La pastorale

di Vincenzo Capodiferro

A proposito di picnic, ricordiamo sempre con grande tenerezza il pasto che si consumava nei nostri boschi, in primavera e in estate, che veniva denominato la “pastorale”: Pasquetta era una di queste occasioni indimenticabili, insieme al 15 di agosto, sempre tempo permettendo, perché, come dicevano gli antichi: “Agosto è capo d’inverno”. A Pasqua si consumava l’agnello, a Pasquetta il montone. Il nostro era prevalentemente un paese di contadini e di pastori. Castelsaraceno è legata a due monti della Lucania: l’Alpi e il Raparo, che noi chiamavamo il padre e la madre; il paese sorge alle falde del poggio Castelveglio, ed è come una gemma incastonata tra questi due massicci montagnosi, che si ergono a suo baluardo, il primo a occidente, il secondo a settentrione, in modo che l’orizzonte si allarga solo ad oriente verso un’amena vallata. Tanto è vero che Gaetano Arcieri, un intellettuale latronichese, lo definiva «di angusto orizzonte, di orrendevole aspetto». Ma noi, racchiusi in quell’angusto orizzonte, ci stavamo benissimo: era il nostro ombelico del mondo e questo ci bastava. Oggi è rinomato per il ponte tibetano più lungo al mondo. I pastori uccidevano le pecore vecchie e zoppe già la sera innanzi. Le spellavano e le mettevano, appese, a scorrere tutta la notte. La mattina presto si alzavano all’aurora, caricavano le carcasse delle pecore sugli asini e si recavano presso il bosco di Favino, una elegante e suggestiva faggeta, che copre come un manto di virente seta, un versante del monte Alpi. Là vicino c’era la valle della Neviera, una zona esposta a nord, su cui la neve resisteva fino ad agosto, prima della follia climatica di cui soffre oggi madre Natura a causa di noi uomini, figli ingrati. Lì, su quell’angusta e gelata valle, su cui un perenne ghiacciaio sfidava le corte, ma ribollenti estati, in cui il sole cuoceva, soprattutto sui capi calvi dei monti, andavano a prendere il ghiaccio per fare le granite, condite con limone, zucchero, caffè, o altri ingredienti, che facevano da dolce e servivano anche per sbronzarsi dall’ebrezza degli aspri vini di montagna, che innaffiavano i pasti, soprattutto in queste occasioni di festa. Portavano pentole e pentoloni, di solito anticamente non si usava il piatto, ma si manducava la carne tutta con le mani, o con forchettoni arrangiati di legno; portavano damigiane e fiaschi di vino con delle particolari cannucce, da cui trangugiavano la dionisiaca bevanda. Tutti si davano da fare. Chi andava a raccogliere legna secca per preparare il fuoco, chi spezzettava la carne di pecora, chi preparava il fuoco con i “caddi”: grossi pezzi di legno di faggio, possenti e calorosi. Chi andava a riporre le damigiane e i fiaschi di vinello in una fontana a gradoni, ove si abbeveravano le mandrie, detta “acqua fredda”, perché era sempre gelida: bisognava sorseggiarla e farla intiepidire in bocca e mai berla di colpo, sennò faceva male. Poi si preparava il fuoco, sopra si metteva un grosso treppiede di ferro e sopra di questo si riponeva un grosso pentolone in rame stagnato, detto “caldara”. Si sistemava dentro questo pentolone la carne di pecora a pezzetti, ben condita con sale, cipolle ed altre erbe rare d montagna, qualche peperoncino piccante e tanta acqua, in modo però da non coprire il pelo della carne. Poi ogni tanto la si rimenava con un grosso cucchiaione di legno e si aspettava che cuocesse. Doveva cuocere per almeno quattro o cinque ore, finché l’acqua si prosciugasse e la carne si indorasse nello stesso grasso animale prodotto dalla sua cottura. Poi arrivava verso mezzogiorno e si mettevano tutti a mangiare. Erano presenti tante famiglie: vecchi, adulti e bambini. E mangiavano di quella squisita carne, così dolce, al solo ricordo, con pane secco. E bevevano tanto vino. Tanti si ubriacavano. Stavano fino a sera. Poi festeggiavano con zampogne, fisarmoniche. Cantavano e ballavano. Che allegria! Quella carne aveva un sapore straordinario, sebbene fosse di pecorelle già attempate: cuocendo tanto, e aggiungendovi a volte ance altra acqua, si ammorbidiva. La migliore era sempre quella che restava nel fondo della “caldara”. Verso il vespro, si arrostivano gli “gliummereddi”: erano spiedini di fegatino avvolti con intestini di pecore ben lavati e lasciati prima a mollo a marinare con sale, limone ed aglio. Di solito si beveva solo vino. A chi beveva l’acqua dicevano: «Ti nasce nella spalla», o «L’acqua annega i ponti!». Infine dulcis in fundo il classico formaggio coi vermi - “cacio cui viermi” - squisito, con le pere a melone, o le pere nere, specie di frutta autoctona dolciastra e gustevole, oltre a quei sorbetti, impastati con la neve e il ghiaccio pestato della Neviera e varie essenze, o con la grappa. Quanta semplicità! Bastava poco per essere felici! E quelle erano le feste più belle. Si finivano pentoloni e pentoloni di carne di pecora bollita e damigiane e damigiane di vino ed alla sera tutti inebriati, se ne scendevano al paese, felici e contenti.

Commenti