sabato 11 gennaio 2014

Giambattista Bergamaschi

DIRE E NASCONDERE. IL “SEGRETO” DEL POETA

Gennaio 2014


Oltremodo sui generis Dire e nascondere, agile ma intenso saggio letterario in cui Giambattista Bergamaschi affronta il problema dei rapporti tra poetica e poesia, tanto sul versante della scrittura (ben sedici liriche originali vengono infatti “esistenzialmente” chiosate dall'autore stesso), quanto soprattutto su quello della “lettura”, dell'interpretazione testuale, che appare ineluttabilmente condizionata da un dato di fatto assai ovvio, eppure mai francamente rilevato o debitamente valutato dai critici di professione: il testo poetico è instricabilmente connesso a tutta una serie di realtà, più o meno materiche ed oggettuali, ovvero intime e soggettive, quando non addirittura metafisiche.
Nella maggior parte dei casi, comunque “indicibili”.

In questo suo nuovo lavoro, innovativo e persino temerario, edito a brevissima distanza dalle due recenti sillogi narrative Storielle strastrane (www.prosperoeditore.com) e Tra le righe (www.grazzaniseonline.eu/IMG/pdf/Tra%20le%20righe.pdf; issuu.com/grazzaniseonline.eu/docs/tra_le_righe?e=5125163/5177476), l'autore non mostra alcuna reticenza o inibizione nel dichiarare candidamente (quasi sempre sulla propria “pelle”, svelando parecchio delle private “occasioni” da cui ogni sua lirica viene accesa) i processi a monte del proprio fare poietico, nonché le incognite fattualmente incontrate e giocoforza risolte nel corso di un lavoro che mai ricicla materia trita, agevolmente gestibile, sì invece vissuti emotivamente forti e liberi, non di rado discretamente recalcitranti a soluzioni meramente linguistiche.
Per questa ragione, date le vicissitudini esistenziali che di volta in volta si trova ad attraversare l'artista non riconduce al lettore che la “superficie” del fermento profondo, in buona parte inconscio, da cui scaturisce, al termine di un'elaborazione squisitamente laboratoriale, l'ambita forma, compiuta e leggibile.

Ciò che dell'intero saggio immediatamente colpisce è innanzitutto quel certo - vagante ed inconfondibile - stile espositivo che è tuttavia esempio di coerenza, indicatore di sincerità e correttezza: l'autore vi esprime ciò che pensa (e probabilmente è), in un desiderio costante, ostinato e testardo - come in virtù di un imperativo categorico - di cimentarsi fino in fondo con un'ipotesi nuova, che gli consenta di (ri)formulare in maniera diversamente illuminante una tematica solo in apparenza nota, e nel contempo di sperimentare inedite modalità di analisi letteraria.

L’introduzione “teorica” con naturalezza conduce verso le sedici liriche.
Bergamaschi vi mischia le carte, ma non per confondere. Le gioca infatti per stimolare a capire, a configurarle in un diverso ordine plausibile, possibilmente migliore del precedente: non intende ammannire alcuna pappa pronta al lettore, sì invece disorientarlo quanto basta, mettere in discussione qualche miope sua certezza per far sì che con rinnovata freschezza di pensiero possa egli giungere ad approdi più congeniali.
Atto a dir poco generoso.

Tutti i primi dodici paragrafi e la non finita, frammentistica “Appendice” dicono con chiarezza l'umiltà di chi parla di sé dignitosamente aggiogandosi al titolo stesso assegnato all'opera: dice e nasconde, ma spiega anche perché lo (si) fa, e allora tutto appare così candido, lecito e pulito: dalla mera curiosità si genera una rinnovata intesa, che l'autore strizza appena, di sfuggita, come in un'anamorfosi, ed è caldo invito a cercare - “tra le sue righe” - quanto è celato nelle cose dette: “Vorrei che foste voi a trovare quelle parole che io non voglio, non possodevo dire”.
Le sedici liriche - costituenti, in sé prese, una silloge indiscutibilmente più lieve e serena delle due precedenti (Allora... e ora e Quando la mente si tradisce: poesie tra sogno e dormiveglia, entrambre edite da www.grazzaniseonline.eu) - ben si prestano ad una ricerca del “segreto” come anima della poesia.
Preziose, e non di rado avvincenti, le NOTE che a stretto giro le seguono con liberale rispetto nei riguardi di un lettore che non intenda farsi preventivamente codizionare, sebbene la premessa alla sezione “Liriche vecchie e nuove” per ovvie ragioni ponga discretamente in guardia da ciò.
Comunque sia, esse consentono un assai circostanziato apprezzamento delle sedici composizioni.

In ultima analisi, la chiave di lettura dell'intero saggio è soprattutto nell'invito, quanto mai toccante e sincero, ad una sorta di “lettura a cipolla”, accostandosi alla poesia con umiltà, per esigerne giusto quel senso im-mediatamente esplicito che essa può di fatto consegnarci, nel contempo immaginando tutto il resto in piena autonomia – saggiamente arresi all'ineffabile mistero che per necessità ne circonfonde la “scintilla” generativa -, dunque, riscoprendo per tale via il fascino di un discorso che occulta più che dire, eppur sempre incanta ed esteticamente avvince.

M. G.

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