sabato 17 gennaio 2026

Ecco i vincitori del Narrapoetando 2026 sez. Racconto/saggio

 

Per la sezione poesia v. 


I. classificato


DUE RACCONTI di Giampaolo Proni (Rimini) 


Giampaolo Proni, nato a Faenza, Italia, il 5 settembre 1955, è laureato in Filosofia e dottore di ricerca in Semiotica. È stato allievo e poi collega di Umberto Eco. E’ stato professore associato presso l’Università di Bologna e autore di monografie e articoli di semiotica e comunicazione. Ha svolto attività di pubblicista per diverse testate tra le quali IlSole24Ore, e ha lavorato per RAI TV, la televisione pubblica italiana. Nel 1989 ha pubblicato il primo romanzo della trilogia dedicata all’intelligenza artificiale ASIA: (Il caso del computer Asia, Bollati-Boringhieri), seguito da La dea digitale (Fazi, 2000) e Digit_Zero (Aracne, 2008). La trilogia è poi stata riproposta da Antonio Tombolini editore. È autore del romanzo giallo per ragazzi L'indagine di Maria H. (Signorelli, 1993), oltre a diversi racconti di fantascienza, tra i quali "La corsa di Jimmy Boot", in Cyber Punk, Millelire Stampa Alternativa 1995.


«In DUE RACCONTI si celebra un evento che durante la nostra vita terrena potrebbe essere visto come uno, forse IL desiderio più grande dell'umanità credente (e non): l'incontro con Dio. In queste righe LUI viene cercato, sognato, costruito e visto. E l'arrivo di Dio nella propria vita sarà qualcosa di enigmatico in grado di ribaltare le certezze preesistenti.» (Arianna Biscotto)


«I due racconti “Il signor Sorbino e Dio” e “L’isola del miele”, soprattutto il primo, sono due racconti “fantastici”, dove realtà e surrealtà convivono, sotto lo sguardo di un Onnipotente distratto ma non troppo. Le trame ordite dall’autore sono, a loro modo, “divertenti”, poco verosimili, quindi fantastiche, ma originali. Una ambientata in una nostra città, l’altra in luogo esotico, entrambe con un protagonista che si ritrova immerso nel dubbio, non filosofico e neppure esistenziale, ma improvviso. L’identificazione con un protagonista così accompagna la lettura.» (Nino Di Paolo)


«Scrittura scorrevole e godibile, il testo è allo stesso tempo immaginifico e rigoroso, fantasioso e coerente. E lascia aperto uno spiraglio al dubbio: e se fosse davvero cosi?» (Marco Bottoni)


«Storie originali e interessanti, ben congegnate, attente a catturare il lettore con un ritmo narrativo sostenuto.» (Paolo Calabrò)


«Due storie, con due scenari e due registri narrativi completamenti differenti, a cui fa da filo conduttore una medesima presenza del divino ricercata in una maniera del tutto inusuale, ma interpretata in una chiave moderna. L’autore, grazie ad una narrazione serrata e coinvolgente, spinge i lettori a seguire la logica dei racconti, arrivando ad un effetto sorpresa in entrambi i finali.» (Cristiana Veneri)



II classificato


Un lungo inverno crudele di Giovanna Passigato (Medicina,  BO)


Giovanna Passigato è nata e cresciuta nella Bassa veronese; laureata in Giurisprudenza a Bologna, dove ha lavorato per lungo tempo all'Università. Pur arrivata tardi alla scrittura, si dedica a questa ormai da quasi trent’anni. Ha vinto vari concorsi e pubblicato vari libri (nessuno a pagamento!) Adora i giovani, che sono quasi sempre i protagonisti dei suoi racconti/romanzi. Ora vive in un paese della Bassa Bolognese occupandosi di iniziative culturali, e di mettere a posto le quintalate di appunti per opere che vorrebbe scrivere. Forse nella prossima esistenza! Ha posseduto vari gatti (anzi, loro hanno posseduto me, come potete appurare leggendo Vita con Ofelia).


«L’opera si compone di otto racconti, il secondo dei quali dà il titolo a tutto il lavoro. “Un lungo inverno crudele“ è racconto ambientato nel passato, un passato nel quale superstizione pura, superstizione religiosa ed abbozzi di razionalità convivono e si intrecciano nel tempo in cui iniziano ad intrecciarsi, qui in Europa, non solo nelle terre colonizzate, etnie di un altro mondo, separate da millenni da quello mediterraneo e nordeuropeo. 

Questo nostro mondo sapeva dell’Africa nera e del profondo Oriente, ma ignorava totalmente il mondo di coloro che passarono lo stretto di Bering e si spinsero fino alla Terra del Fuoco. Il protagonista del racconto è un ragazzo indio, novizio gesuita, finito nel bolognese con i suoi confratelli (bianchi ed anziani) espulsi dalle Americhe, con le conseguenti vicende di incomprensione, anche linguistica (neppure i Gesuiti che parlano latino ed italiano comprendono il dialetto bolognese) ed emarginazione. La scrittura dei racconti, di tutti e otto, è pulita, chiara anche quando utilizza termini dialettali italianizzati o semplicemente espressioni dialettali (come nel racconto “Galline - Veneto anni ’50”) e la lettura è scorrevole, senza intoppi di trama. Il filo conduttore di tutti è l’insopportabilità del vivere, laddove il peso soffoca ogni speranza e nulla si intravede all’orizzonte.» (Nino Di Paolo)


«Con i tratti agili di una scrittura piana e ritmata sa indagare e rendere al lettore l’interiorità dei protagonisti di Storie che, a partire da epoche lontane, arrivano ad abitare il nostro Tempo.» (Marco Bottoni)


«Opera che spicca per l'ambientazione e la capacità di gestire il linguaggio e l'atmosfera dell’epoca.» (Paolo Calabrò)


«Un lungo inverno crudele ci propone sei storie, lontane tra loro nel tempo e nello spazio. Sei quadretti il cui comun denominatore è la Fine ineluttabile, cui tutti dovranno fare i conti. L’effetto è senz’altro spiazzante, a tratti alienante. L’intento, forse, è far riflettere sulla pluralità delle cause.» (Cristiana Veneri)



III classificato


RACCONTI BREVI SCELLERATI E DOLCI di Roberto Battestini (Pescara) 


Roberto Battestini (1966) è fumettista, grafico, disegnatore e docente di lingue straniere. Lavora nel campo dell’illustrazione scolastica e per riviste. Traduce fumetti dall’inglese, dal francese, dal portoghese e dallo spagnolo. Collabora con le principali riviste di fumetto italiane. Nel 1997 Peluche sullo stomaco è l’unico fumetto della collana di saggistica Castelvecchi. Nel 2009 Fratelli ottiene il I premio ad Arena! di Bologna e nel 2010 una nomination al Napoli Comicon. Con la EDB crea la collana Catecomics. Pubblica per la Ave di Roma una biografia di Giovanni Paolo II e una di san Francesco. Nel 2009 e nel 2010 vince il Premio Fede a strisce a Rimini. Nel 2018 pubblica A caro sangue, 001 edizioni di Torino. Nel 2018 vince il premio Genti d’Abruzzo sezione fumetto. Nel 2022 esce con Neo Edizioni Abba Padre, I al Premio Vito Moretti 2023 categoria Graphic Novel. Nel 2023 Abba Padre riceve una menzione speciale del premio Fede a strisce. Lavora nel campo della sceneggiatura dal 2008, attualmente è impegnato come sceneggiatore e storyboard artist nella realizzazione di una serie di otto puntate per la Red Film basate sul suo romanzo a fumetti A caro sangue. Premio Lorenzo Bartoli alla carriera a maggio 2024 nel corso di Cassino Fantastica. www.battestini.it


«Motivazione per RACCONTI BREVI SCELLERATI E DOLCI: se fossimo capaci, come suggerisce l'autore alla fine, di ricordare quello che dicevano le nonne e cioè che "le statue dei Santi hanno un cuore vero" forse i diversi protagonisti di questi RACCONTI avrebbero potuto affrancarsi ed i finali delle loro storie avrebbero potuto prendere una piega ben diversa.» (Arianna Biscotto)


«I sette racconti di questa raccolta offrono, a chi legge, vissuti amari, con conclusioni a volte tragiche, un tragico che accoglie il “pulp”, ed altre “soltanto” tristi. Il linguaggio è sempre comprensibile, quotidiano, nel senso migliore del termine.
Scrivere come si parla e farlo comunque in un corretto italiano sembra facile ma non lo è. Riuscirci, come qui, è meritevole di apprezzamento. E l’ho apprezzato.» (Nino Di Paolo)


«Pagine scritte con uno stile diretto, secco; racconti che suonano amari ma che risultano corrispondenti alla realtà di un Mondo che sa essere anche cattivo.» (Marco Bottoni)



Opere votate



LE LEONESSE: storie di missionarietà al femminile di Paola Spigarelli (Rimini) 


Paola Spigarelli ha pubblicato Sorelle e madri (premio Faraexcelsior 2019) e, nel 2020, Le scrittrici di D’Io. Innamorata fin da piccola dei libri, trova nella letteratura e nella storia delle donne una riserva inesauribile di meraviglia e forza, la stessa che mette al lavoro con i bimbi.


«È sempre affascinante e motivante confrontarsi con la forza e la determinazione di donne che hanno perseguito per tutta la loro vita un ideale.» (Arianna Biscotto)


«La testimonianza al femminile è una testimonianza umile, caparbia, forte e forse inaspettata. ‘Le Leonesse’ ci fa entrare nella vita di missionarie, che nel loro piccolo sono state grandi… vere e proprie leonesse. Sono storie che sorprendono e che meritano di essere conosciute. Si delinea un ruolo, quello femminile, che anche nel cristianesimo ne è parte viva e fondamentale.» (Cristiana Veneri)



Massifondi di Giorgio Massi (Ascoli Piceno) 


Giorgio Massi (1973) Laurea in Giurisprudenza. Vive da oltre un secolo nel sud delle Marche. Autore per hobby di racconti poetici e provocazioni letterarie. Qualche premio e attestato di merito sulla coscienza da eterno secondo. Passione per sport e cultura dello sport giocato.


«Una voce narrante ossessiva e calibrata racconta una passione sportiva vissuta come necessità vitale e simbolica, affiancata dalla presenza di un felino che partecipa, quasi per contagio, allo stesso slancio agonistico. Attraverso un’ironia costante e mai compiaciuta, il testo attraversa i meandri dell’esistenza contemporanea, restituendone una critica sociale ampia e incisiva. La scrittura colpisce per la brillantezza della tessitura retorica e poetica, sostenuta da una scelta formale rigorosa e originale: paragrafi brevi che introducono pause e ritmo, organizzando un flusso narrativo intenso, compatto e densamente esperienziale.» (Graziella Sidoli)



Le sette pievi. Otto novelle  peregrine (tra labirinti e scacchiere) di Saverio Caponi  (Firenze) 


Saverio Caponi vive e lavora a Firenze, sempre impegnato a guadagnarsi il tempo per leggere, studiare, scrivere cose di filosofia, psicologia, varia letteratura.


«Saggio filosofico attraversato da passaggi di poema in prosa, Le sette pievi si impone come un viaggio misterico verso il sacro primordiale, là dove il segno — labirinto, scacchiera — diventa dispositivo di ascolto e di rivelazione. La scrittura rifiuta ogni funzione esplicativa per assumere un ruolo attivo: attraversa, convoca, conduce. Articolato in Anteprima, Otto Novelle ed Epilogo, e sorretto da essenziali bibliografie filologiche, il testo affonda in un sapere necessario che si traduce in una lingua di eccezionale densità e limpidezza. Ne risulta un’opera di alto valore speculativo e poetico, capace di tenere insieme rigore del pensiero e forza visionaria, offrendo al lettore non un semplice percorso interpretativo, ma una autentica esperienza di soglia.

(Nota critica: Un po’ eccessivo nella resa retorica e la composizione strutturale)» (Graziella Sidoli)



Il frivolo e l’eterno di Alessandro Burrone (Pechino)


Alessandro Burrone (1994) è cresciuto tra Torino e Cigliano (VC) e vive a Pechino, dove sta conseguendo un dottorato di ricerca. Ha collaborato con riviste e blog letterari, tra cui: Pangea, Studi Cattolici, Il Sussidiario, farapoesia, La poesia e lo spirito. Con Fara ha pubblicato la raccolta di poesie, La sete, il sonno (2022) e il romanzo La promessa di vita nel tuo cuore (2023, vincitore del concorso Narrapoetando), la silloge Le mie mani non sanno (I class. al Narrapoetando).


«Riflessione profonda e attuale, ben documentata e ispirata a un principio generale che riesce a stagliarsi in primo piano senza mai scadere nel didascalico o, peggio, nel dottrinario.» (Paolo Calabrò)


«Il frivolo e l’eterno si segnala per il solido interesse storico, fondato su una ricerca puntuale e restituito in una lingua elegante e consapevole.» (Graziella Sidoli)

mercoledì 14 gennaio 2026

Storie vive

Denis Astolfi, Dedicato ai curiosi, Amazon Italia Logistica 2025
Immagine di copertina di Celeste Astolfi

recensione di AR

“Sono un cacciatore di storie complicate e stravaganti e quando ne rintraccio una la seguo nell’ombra, senza turbarne lo sviluppo.”
Così scrive l’autore nell’Introduzione a p. 3. Ed è in effetti stimolante immergersi in queste storie strampalate, ricche di colpi di scena e vicende tragicomiche. Così veniamo presi dal fortuito incontro parigino fra una disegnatrice adolescente al suo primo viaggio in Francia e il musicista di strada di cui si parla in Due vite in un tratto; o  dall’incredibile viaggio a Santiago narrato in Due cervelli in fuga; o dalla “sceneggiatura” già pronta per essere riversata in un film di animazione, di Due cuori, un sepolcro!
Denis Astolfi esprime un umorismo creativo e struggente ed è abilissimo a intrecciare storie in cui il verosimile cavalca una fantasia che pure è assai realistica, viva e coinvolgente, perché calata in situazioni che possiamo aver vissuto, in sensazioni che abbiamo provato, in emozioni che tutti abbiamo sperimentato nei momenti in cui il nostro cammino ha imboccato svolte importanti.
Queste pagine ci divertono, ci commuovono, ci sorprendono, ci spiazzano, ci danno fra le righe insegnamenti preziosi, ben innaffiati di ironia e comicità.
Non privatevi della gioia fi sfogliarle (e di leggerle, naturalmente :).

In Conclusione (p. 271), il Nostro afferma:  “Ascoltate tutti, anche chi è diverso da voi. E, soprattutto, raccontate. Perché ogni storia avvia una scintilla e, se la scintilla è quella giusta, potrebbe riaccendere tutto quello che abbiamo dimenticato.”

La simmetria imperfetta

da Faranews Numero 80


In una rete di linee che s’intersecano: La simmetria imperfetta





Il prisma scompone la luce, ne restituisce colori fulgidi, abbaglianti densità cromatiche che accarezzano la materia, rivelandone inaspettati particolari, sorprendenti trompe l’oeil.
Johan Thor Johansson non è Alessandro Ramberti, ne è solo la proiezione fantastica, l’imperfetta simmetria dell’uomo. È il suo trompe l’oeil, la mistificazione che aleggia con la fantasia.
Johan Thor Johansson mostra un mondo in cui l’inverosimile (con la sua portata rivelatoria) è un aspetto piuttosto consueto del reale, ne è la prospettiva più autentica (inautentica?), quella che si avvicina al vero (al falso?). Così i giochi prospettici e i rovesciamenti evidenziano le sfaccettature segrete delle cose nonché i recessi più remoti di noi stessi (Johan Johansson è Alessandro Ramberti nella sua realtà parallela, forse il prodotto di un’allucinazione davanti allo specchio).
Il protagonista della storia è egli stesso uno che cerca (“ein Suchende”, potremmo dire, per entrare immediatamente in area germanica), all'interno del suo essere e agire, in relazione a ciò che accanto a lui accade e a chi accanto a lui vive.
Allora eccoci nel cuore del libro in cui specchi, labirinti si moltiplicano all’infinito, rimandando a nessun altro che a se stessi: lasciano scappar via il senso, quasi in una dimensione borgesiana e combinatoria (La√ è il titolo speculare di alcuni capitoli del libro), di letteratura al quadrato. Poi la grotta e la scalata impervia di una montagna, tipici topoi romantici della letteratura tedesca, situazioni da viandante goethiano verso lo Harz o di discesa nella profondità della terra (ma leggiamo: anima), tipica di quegli straordinari poeti-scrittori tra Weimar e Jena, nei quali misticismo e contemplazione misterico-alchemica della natura si fondono (alcune atmosfere ricordano racconti come Der Blonde Eckbert di Tieck, esperienze mistiche che rimandano alla formazione “esoterica” di un novalisiano Heinrich von Öfterdingen).
In più risulta fortemente straniante l’ambientazione: l’Islanda, che naturalmente riporta alla mente i Canti dell’Edda, esplicitamente citati nel libro; con le sue divinità pagane, le enigmatiche kenningar che muovono ad un senso altro delle cose; con i suoi ghiacci che nascondono incandescenti fluidi magmatici (e affiora alla mente Hebbel che riassume allo stesso modo, nei suoi diari, l'unicità dell'Hekla, il vulcano di ghiaccio dell'isola).
Tuttavia non è solo letterarietà quello che brilla ne La simmetria imperfetta, ma anche una serie di vicende ed esperienze alle quali l'autore attinge e che fanno parte del vissuto del Ramberti uomo: l'avventura giovanile di scout che lo hanno condotto ad un confronto con la natura (scalate di rocce e escursioni per grotte), i viaggi per studi e ricerche: letteratura e vita, anima ed esattezza.
Ancora una volta, dunque, i riverberi della letteratura sulla vita e i riflessi di quest'ultima sulla prima.
Nell'intera vicenda si cala, senza il minimo contrasto, l’anima profondamente cristiana dell’autore (ma chi dei due? Alessandro o Johan?) ed emerge prepotentemente l’aspetto etico-religioso di tutto il libro (ne siano testimonianza le citazioni di Confucio, dal Paradise Regained di Milton, la carità “paolina” che chiude il libro) tale da rendere la fiaba una parabola morale.
Nell'intreccio di una letteratura autenticamente naturale, popolare, primitiva, ingenua (tanto per restare ad un romanticismo tedesco di marca schilleriana) con la controparte ”sentimentale”, con il massimo di artificio risiede la ragione dell'opera, così come dall'incontro di una nordica tensione speculativa e di una mediterranea genuinità religiosa germoglia l'orientamento etico che ne sottende la funambolica architettura.
Così tra il linguista islandese Johansson e il linguista mancato Ramberti (per sua stessa ammissione: e si vedano a tale proposito gli intarsi linguistici che popolano il racconto, anche a mo' di chiave enigmistica dell'opera) si crea la sottile continuità, l'imperfetta simmetria, dello scrittore-moralista che vede la letteratura come “etica al quadrato”.

martedì 13 gennaio 2026

TRENTINO

di Vincenzo Capodiferro




Piccola fiaba ispirata alla muraglia cinese delle Dolomiti lucane. Passando per Pietrapertosa il mio pensiero subito volava… al Trentino…


Sapete perché il Trentino si chiama così? C’era una volta nell’anno Mille un re, che si chiamava Santo. Era un padre buono e la sua sposa era la regina di Mulla, il vecchio nome della città di Trento. Il nome derivava da Mull, che significa spazzatura, o da Mille, perché s’era ingrandita nell’anno Mille. Santo e la sua amata sposa, che si chiamava Santina, ebbero trenta figli e li chiamarono ognuno con il nome del numero corrispondente: Primo, Secondo, Terzo, Quarto… fino ad arrivare al trentesimo, il quale nacque alla fine, quando Santina era molto avanzata negli anni. Era molto basso di statura, perciò lo chiamavano Trentino. Trentino era molto intelligente ed attivo, perciò il padre, contravvenendo alla legge della primogenitura, voleva lasciare il regno di Mull a Trento, come si chiamava l’ultimo figlio, o Trentino, come lo chiamavano. Però gli altri fratelli non accettavano le risoluzioni del genitore e cominciarono a congiurare contro Trentino: 

– È basso, anche se bello, astuto! vuole prendersi il regno! Il castello di Mull, perciò, veniva chiamato del Malconsiglio, perché tutti i figli congiurarono contro Trentino e contro i Genitori, il re e la regina. Si formarono due gruppi, uno era a favore di Trentino, anche se erano pochi: Settimio, Ottavio, Decio, Quindecimo, Ventitreesimo, Ventisettimo. Tutti gli altri favorivano Primo. Tredicesimo e Diciassettesimo si disputavano la carica di Viceré. Alla fine decisero di andare a disperdere Trentino in una foresta. Però alcuni dicevano:

– Guardate che Trentino è molto furbo, se lo lasciamo nella foresta Giulia potrebbe ritirarsi. Egli parla con gli animali e con le piante. È esperto nella magia.  

La foresta Giulia era un’antica boscaglia che si ergeva per tutta la Venezia Superiore ed era immensa, facilmente ti ci potevi perdere. Prese questo nome perché Giulio Cesare vi si rifugiò durante la Guerra Civile con Pompeo con le truppe e così non si faceva mai trovare. La foresta poi fu tagliata per le riforme dei contadini. Allora intervenne Diciassettesimo:

– Portiamolo e caliamolo nella grotta di Friulio, è una grande voragine, senza fondo. Di lì non ne uscirà più. Ah ah ah!

Con la scusa di fare una gita tra le montagne e fare un picnic presero Trentino e lo calarono dentro l’immane voragine della caverna di Friulio.

– Aiuto! Aiuto! – Gridava il povero Trentino, ma quegli ingrati di fratelli senza cuore scapparono via. Pareva proprio come Giuseppe e i suoi fratelli. Quando tornarono a casa dissero al padre che era morto, caduto da una rupe e che il corpo era stato afferrato da una grande aquila e portato via.

– Adesso, come farò? – Balbettava Trentino stridendo i denti, ma non si scoraggiava. Le provviste finirono. Ad un certo punto udì da lontano una voce:

– Ah! Chi sei tu? Trentino!

– Come fa a sapere il mio nome? – Pensava tra sé: – E chi abita qui in queste grotte orrende? Staro sognando, o sono morto.

E comparve dal buio della caverna un uomo con una barba lunghissima, vestito di un manto finissimo e dietro seguiva una donna bellissima, pareva una fata e una corte di gnomi, di nati e di altri esseri strani. 

– Io sono il mago Friulio e questa è mia moglie Smeralda. Io sono il Signore di questa terra, il Friuli.

Si presero cura di Trentino, che stette in quella grotta per dieci anni. Intanto Primo aveva spodestato il padre, fatti rinchiudere i genitori nelle secrete del castello di Malconsiglio e dominava tirannicamente sulla città di Mull e su tutto il principato.  Aveva chiesto in mano anche una delle figlie di Friulio, Giacinta, che era bellissima, ma Friulio si era rifiutato, allora l’aveva fatta rapire dai suoi bravi. Giacinta era innamorata di Trentino. 

Friulio aveva le chiavi del regno di Fantasia, un regno infinito, ove esistevano interminabili schiere di esseri strani, mai visti. 

Per liberare Giacinta e il regno di Mull, Trentino assoldò dal regno di Fantasia un esercito di militi di ghiaccio, guidati da Frigerio. L’esercito partì alla volta di Mull per assaltare il castello di Malconsiglio. All’inizio tesero un tranello e mandarono in dono, da parte di Friulio, Signore del Friuli, una grande statua di ghiaccio, che pareva di vetro, facendo finta che Friulio avesse accettato le pretese di Primo su sua figlia Giacinta. Gli altri fratelli, soprattutto Diciassettesimo, erano diffidenti, ma Tredicesimo alla fine riuscì a convincere Primo ad accettare il dono, per prendere in moglie Giacinta con il consenso del padre. 

Fecero entrare la statua nell’atrio del castello di Malconsiglio. Tutti l’ammiravano, pareva di cristallo luminescente. Durante la notte dalla statua uscirono i soldati di ghiaccio, intanto un altro esercito, guidato da Trentino, aveva raccolto per strada tutti i ribelli, e si recava dritto al castello di Primo. Con un’azione congiunta i soldati di dentro e quelli di fuori che sfondarono il portone del castello. Irruppero, sconfissero il nemico. Fecero prigionieri i fratelli, li rinchiusero nella torre, liberarono i prigionieri. Santo e Santina furono liberati e Trentino fu proclamato re di Mull, con l’acclamazione di tutto il popolo che si era liberato della tirannia. Trentino sposò la principessa Giacinta e regnarono per lunghi anni, felici. Il regno prosperò sotto la reggenza di Trentino. Da allora la città di Mull fu chiamata Trento, in onore del re e il castello di Malconsiglio mutò il nome in Buonconsiglio.

sabato 27 dicembre 2025

La Terra promessa di Montale

Alberto Fraccacreta, Eugenio Montale. Il tu e la cultura ebraica, Quodlibet Studio 2025

recensione di AR



Il libro è strutturato come segue:

Introduzione. L’errante nel Canaan: l’identità con la cultura ebraica

I. L’arca delle muse attàh (אַתָּה) e il Femminile cabalistico

    1. «Il sospiro del frangente»: il dono e la grazia in Casa sul mare
    2. Lo slang “mistico” nelle Lettere a Clizia: la ricerca della propria identità nell’altro 
    3. Chi è Pilar? Storia di una musa montaliana

II. Il senso di confraternity

    4. Il “simbolismo autoriflesso” in Montale traduttore e tradotto
    5. Temi e lemmi montaliani nel Conte di Kevenhüller di Giorgio Caproni
    
III. La via: l’altrove e la fede

    6. Per un Montale siriano e gerosolimitano
    7. Appunti per un commento a Ho tanta fede in te negli Altri versi

Procedo a ritroso. 
Da III.7: “Ho tanta fede in te è una lirica fondamentale per tirare le somme non soltanto della tarda silloge, ma dell’intera scrittura montaliana, soprattutto se integrata con il ritorno bruciante di Arletta/Capinera nelle poesie finali.” (p. 132); “Scrive Franz Rosenzweig: l’ebreo «non crede in qualcosa, è fede egli stesso».” (p. 135); “L’io sfibrato ritorna alla possibilità di una pienezza d’esistere grazie alla presenza del tu. La fede nel tu è rafforzamento dell’io, attàh.” (p. 137).
Da III.6: “Luce d‘inverno è una considerazione sulla prossimità della vita e della morte, sul fatto che esse coincidono, «poiché l’evento che fa nascere a nuova vita» il poeta «è quello definitivo: è una scintilla che lo rende ’nuovo’ e ’incenerito’.(…)».” (p. 111, citando dal Commento di I Campeggiani e N. Scaffai a La bufera e altro); “A Gerusalemme Montale si confronta con il Cristo come mai aveva fatto prima.” (p. 119); “Sembra quasi che sia avvenuto il passaggio dalla pietas alla caritas, che coincide appunto con il salto dal ’sacro’ al ’santo’, tma presente in Montale già dei tempi del preziosissimo Quaderno genovese.” (p. 122).
Da II.5: “Fondamentale è sottolineare come il livornese, avviatosi al cammino pneumopoetico da una prospettiva ’errante’ del tutto montaliana, cerchi la trascendenza in uno scarto di negatività affermativa (la cosiddetta teologia negativa, (…). La via di Dio è, prima di ogni altra cosa , via negationis, patologia del divino, presunta inesistenza che deve esistere oltre la barriera inscalfibile ed evanescente del nulla, del mysterium iniquitatis, per conferire senso alle cose.” (pp. 92-93).
Da II.4: “Ciò che vorrei dimostrare è che il poeta-traduttore cerca nel testo in via di traduzione, più o meno consciamente, le immagini e le tracce di sé stesso (di ciò che caratterizza la sua individualità lirica) fino a riprodurle ed evidenziarle al di sopra della lettera.” (p. 69).
Da I.3: “Pilar, non identificabile in nessuna delle ispiratrici e al contempo comprendente ognuno dei caratteri essenziali di esse, rappresenta non soltanto la presenza paradigmatica della Virgo (Bernadette) e di una femminilità perfetta e assoluta, ma anche il luogo stesso dell’infanzia (il beccafico, Sylvia borin), i virgiliani Saturnia regna che riadducono il tu e l’io stesso verso una completezza biblica-prelapsaria ora negata, un’integrità della natura umana in senso sottinteso e più profondamente mariologico. Le muse sono così racchiuse in un’arca – il Nome-della-Madre – che le preserva dal diluvio dell’oblio.” (p. 63).
Da I.2: “Come dirà in L’immane farsa umana, poesia del Quaderno di quattro anni (OV 596), il tu è un «calco» dell’io. Importante notare che questo intuarsi presupponga infine una ricaduta nel me, a causa della mancanza di riflessione nel divino (agirebbe insomma la forclusione del Nome-del-Padre, l’assenza del Terzo).” (p. 43).
Da I.1: “Sospiro e patto, frangente e destino. Tutto sembra già scritto. Ma il varco è un’assenza di sospiro, un momento di dispnea che rompe l’andamento regolare del divenire, l’amor fati. Uno stacco improvviso, verticale, unico. Il Montale di questa poesia [Casa sul mare] è ancora decisamente il giovane lettore degli apologeti cristiani (Ernest Hello, in particolare), la cui presenza ricorre spesso nel Quaderno genovese.” (p. 31).
Dall’Introduzione: “(…) è quindi un ebraismo di identità, un dialogismo io-tu (colpa-salvezza) che costituisce il termine fondante del cosiddetto soggetto lirico.” (p. 17).

Alberto Fraccacreta interpreta al più alto livello la missione del critico letterario, mettendo a frutto le sue ampie e appassionate ricerche con una sapiente capacità di mettere assieme pezzi e frammenti, fili contorti o spezzati… che risultano di fondamentale importanza per indagare personalità assai complesse coome quella di Montale. Con l’ardire e la curiositas di un navigatore, Fraccacreta ci conduce nei meandri creativi ed esistenziali del poeta ligure con un approccio amicale e al contempo rigoroso, ciò che riscalda questi saggi irrorandoli di una umanità che affratella e cattura chi li legge. Questi saggi sono davvero una miniera per conoscere l’officina (anche con i suoi angoli in ombra e meno edificanti) di una grande anima del Novecento contraddittoria e al contempo illuminante, forse fiduciosamente scettica, in costante ricerca, come tutti, di un tu pregnante e mutevole che possa sostenerci, completarci, migliorarci e magari avvicinarci a un Tu indefettibile eppure sfuggente, che possa davvero salvarci.