venerdì 27 settembre 2013

Prossimamente (14 ottobre 2013)

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STORIELLE STRASTRANE

di

Giambattista Bergamaschi




Qualche (p)assaggio

Da “Milleri”:
Suggestionata da quelle parole, ovviamente recepite nel puro e semplice loro senso lette­rale, Anna improvvisò un minisaggio delle proprie capacità coreutiche. Levò e roteò pla­sticamente le braccine, mentre con l’intero corpicino simulava di librarsi in punta di pie­di, volteggiando da un capo all’altro della stanza, totalmente rapita dalla propria stessa performance.
Francesco, prontamente imbracciata la chitarra, le suonava intanto una dolce melodia dal sapore vagamente orientale.

Da “Piccolo guerriero”:
Ad esser sinceri, però, fu un altro lo scrupolo che soprattutto lo allarmò: essere equivo­cato, come facilmente accade in tempi forsennati e maldicenti, per quel certo genere di adulti “predatori”, soltanto perché folgorato da innocente pena nei riguardi di un esseri­no tanto indifeso.
Giorni odiosi e farabutti, i nostri: per far “bene”, si lascia morire…

Da “Qualcosa nel grano”:
Alessandro guardò meglio.
Nel folto delle spighe che via via andavano aprendosi, intravide come un indefinibile corpo che vigorosamente sussultava, rimbalzava e sempre più si avvicinava a lui.
L’ansia crebbe.
Il cuore picchiava più forte.

Da “Au feu rouge”:
Un impalpabile, misterioso incanto, planando sul nostro da chissà quale altro universo, s’era gentilmente posato su una limpida, imperturbabile processione di “santi”.

Da “Birdman”:
Quando Teofilo era ancora piccolino, comunque fino a che non ebbe 11 anni (età in cui iniziò a suonare con qualche gruppetto locale) o forse 10 (ancora credeva in Dio: se ne allontanò a 12 - e fu per sempre -, quando su una sconsolata ma asciutta paginetta di dia­rio annotò una teoria quanto meno deista…), s’andava tutti, il giorno di San Francesco di Paola - o forse era Pasquetta… - fino alla cima dell’omonimo colle ovvero lungo i suoi dolcissimi pendii.
A “scampagnare”, con parenti ed amici.
Ci s’andava a piedi.

Da “Volterra”:
Giulio pregò che la teutonica vettura non li mollasse proprio allora.
In una manciata di secondi doppiarono anche il terrificante Pit, che in quel nuovo e con­citato frangente gli parve assai meno scultoreo di prima, per non dire schifosamente strampalato nel suo scomposto dimenarsi latrando, al modo di un’oscena fiera dantesca.
L’avevano scampata bella.

Da “Izlet”:
Mentre, flottando ad ampie e calme bracciate, s’andava approssimando all’imbarcazione, che ormeggiata sul versante occulto dell’isolotto s’apprestava a dar motore, avvertì cor­renti fredde lambirgli il dorso, quindi fluire di lato.
Ombre più scure lo scortavano, ma non reagì, non si scompose, né ebbe paura, come avesse rassegnato la propria sopravvivenza ad un superiore Destino, qualunque sentenza vi fosse già scritta.
E non pensò a nulla.
Limpido e vuoto glissò fino alla meta.

Da “Izlet”:
Quattro bimbi dai cinque ai dodici anni, rincorrendosi festosamente, giocavano ludi mo­derni in quello stesso cortile che, cinquant’anni prima, li aveva visti volteggiare come rondini - lui, suo fratello, i cuginetti -, rallegrando quell’angolo di mondo con fanciulle­sche risa.
Li sentì intercettare e quasi attraversare gli ectoplasmi ancora palpitanti di un remoto, epico passaggio. E intuì, in un suadente “sentimento del contrario”, che ogni cosa è vana, quantunque bella, e illusorio è destinato a svelarsi ogni umano affanno.
Più non ebbe nostalgie.
Non quelle di un tempo.
Scordò quante cose avesse e a che diavolo mai potessero servirgli.
Dimenticò il proprio nome…

Da “La Grande Opera”:
Lassù, non un segno del Complotto.
Quelle meraviglie non erano, e mai avrebbero potuto essere, “opera” umana.
Nessun celebrato inventore o “architettore” s’era a quelle altezze grandiosamente dato da fare ad esaltazione di papi, imperatori, principi, re, notabili o grandi burattinai.
Più di qualche toccante segno, ancor visibile, a cui tributare devotissima pietà, l’avevano invece lasciato quanti lungo quella via crucis di pietra avevano pianto sangue e lacrime di ghiaccio, giorno e notte, arsi dal sole rovente delle indifese estati o assiderati dal gelo dei più crudi inverni, combattendo guerre di cui, salvo il dolore, tutto gli era stato negato: la causa prima quanto quella finale.
Un oscuro gioco, un disegno perverso, terreno e cosmico insieme, li aveva tutti spediti al massacro.

Da “Ultimo giorno di scuola”:
Disparvero quasi tutti in due o tre minuti.
Non i ragazzini di III A.
Quasi un indomabile sortilegio li trattenesse irresistibilmente avvinti a quel mitico punto dell’universo, più che mai indugiarono là fuori, poco oltre il cancello.
Le bici - quelle sì! - protese verso il grande mare aperto delle infinite possibilità, prue di giovani navigli pronti a salpare, ma nessuna di esse osò sciogliersi dall’amabile intrico.
Si ritrovarono così, per una decina di minuti, immobili, a parlottare, o anche soltanto zit­ti, semplicemente a guardarsi, a studiarsi reciprocamente, benché ansiosi del futuro.
Un entusiastico desiderio di andare, per finalmente assaporare iniziali simulacri di adulta indipendenza, fors’anche di sfrenata emancipazione, una nascente idea di libertà indiscu­tibilmente li tendeva in avanti, con curiosità, con eccitazione.
Ma un istinto indefinibile tenacemente li frenava, arpionandoli a quel luogo, facendoli sentire - per qualche residuo istante, forse, prima di glissare per sempre - ancora attesi, si­curi, protetti, amati …
Fu il loro più tenero “grazie”… quel restare… senza voltarsi indietro.

Da “Oltre un parabrezza”:
Ancor più grottesca, però, una certa meschina pagliacciata che spesso lo vedeva spettato­re.
Sempre dentro un’auto, davanti o dietro la sua.
Mamme fin troppo sbraccianti, briose o sorridenti mollavano continuamente il volante, per elargire ai propri “gioielli” miriadi di stucchevoli carezze o buffetti.
Le “amate perle” neppure s’accorgevano di loro, mille anni luce remote da lì, irrimedia­bilmente perdute in una dimensione spazio-temporale irreversibilmente separata.
Aliena.


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