, di comandare, di dare ordini, di essere strafottente, di banfare, sempre pieno di sé, prima o poi fa quella fine...” (pag. 43).

“La capitale rimase isolata, circondata da un cordone di terra bruciata ma viva di transiti, di passaggi, di congiungimenti, per almeno una settantina di chilometri in ogni direzione. Dei suoi due milioni e mezzo di abitanti, poco più, diecimila, tra politici, tecnici, militari e criminali partirono prima degli altri alla volta del Nord, per aereo o per nave (...) preferendo comunque, (la cucina ha la sua tradizione e va tenuta in debito conto) gli agnolotti alle orecchiette con le cime di rapa” (pag. 65).

“«Non ci può dire a cosa assomiglia, del buio passato, il nostro presente che deflagra, in cui rischiamo ormai tutte e tutti di bruciarci?»” (pag. 72).

*Due libri su e di Dante Maffia, autore candidato al Premio Nobel.

L’uomo che pala ai libri. 110 domande a Dante Maffia, a cura di Marco Onofrio, Introduzione di Rino Caputo, EdiLet-Edilazio Letteraria (2018).

Di seguito, alcune citazioni dal testo, che lasciano intuire l’energia creativa, l’intensa finezza formale di Maffia.

“io saccheggio la vita, mia e degli altri, e la faccio diventare scrittura. Voglio che quello che scrivo sia sempre denso di umori nati direttamente dagli scambi umani e non dalla polvere degli scaffali. Intendiamoci, però, dopo aver composto c’è bisogno di mano d’opera, di aggiustamenti, di lavoro attento e frenetico per rendere le opere il più possibile vicine al fiato divino (pag. 18).

“l’amore è una donna che sa diventare angelo nell’inferno più infuocato” (pag. 42).

“A me non interessa un «manufatto» letterario che non sappia respirare e sorridere, piangere o adirarsi” (pag. 68).

Il libro di poesie, Percezioni comasche, I Quaderni del Bardo edizioni, 2024, nel quale Maffia dona al lettore versi malinconici, segnati da un originale, intenso lirismo. Versi che sono veri e propri quadri d’autore.

“Ma la panchina non cambia,/ essa è nostra per sempre ormai,/ né vale che sia un giorno distrutta o ripristinata,/ rifatta più alta o più bella./ Noi siamo giunti al momento giusto:/ era la santificazione d’un grido,/ il riscatto dal mediocre fluttuare quotidiano/ della acque./ Como, insonne, ci guardava consenziente//” (pag. 56).

“Straripa l’afa,/ sudano le stelle,/ i pori si chiudono,/ pendono i fichi a grappoli,/ ecco il Lago sempre più ingordo./ La luna con garbo cerca al vento/ la carità d’una fresca radura.//” (pag. 63).

*L’articolo di Luciano Curreri, Vladimir V. Majakovskij, “Operai e contadini non vi capiscono”, pubblicato in RETROGUARDIA 3.0 Miscellanea, quaderno elettronico di critica letteraria a cura di Francesco Sasso (2007) e Giuseppe Panella (2008-2019).

*Il romanzo, opera prima, di Alberto Farina, Come le nuvole nel vento, Nulla die, 2025.

Farina narra la storia di un uomo, Alessio, padre contemporaneo - eppure d’altri tempi - che non conosce il linguaggio emotivo. 
L’equilibrio con la moglie Giulia è apparentemente saldo, fondato sulla comune melomania, sul godimento estetico-razionale, e infine naturalistico. 
Un equilibrio che si sfalda non appena giunge, nella vita di Alessio, la “mina vagante”, una misteriosa donna.
Emerge allora l’inconscio represso, l’ombra junghiana, che porta Alessio a vacillare. 
Farina scrive con una prosa dalle tonalità algoritmiche - immerge in una sorta di thriller psicologico - si slancia, poi, in un lungo finale dal dettato incandescente, fino a segnare le vette di un amore che conosce il perdono.

“Sono un ingegnere freddo e calcolatore” (pag. 56).

“Tu sei il mio indicativo passato, presente e futuro. Chiara il congiuntivo e il condizionale” (pag. 79).

“Santo Dio, sono un ingegnere di cinquantadue anni, manager di successo, creatura raziocinante all’ennesima potenza. Sono perfettamente consapevole che questa infatuazione virtuale, che sembra aver preso possesso di me, si prepara a devastare la mia vita” (pag. 116-117).

“Le finestre appaiono buie. Tutto è pulito, rilucente, ordinato, come se nessuna persona avesse mai abitato o fosse mai anche solo entrata in questa piazza meravigliosa. In una parola, tutto sembra morto” (pag. 152).

*L’antologia, Autrici Varie, Poete oltre le stanze, a cura di Elisa Malvoni. ChiareVoci Edizioni, 2025.

Il testo “raccoglie voci femminili della poesia contemporanea capaci di interrogare, con consapevolezza e urgenza, il tema dell’identità e e della rappresentazione del sé.
Le autrici di questa raccolta, pur partendo da una propria autonomia, avvertono che la «stanza» non basta più: serve una soglia condivisa, una casa di voci. 
Le poetiche riunite non rappresentano generazioni o categorie, ma si affermano nella loro singolarità attraverso un gesto comune: usare la parola come autorappresentazione consapevole.
Il libro intreccia dialoghi con antenate femminili – storiche, letterarie, bibliche, mitologiche – e con le figure familiari che hanno reso possibile la scrittura di oggi. La poesia diventa così un luogo di incontro, di ascolto e di alleanza, dove l’identità non è mai fissa, ma un laboratorio aperto.
Autrici: Adalgisa Zanotto - Alice Serrao - Alina Nicoara - Anna Bani - Anna Lombardo - Annunciata Colombo - Antje Stehn - Betty Gilmore - Catia Simone - Fabiola Meroni - Federica Re - Francesca Maria Federici - Gabriela Fantato - Giusi Busceti - Lucianna Argentino - Maddalena Grigoletto - Manuela Zappa - Maria Piacente - Pamela Ruggieri - Paola Caronni - Silvia Giacomini - Tamara Vitan”.


“Alla fine, ci rimangono ancora dei desideri ma non si hanno più illusioni. 
Si abita un mondo vuoto con un cuore colmo”
(Antonio Scurati, Una storia romantica, Bompiani, 2007/2012, pag. 531)

Auguri di Buone Feste

lunedì 15 dicembre 2025

IL NATALE NELLA TRADIZIONE POPOLARE



Il Natale nella tradizione popolare rappresenta una festività princeps, vuoi per la fortissima attrazione cristiana, vuoi per le reminiscenze legate al Dies Solis. “Soli Deo Honor” scolpito in Chiesa poteva significare “Onore a Dio solo”, ma anche “Onore al dio Sole”. Ricordiamo almeno tre momenti legati a questa festa, così intrisa di tenerezza e di nostalgia:

1) Il primo è la “notte bianca”, il 29 novembre. È la notte che precede la festività di Sant’Andrea apostolo. La croce di Sant’Andrea a livello equinoziale indica la via di mezzo trai grandi equinozi di autunno e di primavera. Ha un significato astrale notevolissimo, che si perde nella notte dei tempi e il cui significato profondo forse si è smarrito. Questo momento fisico è legato tra l’altro da un lato all’estate di san Martino e dall’altro a Santa Lucia, altra santa legata al forte significato della luce. Nella tradizione san Martino che taglia il manto per donarlo al povero viene premiato da Dio con una piccola estate. Nel calendario cosmico dei contadini che io avevo riportato trai saggi del Museo, il giorno di Santa Lucia, il 13 dicembre era descritto così:

A santa Lucia è tanda a notti e longa a ria
quantu u passu ra gaddina mia.


Un altro recita:

A sanda Lucia a jurnata s’allonga hi nu passu hi gaddina,
a sandu Aniello, hi nu passu hi picuriello.



Cioè nell’immaginario junghiano collettivo c’è assoluta parità tra giorno e notte, o un piccolo aumento del giorno rispetto alla notte. Prima di santa Lucia non si raccoglievano le olive, perché, si diceva:

– A sanda Lucia scenni l’ogghio inta l’alìa.

– A santa Lucia scende l’olio nell’oliva.

Nella notte bianca, cioè la notte della vigilia di Sant’Andrea, ci si dedicava ai preparativi del “presepio” in casa, oltre che dell’albero. La tradizione dell’albero non era legata tanto al Natale, quanto ai culti arborei estivi, in occasione della celebrazione della memoria di Sant’Antonio di Padova, il 13 di giugno, quindi al solstizio d’estate. Si procedeva all’accoppiamento dell’albero del faggio con quello del pino ed all’innalzamento. Sull’albero inizialmente erano appesi dei doni, trai quali povere vittime di animali che venivano colpite dal basso. Poi alla fine gli scalatori salivano cospargendosi di pece a ritirare i doni che erano rimasti. Per evitare il cruore degli strepiti degli animali ultimamente appendevano dei tacchetti di legno con dei doni scritti. L’albero di Natale della tradizione antica era legato pertanto più ai culti arborei estivi.

2) L’altro giorno importante legato alla tradizione natalizia è la memoria di San Nicola il 6 dicembre. Anche qui siamo in prossimità della festa dell’Immacolata, l’8 dicembre, legata alla natività di Maria, l’8 settembre. San Nicola è importantissimo perché rappresenta l’idealtipo di quello che nell’immaginario collettivo è babbo Natale, non a caso chiamato nei paesi nordici Santa Claus. Molte sono le leggende legate a questo santo, molto venerato a Bari, tra cui quella del padre che voleva far prostituire le figlie. San Nicola di notte lancia nella casa di quest’uomo un panno con avvolto il denaro, in cui era contenuta la dote per il matrimonio delle figlie. San Nicola donava ai poveri, portava i regali ai poveri, ecco perché è equiparabile a questa figura ancestrale del vecchio babbo Natale. Interessante perché anche in questa sera si lasciavano le porte aperte la notte, perché veniva qualcuno a portare i doni e si accendevano le candele di cera d’api che si lasciavano accese tutta la notte. Era un momento di forte condivisione in cui si donavano gli alimenti e le derrate alle famiglie più bisognose. Questa memoria di san Nicola poi va rapportata a quella della Befana, questa vecchia che va in giro lo stesso a portare i doni, o i carboni, dopo il Natale. I doni erano racchiusi in queste calze, dove si riponevano noci, frutta secca, qualche soldo. La sera, di solito, veniva tirato il travetto e chiusa la porta. Lasciavano poi in cambio un piattino col cibo, perché babbo Natale, o la Befana, avevano fame e dovevano mangiare.

Ricordo un canto popolare molto intenso di Avigliano che riporta questa figura della vedova, che la sera non chiude la porta aspettando il marito, ma c’è anche il doppio senso della sessualità - il travetto, infatti, rappresenta il fallo:

La pena ri la virua eglia è la sera,
tutti li mariti s’arritirinu,
e lu miu no, e lu miu no.

Lu mengo o nu lu mengo stu travetto
inta la mascatura.



E un’altra canzone faceva:

A voilì, a voilà,
li femmini senza menni nun si ponnu marità.


Reminiscenza delle dominazioni francesi nelle parole. E poi.

La via ri lu Ponciu iè scuruta,
ra quannu la figlia mia s’è maritata.

Lasciare aperta la porta significava aspettare i mariti che tornavano la sera dalle bettole, dove andavano a condividere qualche bicchier di vino. Spesso tornavano ubriachi. Un fatto racconta di una moglie che era arrabbiata col marito e teneva una tenzone, proprio come nella canzone “Lu maritiello” di Toni Santagata:

– E quedda votte nun avirria caccia mancu na stidda.
– E quedda stidda ca avirria esse iumara.


3) Infine si arriva alla sera di Natale: momento veramente forte e molto intenso. I preparativi al Natale erano notevoli, duravano giorni. Tra le specialità culinarie legate al Natale vi erano le zeppole di Natale, fatte con impasti di farina ed uva passa. Le zeppole di Natale erano differenti da quelle di San Giuseppe, che erano solo a base di farina e zucchero ed erano fritte, o al forno, o condite con crema. Altri erano i “canestri”, fatti a base di ceci e di miele. Altri erano i “cavuzuni” ripieni di varie cose, sia dolci che salate, come salsiccia e uova. Ricordiamo anche la “cuccìa” di Santa Lucia, a base di grano e ricotta. Dalle nostre parti la “cuccìa” si faceva anche con crema di castagne ed era buonissima: simbolo del grano nascente, quando il grano valeva come l’oro. Naturalmente non mancava l’agnello arrosto sul fuoco e i “maccaruni”, cioè i fusilli, i “rascateddi”, o cavatelli; come piatto popolare del carnevale erano “li maccaruni cu u rafanu”, una radice piccante che veniva grattugiata. I maccheroni cotti e conditi poi venivano scaldati sul fuoco. Sul coperchio di rame si poneva la brace. E che sapore! La pignatta e la “caldara” bollivano sempre con qualcosa accanto al focolare. Il sapore della “ruscedda” con l’acqua dei fagioli, ad esempio, era strepitoso. Erano piatti semplici, ma gustosi. Le zeppole di Natale poi si indurivano, ma scaldate si potevano mangiare anche a distanza di giorni.

La notte di Natale era straordinaria. Nella vigilia non si toccava niente, era sempre digiuno, o si mangiavano solo verdure, questa norma era valida per tutte le solennità, anche a Pasqua. La sera si andava ad assistere la funzione in Chiesa fino alla mezzanotte, si attendeva la nascita di Gesù Bambino. Quando non c’erano ancora le illuminazioni si accendevano tutte le candele dei lampadari ed era uno spettacolo. Quando arrivò la luce, infatti, don Giuseppe Iacovino ebbe ad esclamare: – Addio lucerne! Addio candele!

Poi cantavano tutti i canti natalizi, soprattutto quelli di Sant’Alfonso, come il “Tu scendi dalle stelle” e “Quannu nascette Ninnu”, ma anche altri canti popolari. Solo dopo la messa e la veglia di Natale festeggiavano e mangiavano. La cosa bella è quando celebravano la messa in latino, allora la gente ci capiva poco e più delle volte accomodava al dialetto. Ad esempio, il canto “Tantum ergo sacramentum” lo sentivi trasformato in

Quantu è granni stu cummentu,
è du mille e setticentu…


E durante la messa succedevano cose strane. Una volta un prete che aveva mandato a rubare degli agnelli, vide i complici che arrivarono in Chiesa e cominciò a cantare in latinorum:

– Avit purtatu li mbè mbè!
– Li mbè mbè so fusciute!


Dopo la messa tornavano a casa a mangiare e bere, come se avessero fatto un ramadan. E poi partiva la processione di Natale. Anche questa, come tutte le processioni religiose e laiche era particolarissima. Innanzitutto soffermiamoci su alcuni aspetti:

I falò di Natale. In tutti i vicinati si accendevano dei falò, col significato di dover scaldare Gesù bambino. Attorno a questi falò era sempre gran festa. Arrostivano carne, patate, cipolle sotto la cenere. Questi falò erano significativi e ve ne erano alcuni durante l’anno che sempre si facevano: quelli di San Giuseppe, il 19 marzo a sera con le ginestre che scoppiettavano. Bellissimo! E i fuochi di San Giovanni, il 24 giugno. Corrispondevano generalmente ai solstizi: primavera 21 marzo; estate 21 giugno; autunno 21 settembre e inverno 21 dicembre. Il solstizio autunnale spesso veniva anticipato agli inizi di settembre, prima della transumanza dei pastori nelle marine, con una festa mariana. A San Fele, ad esempio, il falò acceso la vigilia resta acceso fino alla notte di Natale, a Nemoli fino all’Epifania.

Il presepe vivente. In realtà era una processione lungo le vie del paese. Avanti passavano san Giuseppe e Maria col bambinello, seguivano i tre re magi, Melchiorre, Baldassarre e Gaspare con i doni, poi una fila di zampognari e i pastori. Non era raro trovare qualche animale che veniva portato in processione. Seguivano i preti con l’asinello che raccoglievano i doni e li riponevano nei cofani fatti di giunchi. I preti poi giravano anche le campagne e si fermavano a dormire la notte, magari presso qualche vedova. Queste processioni si facevano ogni tanto per ricorrenze festive. Ricordiamo quelle religiose, tra cui i santi patroni, come san Rocco, sant’Antonio, o Maria, la Madonna del Carmine e la Madonna del Rosario. Tra le processioni religiose particolarissima era quella del venerdì santo: i maschi seguivano Gesù morto nella parte alta del paese e le donne, invece, seguivano Maria addolorata nella parte bassa. Poi si riunivano tutti in piazza e tornavano in Chiesa. Tra le processioni laiche ve ne erano tante. Una piccola banda di musicisti, detta “arrivotapopolo” si avviava per le vie del borgo in un clima festoso. Una processione laica importante che si faceva era quella di Carnevale: si portavano due asini, su di uno riponevano un pupazzo che era “carnuvaro” e sull’altro “quaremma”. Seguivano la fila delle “farze”, o maschere, che giravano per le vie del borgo e cantavano col “cupi cupi”, uno strano strumento fatto in pelli di capra, simile ad un tamburello che reca un astuccio nella sommità. Questa processione girava il paese e raccoglieva i doni che poi venivano consumati nella festa. Anche qui veniva accompagnata dai canti in dialetto:

Aggiu saputo che hai acciso u porcu,
dammi la parti ri lu vuccularu.

Alla fine poi andavano a seppellire i due pupazzi, Carnevale e Quaresima, insieme a delle uova.
Poi lungo le strade si udiva l’eco dei canti popolari, tra cui il “Padre Nostro di Natale”, la ninna nanna, che riportiamo dalla raccolta curata da Antonietta Santo:

Gisù Bambinu nasci,
senza fasciatura, né fasci.

San Giseppu vecchiareddu
Stai assittatu a lu scanniteddu
E faciha u fochiceddu,
pi ‘mbucà li panniceddi.

E a Maronna u mira,
li teni li suspiri.
Ndù munnu è natu Gisù
U mali non ci sia cchiù.


Sottolineiamo naturalmente che tutti i bimbi venivano fasciati con queste bande e tenuti stretti per tanto tempo. Essere senza fasce significava essere in estrema povertà. Lo rimarca anche don Giuseppe Iacovino, che aveva composto o riportato tutti i canti delle novene degli antichi arcipreti della Parrocchia S. Spirito, sia i carmi che gli accompagnamenti musicali, tra cui la novena natalizia:

L’eterno, l’immenso nel tempo che nasce,
tra povere fasce avvolto ne sta.

O bambino mio divino, io ti voglio sempre amar,
io ti voglio sempre amar.


Molte erano le “razioni”, canti particolari in dialetto, legate alla vita dei santi che avevano tutto un significato particolare, tra cui quella di santa Barbara, di santa Lucrezia e di san Rocco.

Per concludere ricordiamo i presepi viventi celebrati in tutta la Lucania, in particolare a Matera, a Muro Lucano, a Filiano e un po’ dappertutto. Poi c’è una forte tradizione di produzione di presepi scolpiti, soprattutto a Matera, ricca di materiale tufaceo, quindi facile da modellare. A Castronuovo ci sono tante grotte scavate nella roccia, sede dei presepi, e rappresentazioni sacre. A Terranova sono noti i “Piperi”, traslitterazione di pifferi che incantano le notti della novena di Natale. A Montescaglioso particolare era la processione dei “cucibocca”, personaggi misteriosi vestiti di grossi mati scuri e con barbe bianche e lunghe, simili a Babbo Natale. Questi personaggi girano per le strade a chiedere offerte, che poi venivano raccolte dalla befana e distribuite ai poverelli. C’è un’evidente allusione ad un ordine di maghi, che rievocano Merlino, colla catena ai piedi, fanno rumore quando passano. Questi maghi assistevano le streghe al Sabba, che era la festa della befana. C’è anche un’allusione alla festa dei morti. In effetti anche qui l’antica tradizione vuole che Gesù concedesse ai morti di uscire la notte di Natale e delle feste comandate. Vivi e morti convivevano in queste occasioni.

Reminiscenza di questi maghi erano i “Cerauni”, o maghi tempestari. Questi anche vivevano di elemosina. Una leggenda vuole che una volta i contadini del Piano dei Campi negassero loro l’offerta ed essi scatenarono una tempesta così forte che provocò una frana che si portò va tutta l’antica città di Planula. Si aveva paura di loro, perché, dicevano che mangiassero i bambini, o li rubassero per portarli alle loro compagne streghe, che li usavano per fare rituali magici. Ecco perché dicevano che se Natale cadesse di venerdì erano protetti dalle catastrofi naturali. Per respingere le tempeste dei maghi usavano strani rituali, come i “tredici punti di verità”, che sono riportati nel saggio “Il chicco d’oro” nel Museo del folklore. Tagliavano la terra col coltello e vi facevano scorrere un po’ di sangue: e la tempesta cambiava rotta. Una volta un prete scatenò una violenta tempesta contro il campo del suo vicino, che era suo fratello, il quale la respinse e la tempesta distrusse tutta la tenuta del prete e l’uccise. Quando il fratello vide chi era rimase esterrefatto: – Come hanno il manto così hanno la coscienza.

Entro Natale poi si dovevano concludere gli affari, pagare gli operai, apparare i debiti. I garzoni a Natale dovevano portare il gallo, o l’agnello ai “mastri” di qualunque grado. A Natale Pasqua era vietato fare attività di qualunque genere, portava male. Non si poteva fare il pane, né lavorare al lievito. A san Sebastiano, a san Fabiano e a sant’Antonio abate era vietato fare i salumi: era malaugurio. A Varese, ad esempio la notte di sant’Antonio abate si fa un gran falò e si buttano sulle fiamme delle letterine coi desideri e le preghiere, un po’ come quel prete di cui raccontava uno del Museo del Folklore che bruciava sulle candele le letterine che recavano le offerte.
Riprendiamo anche il “Padre Nostro di Natale” raccolto nei “Canti” di Antonietta Santo:

Pi li vii vozi andari,
pi li vivi e pi li morti,
e pi li sand pilligrini,
sanda Vrotica e sandu Runatu.

Veddiru na camicedda caricata.
Piglieru na preticedda
e la vulihinu minà.

Lassatili hi ca quisti
so li tririci cambani,
ca soninu a Pasca e a Natali.

Mbera ci stia a Virgini Maria,
na proffici d’oru mmanu tiniha.
Tagliava e cusìa.

Pi nnandi ci stia lu figliu soiu.
    – Nun vogliu chiangi, figliu meiu bellu,
    ca stanotti aggiu fattu nu mali sonnu.

    M’aggiu sunnatu ca li Iurei,
    t’avihinu pigliatu e a lu Calivariu
    t’avihinu purtatu.

    A curona d’oru t’avihinu livatu
    e na curona hi spini t’avihinu
    chiantatu.

    – Cittu, mamma mia, ca questa
    è a sorti ch’aggia fa hè,
    pi salivà l’animicedda vosta.



Maria qui viene equiparata ad una parca, o moira, che tesse i destini. Sui lupi mannari poi c’è tutta una reminiscenza di fatti e di saghe. Venivano chiamati anche i lupi “mainardi”, o “minardi”. Questi uscivano nelle notti di luna piena e bisognava stare attenti. Con la luna piena era sconsigliato infatti travasare il vino, piantare, fare gli innesti. Uscivano soprattutto nel periodo tra Natale e Capodanno, ma anche in altri periodi. C’è un collegamento certamente ai Lupercali latini. Molte contrade portano ancora il nome di siti romani, come Ruspagano (rus pagana), o Feroni (Feronia). C’era un tabu fortissimo: non bisognava mai mangiare la “carne allupata”, cioè toccata dai lupi “minardi”, o dai lupi in generale.

Chi mangia a carni allupata nu s’abbotta mai.

Chi mangia la carne toccata dai lupi non si mai sazia.


Cioè è preso da una brama insaziabile. I minardi erano esseri fantastici, come tanti altri della mitologia antica, fatti per metà uomo e metà lupo. Abitavano nelle grotte che conducevano al centro del mondo, al regno dei morti ed uscivano. Comparivano nelle notti di luna piena e divoravano le pecore, ma anche gli esseri umani. Non bisognava mai uscire nelle notti di luna piena e soprattutto avventurarsi fuori del paese.

Una volta una signora ignara, vedendo una luna che le pareva un sole, si sbagliò a vedere l’orologio. Erano le tre di notte e le parevano le tre di giorno. Si avviò in campagna. Vide i lupi minardi che la azzannarono e anche ella fu trasformata in una di loro. Non tornò più a casa. E i figli l’aspettavano. In una notte di luna piena si presentò innanzi la finestra e chiamo i figlioletti con un ululato. Poi li ammonì di non aprirla mai, perché sennò li avrebbe mangiati. Ma con l’aiuto di un mago, le fu concesso di vedere i figli fino al tramonto. Di giorno era una donna normale, ma al tramonto doveva uscire, perché si trasformava in una strega, o lupa mainarda. Una notte i cacciatori volevano uccidere la lupa, perché la consideravano portatrice di sventura, ed essa fuggì a casa. I figli e il marito impietositi la fecero entrare e per salvarla si fecero azzannare e furono tutti trasformati in lupi mannari. Entrati i cacciatori in casa li assalirono e li azzannarono ed anche essi furono trasformati in mezzi uomini e mezzi lupi. In poco tempo tutto il villaggio fu infettato da quel morbo che trasformava gli uomini in lupi. Nessuno più andava lì per secoli. Fu abbandonato e fu chiamato “Lupania”. Fu solo quando san Domenico Lentini di Lauria che si recò da quelle parti e fece una preghiera e tutti gli uomini-lupi tornarono ad essere umani, dopo tanti secoli e fecero una grande festa.

Somigliavano molto alle stilizzazioni del dio egizio Anubi: un uomo dalla testa di sciacallo, perciò erano collegati al mondo dei morti, anzi ne erano i guardiani. Non bisognava mai aprire la porta nelle notti di luna piena quando qualcuno bussava: potevano essere loro. Il lupo, ad esempio, presente in tante leggende, come in “cappuccetto rosso” forse rimanda a questo essere fantasmagorico. La lupa che allattò Romolo e Remo probabilmente era una di queste sacerdotesse, o una “minarda”. D'altronde è possibile che nelle saghe del Sabba, i sacerdoti delle streghe indossavano forse maschere con totem di animali, come i lupi, quindi questi “minardi” potevano essere, come i “cucibocca” e i “cerauni” antichi ordini sacerdotali pagani. Nella toponomastica, come nei soprannomi ci sono moltissime reminiscenze pagane. Citiamo solo, ad esempio, i “Ianari”, famiglie di stregoni. La Janara era la mamma delle streghe. Ma “ianara” ricorda Dianara, la sacerdotessa di Diana. Una di queste maghe potentissime era Rosa di Lampone, che faceva fatture a morte. Gli affatturati, come gli allupati, dovevano liberarsi ed andare dai maghi buoni per farsi togliere la fattura. Una volta un affatturato si gettava nelle ortiche e si grattava tutto il corpo. Buon Natale!

giovedì 11 dicembre 2025

Complimenti a Massimo Pulini e ad Elvis Spadoni

XIV BIENNALE D’ARTE SACRA CONTEMPORANEA
PROFETI DI SPERANZA, CREATORI DI BELLEZZA
MUSEO STAURÓS D’ARTE SACRA CONTEMPORANEA


San Gabriele – Isola del Gran Sasso (Teramo)
Chiesa San Vittore - Largo Ludovico Cattaneo - Ascoli Piceno
Chiesa Sant’Agostino - Via delle Torri - Ascoli Piceno


XVI BIENNALE D’ARTE SACRA CONTEMPORANEA
Profeti di speranza, creatori di bellezza

* Chiesa San Vittore - Largo Ludovico Cattaneo - Ascoli Piceno

* Chiesa Sant’Agostino - Via delle Torri - Ascoli Piceno

Periodo: 13 Dicembre 2025 – 31 Gennaio 2026

Inaugurazione: 13 Dicembre 2025, ore 16:00

* Museo Staurós d’Arte Sacra Contemporanea, Santuario San Gabriele – Isola del Gran Sasso (TE)

Periodo:14 Dicembre 2025 – 31 Gennaio 2026

Inaugurazione: 14 Dicembre 2025, ore 16:00

Comunicato Stampa

Sabato 13 Dicembre 2025 alle ore 16:00, nelle due chiese romaniche più affascinanti di Ascoli Piceno: San Vittore e Sant’Agostino e Domenica 14 Dicembre 2025 alle ore 16:00 al Museo Staurós d’Arte sacra contemporanea del Santuario di San Gabriele (Teramo) si inaugura la Sedicesima Biennale d’Arte Sacra contemporanea Profeti di speranza, creatori di bellezza, curata da Giuseppe Bacci, con la collaborazione di Arnaldo Colasanti e Andrea Viozzi.
In occasione dell’Anno Giubilare 2025 promosso da Papa Francesco, di venerata memoria, con la bolla Spes non confundit, si vuole onorare questo evento con un’iniziativa di animazione, un segno di speranza del mondo dell’arte, dove il concept della rassegna evidenzia come la XVI Biennale d’arte sacra aiuterà il visitatore a percepire la circolarità tra sensibilità e ragione e come il rapporto fra Arte-Fede e Arte-Speranza sia radicato nell’essenza stessa dell’esperienza religiosa e della creazione artistica.
Con queste premesse, il Museo Staurós d’Arte sacra contemporanea del Santuario di San Gabriele a Isola Gran Sasso, in fruttuosa collaborazione con la Diocesi di Ascoli Piceno e di San Benedetto del Tronto - Ripatransone – Montalto, hanno deciso di condividere insieme l’evento espositivo diffuso della XVI Biennale d’arte sacra: Profeti di speranza, creatori di bellezza allestito nelle sedi delle realtà coinvolte.
La Sedicesima Biennale d’Arte Sacra Profeti di speranza, creatori di bellezza, è strutturata in cinque sezioni che, in sequenza narrativa, ospitano le opere degli artisti in mostra.

La prima sezione, “Nel segno della Luce - ⁠Segni di luce, segni di speranza”: esplora il tema della luce come simbolo di speranza e di illuminazione, con opere di PAOLO ANNIBALI, AGOSTINO ARRIVABENE, PAOLO BORGHI, ADO BRANDIMARTE, ANTONELLA CAPPUCCIO, BRUNO CECCOBELLI, FABRIZIO CLERICI, FABRIZIO CORNELI, GASTONE COSTANTINI, FRANCESCO DE MOLFETTA, ALBERTO DI FABIO, DOMENICO DIFILIPPO, STEFANIA FABRIZI, GIGINO FALCONI, OMAR GALLIANI, PAOLO GUBINELLI, BRUNO MANGIATERRA, GIACOMO MANZÙ, FRANCO MARROCCO, MARINO MELARANGELO, FRANCO NOCERA, ROMANO NOTARI, LUIGI PAGANO, MIMMO PALADINO, MARSIDA PAVLIQOTI, SALVATORE PROVINO, MASSIMO PULINI, PAOLO RADI, MAURIZIO ROMANI, SANDRO SANNA, JACOPO SCASSELLATI, GIORGIO TASSI, MATTEO TENARDI, MARCO TIRELLI, MARIO VESPASIANI.

La seconda sezione, “La Pace nel cuore dell’arte”: puntualizza il tema della pace e della sua rappresentazione nell’arte e accoglie le opere di ANGELO CASCIELLO, PIERO CASENTINI, MARCO CINGOLANI, PAOLO CONSORTI, BRUNO D’ARCEVIA, GIULIO DE MITRI, GRUPPO EARTH, OMAR GALLIANI, ROSARIO GENOVESE, FRANCO GILETTA, IRENEO JANNI, ALESSANDRO KOKOCINSKI, MARISA KORZENIECKI, ANTONELLA LOMBARDI, PAOLO MARAZZI, LUCIANO MASSARI, RENATO MARINO MAZZACURATI, ELIAS NAMAN, ALESSANDRA PENNINI, PABLO PICASSO, ROBERTO PIETROSANTI - GIOVANNI LINDO FERRETTI, MASSIMO PULINI, STELLA RADICATI, ASCANIO WELCOME RENDA, UGO RIVA, JACOPO SCASSELLATI, TITO, VALERIANO TRUBBIANI, ANGELA VINCI, GIOVANNI ZODA.

La terza sezione, “Profeti di speranza per un nuovo domani”: è dedicata ai profeti e ai leader spirituali che hanno ispirato la speranza e la fede. Gli artisti presenti in questa sezione: ELIO ALFANO, AGOSTINO ARRIVABENE, MATTEO BASILÈ, ANTONELLA CAPPUCCIO, TOMMASO CASCELLA, GIORGIO CUTINI, BRUNO D’ARCEVIA, GIULIO DE MITRI, FRANCESCO DE MOLFETTA, STEFANO DI STASIO, GRUPPO EARTH, IDO ERANI, STEFANIA FABRIZI, GIGINO FALCONI, LUCA FARINA, PERICLE FAZZINI, ANDREA FOGLI, FRANCO GILETTA, FABRIZIO LAVAGNA, FELICE LEVINI, BRUNO MANGIATERRA, ANDREA MARTINELLI, GIUSEPPE MAZZULLO, MAYA MOLERO KOKOCINSKI, ELIAS NAMAN, ALESSANDRA PENNINI, ERNESTO PORCARI, STELLA RADICATI, OLIVIERO RAINALDI, MARIKA RICCHI, SALVO RUSSO, GIUSEPPE SALVATORI, ELVIS SPADONI, MATTEO TENARDI, ALBERTO TIMOSSI, GIOVANNI TOMMASI FERRONI, FRANCESCO TROVATO, SERGIO VACCHI, che hanno interpretato la grana salvifica della Parola attraverso l’eclettismo del linguaggio simbolico.

La quarta sezione, “Creati per creare - ⁠Creatori di bellezza”: indaga il tema della creatività e dell’ispirazione degli artisti e comprende opere diversamente ispirate all’immaginario realizzate dagli artisti: MATTEO BASILÈ, FLORIANO BODINI, ANGELO CASCIELLO, PIERO CASENTINI, ANTONIO D’ACCHILLE, ALESSANDRO D’AQUILA, ALBERTO DI FABIO, DOMENICO DIFILIPPO, IDO ERANI, LUCA FARINA, SILVIO FORMICHETTI, MICHELANGELO GALLIANI, GIULIANO GIULIANI, EMILIO GRECO, PIERO GUCCIONE, ALESSANDRO KOKOCINSKI, SERENA LA SCOLA, FABRIZIO LAVAGNA, CARLO LORENZETTI, PAOLO MARAZZI, LUCIANO MASSARI, AUGUSTO PEREZ, PAOLO RADI, ASCANIO WELCOME RENDA, MEDARDO ROSSO, SALVO RUSSO, MAURIZIO RUZZI, TOM SEERDEN, STEFANIA SPALLANZANI, TITO, GIOVANNI TOMMASI FERRONI.

La quinta sezione, “Dialogo tra le culture”: affronta il tema del dialogo e della comprensione tra le diverse culture e tradizioni con opere realizzate dagli artisti: MARYAM BAKHTIARI, PAOLO BORGHI, TOMMASO CASCELLA, BRUNO CECCOBELLI, MARCO CINGOLANI, PAOLO CONSORTI, BRUNO D’ARCEVIA, TERENZIO EUSEBI, OMAR GALLIANI, ROSARIO GENOVESE, ARMANDO GIOIA, ALESSANDRA GIOVANNONI, GIULIANO GIULIANI, LUCA GRECHI, FRANCO IONDA, IRENEO JANNI, SERENA LA SCOLA, ANTONELLA LOMBARDI, MARCELLO LUCADEI, FRANCO MARROCCO, ANDREA MARTINELLI, SILVIO MASTRODASCIO, STEVE MCCURRY, FRANCO NOCERA, NUNZIO, MIMMO PALADINO, MARIKA RICCHI, PIETRO RUFFO, MAURIZIO RUZZI, ANTONIO SANTACROCE, TOM SEERDEN, STEFANIA SPALLANZANI, GIANLUCA STAFFOLANI, GENTI TAVANXHIU, FRANCESCO TROVATO, SERGIO VACCHI, GIOVANNI ZODA.

La Sedicesima Biennale d’Arte Sacra Profeti di speranza, creatori di bellezza è accompagnata da un catalogo pubblicato dalle Edizioni Centro Staurós, a cura di Giuseppe Bacci, recante illustrazioni delle opere esposte, nonché introduzioni di Monsignor Gianpiero Palmieri, Vescovo di Ascoli Piceno e di San Benedetto del Tronto - Ripatransone - Montalto, di P. Vincenzo Fabri, responsabile del Museo Staurós di San Gabriele (TE) con testi di Giuseppe Bacci e Arnaldo Colasanti.

All’inaugurazione saranno presenti autorità civili e religiose, artisti e critici d’arte. La mostra resterà aperta fino al 31 Gennaio 2026.

XVI BIENNALE D’ARTE SACRA CONTEMPORANEA “PROFETI DI SPERANZA, CREATORI DI BELLEZZA”

** LUOGO: Chiesa San Vittore - Largo Ludovico Cattaneo - Ascoli Piceno

Chiesa Sant’Agostino - Via delle Torri - Ascoli Piceno

PERIODO: Sabato 13 Dicembre 2025 – 31 Gennaio 2026, orario: 10:00-13:00 – 15:00-19:00 (chiuso il

lunedì). Ingresso libero

** LUOGO: Museo Staurós d’arte sacra contemporanea - Santuario di San Gabriele (Teramo)

PERIODO: Domenica 14 Dicembre 2025 – 31 Gennaio 2026, orario: 10:00-13:00 – 15:00-18:00 (chiuso il lunedì). Ingresso libero

ORGANIZZAZIONE: Museo Staurós d’Arte Sacra Contemporanea - San Gabriele (Te)

CURATORE: Giuseppe Bacci, con la collaborazione di Arnaldo Colasanti e Andrea Viozzi

CATALOGO edito dalle Edizioni Centro Staurós

PER INFORMAZIONI: Museo Staurós d’Arte Sacra Contemporanea, stauros@libero.it



lunedì 8 dicembre 2025

Il talento nascosto e la speranza possibile: Roberto Battestini a Museo Popoli e Culture di Milano 11 dic 2025