La Munnulata

di Vincenzo Capodiferro

Piatto tipico dei nonni, costituito da una zuppa di castagne, patate e legumi.

Tra le ricette della nonna più belle che ricordo vi è quella della Munnulata, una zuppa tipica del posto, la quale adesso non si usa più, anche perché era molto elaborata e lunga. La nonna Maria abitava nel quartiere alto di Castelsaraceno, la Portella, da dove oggi parte il ponte tibetano più lungo al mondo. Castelsaraceno è legata a due monti della Lucania, il monte Alpi e il monte Raparo. Il paese sorge né alle falde dell’uno, né alle falde dell’altro, ma ai piedi del poggio Castelveglio, quasi inchinato al monte Raparo da mille anni, ed è un gioiello incastonato nella corona dell’Appennino Lucano, tra questi massicci montagnosi, che si ergono a suo baluardo, il primo a occidente, il secondo a settentrione, in modo che l’orizzonte di Castelsaraceno si allarga solo ad oriente, verso un’amena vallata. Perciò l’erudito ottocentesco Gaetano Arcieri definiva il posto «di angusto orizzonte, di orrendevole aspetto». Ma in questi angusti orizzonti siamo cresciuti ed abbiamo assaporato sapori indimenticabili come quello della Munnulata. Si preparava prima nella pignatta una zuppa di fagioli ben cotta, poi la si condiva a piacere, con prezzemolo, finocchio (meglio a semi), aglio ed un pizzico di peperoncino piccante, magari in un sughetto a base di cift. Il cift si preparava facendo friggere l’aglio nell’olio ed aggiungendovi velocemente un cucchiaino di peperoncino, dolce, o piccante, o meglio mescolato, in modo da farlo subitaneamente friggere, senza farlo stare molto, altrimenti si bruciava. La nonna diceva che doveva “scantare” solo, cioè spaventarsi. Perciò si chiamava cift: una denominazione onomatopeica, perché produceva un sibilo simile. Poi, a parte si mettevano a bollire le patate a pezzetti e vi si aggiungevano le castagne infornate. Le castagne venivano infornate per mantenersi per l’inverno. A questa zuppa di patate e castagne alla fine si aggiungeva man mano, e facendo insaporire il tutto, la zuppa dei fagioli, precedentemente cotta nella pignatta che sbuffava vicino al fuoco. Questo perché i fagioli avevano bisogno di più tempo per cuocere. Ne veniva fuori questa minestra straordinaria, invernale, di un sapore maestoso e sublime. Una variante era anche con i  ceci e lo stesso procedimento. Andavamo spesso a trovare la nonna alla Portella e giocavamo lì, vicino al “campanaro”: una vecchia torre di guardia medievale abbandonata. Sotto c’era un dirupo che si inabissava nella solcata valle del Racanello, dove andavamo a fare il bagno, accompagnati dalle lavandaie, che vi si recavano a sciabordare le vesti, la lana per i materassi e le coperte. La nonna conviveva con la sorella Concetta, che da ragazza aveva avuto un figlio illegittimo, ed a quei tempi era considerato un dramma. E noi birbanti tiravamo a pietre a quella povera donna, che poi le raccoglieva in una busta e la sera le dava alla mamma, che ci dava il resto, cioè le botte, per quello che avevamo fatto. Ancor oggi, quando passo dalla Portella, mi sovviene in mente la “munnulata”, una zuppa particolarissima, che non ho avuto mai più l’onore di assaggiare. Riporto alcuni versi, che avevo scritto a proposito:


… Sento l’odore della Munnulata:

due castagne infornate e la sottana…

Oh che sapore al cuore! Una patata…


Ecco! Vedo la sottana fregiata

di zia Concetta, seduta sul pianello.

Le tiravo dalla ripa una sassata.

Raccoglieva i cocci nel cestello.


Il figliolo, ché non era sposata,

le fu tolto per la vergogna pia, 

per la malinconia s’era ammalata 

e abitava lì, con nonna Maria

Oh vorrei assaggiare un cucchiaino

di quella saporosa “monnolata”,

che cuoceva vicino al fuoco albino

nella pignatta che flatula malata


una bruschetta con l’acqua dei fagioli,

una salsiccia che dorme nella sugna,

un Mussolini di vino e due cetrioli,

dal culo amaro, colti nella vigna…

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