Gianni Criveller, Quanti volti ha Dio? Le sfide dell’annuncio in Asia orientale, ITL Centro Ambrosiano 2025
recensione di AR
Con il linguaggio avvincente ed esperto di un missionario che per decenni è vissuto nell’area della Grande Cina (che oltre alla Repubblica Popolare comprende Macao, Hong Kong e Taiwan), Gianni Criveller ci parla, a millesettecento anni dal Concilio di Nicea, delle sfide che da sempre hanno dovuto affrontare gli annunciatori del Vangelo. Il processo di inculturazione è, nonostante preclusioni dogmatiche e ideologiche che nei secoli hanno provocato non pochi danni, imprescindibile (p. 17): “Accettare la dimensione progressiva, graduale, paziente, tollerante e persino ambigua della comunicazione umana, anche nel processo dell’evangelizzazione, vuol dire accettare le dinamiche della vita.”
Con la saggezza di chi si è immerso in realtà lontane, Criveller osserva: “La traduzione del messaggio cristiano è soggetta alle regole interpretative e a possibili equivoci, ma rimane una storia da raccontare. (…) Le parole non bastano se non esprimono la scelta di coinvolgersi nella vita degli altri.” (p. 19). È dunque necessario un accomodamento, cioè “la postura di chi prende posto per sentirsi bene e far sentire bene.” (p. 20). E ancora: “L’annunciatore del Vangelo si accomoda nella lingua del popolo a cui è inviato, come di Dio si accomoda a noi umani nella Sacra scrittura; il missionario si accomoda a coloro a cui annuncia il Vangelo come Cristo si accomoda alla nostra umanità.” (p. 21).
Già nel 1659 una disattesa Istruzione di Propaganda Fide ai missionari in Cina affermava: “Non cercate in nessun modo di convincere i popoli che evangelizzate a cambiare i loro riti, consuetudini e costumi purché non siano in maniera chiarissima contrari alla religione e ai buoni costumi.” (riportata alle pp. 22-23).
Il padre del PIME ci ricorda che “non esiste un annuncio che non sia già inculturato, un missionario che non abbia una sua cultura e un ascoltatore che non ne abbia un’altra. Non esiste evangelizzazione che non produca dunque una nuova cultura, ovvero un nuovo linguaggio esistenziale. (…) Ogni persona è un essere multiculturale.” (p. 29). Con riferimento all’approccio del gesuita Yves Raguin (1912-1998), Criveller scrive (p. 30): “Il missionario è un «catalizzatore» che aiuta gli altri a diventare capaci di realizzarsi.” E, aggiunge il Nostro, come Giovanni Battista, “non [deve] interporsi in modo ingombrante, ma farsi da parte con gioia. I missionari vanitosi e autocentrati (…) fanno un danno immenso all’evangelizzazione e non lasciano trasparire Gesù e i suoi molti volti.” (p. 31).
Riprendendo un concetto del cardinale Giorgio Marengo, missionario in Mongolia, il Vangelo va sussurrato: “«Sussurrare» significa dare dignità ai modi narrativi della pacatezza evocata dallo stesso Gesù” (p. 35). Del resto il Gesù narrato da Marco “adotta l’artificio del «segreto messianico»: il suo messaggio viene nascosto a chi non è pronto a raccoglierlo.” (p. 36).
Il libro tratta con maestria anche di alcune questioni spesso legate all’essere in missione o comunque lontani dalla propria zona di conforto, e all’avere capacità artistiche, scientifiche e fortemente immaginative, come la malinconia (Matteo Ricci ne parla a un amico in una lettera del 1580). Confessa padre Gianni (p. 44): “Molti missionari, come avvenne per Ricci, si riconoscono in questa« sorte di malinconia», in quanto attraversano molti confini, sino a diventare loro stessi confini viventi, ovvero traduzione di Vangelo comunicato.”
La seconda parte di questo saggio si intitola “Giulio Aleni e i libri su Gesù” ed è dedicato al gesuita che operò in Cina dal 1613 (Ricci muore a Pechino nel 1610) al 1649. Aleni pubblica diversi libri a Fuzhou fra i quali, nel 1640, il Diario delle esortazioni orali, a cura dell’intellettuale cattolico Li Jiubiao, in cui si risponde a diverse domande cruciali per un letterato cinese, ad esempio questa (riportata a p. 65): «Non è blasfemo affermare che il Signore del Cielo, della terra e del creato si sia incarnato e sia diventato uomo?»
“Il Signore del Cielo è infinito non solo in dignità, ma anche in bontà. (…) Aleni utilizza il termine Grande Padre-Madre (da fumu) per definire la relazione di Dio con l’umanità.” (pp. 65-66). C’è quindi una predisposizione al dialogo: “Il metodo dialogico di Aleni e dei missionari gesuiti nella Cina dei Ming, pur nei limiti dei loro schemi teologici, anticipa quanto il magistero ecclesiale, a partire cal Concilio Vaticano II, propone circa la missione evangelizzatrice della Chiesa.” (pp. 74-75).
Aleni ha ben chiaro che non si può razionalmente “penetrare il mistero dell’incarnazione del Signore del Cielo. (…) mistero per il quale adotta un termine rarissimo (…) aoyi [奧義], composto di due caratteri. (…) può avere due significati: un angolo segreto di una stanza e un’argomentazione profonda. (…) credo che possa essere reso con «il mistero di Dio».” (pp. 80-81).
È Gesù a rivelarci il mistero del Padre, “è Gesù che ci permette di scorgere l’invsibile volta di Dio” (p. 93).
“Anche i teologi – conclude Criveller (p. 94) - devono proporsi con una teologia umile, e i missionari comunicare il Dio possibile nella forma del sussurro.”
Questo saggio che tratta di annuncio, missione, teologia, disponibilità al confronto, attenzione all’altro, nostalgia e al contempo immersione grata e curiosa in contesti culturali lontani… si legge con entusiasmo e ci fa conoscere tante cose sulla ricezione del Vangelo in Cina e dintorni a partire dall’epoca Tang.

Commenti