recensione di Natascia Ancarani
Ho avuto la sensazione, leggendo Ipotesi sullo stato di quiete di Subhaga Gaetano Failla, di attraversare un territorio in cui memoria, tempo e scrittura si rincorrono e si completano continuamente.
Il tema che più mi ha accompagnato è stato quello del tempo. Non tanto il tempo lineare che conduce semplicemente dalla nascita alla fine, quanto un tempo ciclico che ritorna incessantemente su se stesso. Le stagioni si succedono, la terra continua il proprio giro intorno al sole, i ricordi riaffiorano sotto forme diverse, come una danza che ripete i propri passi senza essere mai identica a sé stessa. «I giorni si deposero nella memoria come foglie ingiallite sulla terra»; «un'altra danza intorno al sole insieme al nostro pianeta e anche quell'autunno si impolverò di ricordi».
Al ritorno dei ricordi si accompagna spesso un’impressione di perdita. Nel racconto Una storia vera il narratore compie un viaggio che appare reale e immaginario al tempo stesso, attraverso città e paesi che potrebbero appartenere tanto al passato quanto al presente e che si dissolvono improvvisamente, stazione dopo stazione: «Ma dal tetto, lentamente, un mattone dopo l'altro, le case si sfaldano, fino a sparire». Allo stesso modo si dissolve il Duomo liquefatto di Buzzati, un dipinto dello scrittore che non conoscevo, in cui il Duomo di Milano si scioglie lentamente come un ghiacciolo al sole. E ancora, ne Il fiato cosmico, una vecchia signora pensa: «Dovrò ricostruire quel che resta del mio mondo (…) Il paese è sparito nelle stelle, forse sono stati trasportati lassù anche molti dei miei pensieri nascosti e le scene della mia memoria».
La morte entra spesso nei racconti, ma non come un evento improvviso. Piuttosto come una presenza discreta che accompagna lo sguardo e sembra prepararlo lentamente al congedo. Talvolta assume la forma di un non-tempo: il quadrante dell'orologio si svuota, le lancette scompaiono, lasciando intuire una dimensione che oltrepassa il tempo umano. Molti testi sembrano attraversati da una sorta di preparazione a lasciare il mondo. Non una preparazione tragica o disperata, ma uno sguardo attentissimo a ciò che passa. Come se le cose, proprio mentre si allontanano, acquistassero una luminosità nuova. Nel racconto Diario d'autunno, i «fantasmi della fine» non sono inquietanti, ma «dolci, di una tenerezza sorprendente».
A opporsi alla dissoluzione del tempo interviene continuamente la forza delle immagini. Alcune metafore possiedono un'intensità straordinaria, direi poetica: «Al tramonto il lago ha un occhio increspato. Una striscia di sole ne attraversa l'iride»; «il mare al tramonto ha un'ultima luce di melagrana squarciata»; la folla « si precipita nei vagoni, è una nuvola di foglie, spinta in folate nelle porte scorrevoli». È come se la scrittura cercasse continuamente di fermare, in un istante di estrema bellezza, ciò che il tempo distrugge.
Mi ha colpito anche il continuo sdoppiamento dell'identità. L'io narrante si trasforma, cambia forma, si riflette in figure diverse: bambino, donna anziana, viaggiatore, alter ego, presenza anonima. In La casa e il nome troviamo una frase che sembra riassumere bene questa instabilità: «il mio nome è diventato cento e più nomi diversi». Il nome, che dovrebbe garantire l'identità o la stabilità delle cose, perde la sua funzione di ancoraggio.
Anche lo specchio ritorna spesso nei racconti. Non come semplice riconoscimento di sé, ma come luogo di trasformazione. Nello specchio si cerca il proprio riflesso e si incontra invece l'estraneo, come la figura perturbante del barbaro, che si annida dentro ciascuno di noi: qualcosa di profondamente interno che viene percepito come radicalmente altro da sé.
Nella fantasmagoria delle figure che si incarnano nel tempo resta forse il desiderio di una soglia finale: uno specchio vuoto che non rifletta più nulla, un orologio vuoto che non scandisca più il tempo. Come l'immagine della Pietà di Michelangelo, rivisitata più e più volte e tuttavia quasi salvata nella percezione originaria, quando ancora non esistevano schermi a separarla dal pubblico: più semplice, più pura, immersa in quell'«ineffabile spazio-tempo che non ha né inizio né fine».
Il lettore deve inoltre fare attenzione alla trama di citazioni, rimandi e presenze letterarie che attraversano i racconti. Thomas Bernhard, Dylan Thomas, Gorgia e molti altri non appaiono soltanto come riferimenti culturali. Spesso diventano vere e proprie chiavi di accesso al testo. Occorre soffermarsi con attenzione su queste presenze, sia quando aprono un racconto, sia quando ne orientano improvvisamente il significato. Tale scelta arricchisce notevolmente la densità della scrittura e richiede al lettore uno sforzo significativo di ricerca e interpretazione.
Mi sono infine chiesta quale sia, in questi racconti, il rapporto tra scrittura e realtà.
Da lettrice, mi sembra che l‘intero libro dimostri continuamente quanto le parole riescano a custodire il reale. Tutto ciò che rischia di sparire continua a esistere nelle immagini, nei ricordi, nelle voci, nelle citazioni e negli incontri che popolano queste pagine. La memoria che attraversa i racconti non mi appare evanescente, ma possiede una consistenza concreta.
Forse allora memoria, scrittura e mondo reale non appartengono a sfere separate. Partecipano piuttosto della stessa pienezza dell'essere. Cambiano forma. Diventano parole, immagini, memoria, racconto. Ma continuano a vivere. Per questo, al termine della lettura, non ho avuto l'impressione di trovarmi davanti a un libro sulla scomparsa delle cose, bensì sulla loro trasformazione. Un libro che osserva il tempo mentre compie la sua lenta erosione e che, nello stesso momento, tenta ostinatamente di salvare, attraverso la scrittura, tutto ciò che ama.

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