mercoledì 21 aprile 2010

L’Amore del Pastore

Omelia del giorno 25 Aprile 2010
IV Domenica di Pasqua (Anno C)

Il Vangelo di oggi ci presenta un brano che con due pennellate dipinge la situazione degli uomini `lontani da Dio', non si sa se per scelta o per ignoranza, e la vicinanza di Dio, che dà davvero un grande respiro di speranza anche a noi, oggi, a cui sembra che troppi lascino la Chiesa, avventurandosi in un mondo che non può che fare del male.

In un'altra parte, il Vangelo definisce poi “cattivi pastori, mercenari”, coloro a cui nulla importa della felicità del 'gregge' loro affidato. È la tragedia, non solo di oggi, ma di tutti i tempi.

Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il Vangelo del Regno e curando ogni malattia e infermità.
Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe, che mandi operai nella sua messe.” (Mt. 9, 35-38)

In questo piccolo racconto c'è soprattutto Lui, Gesù, mandato dal Padre a dare la vita, perché noi l'avessimo e in abbondanza. Si avvicinava a tutti, con la cura di un padre, di un fratello: li guardava con lo sguardo di uno che ama senza limiti, gratuitamente, liberamente ed ha nel cuore non la volontà di morte del peccatore, ma la sua salvezza.

Voleva guardare in faccia le ferite di tutti per guarirle: “Non sono venuto per i sani, ma per i malati”, dirà. Non accetta facilmente che qualcuno si perda e, quando qualche “pecora”, per dabbenaggine o per altre ragioni, si allontana, Gesù stesso racconta come vada in cerca di lei, senza curarsi dei pericoli, della fatica, della sofferenza: l'importante è ritrovare chi è stato catturato dai “mercenari”, che per nulla si curano della sua felicità e della sua vita. Come succede oggi.

Sono tanti davvero i mercenari, ossia quelli che catturano con le lusinghe – la ricchezza, il prestigio, il successo, il piacere, il potere… - e tutti sappiamo come a costoro nulla interessi della nostra felicità vera, della nostra sofferenza o insoddisfazione. Basta osservare quanti giovani, attratti dalle discoteche e dalle droghe, sono poi vittime delle loro stesse scelte.

Nello sguardo di Gesù c'è lo sguardo di Dio: uno sguardo incredibilmente e meravigliosamente pietoso, “ebbe compassione”. Quelle folle che Lo cercavano e seguivano, come per aggrapparsi all'ultima speranza, attendendo da Lui chissà che cosa, apparivano “stanche e sfinite”. Due aggettivi che danno la piena misura dí un uomo che è giunto ad un punto morto: non ha più nessuno da cui sperare giustizia, amore, verità; non ha più chi gli dia ancora la voglia di “camminare” e, soprattutto, un senso e un gusto al cammino che è costretto a compiere.

Gente sferzata da tante ingiustizie, che l'uomo stesso, ripiegato su sé stesso, inventa giorno per giorno, cercando solo vie per affermarsi, magari calpestando gli altri. Sono le stesse folle che incontriamo ancora oggi: un triste spettacolo, che penetra fino in fondo al cuore, come ci riguardasse da vicino, come sofferenza nostra, e non ci dà pace.

A questa umanità in cerca di pastore, Gesù indica la strada: “Pregate il padrone della messe, che mandi operai nella sua messe.”

E questi operai che Gesù manda siamo noi, sacerdoti, vescovi, chiamati giustamente, sull'esempio di Gesù, “pastori”.

Lo sappiamo molto bene, noi che siamo “pastori” di una comunità, nella Chiesa, come la quella “compassione” debba essere il nostro cibo quotidiano.

È dal 1951 che la Chiesa mi ha ordinato pastore. Poi ci fu l'obbedienza che mi affidò il gregge, tra cui, per 20 anni rimasi, a Santa Ninfa nel Belice: una parrocchia molto provata e sfiduciata, soprattutto verso i sacerdoti, per un cattivo esempio avuto prima. Fu il vescovo di Mazara del Vallo, che ci pregò di accettare quel gregge disperso, perché la gente chiedeva ad alta voce preti “continentali”. Eravamo in tre confratelli e per alcuni anni, dovemmo solo “essere lì”, dare fiducia ed attendere che la fiducia si ricostruisse giorno per giorno. La gente voleva vedere i segni che eravamo pastori a cui potersi affidare. La pazienza, il tempo, la bontà, la prontezza nel servizio, si fecero strada fino a creare tanta, ma tanta fiducia, soprattutto quando poi fummo colpiti dal terribile terremoto che sconvolse il Belice, distruggendo tutto.

Ma la gente, fin dal primo momento, vide in noi, terremotati come loro, la sola via alla speranza nell'immediato e nel futuro. La nostra fiducia fu ripagata in pieno.

E quando i miei superiori credevano fosse il tempo di cambiare, intervenne Paolo VI, che mi affidò come vescovo la diocesi di Acerra: un'altra realtà difficile, ma niente affatto impossibile se si ha fede e zelo, come devono essere le doti di un pastore. Solo Dio conosce la mia passione per chi mi veniva affidato e il mio abbandono alla Sua opera di “Buon Pastore”, che sa tracciare strade e sostenere lo zelo… nonostante tutto, compresa la nostra povertà.

Oggi mi ritrovo ad affermare la bellezza dell'essere stato scelto come “pastore”, e a non avere parole adeguate per ringraziare Dio e tutti coloro che ho guidato nei “pascoli eterni”.

A chi, forse chiamato, ha tanta difficoltà nell'accogliere la vocazione del Signore, vorrei trasmettere la bellezza e l'immensa gioia che viene dal sapere di avere dato tutto, ma proprio tutto, per la salvezza. Scriveva il nostro caro Paolo VI, davvero esperto nell'amore del sacerdote:

“È il giorno dell'amore questo. Tutta la nostra iniziazione sacerdotale si è svolta proprio su questo tema: Ti amerò, Ti amerò per tutta la vita. Il mio cuore è tuo, quello ti dono, di comprensione, di emozione, di affetto, tutto è tuo, o Signore. Io sono tuo. Abbiamo detto questo nel giorno in cui abbiamo ricevuto il nostro sacerdozio. Lo diciamo ogni giorno.
Nella stessa misura? Con la stessa capacità di dono, di sacrificio? Con la stessa pienezza? O è passata sopra di noi l'usura del tempo? Le cose, nel tempo, diminuiscono, si affievoliscono; non siamo capaci, noi, di perdurante intensità. Di fedeltà sì, io spero che lo siamo tutti, ma di intensità, deboli come siamo, probabilmente no; ci lasciamo a volte andare, e diviene complice forse di questa nostra debolezza, l'abitudine. L'abitudine toglie l'emozione, la meraviglia dei doni che Dio ci ha dato con tanta effusione per farne dono ai fratelli nel nostro immenso esercizio che ci fa esaltare di gioia e di umiltà ogni volta ne siamo catturati, e così ciò che prima ci dava tanta gioia ora a volta passa senza emozioni sulle nostre labbra.
Sì, abbiamo tante cose da fare alla fine. E queste 'cose', se da un lato sono sempre amore, prove di servizio e fedeltà a Gesù, rischiano di essere esteriorità. Ma il focolare della nostra vita ha continuato, per fortuna, ad ardere, a brillare, a darci alimento per esercitare bene il nostro ministero; forse un po' di cenere si è adagiata sopra la brace infuocata. Ma dovremmo sempre ricordare le parole che Gesù disse ai suoi, ieri, e oggi a noi: 'Rimanete nel mio amore'. E risentiamo sempre quanto Gesù, dopo la grande debolezza mostrata durante l'arresto di Gesù, domandò a Pietro: `Mi ami tu?'. E che la nostra risposta sia come quella di Pietro, che intuendo forse la sua debolezza, confermò: 'Signore, tu sai tutto, tu sai che io ti voglio bene'. ..In fondo a Gesù diciamo oggi: 'Sono un tuo sacerdote, povero, debole, manchevole, ma sono tuo'.” (11.4.1963)

È proprio vero, i fedeli che Dio ci dà da amare, vogliono vedere testimoniato sempre e in tutto il grande Amore, che diventa comunicare gioia evangelica, ottimismo, felicità di essere con Dio e nel Cuore di Dio, proprio attraverso il prete. Forse a volte c'è chi ci guarda con distacco o si fa di noi un'immagine deformata. A volte ci cancella dalla sua vita, se non ci disprezza, generalizzando senza ragione.

Ma, ripeto, noi ci sentiamo sommersi da un'infinita compassione al punto che le loro sofferenze, le loro stanchezze, sono le nostre sofferenze e stanchezze. Lo sperimentavo da vescovo e lo sperimento oggi. Ai miei confratelli vorrei affidare quanto dice il Santo Padre, Benedetto XVI:

“Lo stupore per il dono che Dio ci ha fatto in Cristo, imprime alla nostra esistenza un dinamismo nuovo, impegnandoci a essere testimoni del Suo amore. E diveniamo testimoni, quando, attraverso le nostre azioni, parole, modo di essere, un ALTRO appare e si comunica. Si può dire che la testimonianza è il mezzo con cui la verità dell'amore di Dio raggiunge l'uomo nella storia, invitandolo ad accogliere liberamente questa novità radicale. Nella testimonianza Dio si espone, per così dire, al rischio della libertà dell'uomo.” (Sacramentum veritatis, n. 85)

Ai fedeli, di cui ho avuto la fortuna di essere loro pastore, confermo che li ho sempre amati, tutti, come è possibile amare e ho avuto la gioia di conoscere l'accoglienza di Cristo, che passava per questo amore. Così come sono felice dell'accoglienza che mi riservate ogni settimana.

Quante volte mi ringraziate, ed è il segno che l'amore di Dio è in noi e tra noi. Grazie a voi!

Antonio Riboldi – Vescovo –

Internet: www.vescovoriboldi.it

email: riboldi@tin.it


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