Castelsaraceno è legata a due monti della Lucania: l’Alpi ed il Raparo. Il paese non sorge né alle falde dell’uno, né alle falde dell’altro, tuttavia esso è una gemma incastonata tra questi due massicci montagnosi i quali si ergono come una corona a baluardo del paese, il primo ad occidente e il secondo a settentrione, in modo che l’orizzonte si allarga solo ad oriente verso un’amena vallata.
Sopra Castello c’è il monte di Raparo, un vasto acrocoro con poderose cime, molto estese ed a forma di croce, ricche di pascoli ubertosi e profumati. Alle falde, questo monte buono era coltivato, al di sopra vi si menavano gli armenti, che producevano buoni formaggi, essendo abbondante di erbe medicinali. Nel suo giro vi sono diversi paesi come Castel Saraceno, San Chirico, San Martino e Spinoso. Il sapore del latte e del formaggio cambiava a seconda del posto dove pascolavano gli armenti.
Se hai fame, sulla montagna ci sono i “carligni”: dei cardi che sotto le spine ascondono una mollica buona! In mezzo alle vette ci sono delle piane favolose, con fontane. Durante la guerra ci seminavano il grano. C’è anche tanto sale! Per trovare il sale i pastori seguivano le vacche che ne erano ghiotte e andavano a leccarne i massi. Poi lo portavano al paese in grosse pietre e lo pestavano. Si dice che su Raparo c’era una miniera d’oro e i briganti l’avevano trovata. Nessuno sa ormai più dove è il pertugio. Raparo è ricco di grotte, che servivano da riparo ai pastori.
Il monte Raparo è rinomato per la Badia di Sant’Angelo, oggi ricostruita, edificata dai monaci Basiliani. A costoro fu donato il diruto Castello col patto però di riedificarlo e farne un villaggio popolato. E così fu per la solerzia dei monaci, tanto che quando il feudo fu conteso da tre padroni, cioè sia dal duca Ugone che dall’abate Antonio Sanseverino, nonché dal Principe di Stigliano, i quali imposero un giogo intollerabile (il Duca e l’Abate d’accordo, perché della stessa famiglia esigevano esose tasse. Il Principe di Stigliano, con la forza, pretendeva in eguale misura tutto, ed oltre a ciò estese i diritti feudali a cose di onore, cioè pretendeva lo “ius primae noctis”) fu incisa su pietra sepolcrale una bella lamentanza, posta in bocca al popolo, espressa in distici latini, la quale rimpiangeva il saggio governo degli abati, così tradotti dal padre Giuseppe da Campora:
Quanti padroni mi diè barbara sorte,
tutti mi diede ad oltraggi, ad infamia, a morte;
addio prisca moral, bei giorni aviti,
quando mi ebbi a signori i cenobiti.
La chiesa, ad archi puntuti, è dedicata all’Arcangelo San Michele. A poca distanza dalla chiesa di S. Angelo c’è la cappella di S. Maria delle acque e da sotto si vede un gran masso con apertura, dalla quale esce gran quantità di acqua, capace di dar moto a diverse ruote di mulini, che c’erano nel suo corso: non è sempre perenne, ma è mirabile, perché secca nell’inverno e fluisce nell’estate. Un tal fonte, che d’inverno magicamente sparisce e ricompare in primavera è detto di Trigella e il Pontano ci ha versificato un’elegante composizione nei “Poemi Astrologici” latini (vv. 1518-1548), riportata nella traduzione.
Trigella significa letteralmente “tre volte gelida”, perché è molto fredda. Ma oltre ad essere tre volte fredda, la memoria riporta tre favole su di essa.
La prima favola, riportata anche da Giovanni Pontano, vuole che la ninfa Ripenia, essendo Capripede innamorato di lei, si andasse a rifugiare nelle vasche freddissime della fonte (“tri-gelida”), e il fauno la fece prosciugare. Ma mentre d’inverno l’acqua non scorre, d’estate è una fonte molto ricca. C’è una maledizione legata all’incantesimo del fauno: nessun uomo, nessuna bestia doveva bere alle acque della Trigella, altrimenti non avrebbe avuto prole. Quell’incantesimo difatti nasceva da un amore non corrisposto.
Ripenia, però, si era pentita di quel gesto e durante la notte, mentre il brutto fauno dormiva, lo andò a baciare e il fauno d’un tratto si trasformò in un principe bellissimo. Era il 21 marzo, equinozio di primavera. Ma al solstizio d’inverno, il 21 dicembre, Ripenia stanca si era nascosta nell’acqua, e il bel principe, tornato fauno brutto, l’aveva fatta sparire. E ciò accade ogni anno, perché la ninfa e il fauno giocano a nascondino. Qualcuno l’ho ha visto e se n’è spaventato. Si chiama così perché è una grande capra con volto umano e con le corna. Il suo nome significa letteralmente: “dal piede caprino”.
La seconda favola vuole che il monaco san Vitale, proveniente dall’Impero bizantino, si rifugiasse nell’immensa grotta di Sant’Angelo, detta così perché vi ebbe l’apparizione di san Michele, nell’anno 980. Nella grotta ci stavano gli adoratori di Mitra, che erano pagani. Per cacciarli san Vitale aveva fatto un incantesimo, invocando san Michele e facendo sparire le acque di Trigella; i sacerdoti di Mitra, presi da spavento, fuggirono e vi lasciavano l’altare interno e il templio che veniva trasformato in luogo di culto dai Basiliani, i quali avevano abbellito l’ingresso dell’antro di affreschi e sopra vi avevano costruito una basilica. Gli eremiti, poi, popolavano la grotta e vi celebravano messa. Come riporta il Pontano, l’antro discendeva a mo’ di anfiteatro con sette cerchie e poi nel basso al centro sorgeva un grande altre, ove officiava il gran sacerdote dei Sabei, o zoroastriani, Zenone, che era anche un oracolo. Somiglia molto alla grotta citata da Platone nella Repubblica. Il Pontano la riporta anche come una delle porte dell’Inferno.
La terza favola vuole che nella grotta abitasse uno degli ultimi Titani. Era un gigante buono e bello, ma dalle immani proporzioni, uno degli ultimi cavernicoli citati da Platone. Era molto ricco e dalle miniere sotterranee cacciava molti tesori di oro e pietre preziose, che donava ai poveri, soprattutto ai pastori che avevano il coraggio di rifugiarsi nella sua grotta. Perciò lo chiamavano anche Plutone. Ripenia, o “rupenia” - colei che si getta dalla rupe” - era una ragazza bellissima, che tradita dal suo amato, per disperazione si andò a gettare da una rupe. Vistala Plutone, si gettò con le sue mani immani, la afferrò e la portò con sé nella grotta, la curò e si innamorò di lei. Ripenia stette tanto nella grotta, ma ad un certo punto si era stufata e fuggì. Allora Plutone si arrabbiò e fece tremare la terra col suo martello, tanto che il corso del fonte Trigella si deviò. Allora gli abitanti di San Martino riportarono Ripenia da Plutone, ed egli fece tornare l’acqua. Così si decise che per sei mesi Ripenia stesse a casa sua, d’estate, quando la natura rifiorisce e d’inverno tornasse dal suo amato Plutone, che veniva chiamato “capripede” dal fatto che portasse dei calzari con pelli di capra. Eco di Ripenia è La Madonna della Rupe, venerata sul monte Raparello, che si erge sopra la badia di Sant’Angelo.
GIOVANNI PONTANO
Il fonte di Trigella in Lucania
Tra le lucane balze, sorge un antro spaventoso,
ove inquieti vati invocano, affranti da sventura,
precipita l’immane ripa in un vuoto portentoso:
l’incenso involge le are dei Sabei tra sette mura.
Intona il liuto l’augure Zenone: un incantamento
mormora a far presente il dio e l’ora officia all’ara;
plaude il popolo e le sentenze attende intento.
Ei caro agli dèi, nell’immensa grotta ognor impera.
Scorre la gelida Trigella dal petroso fonte:
d’inverno sparisce e d’estate si getta,
al primo vere la terra la rilascia a monte,
vedi dal tetto dello speco stillar ogni saetta.
Di qui colano sorgenti, di lì s’accrescono fonti,
trai chiostri ctoni s’apre l’atra voragine fumosa:
porta dell’Inferno che induce ai Tartarei monti.
Tra caverne d’Averno rimbomba un’eco rissosa.
All’orrendo Averno scorrono le onde repenti,
tra canali occulti, ove si ritrae la tura secca.
Non portateci, o pastori, i sitibondi armenti!
Giammai feto riavranno, né l’ubertosa vacca!
Del periglio ignara, né s’asperga la madre nuda
con il tenero agnello, che frequente arride a bere,
al pasco, vomita il gregge che brama l’acqua cruda,
tanto poté di Capripede, fauno, il suo dolere.
Pel deluso amor respinto da Ripenia, ninfa
rude, le acque s’erano ascose maledette,
e furioso il corso deviò dell’infelice linfa:
né bestie, né uomo giammai feto, né schiatte!
Ogni secca gola l’anela: se s’appressa all’onda
s’aggrava; s’ammala la belva che alla fonte beve.
Suvvia caprette e parvi: alla solitaria fronda!
Dalla mortifera fontana stai da lunge, o bove!
Fugge l’anno! Declina rapido il sole su la crina,
stanca è Natura e la terra dopo il parto invecchia,
allora cerchi invan in quel fonte umore e brina,
dell’amata Trigella né una goccia, né una secchia.
Nel gir di due dì tutto è sperso in oscuri cigli
Natura ti sei fatta avara? Ove è l’acqua bella?
Dov’è la chiara onda d’argento? E te la pigli
con gli Dèi e accusi la sua maligna stella.

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