Last supper

di Marco Bottoni


Così è che la questione rimane, ancora oggi, irrisolta, e una domanda continua a tormentarci: quale fu il menù dell’Ultima Cena?
Non si sa, e una lettura anche approfondita del Nuovo Testamento non ci consente di venine a capo: l’enigma rimane.
I Vangeli costituiscono, anche per chi non sia credente, una lettura affascinante.
Matteo, Marco, Luca e Giovanni ci hanno lasciato pagine meravigliose, ed io sono profondamente convinto del fatto che gran parte di quello che ci vuole per salvare l’Uomo, e con l’Uomo il Mondo, sia scritto in quelle righe.
L’insegnamento di Gesù, il suo predicare sempre e comunque l’Amore costituiscono davvero, come ha detto Lui (Gv 14:6) la Via, la Verità, la Vita.
Bisogna anche ammettere, però, che quella dei Vangeli non è una lettura facile.
Ricordo che ancora giovanissimo, ma già lettore attento e curioso, certi passaggi mi suscitavano domande, mi spingevano a riflessioni.
Per esempio, mi era chiaro come fosse il fratello maggiore ad indignarsi (Lc 15:28) per il ritorno del figlio prodigo, ma allo stesso tempo pensavo che neanche il vitello grasso doveva avere preso molto bene la faccenda.
Alcuni punti non mi erano di immediata comprensione, ma ho avuto la fortuna di incontrare maestri (insegnanti e sacerdoti) che mi hanno accompagnato nella lettura e nella interpretazione dei passaggi più ostici.
A tal proposito, riguardo il famoso il cammello che doveva passare per la cruna dell’ago (Mt 19:24, Mc 10:25), ho avuto modo di riflettere su entrambe le interpretazioni, quella secondo la quale la «cruna dell’ago» era in realtà il nome di una porta nella cinta di Gerusalemme antica, un pertugio di scarsa apertura cui appunto i cammelli delle carovane commerciali non potevano accedere se non dopo essersi sgravati del carico, e magari piegandosi sulle lunghe zampe, e quella che afferma che non si trattasse di un cammello bensì di una gomena e che il qui pro quo nasca da un banale errore di traduzione.
Quale che sia la lettura corretta, si tratti del cammello o della gomena, penso e credo che per me entrare nel Regno dei Cieli risulterà comunque compito difficile perché, purtroppo, sono ricco.
Il testo evangelico richiede una lettura attenta, meglio se guidata da chi abbia le conoscenze indispensabili ad approfondirne la comprensione e la interpretazione.
Purtroppo accade molto spesso che la lettura sia superficiale o addirittura una “non lettura”.
Anche persone dotate di una certa cultura possono incappare in errori marchiani, e citare il Vangelo non alla lettera ma “per sentito dire”.
Se domandate “cosa disse Gesù a Lazzaro nell’atto di resuscitarlo da morte?” non è improbabile che qualcuno vi risponda “Lazzaro, alzati e cammina”.
Purtroppo, forse anche più di “qualcuno”.
In realtà “Lazzaro, alzati e cammina” è una frase entrata nell’uso comune, ma Gesù non la ha mai pronunciata.
È un modo di dire che deriva dalla “fusione” di due miracoli compiuti da Gesù: la guarigione del paralitico e la resurrezione di Lazzaro.
Al paralitico che lamentava l’impossibilità di immergersi nella piscina di Betzaeta per ottenere la guarigione, Gesù ha detto (Gv 5:8-9): “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina.”
A Lazzaro, invece (Gv 11:43) “Gesù gridò a gran voce: Lazzaro, vieni fuori!”
E nel chiarirmi il significato profondo di quel “Vieni fuori!” un sacerdote mi ha fatto uno dei doni più grandi che io abbia mai ricevuto.

Nei Vangeli, i discepoli stessi spesso non comprendono le parole di Gesù e faticano a cogliere il senso profondo degli insegnamenti; il testo sacro riporta che “non capivano” o “avevano timore di interrogarlo”.
Quando gli domandano (Mt 13) “Perché a loro parli con parabole?” Gesù risponde: “Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.”
È quindi pacifico, e anche accettato, che la lettura dei Vangeli possa suscitare molte domande, ma quella che più di altre muove ancor oggi la mia curiosità rimane la stessa: quale fu il menù dell’Ultima Cena?
Non si sa.
I testi parlano solo di pane e di vino, senza fare esplicito riferimento a nessun altro cibo, a nessuna pietanza.
A me la cosa è sempre apparsa un po’ strana.
Come è possibile?
Gesù riunisce i suoi discepoli attorno a un tavolo per consumare insieme a loro quella che (Lui lo sa benissimo) è l’ultima cena, e in tavola ci sono solo pane e vino?
Non un piatto di erbe amare (pietanza immancabile, in quel tempo), non una porzione di agnello.
Non un pesce, nemmeno uno di quelli rimasti nel famoso episodio della moltiplicazione, e dei quali sappiamo che ne avanzarono (Mt 14:13-21, Mc 6:30-44, Lc 9:12-17, Gv 6:1-15) dodici ceste?
A proposito, se si legge con attenzione il testo, si nota che il termine “moltiplicazione” non è presente. Gesù dice di “distribuire” i pani e i pesci e semmai parla di “dividere” (secondo Marco) o di “spezzare” (secondo Luca). E anche questo deve avere un significato. Forse il miracolo sta proprio in questo: nel fatto che la ricchezza aumenta con il distribuire e con il condividere, più che con il moltiplicare. Meditate gente, meditate!
Ma, tornando a noi, e alla domanda senza risposta, deve pur esserci una spiegazione al fatto che quel famoso giovedì sera in tavola ci fossero solo pane e vino.
A me piace immaginare che le cose siano andate così.

Gesù e i suoi sono a tavola.
Molto opportunamente il locale che li ospita ha riservato loro una saletta privata, così sono più a loro agio e possono conversare liberamente. (Non dimentichiamo che Gesù sa di essere considerato un sovversivo, inviso al Sinedrio che non vede l’ora di catturarlo e condannarlo. Preferibilmente, a morte.)
Siamo nel periodo di Pasqua, e il locale è affollatissimo.
Al tavolo dei tredici arrivano subito il pane e il vino.
Accade sempre così, da millenni, e questo per molte buonissime ragioni.
Prima di tutto è un modo efficace per “obbligare” il cliente: dal momento che hanno cominciato a consumare, anche se i tempi del servizio dovessero allungarsi alquanto, i commensali non possono alzarsi e andarsene.
In secondo luogo, più i tempi del servizio si allungano, più è probabile che, nell’attesa, il vino venga consumato e che ne venga fatto un nuovo ordine, con maggior guadagno per il gestore del locale.
In questa occasione i tempi del servizio si allungano molto più di alquanto.
Nell’attesa, fra Gesù e i discepoli corrono parole. Gesù lava i piedi a Pietro che si sorprende (Gv 13:6) “Tu, Signore, lavare i piedi a me?”, Gesù pronuncia le famose parole (Mc. 14:18) “In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà”. I discepoli, confusi, lo interrogano (Mt 26:22) “Sono forse io, Signore?”; insomma, il tempo passa, e nessuno viene a prendere le ordinazioni.
Finalmente un servo, molto affaccendato perché il locale è strapieno, si affaccia alla porta della saletta e domanda: “Siete a posto, lì?”
Bartolomeo si protende verso Gesù, poggia le mani sul tavolo e si alza in piedi, Filippo ha un’espressione di stupore mentre Tommaso alza il dito con tono interrogativo.
“Sì” rispondono insieme Matteo e Giuda Taddeo, a metà fra sorpresi e incuriositi “siamo Apostoli.”
E il servo, indaffaratissimo, se ne va in fretta.
Trascorre un’altra buona mezz’ora e un altro servo, un tipo grasso e tutto sudato, scosta la tenda della sala e chiede, affannato: “Tutti a posto, lì?”
“Sì, tutti” risponde Simone Zelota; Pietro ascolta Giovanni che gli sussurra qualcosa a un orecchio e annuisce in segno di assenso.
Giacomo il Minore si alza in piedi stupito, Andrea guarda Gesù che tace e Giacomo il Maggiore non fa altro che allargare le braccia, rimanendo in silenzio.
“Tutti Apostoli!” aggiunge Giuda Iscariota, che nella mano destra tiene un sacchetto con delle monete mentre con la sinistra prende un pezzo di pane.
Così, anche il secondo servo se ne va.
E nessuno porta più loro qualcosa da mangiare.

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