giovedì 5 luglio 2007

Su Il padre degli animali di Andrea Di Consoli


Rizzoli 24/7, 2007

recensione di Vincenzo D'Alessio

Il romanzo che lo scrittore Di Consoli ci propone è da annoverarsi tra le belle prove di scrittura di quel filone meridionalista che va riscoprendo la forza delle radici e il dormiveglia nel quale è crollata la popolazione delle regioni del Sud Italia a causa delle cattive e facoltose abitudini sociali.
Stiamo dicendo che a causa dell'eccessivo benessere la gente del Sud della penisola ha completamente dimenticato le grandi prove di scrittura che hanno caratterizzato gli anni tra la seconda guerra mondiale e la recessione industriale degli anni Ottanta.
Abbiamo letto il romanzo di Carmine Abate La festa del ritorno (Mondadori, 2004) che ha molte similitudini con Il padre degli animali. In modo particoalare per quanto riguarda i riti antichi, quelli arborei, i fuochi delle stoppie nei campi, i balli, i falò e la gente intorno, le bevute insieme, il calore di un meridione che sta cambiando sotto i nostri occhi mediante i duri colpi di una politica consumistica calata dalla parte ricca della Bella Italia.
Per quanto si tenti di allontanare la paura della morte, questa ritorna forte, si insinua in ogni pagina del romanzo proprio come nelle poesie del Nobel Quasimodo, quasi come un'acqua sorgiva che scaturisca dagli occhi della nostra terra calda e colma di luce solare.
Gli animali. Animali senza nome che hanno lavorato ininterrottamente in Svizzera, ma sarebbero potuta essere la Germania, il Belgio o altre nazioni, alla costruzioen delle case, delle fabbriche, delle autostrade, dei negozi, della miriade di edifici delle grandi metropoli oltralpe. Animali che hanno visto i propri figli, i nipoti, morire al Sandis Park di Zurigo per overdose, o suicidarsi spingendosi dal ponte dei sospiri di Appenzell. Animali che sono tornati a casa carichi di soldi ma poverissimi di affetto. Hanno visto i propri figli e nipoti finire in malo modo proprio quando sono rientrati in paese e hanno completato la loro fuga, quella degli anni Sessanta, con un rientro privo di qualità, di riconoscenza da parte dei paesani e nella perdita dei figli incapaci di adattarsi a questo cambiamento.
Tre parti di un romanzo forte e costruttivo, mai rabbioso, mai stonato, nonostante sia pervaso da un dolore cosmico che si affaccia alla fede per racimolare una piccola forza di rivincita.
Il Sud raccontato dal Nostro è quello della Val d'Agri, dei pozzi petroliferi, della gente forte e buona della provincia tra Salerno e Potenza, quella terra lucana tanto cara ai giorni nostri a Leonardo Sinisgalli o a Rocco Scotellaro. Questa è anche la terra descritta da Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato a Eboli o nel romanzo Ombre sull'Ofanto di Raffaele Nigro.
Un romanzo che pagina dopo pagina scopre le difficoltà del ritornare a quella che dovrebbe essere la vita delle origini: una sorta di sorgente, come quella descritta dallo scrittore, che dovrebbe dissetare e invece non può più assolvere questo compito perché tutto il passato è divenuto “fango“ che distrugge la luce dei ricordi.
Raccontato attraverso la figura di un figlio, il padre assume la grandezza e la saggezza dei “padri della terra“ (se ci sentono cantare) ma il canto è un lezzo di morte che percorre le vecchie generazioni e avvisa le nuove dei cambiamenti in atto. irreparabili, insormontabili, se non nella fuga da questi luoghi e da questa gente. In sintesi, quello che sta avvenendo da sempre al sud di ogni parte del mondo e in modo ravvicinato nel sud della nostra penisola italiana.
La politica, la maledetta politica che tradisce la gente onesta e svilisce quanti credono in questa figura che si “aggiusta con la mano i grandi occhiali rossi“ tanto da condurla al suicidio o ad allontanarsi per sempre dai luoghi natali dopo aver conseguito la laurea. La politica con i suoi esponenti, piccoli e grandi, ha ucciso il Sud dal dopoguerra e non smette. Chi rappresenta lo Stato o indossa una divisa non si comporta in modo migliore di fronte alle paure degli onesti e alle palesi ingiustizie dei politici.
Anche i preti fanno la loro parte.
In questo dramma ancestrale e collettivo, la figura del padre, immensa e silenziosa, assume l'asse nord-sud, cielo-terra, bene-male, quasi come una strada di mezzo, una via di salvezza. La figura materna è appena accennata, poche volte ricordata, quasi in forma onirica, come un'alba lontana.
Stupisce la frammentazione delle vite dei personaggi che si dispongono attorno alla figura del figlio e del padre. Come il ricorso alle metafore riprese dalla quotidinità di un sud in parte scomparso o che sopravvive in gesti ristretti a piccoli gruppi superstiti. Ogni pagina di questo romanzo, collocatosi tra i vincitori del Premio Napoli 2007, trasuda verità e meraviglia, calcando le belle pagine di uno scrittore come Bontempelli o quelle asciutte di Calvino.
Un raccontare che somiglia a un viaggio, sostenuto con il convincimento che i cambiamenti stanno epurando al parte ancestrale delle buone tradizioni che il suo della penisola italiana conservava.
I dialoghi, tra i personaggi e il cosmico, avvengono come frammenti di una lingua passata che nascondono il calore e la violenza del dialetto calabrolucano. In questo romanzo il dialetto non si affaccia a materializzare detti e frasi consuete. Lo fanno i gesti, i monologhi, le descrizioni, il testamento che lo scrittore Di Consoli consegna alla letteratura italiana consacrando, con questa bellissima prova alle soglie del nuovo secolo, la letteratura meridionale troppe volte ignorata e che invece continua ad offrire le forze migliori non solo di braccia ma di talenti letterari.

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