Presso l’Infopoint di Grazie di Curtatone (MN) dal 29 marzo al 12 aprile è stato allestito il “Presepe di Pasqua” dal titolo “La passione di Gesù - Scene in movimento”, caratterizzato dal movimento di alcuni personaggi all’interno di ciascuno dei 12 quadri della rappresentazione. Gli inventori sono Mariarosa Mutti, per tutti Mary, e Romano Soncini, una coppia di artisti di Asola (MN) che è riuscita a creare un piccolo capolavoro.
LA PASSIONE DI GESÙ
Scene in movimento
Il “Presepe di Pasqua” è il creativo parto della coppia Mariarosa-Romano che, partendo dalla rappresentazione tradizionale, hanno animato, con movimenti, luci e suoni, le varie componenti della narrazione. In pratica si tratta di un lavoro, oserei dire cinematografico, che riesce a coinvolgere anche il più scettico degli spettatori. La rappresentazione si compone di 12 atti capaci di far rivivere come in un flash back ciò che è accaduto più di duemila anni fa.
Si comincia con l’ingresso a Gerusalemme dove Gesù distribuisce benedizioni con il movimento delle mani, mentre una donna, disperata, gli si aggrappa alle vesti, probabilmente alla ricerca di un miracolo. In primo piano, leggermente decentrato, un asino sembra estraniarsi alzando e abbassando ritmicamente la testa, mentre sullo sfondo Zaccheo, per innalzare la sua bassa statura, si è arrampicato su di un albero e osserva l’evento.
Si passa all’Ultima cena con Gesù che spezza il pane e lo offre ai discepoli in un chiaro-scuro presagio di tradimento.
Nel buio dell’orto del Getsemani il volto di Cristo appare come in un sudario che scruta il cielo in cerca di aiuto.
Sempre la penombra veste la disperazione di Pietro che, inginocchiato, si copre il viso con le mani quanto ode il canto del gallo.
Successivamente la folla sceglie di salvare Barabba, un servo versa nel catino l’acqua nella quale si lava le mani Ponzio Pilato, un preludio alla flagellazione di Gesù con sferzate precise e ritmate che colpiscono fisicamente anche lo spettatore. Intanto, acefali soldati mangiano e bevono.
E poi Pilato che, suo malgrado, consegna la vittima sacrificale ai sacerdoti, i quali devono eliminare colui che ha denunciato la loro cinica falsità.
Come milioni di esseri umani, Gesù viene condotto al Calvario e cade sotto il peso della croce, un uomo cerca di aiutarlo mentre, nonostante o proprio per la sua iniziativa, viene colpito da crudeli frustrate.
Il macabro suono del martello che conficca il chiodo nelle mani di Cristo trafigge la mente di chi, ancora oggi, lotta contro i soprusi e l’ingiustizia.
Il buio, squarciato da lampi sinistri, veste la crocifissione, con le corde che alzano la croce simulando un singhiozzo e Maria, disperata sullo sfondo, viene consolata da due donne, forse simbolo del popolo inerme che deve piangere e subire.
E poi l’inizio della speranza che, con un artificio degno del miglior cinema di animazione, svuota il sepolcro.
Infine l’Ascensione. A differenza dei primi undici quadri è totalmente statica e piena di luce con la figura di Gesù che giganteggia. Questa scelta finale sembra essersi ispirata a James Hillman quando scrive: «C’è un’immagine più profonda dell’immagine visibile. C’è sotto, anzi no, non sotto, dentro, all’interno di ciò che mostra, della presentazione dell’immagine, c’è l’immagine invisibile. Ed è l’immagine invisibile che ci guarda mentre noi guardiamo quella visibile». Questo significa che l’immagine riesce ad esprimere l’anima, cioè scandaglia la psiche, quando colui che osserva è a sua volta guardato. Se non si realizza questa simbiosi ci si ritrova di fronte a un corpo inerte che non è capace di irradiare, oppure ad occhi incapaci di raccogliere lo sguardo che li osserva. Allora l’immagine e la rappresentazione visiva non possono essere considerate entità inanimate, ma la crisalide che, nel caso dell’opera di Mariarosa e Romano, diventa farfalla.
Infatti il “Presepe di Pasqua” non è solo un gioco di luci, movimenti e suoni fine a sé stesso, ma è qualcosa che riesce ad esprimere l’anima di ciò che viene rappresentato. Infatti gli autori non hanno solo allestito un presepe con la peculiarità del movimento, ma sono stati capaci di realizzare una particolarissima tipologia di film in cui le statuine animaate non sono necessariamente in prima fila perché si mettono al servizio della staticità. Infatti è proprio l’immobilismo del contorno che riesce ad esaltare e a dare un’anima alle singole azioni che avvengono in questa armoniosa rappresentazione che fondendo sperimentazione e tradizione arriva a bucare lo schermo per entrare nel cuore.

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